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30 giu 2017

La squallida festività del centro commerciale*

“Aperto anche a Pasqua” è la scritta che molti hanno potuto leggere all’ingresso di molti negozi in tutta Italia, e che vedranno sempre più spesso negli anni a venire.
Ma i lavoratori dell’outlet di Serravalle Scrivia non erano d’accordo. Così due cortei hanno bloccato le entrate, per impedire l’accesso a imperterriti clienti decisi a trascorrere un giorno di festa, uno degli ultimi ancora liberi dallo sfruttamento, nel tempio del consumo. Ma a quanto pare ad alcuni irriducibili consumatori non sono bastati neanche i picchetti e gli insulti dei manifestanti per convincersi a desistere.
Molti lavoratori non hanno partecipato alla protesta, e perché costretti dai capi, e perché rassegnati a una vita sacrificata sull’altare del Dio Capitale. E la rassegnazione emerge dalle parole del sindaco del paese, che su di essa ha trovato motivo di lucro, economico ed elettorale: “Siamo in un’economia di mercato” dice “Io comunque non avrei potuto fare nessuna ordinanza per chiudere, anche perché siamo zona turistica”. Il centro commerciale porta soldi e turisti, e l’economia urbana non può che giovarne. “Siamo in un’economia di mercato”, è il capitalismo, bellezza!
Le liberalizzazioni degli orari hanno progressivamente ridotto il tempo libero (dove “libero” deve intendersi non soltanto come non occupato dal lavoro individuale ma nemmeno dal consumo). Prima si è cominciato ad aprire i supermercati saltuariamente di domenica, poi si è approdati all’apertura domenicale fissa, infine si è passati ad aperture eccezionali a Natale, a Pasqua, a Capodanno. Persino il 25 aprile, la Festa della Liberazione e il Primo Maggio, Festa dei Lavoratori, quasi con una triste e cinica ironia. Alcune grandi catene hanno addirittura pensato di introdurre l’apertura di ventiquattro ore, sull’esempio degli Stati Uniti, dove ormai è da tempo una prassi consolidata. L’Italia in questo campo, come direbbero i cantori del “progresso” neoliberale, non è “rimasta indietro”: siamo l’unico paese in Europa a non aver nessun tipo di restrizione sugli orari degli esercizi commerciali. E laddove esistono ancora lavoratori recalcitranti ci pensano i contratti flessibili e la minaccia dei licenziamenti “facili” a far loro cambiare idea.
Il valore di scambio colonizza tempi e spazi. Lavora di più, chi può lavorare, perché chi non lavora abbassi le pretese e non sia troppo “choosy”, come diceva un ex ministro in lacrime; e tutti quanti, poi, consumano. E perché questo avvenga nuovi spazi devono essere strappati alla vita comunitaria, a ciò che ne rimane, o alle rare nicchie di ambiente non ancora urbanizzato, per essere messi a profitto dalla produzione-consumo. Supermercati, grandi catene, negozi che contengono altri negozi al loro interno come scatole cinesi, vere e proprie città consumistiche, l’ultima frontiera della grande distribuzione.
L’outlet di Serravalle Scrivia è una delle tante cittadine commerciali – la più grande d’Europa – dove la gente può passeggiare, girando per i negozi attaccati l’uno all’altro, scorrendo di vetrina in vetrina, arrivando a mani vuote e andandosene, al calar del sole, carica di buste gonfie di merce acquistata in saldo. È l’esemplificazione perfetta di come il capitalismo abbia colonizzato tutti gli spazi e tutti i tempi di esistenza, e di conseguenza l’immaginario e le (in)coscienze. Probabilmente, molti di coloro che la domenica sono immersi nella gioia effimera della liturgia consumistica, il giorno dopo dovranno tornare a lavorare in un altro centro del consumo. Turni massacranti, contratti flessibili, con la minaccia del licenziamento o del mancato rinnovo, che il capitalismo postmoderno costringe ad accettare quasi con un senso di colpa, perché il lavoro è poco e chi ce l’ha deve essere grato e non fare tante storie. Ma quando non si lavora non si riesce a fare nient’altro che far lavorare altri, i quali producono non per quello di cui la società umana abbisogna, ma perché altri possano consumare. E tutto si svolge in questa turnazione, dove il lavorare-per-il-consumo si alterna al consumo: il valore di scambio forgia per intero le nostre vite. Si arriva al paradosso che se anche esistessero turni e orari più umani, molti non saprebbero che farsene, se non trascorrere il tempo in qualche grande catena, in un fast-food o in un parco divertimenti, con tutta la famiglia al seguito. Perché la colonizzazione dei luoghi e dei tempi non è qualcosa di meramente negativo, che sottrae ai luoghi e ai tempi liberi, ma è la loro modulazione, definizione, la loro stessa creazione e ideazione.
Un esempio illuminante è la mutazione della piazza – e l’Italia urbana, si può dire, si è fondata sulla piazza. Da centro e fulcro della vita pubblica cittadina sia religiosa (la chiesa) che laica (Il Comune, la Prefettura, ecc.) a non-luogo, simulacro di se stesso per attrarre turisti. La piazza, nella postmodernità, ha perduto la sua centralità come luogo della vita comunitaria e politica della popolazione urbana (anche perché praticamente non esiste più una vita comunitaria e politica). Le piazze d’Italia, nella loro magnificenza ereditata dal passato, sono state riadattate a luogo di semplice transito pedonale, “appoggio” per i locali, i bar e i ristoranti che vi si affacciano invadendola con i loro tavolini, cartoline turistiche, parcheggi (a pagamento) dove depositare l’auto per recarsi a lavorare o a consumare. Non più centri del pubblico, del collettivo e del politico, ma propaggini del mercato, del profitto e dell’individualistico.
Non bastano, quindi, le sacrosante rivendicazione lavorative, soltanto simulate dai sindacati e di cui oggi ci sarebbe bisogno urgente; per sfuggire alla morte civile e ripensare a un’autentica ribellione alla costellazione capitalistica odierna bisogna ridefinire gli spazi e i tempi, modellati dalle esigenze del profitto e del consumo, sulla base di istanze non consumistiche e non capitalistiche, di vita associata e di politica intesa nel suo più alto significato.









*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente

30 mar 2017

La sinistra postmoderna è nata morta*

“Unire la sinistra” è il vecchio appello da Seconda Repubblica caduto in disgrazia, che talvolta qualcuno tenta di riportare in auge. Adesso è la volta di Giuliano Pisapia che propone un cartello elettorale dai contorni vaghi e sfumati, il “Campo progressista”, l’ennesima riedizione delle tante “sinistre unite” fallite. Già prima Bertinotti e poi Ferrero e Vendola provarono a inventarsi nuovi marchi da apporre all’aggregazione multiforme che chiamavano “sinistra”. Tutti questi schieramenti hanno fatto la stessa triste fine.
L’ostracismo contro le ideologie, in particolare contro la teoria marxista, diede vita a una creatura deforme, la sinistra postmoderna, una fazione eterogenea, senza contorni definiti, priva di una tradizione politica – considerata un pesante fardello di cui disfarsi – con un’organizzazione evanescente e senza una solida struttura di partito. Tenuta assieme dal generico appellativo di “sinistra”, non ha un fine universale, un ideale di rifondazione della società, ma tanti piccoli scopi particolari da perseguire all’interno della struttura sociale vigente che non viene mai criticata. Per questo assumono un ruolo primario i diritti civili, mentre vengono trascurati, fin quasi a dimenticarli, quelli sociali, sacrificabili sull’altare delle “alleanze progressiste”. I diritti civili, infatti, possono essere perseguiti all’interno dei rapporti sociali esistenti, senza la necessità di giungere a uno scontro con le classi dominanti, con le quali, anzi, ci si allea.
Non a caso Pisapia intende proporre questa “unificazione” per poi allearsi col PD, per “tirarlo” a sinistra. Uno schema tipico della Seconda Repubblica, e a livello globale del mondo appena dopo la caduta del Muro di Berlino; il conflitto tra socialismo e capitalismo doveva essere surrogato dal dualismo destra/sinistra, nel quale entrambi appartenevano non al “campo progressista” o a quello conservatore, ma all’orizzonte capitalista da “fine della storia”, visto come irreversibile e accettato acriticamente da ambedue gli schieramenti teoricamente contrapposti.
Ma ormai anche lo schema destra/sinistra è entrato in crisi, per essersi manifestato per quello che è: una maschera. La “destra” e la “sinistra” della Seconda Repubblica non corrispondono alla “destra” e alla “sinistra” della Prima, le quali non erano soggetti giuridici e politici, ma indicazioni “geografiche” che dovevano essere opportunamente connotate da aggettivi (socialista, liberale, comunista, democristiano, ecc.). Lo schema destra/sinistra postnovecentesco è entrato in crisi in seguito al progressivo distacco popolare, non essendo possibile scorgervi un’alternativa reale al capitalismo neoliberale e quindi rivelandosi in farsa, puro spettacolo.
Ad esso non è ancora subentrata una rappresentazione politica adeguata, ma va delineandosi un nuovo conflitto tra il globalismo liberista e le resistenze nazionali, statali e antioligarchiche le quali però presentano diverse contraddizioni e sono ancora in embrione.
Compito della politica, oggi, è dare voce a queste ultime, non attraverso l’uso demagogico e “populistico” proprio di alcuni capi partito, ma interrogandole, chiarificandole, criticandole e traducendole in una teoria, una prassi strategica e un progetto di società.
La proposta di Pisapia, invece, ignora tutto questo e si limita a rispolverare uno schema vecchio e superato, tutto interno alla risonanza mediatica, incapace di fare i conti con le recenti tendenze sociali. Il vero scopo (che egli ne sia consapevole o meno) è quello di ricondurre il dissenso entro il recinto controllato dalle oligarchie. Ed è questo infatti il vero significato del “progressismo” postmoderno: a sinistra del PD, ma col PD, ovvero, la periferia del capitalismo.














*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



31 lug 2016

Quale politica nella postmodernità?*

La nuova epoca detta postmodernità (o seconda modernità o surmodernità o modernità liquida, o comunque si voglia chiamarla) si caratterizza per una privatizzazione delle diverse istanze. “Privatizzazione” non deve intendersi soltanto in senso tecnico-economico, ma fa riferimento alla più generale tendenza della società a delegare all'ambito privato quelli che un tempo erano prerogative del pubblico. Questa tendenza potrebbe essere riassunta nella ricerca, secondo l'efficace espressione di Ulrich Beck, di “soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche”.
L'individuo non dispone degli strumenti per risolvere i problemi che lo attanagliano, ma su di lui viene comunque scaricato tutto il peso di essi. Mentre in passato, nella “modernità solida” come la definisce Bauman, era possibile una politicizzazione dei problemi, uno spazio pubblico nel quale trasporre su un piano di interesse collettivo le questioni che si ponevano di fronte agli individui, col passaggio alla “modernità liquida” questa possibilità viene a mancare, e anzi, sono le questioni pubbliche a essere delegate alla sfera privata.
L'assenza di “metanarrazioni” annunciata da Lyotard e il “pensiero debole” preconizzato da Vattimo e Rovatti, intendevano evidenziare le condizioni per una disarticolazione della differenza dalla metafisica e dalla “totalità”. Bisogna constatare che l'“indebolimento” invocato dai postmodernisti si è per molti versi realizzato. Oggi assistiamo alla scomparsa di un telos, un fine universale perseguibile collettivamente, sostituito da tanti piccoli scopi individuali a breve e brevissimo termine. Viene a cadere l'idea di un sapere unitario e con essa non soltanto una sistematizzazione ideologica funzionale al potere ma anche ogni discorso emancipativo. Questo processo non è stato, però, “liberatorio”, non ha prodotto la soppressione della violenza del sistema ai danni del “dimenticato” della storia, ma ne ha soltanto mutato la forma.
Gli incubi della vecchia modernità erano costituito dalla prospettiva di un potere autocratico, totalitario, tentacolare, dotato grazie alla tecnica di una capacità illimitata di controllo e che intrappolasse l'individuo in una morsa di ferro. Queste paure moderne sono state immortalate nei romanzi di Orwell e di Huxley che costituiscono il prototipo del massimo potere del tempo. L'immagine che forse meglio riassume questo stato di cose è quella del Panottico, il carcere ideato da Bentham e preso a modello da Foucault come metafora del potere.
Oggi il potere è tutto meno che panottico. Non è il Socing di Orwell e non è il fordismo di Huxley.
Se c'è una metafora capace di caratterizzare il potere odierno è forse il rizoma di Deleuze e Guattari. Esso si contrappone al modello ad albero, cioè un centro ramificato; nel rizoma ogni punto può essere in collegamento con un altro qualunque. Non ordini ed esecuzioni (o perlomeno non in modo esclusivo e indispensabile) ma “concatenamenti”. Non si fonda sul divieto e sulla repressione (non che questi smettano di esistere, ma smettono di essere inevitabili e in alcuni casi sono addirittura di intralcio al potere che cerca di sbarazzarsene) ma sul potenziamento e la proliferazione di pulsioni e capricci, e almeno in ciò la distopia huxleyana coglie un elemento di verità. Il potere odierno si deterritorializza, non ha più un centro amministrativo, non ha mura e prigioni fisiche da presidiare. Esso anzi sfugge alla fisicità. La dimensione del capitalismo “solido” era la fabbrica fordista; in questa dimensione il potere era agganciato ai suoi subalterni. E questi ultimi a loro volta trovavano occasione di sviluppare una coscienza comune, un'opposizione e una strategia emancipativa. Nel capitalismo finanziario globalizzato non è più la fabbrica il fulcro del potere, ma l'impalpabilità di mercati trasversali. Il potere non è fisso in un luogo, non è situato, ma si muove di continuo, tocca istantaneamente e simultaneamente ogni punto dello spazio, non ne occupa una data porzione. Le condizioni di omogeneità della fabbrica fordista così vengono meno, sostituite da una differenziazione per cui gli individui gettati nella competizione globale non riescono a fare fronte comune. Ciò non significa che si possa fare a meno di qualsiasi concetto di “totalità”, ma che questo si articola in modo diverso. Il decentramento – ma sarebbe forse più corretto dire “a-centramento” – riguarda lo spazio fisico, mentre prosegue in modo esponenziale la concentrazione del capitale già descritta da Marx e l'espansione dei gruppi dominanti.
Viene richiesto all'individuo di perseguire scopi immediati, di ricercare la soddisfazione rapida agli impulsi, invece di dialettizzare la propria insoddisfazione in un destino comune e in una prassi politica. Per questo si predica la fine delle “grandi narrazioni”. Il potere che essendo mobile non ha più bisogno di un baricentro stabile ma di vie di fuga, può rinunciare a un'ideologia strutturata, una teoria del tutto. I gruppi dominati, invece, privati del discorso emancipativo che si costituisce su un'idea di totalità, su una strutturazione del pensiero e su una dicotomia, si trovano frammentati, disgregati e scomposti, incapaci di far fronte alle pressioni che subiscono da più direzioni.
Lo vediamo con i vari movimenti, i No Global, i No Tav, i movimenti contro la guerra, si realizzano sempre resistenze locali, disarticolate; ma non è possibile trovare una coordinazione e un mutualismo fondati sulla comunanza di interessi che solo teoria e prassi emancipatrici collettive e unitarie potrebbero permettere.
La necessità della politica oggi è affidata, in modo esclusivo, all'emancipazione. Ciò non solo perché la politica (intesa come categoria dell'azione umana) è per la prima volta nella storia all'opposizione; ma anche perché non può darsi politica nella retorica pragmatica di questi tempi. La politica, per essere tale, deve riappropriarsi dei sui luoghi e dei suoi siti, quali l'agorà, cioè uno spazio pubblico di incontro-scontro intorno a scopi collettivi, e lo Stato, unico possibile strumento di de-privatizzazione del sociale, per mirare a una costruzione in fieri e mai presupposta di una identità condivisa. Solo in questo modo sarà possibile sottrarre l'individuo all'angoscia del presente, l'assenza di punti di riferimento e l'illusione della scelta consumistica.








*Pubblicato anche su Millennials Press



Immagine tratta da: http://www.si24.it/2015/06/17/maturita-2015-edward-hopper-chair-car/95660/

31 mag 2016

Ripensare la questione femminile*

Una pubblicità di qualche anno fa di una nota marca italiana di moda alludeva a uno stupro di gruppo su una donna stesa a terra. La pubblicità suscitò, comprensibilmente, l’ira delle femministe. Si tratta dell’ennesima prova del maschilismo della società che attua ancora oggi sulla donna una dominazione di tipo patriarcale – che giustifica la violenza ed esalta la virilità del maschio – unico vero ostacolo alla completa emancipazione femminile?
La questione, in realtà, non è così semplice. Bisogna però essere chiari. La discriminazione sessuale è una realtà storica, non un’invenzione, come una reazione a un certo femminismo estremista tenderebbe a pensare. Dire “la donna in realtà ha sempre comandato” è una forma di negazionismo storico. In Italia era un’usanza accettata, fino almeno agli anni Sessanta, rapire la donna, violentarla e poi chiedere alla famiglia il “matrimonio riparatore”, che la famiglia accettava per non perdere “l’onore”. Fino al 1981 la legge italiana ammetteva l’esistenza del matrimonio riparatore. In particolare, le donne delle classi inferiori lavoravano tutto il giorno per occuparsi delle faccende domestiche, della cura dei figli, della cucina e di tante altre mansioni. Non esistevano giorni di riposo, le festività dispensavano l’uomo ma non la donna dal suo lavoro domestico, un lavoro massacrante, per il quale non esistevano quei diritti che gli uomini proprio in quegli anni stavano faticosamente ottenendo. Molte donne erano soggette a violenze, fisiche o psicologiche, da parte del marito, del padre o di altri familiari, senza avere la possibilità di rivalersi in alcun modo.
L’oppressione patriarcale ha tenuto per secoli le donne sotto il suo giogo, in un contesto familiare piramidale con al vertice la figura del padre-marito-padrone. Questa oppressione veniva esercitata in tutte le classi sociali, anche se con effetti forse un po’meno dolorosi nelle famiglie più agiate. Tuttavia bisogna riconoscere che la dominazione patriarcale dagli anni Settanta ha cominciato a sgretolarsi e che ormai sta per essere spazzata via dalla storia. Ovviamente ciò non vuol dire che essa non esista più, che non esistano tutt’ora episodi di violenza, di sottomissione della donna, di discriminazione e di sofferenza fisica o psichica inflitta agli individui di sesso femminile. Ma questi episodi non riguardano il nuovo corso storico, sono dei retaggi, delle incrostazioni del passato, anche se, forse, ci vorranno ancora decenni, o magari secoli, prima che anch’essi scompaiano del tutto.
È stato lo sviluppo del capitalismo ad abolire il patriarcato. Nella società “solida” (per usare l’espressione di Bauman) incentrata sulla produzione, c’era bisogno di braccia per lavorare e l’economia non poteva permettersi di lasciare inattiva la metà della popolazione. Inoltre l’evoluzione tecnologica faceva diventare sempre più obsoleto il ricorso alla forza muscolare e pertanto rendeva le donne idonee a tutti i tipi di lavoro quanto gli uomini. Ma questo non fu sufficiente a permettere un totale superamento della dominazione patriarcale. Solo con la trasformazione “liquida” della società la necessità di sviluppare un sistema di vita attorno al consumo ha richiesto di porre fine alle inibizioni e alla “sobrietà” che precedentemente caratterizzavano i costumi femminili. La donna doveva diventare consumatrice, quindi doveva bere e fumare come gli uomini, quindi doveva mostrare e non nascondere il proprio corpo, doveva divertirsi e godersi la vita senza sensi di colpa e gli uomini dovevano accettarlo. Ormai la donna non ha restrizioni nell’esprimersi, in nessun ambito; ma ciò non significa che possa dirsi finalmente liberata; non significa che una volta superata la dominazione patriarcale, per lei si aprano le porte dell’emancipazione autentica.
La società dei consumi ricorre alla sessualità della donna come attrattiva per sedurre i consumatori e per esserne sedotta. Il corpo della donna è ormai linguaggio pubblicitario privilegiato per rivolgersi alle pulsioni consumistiche. Alla donna non viene più intimato di coprirsi, ma, al contrario, di spogliarsi, per una marca, per “essere libera”, per beneficenza, per il proprio uomo, “per se stessa”, persino per un’università, come avvenuto di recente con le foto di alcune ragazze che “sponsorizzavano” il proprio ateneo attraverso la rete. Esiste una forma di dominazione patriarcale, in questo? No, ne è anzi l’esatta negazione e ne testimonia la completa distruzione. Il moderno oppressore delle donne non è il patriarcato, che non esiste più se non come “rudere” archeologico, è il capitale, che esercita direttamente il suo dominio. La donna diventa una merce, una merce che è la chiave per tutte le altri merci. Certo, si tratta di una dominazione forse meno cruenta della precedente, ma non meno efficace. Eppure, in alcuni casi, non è escluso che possa servirsi dei retaggi patriarcali, mantenendoli “artificialmente” in vita, come dimostra il caso dello spot della marca di moda sopraccitato.
Ma che strizzi l’occhio a vecchi stereotipi o che la esorti a denudarsi e a concedersi senza inibizioni, il nuovo potere esercitato sulla donna non prevede divieti, repressioni, moralismi, ma l’inserimento in un circuito di scambi attraverso l’esposizione disinibita e persino narcisistica di sé, spacciata come “libertà”. Riflettano le femministe le quali, spesso, illudendosi di difendere una presunta “libera scelta” a esporsi senza reticenze, si schierano inconsapevolmente dalla parte del capitalismo e del consumismo senza limiti che mercifica il corpo femminile.





*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



29 gen 2016

Il “cambiamento”, elemento integrante della “post-ideologia”*

È stupefacente il modo in cui la cultura dominante si sia appropriata dell'immaginario progressista per svuotarlo di senso, lasciandone intatti certi lemmi, usandolo in funzione conservatrice o restauratrice.
La parola che più di tutte ha subito un travisamento formidabile è senz'altro “rivoluzione”. Essa esprimeva le istanze degli ideali socialisti e indicava una radicale trasformazione delle istituzioni sociali e dei rapporti economici; oggi invece la sua carica eversiva ha finito per essere neutralizzata nella confusione linguistica imperante.
Già nei primi decenni del Novecento si parlava di “Rivoluzione conservatrice” per indicare quelle tendenze di rifiuto della società borghese in favori di ideali “aristocratici” e reazionari. Nel corso degli anni Ottanta del secolo, “rivoluzione conservatrice” è stata chiamata l'ascesa di Ronald Reagan negli Stati Uniti, assieme all'affermazione del suo programma politico fortemente liberista. Margaret Thatcher, che portò invece questa “rivoluzione” in Gran Bretagna, è stata spesso definita una “rivoluzionaria”, seppure anch'essa “conservatrice”. La forma ossimorica testimonia del disfacimento del lessico politico, nel quale una stessa locuzione, e a volte persino uno stesso enunciato, può avere significati del tutto opposti.
Nulla di più distante, a volerli analizzare correttamente, tra la semantica di “rivoluzione” e quella di “conservazione”, due parole che sottendono universi linguistici, storici e filosofici opposti e in conflitto permanente. Così come sembra incompatibile il modello sociale reaganiano, neoliberale, antisocialista e ultracapitalista con qualsiasi istanza “rivoluzionaria” per come poteva essere caratterizzata dalla tradizione tanto semantica quanto politica.
Il richiamo sovversivo implicito nella parola “rivoluzione” sembra oggi del tutto disinnescato. Anzi, questo termine ha definito processi e fenomeni funzionali al meccanismo sociale in vigore. Ne ha fatto ampio uso, ad esempio, la pubblicità. Ogni nuovo prodotto viene elogiato dagli spot come fautore di una “rivoluzione”. Qui l'uso di tale espressione ha un valore più che iperbolico, come richiesto spesso dalla promozione commerciale. Sta a testimoniare una mutazione innescata nella coscienza del destinatario, che “demitizza” la rivoluzione, privandola di ogni eco emancipativo e redentivo, facendone ingranaggio di un meccanismo adattativo, seppur dinamico. La rivoluzione, quindi, non è più un rivolgimento sociale, l'inversione del basso e dell'alto, la conquista del potere da parte delle classi oppresse e la rottura definitiva con l'ordine dato, ma la riconferma di quello stesso ordine. Quest'ultimo si presenta come “rivoluzionario” perché a differenza del passato tollera e persino promuove le mutazioni sociali. Ma queste mutazioni rimangono un fenomeno “di costume”, non intaccano minimamente la struttura egemonica ma servono a riconfermarla.
Molte istanze sono state sottratte ai movimenti rivoluzionari in senso proprio – quelli socialisti e progressisti – si pensi al femminismo, o ai diritti degli omosessuali, che possono oggi essere affermati in una cornice sociale immutata, e funzionalmente alla strategia dei gruppi egemoni.
Queste istanze vengono isolate dalla radice storica che le ha ispirate, per essere integrate nel modello sociale contro il quale inizialmente erano in conflitto. La protesta, paradossalmente, non si scontra più col potere, ma finisce per allearvisi; il conflitto viene artificialmente ricreato, invece, rispetto a configurazioni antiquate e superate del potere stesso, come ad esempio quello meramente poliziesco-repressivo, autoritario dal punto di vista della burocrazia statale.
Per comprendere come sia stato possibile un simile mutamento bisogna considerare un'altra parola abusata, “cambiamento”. Non esiste politico, partito o movimento che non cerchi di usarla a proprio vantaggio. Tuttavia il suo successo è evidente soprattutto a sinistra, a cominciare dagli anni Novanta, dopo la caduta dell'URSS e l'avvento della “post-ideologia”.
La campagna presidenziale di Obama aveva come slogan “Change”, “Nessuno può fermare il cambiamento” diceva Renzi a proposito del suo governo, e “Sinistra è cambiamento” è una corrente del PD di recente formazione.
Si potrebbero portare molti altri esempi, ma in ognuno di essi è palese il culto del “nuovo”, del mutamento per il mutamento. In questi discorsi il cambiamento viene presentato come desiderabile in se stesso, a prescindere dai contenuti di cui si fa portatore che sembrano non interessare. La dinamicità è meglio della stasi, qualunque cosa essa comporti.
C'è molto di retorico e di copertura ideologica in ciò, ovviamente. Il “cambiamento” che viene proposto come necessario rinnovamento d'aria, liquidazione del vecchio e del superato, in realtà è orientato in un'unica direzione, quella della restaurazione. Il regresso è la postilla invisibile e impronunciabile dell'odierno “progresso”. Il feticismo del “cambiamento”, e l'enantiosemia di “rivoluzione”, hanno sicuramente giovato del ripiegamento degli ideali socialisti nel corso della fine del secolo scorso. Essendosi attestati, questi, su una linea puramente difensiva, di fronte alla straripante ondata restauratrice, hanno offerto il fianco a quest'ultima, che ha potuto presentarsi come “innovatrice”, di fronte all'immobilità del proprio avversario.
Ma non c'è solo questo. L'adorazione feticistica del “cambiamento” imprecisato è il logico sviluppo, necessariamente deforme e grottesco, della “fine delle ideologie” ovvero della istericamente urlata (fin troppo istericamente per non destare sospetti) morte di Marx e del comunismo.
Rinunciando a una strutturazione reale, ad articolarsi nel concreto sviluppo della storia, a definire la sua lotta “di classe”, quindi della classe oppressa contro quella dominante, l'ideale, rimasto per troppo tempo nella sua astrattezza ha finito per smarrire ogni significato. L'archetipo della sovversione e della rivoluzione ha subito un processo di privazione che ne ha lasciato un guscio vuoto. Ciò che è sopravvissuto è del tutto inservibile se non per fini apologetici. Così della rivolta degli esclusi non è rimasto che un mutamento meramente fisico, un “rimescolamento”, un'inversione dell'ordine dei fattori che non cambia il prodotto complessivo.




*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



9 nov 2014

Verso la fine dell'euro?

Secondo un recente sondaggio l'Italia è ormai il paese più euroscettico dell'eurozona; la maggioranza degli italiani non nutre molta fiducia nella moneta unica e auspicherebbe un ritorno a una valuta nazionale. Uno scenario ribaltato rispetto a qualche anno fa in cui il nostro paese era considerato tra i più entusiasti dell'unione monetaria. Contemporaneamente si sta assistendo a un analogo slittamento del ceto dirigente da una difesa sempre più tiepida a una vera e propria critica dell'euro che in alcuni casi giunge al punto da auspicarne la fine. Il Movimento Cinque Stelle, dove già da qualche tempo serpeggiavano posizioni sovraniste, ha abbracciato ormai apertamente la campagna anti-euro, mentre la Lega Nord di Salvini, che guadagna consensi nei sondaggi, ha fatto dell'opposizione a Bruxelles il proprio cavallo di battaglia. Persino nel PD, partito tradizionalmente pro-euro, si fanno largo posizioni sempre più critiche nei confronti dell'area valutaria europea.
Sta diventando chiaro ai più che l'euro così com'è non può reggere a lungo. La rigidità dei vincoli impedisce agli stati di reagire con efficaci politiche anticicliche al collasso economico sempre più incombente. Del resto una riforma o revisione dei trattati appare improbabile, perché si scontrerebbe con gli interessi della casta finanziaria e del governo tedesco, che sono quelli che dettano la linea delle politiche economiche europee. Una riforma dell'eurozona che possa sortire qualche effetto significativo dovrebbe somigliare più a una rivoluzione. Per cominciare agli stati dovrebbero essere concessi limiti di deficit molto più alti di quelli attuali, attraverso i quali ciascun governo possa aumentare la spesa pubblica e ridurre le tasse, in modo da rilanciare la domanda. Per non parlare di misure ancora più rigide, come il Fiscal Compact, che andrebbero semplicemente abolite. Del resto questo provvedimento potrebbe non essere sufficiente per i paesi mediterranei, a causa degli svantaggi competitivi dovuti al cambio fisso. Questo mette costantemente fuori mercato le merci dei paesi dell'Europa del Sud che sono privi della leva valutaria e si trovano così costretti a ridurre il costo del lavoro alimentando la spirale deflazionistica. Perciò si richiederebbe l'ideazione di meccanismi correttivi che trasferiscano risorse dai paesi più competitivi a tutti gli altri. Ma pensare che la Germania accetti misure del genere, andando a minare il proprio vantaggio competitivo, appare lontano da qualsiasi realismo. Sicuramente la deflazione dell'eurozona danneggia la stessa industria tedesca, la quale vede calare la domanda dei paesi europei che costituiscono la maggior parte del suo mercato. Ma piuttosto che accettare correttivi del genere, politicamente poco digeribili, tanto varrebbe per il governo della Merkel tornare al marco e accettare una rivalutazione.
Si potrebbe pensare che la BCE potrebbe ricorrere nuovamente al “whatever it takes” di Draghi, per salvare la moneta unica ed essere disposta a fare concessioni prima impensabili. Ma perché questi siano più di semplici palliativi che si limitino soltanto a rimandare la questione di pochi mesi, occorrerebbe che la Banca Centrale invece di continuare a prestare soldi alle banche, alimentando bolle finanziarie, intervenisse come “prestatore di ultima istanza”, finanziando, invece, gli stati. Ma per far questo dovrebbe modificare in misura rilevante il proprio statuto. L'unione monetaria sembra un congengo ideato proprio per evitare qualsiasi cambiamento radicale. Essa è una burocrazia verticistica priva di qualsivoglia controllo democratico dominata da un ceto che si ostina a seguire teorie macroeconomiche palesemente errate e smentite dai più autorevoli studi scientifici, oltre che dal riscontro empirico. Dall'epoca dei Trattati di Maastricht, che ne hanno sancito l'inizio, ad oggi, nulla è mutato, se non in un ulteriore irrigidimento di norme folli e senza alcuna logica economica. Credere che un manipolo di burocrati che finora non ha fatto altro che decantarne le lodi possa all'improvviso sconfessare la propria creatura, vuol dire non avere alcuna cognizione della realtà.
Mentre i sacerdoti dell'euro continuano a oliare la macchina della propaganda (sebbene una così larga fetta di opinione pubblica sia contraria alla moneta unica sui media mainstream quasi mai si accenna a un dibattito serio sul tema) e a proporre astrusi palliativi di nessuna o scarsa efficacia, nei paesi più colpiti dalla crisi monta il malcontento. In Francia già da diversi mesi il Front National di Marine Le Pen è in testa ai sondaggi e non ha mai nascosto che se vincesse le elezioni guiderebbe il paese transalpino fuori dall'euro. In Grecia Syriza sembra avere buone possibilità di vincere le elezioni e si rifiuta di applicare ulteriori misure di austerità e secondo qualcuno potrebbe anche decidere di tornare alla dracma. In Spagna i due partiti storici di potere, il Partito Popolare e il PSOE, attraversano un'emorragia di consensi senza precedenti, a tutto vantaggio della neonata coalizione di PODEMOS, già primo partito iberico, che prevede nel proprio programma l'abbandono dell'eurozona e la cessazione di tutte le politiche di austerità. Insomma, sembra che sempre più la domanda sulla possibile fine dell'euro non sia se, ma quando.
In tutti questi paesi, comunque, a guidare la rivolta sovranista sono partiti che hanno allo stesso tempo rigettato le politiche liberiste promosse in questi anni e propongono programmi con una forte impronta sociale. In Italia, invece, la questione è più complessa.
I partiti che si oppongono ufficialmente all'euro sono il Movimento Cinque Stelle e la Lega Nord; ad essi va aggiunta qualche voce della minoranza del PD. Di questi, il primo non mostra di avere le idee molto chiare circa le politiche da adottare in caso di ritorno alla Lira. Casaleggio ha affermato qualche tempo fa di voler tagliare la spesa pubblica, mentre Grillo pare riproporre le stesse teorie dell'avanzo primario che hanno devastato l'Italia, ma con una moneta diversa. Questo partito non sembra voler proporre un deciso affrancamento dalle politiche neoliberali che in questi anni hanno clamorosamente fallito, come del resto testimonia la scelta di allearsi, a livello europeo, col partito ultra-thatcheriano dell'UKIP di Nigel Farage. D'altro canto non pare esserci, nei Cinque Stelle, una proposta coerente di politica economica, ma si procede per suggestioni, spesso contraddittorie. Lo stesso cavallo di battaglia del “reddito di cittadinanza” rischia di essere seriamente controproducente, in quanto garantirebbe un reddito improduttivo, che cioè non crea occupazione e che sarebbe perciò soltanto foriero di inflazione. La Lega Nord, invece, una proposta ce l'ha. Però, anch'essa, non fa che rispolverare vecchie ricette neoliberali di epoca reaganiana, con una obsoleta “flat tax” (ovvero aliquota unica) che dovrebbe produrre crescita del PIL. Nella crisi economica più lunga da oltre un secolo, limitarsi a ridurre le tasse non produrrebbe gli effetti sperati. Peraltro, facendolo con un metodo iniquo, ovvero abolendo la progressività della tassazione, cosa che, oltre ad essere incostituzionale, avrebbe scarsi effetti sui consumi, porché avvantagerebbe principalmente i ceti più abbienti. Gli unici approcci che si avvicinano ad essere keynesiani si trovano nella minoranza del PD. Ma sarebbe credibile che un partito che ha traghettato l'Italia nell'euro, e che si è fatto promotore delle politiche di austerità (da Ciampi a Prodi) possa gestire un'“eurexit” e un rovesciamento dei paradigmi economici finora in voga?
È necessario, infatti, non solo interrogarsi sull'eventualità di un'uscita dall'euro, ma anche sulle modalità della sua gestione, e sul tipo di politica da adottare con il ritorno a una sovranità monetaria. Se si guarda al passato recente, quello che accadde all'Italia nel '92 può essere un'utile lezione. Anche allora l'Italia aderiva a un'unione monetaria, lo SME. In quell'anno lo SME crollò, per l'impossibilità di mantenere un tasso di cambio fisso tra le monete, ma i governi non mutarono politiche e applicarono misure di austerità, tutte volte a ridurre i deficit di bilancio e il debito pubblico, a forza di privatizzazioni, tasse e tagli della spesa pubblica. Nonostante il boom delle esportazioni delle aziende italiane, le quali godettero del riallineamento del cambio, la crescita italiana fu fortemente frenata da quegli interventi. Fu così che si arrivò al Trattato di Maastricht e all'euro che diedero la mazzata finale all'economia italiana, un'economia fino ad allora, nonostante tutto, e a dispetto di quanto dicono certi “moralizzatori” della finanza pubblica, tra le prime in Europa e nel Mondo.
Quello che bisogna capire è che l'euro è stata una scelta sciagurata dei ceti dirigenti e una imperdonabile leggerezza degli italiani che si sono lasciati trascinare in questa follia credendo a tutta la favolistica inventata dei media. Ma pensare che la sua fine produrrà magicamente benessere e progresso vuol dire svegliarsi da un sogno per cader vittime di un altro. Finché non si recupera non solo la sovranità monetaria, ma anche un approccio in politica economica che rimetta al centro lo Stato, sarà impossibile che l'Italia torni a essere una delle principali economie del continente. Il primo e importante passo da compiere, per ribaltare il paradigma politico-economico finora in voga, sarebbe quello di potenziare la spesa pubblica e non, come una volgare pubblicistica induce a fare, tagliarla, ridurla, “riqualificarla”, o qualsiasi altro sinonimo vogliamo utilizzare. Lo Stato dovrebbe invece attuare un piano per la piena occupazione, che intervenga per assegnare un impiego pubblico ai disoccupati. Una riduzione delle tasse (soprattutto indirette) che è senz'altro auspicabile, produrrà scarsi o nulli benefici se non è preceduta da un potenziamento della spesa pubblica che la riporti ai livelli che merita un paese civile. Uscire dall'euro è doveroso, ma non basta. È solo la precondizione per attuare una rivoluzione copernicana della finanza pubblica che recuperi i principi dello Stato keynesiano produttore di redditto e di ricchezza. L'unico vero strumento contro la crisi.


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19 giu 2014

Contro l'asse Berlino-Washington

Il sogno dell'occidentaliz-
zazione del globo, con la caduta del Muro di Berlino divenuta lo slogan del neoliberalismo, che doveva inaugurare un'era di pace e prosperità in tutto il Mondo da ovest a est, si è infranto contro un altro muro ben più invalicabile, quello della storia.
Come tutti gli imperi che crollano, anche l'Unione Sovietica con la sua scomparsa ha comportato una serie di catastrofi sociali, demografiche e politiche. Accadde con la fine dell'Impero Romano, con quella dell'Impero Ottomano, e non di meno con il crollo dell'URSS.
La potenza socialista non è stata sostituita da qualcosa di eticamente e politicamente preferibile. Ha creato soltanto dei popoli sradicati, in balia dei mercati e delle mire espansionistiche occidentali, ma anche in Occidente ha segnato la fine di ciò che rimaneva di un'idea di società alternativa.
Coloro che hanno gioito nel 1989 dovrebbero oggi ricredersi: non è stata garantita una vita migliore a quei popoli dell'ex Unione Sovietica, svegliatisi improvvisamente un giorno senza patria e senza governo; non c'è stato quell'avvenire di pace prospettato dai cultori delle presunti virtù democratiche dell'Impero Occidentale. Al contrario, dal quel 1989 è iniziata una serie infinita di conflitti bellici: 1991, Guerra del Golfo; 1992, guerra in Bosnia; 1996, guerra in Kosovo; 2001, guerra in Afghanistan; 2003, guerra in Iraq, fino ad arrivare alla guerra civile in Ucraina attualmente in corso.
Il crollo della potenza sovietica ha spianato la strada ai piani imperialistici americani oramai senza più alcun freno. Gli Usa hanno cercato, quasi sempre riuscendoci, di portare il conflitto in tutte le aree del pianeta non ancora sotto il loro controllo: nell'Europa dell'est, in Medio Oriente, in Nord Africa, in Estremo Oriente (soprattutto in Cina e in Corea del Nord, in questo caso però con scarsi risultati).
Hanno cercato di farlo per via diplomatica, creando e finanziando quei movimenti che miravano a rovesciare governi poco filo-americani (è il caso delle cosiddette “rivoluzioni colorate”) e, dove questo non era possibile, per via militare.
Ma la “fine della storia” profetizzata da Francis Fukuyama era solo un'utopia. L'egemonia mondiale statunitense durò poco più di una decade. Il ricostituirsi di uno stato russo e l'irrompere della Cina sarebbero state le “dure repliche della storia” alla tesi “post-storicista”.
Il “post-storicismo”, come il post-modernismo in ambito filosofico, proclama il dissolversi della modernità in nome di uno scetticismo totale che in realtà nasconde l'accettazione di una determinata visione del mondo: quella coincidente con l'ordine capitalistico occidentale ultra-liberista. Gli Stati Uniti hanno rappresentato la concretizzazione di questa ideologia sul piano politico-militare, mentre l'Unione Europea lo è stata su quello economico. Gli Usa avrebbero dovuto imporre la loro egemonia per via militare e strategica su tutto il globo; l'Unione Europea, fedele alleata, rappresenta il tentativo di spogliare gli stati dei loro poteri e di sottrarre l'economia al controllo della politica per imporre la concezione neoliberale nel Vecchio Continente, funzionale ovviamente agli interessi americani.
La speranza di chi crede che l'Unione Europea possa possa servire a contrastare l'egemonia americana si è rivelata una pia illusione. Gli Usa sono ben felici dell'unificazione europea, che ha annullato quel po' che rimaneva dell'autonomia delle nazioni europee. Lo scopo della UE è abolire le frontiere nazionali in nome della guerra ai nazionalismi per facilitare la mobilità dei capitali e favorire la penetrazione delle multinazionali americane.
Ma la supremazia statunitense sta volgendo al termine. Essa ha manifestato le prime crepe già alla fine degli anni Novanta, con l'emancipazione di alcune nazioni del Sud America, cioè proprio quel continente considerato il “cortile di casa” di Washington. Venezuela, Bolivia, e potenze emergenti come Argentina e Brasile, stanno portando avanti una politica estera di indipendenza quando non apertamente anti-Usa.
Sul versante orientale le cose non vanno meglio. Il fronte russo-cinese sembra destinato a sancire la fine dell'egemonia del dollaro. Il consolidamento del nuovo stato russo sotto la guida intelligente di Vladimir Putin ha arrestato, o quantomeno rallentato, la penetrazione euro-americana nelle repubbliche ex sovietiche.
Anche l'Unione Europea, la cui esistenza sembrava non discutibile fino a pochi anni fa, oggi si trova a dover fronteggiare una forte opposizione interna.
L'Ucraina rappresentava la frontiera della guerra imperialistica totale degli occidentali; l'obiettivo doveva essere quello di inglobarla nella NATO e renderla una postazione avanzata della scacchiera bellica del Pentagono e di includerla nella zona Euro, rendendola così ostaggio della finanza occidentale, in modo da stringere la Russia in una morsa . Ma Putin si sta opponendo tenacemente a questo tentativo e tutta la popolazione russa dell'Ucraina lo sostiene.
Si sono ricreati due blocchi, l'uno contro l'altro armati, con buona pace dei cantori di un disarmo unilaterale che in realtà rappresenterebbe la subalternità più totale agli Usa. Da una parte vi è l'Euramerica, fondata sull'asse Berlino-Washington, dall'altra l'Eurasia, costruita sull'asse Mosca-Pechino. Il ricostituirsi di un fronte anti-americano è utile ad arginare l'offensiva del capitalismo ultra-liberista. Il blocco euramericano si caratterizza per un'elevata finanziarizzazione del settore privato, antistatalista sul versante interno, mercantilista e imperialista su quello esterno. Quello eurasiatico invece è industrialista, statalista e protezionista. Quest'ultimo, pur presentando un assetto socio-politico criticabile, costituisce un fattore di stabilizzazione rispetto all'esplosione incontrollata dei conflitti dell'ultimo decennio su scala planetaria e di contrasto all'invasione imperialistica.
Le opposizioni europee, tuttavia, non sembrano ancora in grado di cogliere la portata di questa divisione. In particolare in Italia, si assiste a una sinistra, del tutto fagocitata ormai dalla linea euramericana, europeista e atlantista che ha ormai accettato supinamente la permanenza dell'Italia nella UE e nella NATO. Di contro, il Movimento Cinque Stelle, il maggior partito “anti-sistema” dello scenario italiano, si allea con un partito fortemente atlantista e neo-liberista composto da nostalgici della Thatcher. Il progetto dell'UKIP di Nigel Farage è semplicemente quello di costruire un'Europa anti-tedesca ma filoamericana. Come dire: dalla padella alla brace.
Una forza di opposizione consapevole dovrebbe invece non solo rigettare la burocrazia eurounionista, ma anche la NATO e le servitù militari. Dovrebbe promuovere accordi strategici con stati come la Russia o la Cina, ma anche con Brasile e Argentina, potenze emergenti in grado di accelerare il declino dell'egemonia statunitense.
Un partito filo-russo in Occidente, pur in modo critico e indipendente, potrebbe mettere in crisi l'unità dell'asse Berlino-Washington . Ma purtroppo questa forza non è ancora nata: dalla destra thatcheriana dell'UKIP alla sinistra pro-euro di Syriza le opposizioni risultano ancora incapaci di presentare una proposta coerentemente antimperialistica; circostanza spiacevole perché affida all'Europa ancora un ruolo secondario, al massimo coadiuvante, rispetto al conflitto, come accade ormai dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

15 giu 2014

Non c'è antifascismo senza anticapitalismo

Non si può dire che oggi la gloriosa tradizione dell'antifascismo non sia screditata, per colpa, soprattutto, degli stessi antifascisti.
In passato l'antifascismo ha svolto un ruolo importante, non solo nell'opposizione ai regimi fascisti tradizionali come si sono venuti a creare in seguito al primo conflitto bellico mondiale – ovvero al nazi-fascismo mussoliniano e hitleriano – culminata nella Resistenza; ma anche come risposta all'estrema destra golpistica e terroristica sviluppatasi nella seconda metà del Novecento.
All'antifascismo sono state mosse diverse critiche, anche da parte di alcuni pensatori marxisti e anticapitalisti. Ne sono un esempio quelle di Costanzo Preve e di Diego Fusaro, che vedono nell'antifascismo una strategia del Capitale finalizzata a dividere le masse popolari in uno scontro ideologico per allontanarle da un'opposizione al capitalismo. Questa tesi vede nell'antifascismo un retaggio ideologico ormai inservibile per gli anticapitalisti che viene usato per fini egemonici dalle élite. Una simile critica si estende anche alla sinistra nel suo complesso, come principale forza antifascista divenuta completamente organica al Capitale. Occorre abolire, dicono, le divisioni tra fascisti e antifascisti, come tra destra e sinistra, perché superate e utili solo a perpetuare divisioni dell'unico fronte che dovrebbe combattere unitamente il capitalismo.
Una simile lettura non deve essere demonizzata né superbamente ignorata dalla sinistra. Essa coglie un punto fondamentale: la degenerazione che l'antifascismo (e con esso tutta la sinistra) ha subito; questo ha finito per diventare una mera discriminante ideologica senza nessuna prospettiva critica dell'esistente, ma nel migliore dei casi acritica e nel peggiore apologetica. Questa deriva si inscrive in quella più ampia della sinistra di cui si è parlato su questo blog (v. La parabola discendente della sinistra. Da Marx a Tsipras).
Da una parte vi è chi usa la discriminante antifascista per portare l'acqua al mulino del neoliberismo, ovvero per giustificare l'erosione della sovranità nazionale operata dal globalismo economico. In questa narrazione gli stati sono ridotti ad apparato dei nazionalismi e dunque portatori di conflitti e di pratiche oppressive. Dall'altra vi è invece la sinistra odierna che, rigettato Marx, l'anticapitalismo e l'antimperialismo, ha abbracciato un progressismo astratto costruito su un'“etica dei diritti” astorica e disarticolata, sganciata dal reale contesto socio-economico. Questa specie di sinistra motiva le sue rivendicazioni affermando dei diritti generici, con una ragionamento di tipo circolare. Così tutti i soggetti vengono astrattamente equiparati, asserendone le libertà individuali, ma senza includerli in un progetto di emancipazione collettiva.
Venuto a mancare l'anticapitalismo, questa sinistra ha sentito il bisogno di individuare un discrimine con la destra che potesse motivare ancora la propria esistenza. E questo è stato appunto l'antifascismo. Ma tale antifascismo è stato del tutto sottratto alla dialettica storica, per diventare una opposizione ideologica a un fascismo altrettanto ideologico. Più che porsi sul piano del reale divenire storico e contestare il fascismo alla radice, la sinistra è rimasta al livello della sovrastruttura superficiale, in un'opposizione frontale alle “parole d'ordine” dell'estrema destra. Così al militarismo ha opposto il pacifismo, al tradizionalismo religioso il laicismo, all'autoritarismo un individualismo libertario, al nazionalismo un generico multiculturalismo.
Non ha saputo, questa sinistra, comprendere le mutate condizioni storico-sociali, e il diverso ruolo che ha assunto il fascismo nel corso del tempo. Così, essa si è armata contro quei reperti archeologici del tutto superati e ridotti al ruolo di mera testimonianza simbolica. Il risultato è stato, di conseguenza, che essa stessa è diventata un reperto archeologico. Ma, paradossalmente, ha resuscitato un cadavere; essa, infatti, doveva tenere in vita quel nemico per tenere in vita se stessa. Senza comprendere, e non volendo comprendere, quanto quel nemico rappresentasse un fascismo ormai superato ed esposto nei musei. Non si poteva, non si può andare oltre, perché ciò vorrebbe dire andare oltre quell'astratto progressismo che si è assunto alla base della propria rappresentazione. È stato pertanto facile per il neoliberalismo globalista reclutare questa sinistra nelle proprie guerre. Qualsiasi opposizione al globalismo dei mercati è stata presentata come reazionaria. Qualsiasi difesa della sovranità degli stati è stata descritta come nazionalistica. Qualsiasi stato che si opponesse all'imperialismo occidentale come fascista o dispotico.
E non è un caso se spesso la sinistra (anche se non senza voci di dissenso interno, bisogna dirlo) ha marciato al fianco del neoliberismo, come nel sostegno alle “rivoluzioni colorate” ovvero al tentativo di penetrazione degli Usa nell'est europeo; o nella mistificante esaltazione dei neonazisti ucraini (paradosso dell'antifascismo astratto) presentati come dei partigiani in lotta contro il tiranno Putin; nella glorificazione dei monaci tibetani anticinesi in nome di un candido irenismo come sempre a senso unico (ovvero quello dei piani imperialistici dell'Occidente); nell'avversione ai regimi arabo-isalmici, in nome della difesa della dignità femminile. Non che la Russia, la Cina, l'Iran, siano nazioni prive di contraddizioni e dotate di un assetto interno desiderabile. Ma il risveglio delle coscienze che giunge puntuale sempre quando fa comodo ai padroni americani, e mai, ovviamente, contro di essi (per lo meno quando alla Casa Bianca c'è un Obama o un Clinton) dovrebbe come minimo destare sospetto. Invece la sinistra, essendo diventata antistoricista, non comprende il particolare contesto nel quale maturano e si evolvono i conflitti su scala mondiale, finendo per ridursi al servizio, in nome dei “diritti”, del Capitale.
Quale più vivido esempio può essere portato a sostegno di questa analisi se non il modo in cui la sinistra, italiana in particolare, ha difeso a oltranza l'Euro e l'Unione Europea, ovvero i principali strumenti del capitalismo finanziario e del neoliberismo dominante? Limitata dal suo universalismo antistorico e individualista ha creduto all'ideologia del cosmopolitismo europeista. La sinistra si è così resa complice della “globalizzazione” (parola anch'essa mistificatoria) che a parole contestava.
In questo la critica di Preve e Fusaro è corretta. L'antifascismo della sinistra è oggi un mero gingillo ideologico che serve a ravvivare un conflitto puramente immaginario, il quale finisce per essere funzionale alle strategie delle élite dominanti.
Ma riconoscere questo, non significa che si debba gettare il bambino con l'acqua sporca, e rinunciare del tutto a una connotazione antifascista. La tesi di Preve e Fusaro trascura un evidente fatto storico. Ovvero il ruolo che hanno giocato i fascismi nella difesa dell'ordine capitalistico. Il loro compito è stato quello di fermare l'avanzata del proletariato, del socialismo e del comunismo in Occidente. Nel momento in cui il Capitale si è sentito minacciato da queste forze popolari non ha esitato a ricorrere a metodi duramente repressivi e tirannici. Il fascismo è stato il “sicario” del capitalismo in questa fase. Il quale non ha esitato nemmeno a sbarazzarsene una volta raggiunti i suoi scopi e quando il fascismo ha cominciato a diventare un alleato un po' troppo ingombrante. Questo è soltanto il primo fascismo. Esso ha una connotazione nazionalistica, statalista e colonialista.
Il secondo stadio del fascismo, che si afferma nel secondo Dopoguerra, si salda con l'imperialismo americano e il neoliberismo (l'uno o l'altro o entrambi). La sua più esemplare manifestazione è il Cile di Pinochet, teatro degli “esperimenti sociali” della Scuola di Chicago. Esso è stato lo strumento con cui gli apparati americani hanno ribaltato regimi o contrastato movimenti e partiti politici ad essi non graditi, al fine di conservare la propria egemonia geopolitica e militare, oltreché economica, in Occidente, inserendosi nel contesto del conflitto con l'Unione Sovietica.
Vi è, poi, un terzo stadio di fascismo, il quale si afferma in seguito al crollo del Muro di Berlino, ed è per certi versi la continuazione del secondo. É caratterizzato da una ancor più spiccata saldatura con il neoliberismo e un ormai dichiarato atlantismo. In Sud America è sostenuto dalle élite locali in funzione anticastrista e antichavista, in opposizione ai governi di socialismo “ibrido” dell'America latina. Nell'Europa dell'Est, in particolare in Ucraina, è invece antirusso e rappresenta il tentativo dell'imperialismo di conquistare i territori oltre l'ex cortina di ferro e di ridimensionare il peso geopolitico della Russia.
Vi è infine un quarto stadio, il quale non è più tanto funzionale agli interessi dell'Impero nordamericano, quanto ai disegni dell'aristocrazia finanziaria che domina l'Europa. Esso ha una impronta fortemente neomercantilista, antinazionale, antistatale, economicista. Ha lo scopo di demolire gli stati nazionali europei, abolire qualunque limite ai movimenti di merci e di capitali e concentrare il potere politico in istituzioni sovranazionali e oligarchiche. Gli strumenti di questo fascismo sono l'Euro e l'Unione Europea. Si rivela in un'ideologia segreta delle classi dominanti europee che è elitista, moralistica, antipopolare, anticonsumistica e contraria alla democrazia sotto qualsiasi forma. Gli ideologi e gli individui di questa aristocrazia sono a volte legati al vecchio nazi-fascismo e ad apparati massonici.
Quest'ultimo stadio del fascismo si caratterizza per il fatto che non si avvale di un consenso popolare diretto, non è dichiarato, e non ha un ruolo oppositivo, cioè puramente antimarxista, anticomunista e antioperaio, ma mira a piegare qualsiasi resistenza all'egemonia capitalistica e a sottomettere del tutto l'autorità politica ai suoi progetti economici. Esso si identifica del tutto con le élite, senza nessuna mediazione politica (come il vecchio fascismo).
Il fascismo oggi, dunque, non è soltanto un fossile, ma è un fenomeno reale, capace di riciclarsi e di adattarsi alle mutate condizioni storiche. Perciò tentare di liquidare l'antifascismo sarebbe un errore.
È necessario, semmai, attualizzarlo. Per far questo però la sinistra deve prima recuperare la sua tradizione anticapitalista e marxista, magari avvalendosi degli orizzonti aperti dalle teorie economiche antiliberiste degli ultimi decenni, in particolare keynesiane e post-keynesiane. In seconda istanza ha bisogno di comprendere come l'attuale fascismo si innesti nella odierna struttura socio-economica e il suo ruolo nel difendere ed estendere il dominio capitalistico. Infine, deve trovare un modo efficace di contrastarlo, che parta quindi da un'analisi della realtà sociale ed economica, invece che da un'“etica dei diritti”.
Da questo punto di vista, quindi, la tesi “post-antifascista” e “post-sinistra” di Fusaro e Preve presenta gli stessi limiti di coloro che accusano: ovvero di concepire il fascismo come una mera patologia avulsa dal contesto storico, senza vedere il suo ruolo di supporto del capitalismo, nelle diverse epoche. Essa, anzi, presta il fianco al travisamento della storia operato del post-modernismo da loro stessi criticato, il quale proclama la fine delle “grandi narrazioni” e dei “pensieri forti”. La tesi della fine della dicotomia destra/sinistra, come di quella fascismo/antifascismo, viene usata proprio da coloro che decretano frettolosamente la “morte delle ideologie” e con essa di qualsiasi pensiero anticapitalista e realmente emancipativo, e che infatti sono i più incalliti sostenitori dell'ordinamento economico attuale, al più perfezionato da qualche miglioria estemporanea. Non è un caso che la principale manifestazione politica del presunto superamento di questa dicotomia è un partito, il Movimento Cinque Stelle, che più che porsi entro un orizzonte “altro” ha accatastato in modo poco coerente proposte di destra e proposte di sinistra, dichiarandosi a favore, nello stesso tempo, ad esempio, della campagna a favore dell'acqua pubblica, come della drastica riduzione della spesa dello stato (v. I finti keynesiani). Un miscuglio poco coerente di chi è vittima di un astrattismo non meno nocivo di quello della sinistra odierna. Questo movimento, con la sua protesta pulsionale e disarticolata, è ben lontano dall'incarnare una critica al capitalismo.
Vanno allora distinti quei fenomeni di “folclore” fascista esclusivamente dediti all'esercizio di una memoria rituale e del tutto marginali, dal fascismo vero e proprio che opera attivamente e che è funzionale al Capitale e alle strategie delle élite. In questo senso si può e si deve tenere in vita una sinistra antifascista, ma solo a condizione che essa sia una declinazione di un maturo e consapevole anticapitalismo e non una mero momento autocelebrativo.


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http://en.wikipedia.org/wiki/National_Liberation_Committee

1 giu 2014

Non chiamateli fascisti

La vittoria del Front National alle elezioni europee, che lo consacrano primo partito francese, legittimano la forza guidata da Marine Le Pen a capo dell'opposizione politica all'establishment europeo.
Non che lo schieramento anti-euro e anti-troika sia omogeneo e coalizzato. In esso vi confluiscono gruppi di diversa vocazione: identitari e anti-immigrazione come il PVV olandese, regionalisti e federalisti come la Lega Nord italiana, neoliberisti e securitari come l'UKIP di Nigel Farage, nazionalisti come il Danish People Party, ma anche socialdemocratici come il Partito Socialista Portoghese e di sinistra e anticapitalisti come PODEMOS in Spagna o il Partito Comunista Greco.
In questo scenario estremamente variegato il partito di Marine Le Pen si pone, per sua natura, come una sintesi tra le varie anime. In esso, infatti, si può dire confluiscano tutti gli aspetti e i principi dei partiti euroscettici.
Si possono enumerare tre anime che rappresentano questo schieramento:
Una sovranista e democratica. Ovviamente la fondamentale. Essa esprime la richiesta di ritorno a valute nazionali e al recupero del potere degli stati ormai di fatto esautorati dai trattati, quindi il recupero della democraticità e rappresentatività delle istituzioni nazionali. Quest'anima accomuna tutte le forze euroscettiche.
Una antiliberista e statalista, che rivendica la necessità da parte degli stati di dirigere l'economia anche attraverso la possibilità di nazionalizzare importanti comparti strategici. Quest'anima non appartiene alle forze più liberali, come l'UKIP di Frage che hanno una linea di politica economica di stampo “thatcheriano”.
Una identitaria e anti-immigrazione, che contraddistingue quelle forze che vogliono porre forti limiti all'immigrazione e rivalutare la cultura e le tradizioni locali e nazionali. Quest'anima ovviamente non è propria, o lo è solo in parte, dei partiti della “sinistra euroscettica”.
Ma tutte e tre queste anime si ritrovano nel Front National.
Sebbene i media abbiano etichettato il partito francese come fascista o di estrema destra, in esso convivono diverse culture e istanze. La stessa Marine Le Pen si rifiuta di identificare il proprio partito come iscrivibile in una determinata area politica posta sull'asse destra-sinistra.
Non è un mistero che, sebbene la base tradizionale del FN sia conservatrice e ai tempi di Le Pen padre potesse essere collocata in un'area di destra radicale, ad oggi buona parte dell'elettorato è rappresentato da lavoratori ed ex socialisti delusi dal PS al governo.
Inoltre diversi importanti esponenti provengono da un'area marxista, come l'ideologo Jacques Sapir, o la deputata comunista Anne Rosso-Roig.
Il Front National unisce quindi diverse anime, è una sorta di sintesi dell'euroscetticismo e della protesta anti-austerità che avanza in Europa. Uno schieramento eterogeneo sarebbe infatti difficilmente unificabile, come testimonia il fatto che i partiti ad esso riferibili militano in gruppi parlamentari diversi e spesso opposti.
Ma il Front National, pur con tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti innegabili, incarna la funzione strategica di rappresentare e di portare avanti gli interessi di tutta quest'area. Esso è un baluardo anti-austerità, poiché svolge un efficace ruolo di destabilizzazione della zona euro. Una eventuale uscita della Francia dall'euro renderebbe infatti molto probabile il crollo della moneta unica.
I media e i partiti politici eurofili gridano l'allarme paventando una possibile deriva fascista dell'Europa in caso di successo dei partiti euroscettici come quello di Marine Le Pen.
Effettivamente esiste questo pericolo, ed anzi esso sta già diventando realtà, ma non ad opera del Front National, ma proprio a causa della piega autoritaria che ha preso il processo di unificazione europeo. Esso non è proceduto di pari passo con il volere popolare, ma malgrado questo, ed anzi è stato possibile proprio privando gli stati nazionali e le istituzioni democratiche di qualsiasi potere ed “espropriandoli” della loro sovranità in modo illegittimo e contro le costituzioni democratiche di tutti i paesi. Accanto a questa perdita di sovranità si è assistito a un'acquisizione sempre crescente di potere giuridico ed economico da parte di organismi oligarchici totalmente sganciati dal controllo democratico come la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea. La politica economica imposta da queste istituzioni ha altresì creato una situazione di recessione e di impoverimento dei popoli europei rendendo impossibile qualsiasi inversione di rotta e politica anti-ciclica all'interno del sistema Euro. Quello che è stato un vero e proprio “golpe silenzioso” è stato sottaciuto dai media che continuano (come fanno tutti gli apparati di propaganda dei regimi autoritari) a elogiare e difendere l'unificazione monetaria e l'Unione Europea anche adesso che la manifestazione degli effetti nefasti risulta incontrovertibile.
Non è un caso che i governi che entusiasticamente sostengono l'Euro sono stati allestiti non dal voto popolare, ma da un colpo di stato finanziario a tutti gli effetti, come avvenuto in Grecia e in Italia.
Nella nostra penisola, in particolare, gli ultimi tre governi succedutisi non sono mai passati per il voto popolare, nonostante l'appellativo del partito che più li ha sostenuti, che si fa chiamare, vien da dire sarcasticamente, “democratico”.
In questo scenario appare quantomeno surreale che si rivolga alla Le Pen e al suo partito l'accusa di fascismo, quando essi si richiamano, invece, ai principi democratici e alla legittimità del voto popolare contro l'autoritarismo economico della tecnocrazia europea.
L'accusa di estremismo di destra appare tanto più ridicola se si considera il processo storico di affermazione dei fascismi. Questa è avvenuta con il ricorso a mezzi illeciti e alla coercizione, con la repressione e la eliminazione anche fisica degli avversari e incutendo un clima di terrore tra la popolazione. Circostanze che mancano del tutto nel risultato del partito di Marine Le Pen il cui successo è frutto del solo voto popolare, di contro al governo fantoccio dei socialisti tenuto in piedi per volontà degli interessi corporativi del grande capitale.
Il fascismo storico, inoltre, si avvale della collaborazione o della non interferenza dei capitalisti e delle forze politiche fino ad allora dominanti. Queste, per scongiurare il pericolo di una rivoluzione, o quanto meno di una svolta storica favorevole alle masse, avvertita come possibile in seguito all'avanzata del movimento operaio e delle organizzazioni socialiste, anarchiche, comuniste e rivoluzionarie, hanno “chiuso un occhio” sui soprusi perpetrati dai fascisti, illudendosi che questi, una volta annientato il “pericolo rosso”, avrebbero rinunciato al controllo delle istituzioni, o quanto meno lo avrebbero con loro condiviso.
Ma quello che avviene ora è che il capitale internazionale e i partiti dell'establishment (raccolti nei gruppi europei del PPE e del PSE) hanno dichiarato una guerra senza quartiere a tutti coloro che si oppongono al progetto egemonico delle élite tecnocratiche, compreso ovviamente il FN.
Nessun fascismo può affermarsi senza l'alleanza col grande capitale e l'accordo con il ceto politico egemone. Sarebbe un macroscopico errore di valutazione per Marine Le Pen e i suoi pensare di poter seguire lo stesso percorso. Al contrario, la funzione storica di questo partito è quello di dar voce ai popoli europei e di difendere la democrazia parlamentare (tipico obiettivo polemico dei fascisti, di ieri e di oggi) contro le oligarchie internazionali che vogliono privare i popoli dei loro diritti politici de facto. Chi è che invece si avvale dell'appoggio delle classi capitalistiche? Di sicuro i i partiti egemoni principali responsabili politici della crisi, sebbene si facciano chiamare “democratici” o “socialdemocratici”. Chi asserisce la necessità di delegare i poteri dei governi e dei parlamenti nazionali a delle istituzioni sovranazionali per eliminare l'“inefficienza”, o la “corruzione”? Quegli stessi partiti, per le stesse ragione per cui i fascisti di un tempo sostenevano la necessità di una gestione autoritaria del potere politico. E chi sono, invece, coloro che si oppongono a questi sedicenti democratici e a questa sorta di “tecno-moralismo”? Proprio quei gruppi euroscettici, e soprattutto uno, delegittimati da una feroce campagna stampa.
L'apposizione di questo marchio infamante sul Front National è funzionale invece a un disegno egemonico delle élite che cercano di dividere lo schieramento sovranista. In questo modo essi, infatti, possono fare appello a quelle forze che più sono sensibili all'avversione nei confronti del fascismo.
Non a caso, quelle stesse élite, come quelle stesse forze politiche che le spalleggiano, non si fanno alcuno scrupolo a sostenere i fascisti e i neonazisti autodichiaratisi tali, laddove, come in Ucraina, sono funzionali ai loro stessi interessi. Foraggiando i neonazisti ucraini che aggrediscono e terrorizzano il popolo russofono essi sperano infatti di strappare l'Ucraina dalla sfera di influenza russa e di permetterne l'ingresso nella NATO e nell'Euro.
In questo caso quei politici che accusano la Le Pen di fascismo non si fanno problemi ad offrire pubblicamente sostegno ai veri fascisti.
La critica che invece si può rivolgere, dopo aver fatto giustizia di tutte le polemiche opportunistiche, è sicuramente in merito alla posizione sull'immigrazione del FN, come di altri partiti. Invece che limitarsi a denunciare il problema di ordine pubblico scaturito dalla gestione dei flussi migratori, ed affrontare la questione da una prospettiva puramente negativa e sanzionatoria, bisognerebbe porre le basi perché l'immigrazione non rappresenti più un problema, attraverso una politica tanto di tutela nei confronti della specificità culturale “autoctona” quanto di rottura di quella spirale che porta alla ghettizzazione delle minoranze etniche come conseguenza degli squilibri sociali ed economici.
Se l'idealismo multiculturale del blocco eurocratico pecca nel voler difendere un cosmopolitismo astratto, auspicando un processo di integrazione e di contaminazione culturale ma senza preoccuparsi di garantire le basi materiali ed economiche indispensabili a un tale processo, l'identitarismo del FN non fa che stigmatizzare una situazione di etnicizzazione del conflitto prendendola per assoluta e inevitabile, senza vedere che quella etnicizzazione cela in realtà un più profondo conflitto di classe e una strategia di dominio delle élite capitalistiche.
Ma sono senz'altro le politiche sciagurate delle classi dominanti e dei loro alfieri politici a causare una reazione xenofoba, laddove queste politiche favoriscono la mobilità di persone come fossero merci ma senza assicurare una base sociale ed economica che permetta di assorbire senza tensioni un afflusso di immigrati.


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