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30 set 2017

Populisti opportunisti*

Se qualcuno si è fatto illusioni sui partiti cosiddetti populisti in merito alla loro presunta opposizione ai dispositivi economici in vigore deve oggi fatalmente ricredersi. 
Molti, nell’euforia di alcuni esiti elettorali, si sono rappresentati una contrapposizione irriducibile e all’ultimo sangue tra due schieramenti, globalisti da una parte e populisti dall’altra. I primi sono espressi politicamente dai partiti, dalle correnti e dagli individui che tradizionalmente hanno gestito e gestiscono il potere politico in Occidente (da Bush a Clinton, da Holland a Macron, da Blair a Cameron, da Merkel a Schultz, da Monti a Renzi); questi sarebbero i rappresentanti del globalismo economico più spinto e i nemici giurati dei populisti, i quali invece formerebbero un fronte variegato e trasversale che però ha in comune l’opposizione intransigente al “mondialismo” dei primi; si va così dalla Le Pen a Salvini, da Farage a Trump, passando per Podemos e Grillo.
Questa narrazione – che è complementare a quella di chi vede nella globalizzazione un momento di progresso e non riesce a individuarne le dominanti istanze de-emancipative – ha una grande carica semplificatrice e come tutte le semplificazioni emana un enorme fascino. Peccato che è falsa.
La storia, come sempre, fa giustizia di tutte queste frettolose e illusorie interpretazioni. La lotta anti-austerità della sinistra greca di Syriza si è dialetticamente mutata, con l’ascesa di Tsipras al governo, nel suo contrario, perché non costruita su una solida base teorica e su una analisi economica all’altezza. Trump, considerato il simbolo della “deep America” dimenticata dalla globalizzazione, appena eletto si è allineato alla politica estera aggressiva e imperialista dei suoi predecessori, minacciando Iran, Cina e Corea del Nord. Marine Le Pen, paladina della destra antimondialista, ha cominciato ad ammainare la bandiera della retorica anti-euro ben prima della netta sconfitta inflitta da Macron. Questa è la strada seguita anche dai populisti nostrani, Lega Nord e Movimento Cinque Stelle. Salvini, che deve la sua ascesa alla folata pseudo-sovranista e alla polemica contro l’Euro, ha cominciato a marginalizzare questi temi dalla sua agenda e ad attenuarne la iniziale intransigenza. Così scopriamo a un tratto che “Stare in Europa sì, ma da pari a pari, non con il cappello in mano” e che non si parla più di uscita dall’euro perché sarà l’euro che “cadrà”, quindi “o faccio finta di niente fino al giorno in cui cadrà, oppure mi preparo un attimo prima e penso a cosa fare il giorno dopo prima che il tetto mi crolli sulla testa”. Del resto la possibile alleanza con Berlusconi, che contro l’euro non lo è mai stato, è già una prova delle reali intenzioni del Carroccio. Nel partito esiste un’anima profonda di leghisti della prima ora per nulla soddisfatti degli ammiccamenti di Salvini a economisti come Borghi o Bagnai; quest’ala, composta da dirigenti di primo piano quali Maroni, Zaia e lo stesso Bossi, non vuole alienarsi il possibile appoggio di banche e industriali e non ha mai mostrato nessun interesse per l’anti-eurismo, che anzi sembra aver finora tollerato con fastidio. D’altro canto lo stesso programma economico leghista è tutt’altro che una dichiarazione di guerra alle oligarchie economiche, con la sua proposta di aliquota fiscale non progressiva a vantaggio dei ceti più ricchi. 
Ma il Movimento Cinque Stelle non è da meno. Non si contano le volte in cui Grillo ha cambiato idea sull’euro, a seconda dell’occasione e delle indicazioni demoscopiche, ma, a parte questo, sembra lanciato Luigi Di Maio come candidato incontrastato del Movimento, ovvero uno dei dirigenti meno “antagonisti”, anche nella retorica. Sostenuto da Davide Casaleggio è il volto rassicurante dei Cinque Stelle quando questi devono presentarsi di fronte al potere economico. Di Maio sfruttando l’occasione propizia ha subito chiarito che l’uscita dell’euro resta un’eventualità improbabile, e ha ribadito l’adesione indiscussa all’Unione Europea[5], che comunque non è mai stata messa in dubbio. Al Forum Ambrosetti, di fronte quindi alla platea più globalista ed europeista che si possa immaginare, Di Maio ha avuto cura di specificare che “Non vogliamo un’Italia populista, estremista  o anti-europeista” è ha dichiarato la sua ammirazione per il governo di Rajoy, i cui tagli alla spesa sociale e la cui aggressione ai diritti dei lavoratori sono abbastanza noti. Lo stesso programma dei Cinque Stelle, con la proposta del reddito di cittadinanza, sebbene possa apparire come progressiva, è in realtà un ricatto ai lavoratori.
Al Forum di Cernobbio c’erano le due promesse del populismo italiano, con Di Maio anche Salvini. La loro partecipazione non è certo casuale, ma serviva a tranquillizzare le oligarchie la cui egemonia i due demagoghi non sono intenzionati a porre in discussione. Tutti i demagoghi percorrono sempre la stessa parabola: un’iniziale opposizione rabbiosa al potere, più o meno radicale, ma irriflessa, che sfrutta l’insoddisfazione popolare senza chiarirla ed elevarla, che poi si muta progressivamente in piena legittimazione dello stesso man mano che quel potere si avvicina. Questo profilo è quello di Trump, della Le Pen, di Salvini, dei Cinque Stelle (ma anche, in un certo qual modo, di Renzi). Alcuni di questi populismi irriflessi, e La Lega e i Cinque Stelle sono i casi esemplari, toccano in realtà solo marginalmente questioni che potrebbero irritare le oligarchie e incidere sull’assetto socio-economico. Queste questioni, però, sono considerate in modo astratto e isolato, private quindi della loro carica potenzialmente sovversiva. È il caso della sovranità, che viene intesa in senso esclusivamente monetario, come semplice proprietà della moneta, dimenticando la sovranità economica, quella militare e quella popolare. Questi partiti populisti, infatti, possiedono al proprio interno gli anticorpi per disinnescare ogni possibile deviazione anti-oligarchica. Tali anticorpi sono dovuti in primo luogo alla totale assenza di una struttura teorica (e spesso anche burocratica, come nel caso dei Cinque Stelle) che permetta un’analisi adeguata della condizione attuale, e che costringe a puntare tutto sulla rabbia popolare mediatizzata e sul malcontento irriflesso; in secondo luogo alla centralità di questioni mediaticamente rilevanti ma del tutto irrilevanti sul piano dei rapporti economici e del dominio di classe, quali lo sbarco di immigrati o i vitalizi politici.
Dunque, lungi dall’essere un’arma antiglobalista e antioligarchica, tantomeno antiliberista e anticapitalista, il populismo non intende – e non ne sarebbe neanche in grado – modificare l’assetto socio-economico neoliberale, ma vuole soltanto contendere ai partiti attualmente al governo la gestione politica di quell’assetto. Si tratta perciò di una lotta tutta interna al “fronte” (se così si può chiamare) globalista e neoliberale. La vera opposizione a quest’ultimo a livello politico non è ancora nata, e nascerà soltanto quando si smetterà di inseguire la rappresentazione mediatica del popolo e si intraprenderà una vera analisi teorica della condizione attuale, affiancata da una struttura organizzativa solida.












*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente

Tangentopoli venticinque anni dopo*

“Credo sia molto importante ricordare che, nonostante un impegno durato 13 anni, la corruzione non è diminuita in questo Paese”. Queste parole di Gherardo Colombo, recentemente pronunciate, possono riassumere l’esito delle indagini di Mani Pulite. 
Il 17 febbraio 1992, veniva arrestato il socialista Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, per via di tangenti su un appalto. Era l’inizio ufficiale di quel fenomeno entrato nella storia italiana con il nome di “Tangentopoli”. Un pool di magistrati condusse l’inchiesta di Mani Pulite che rivelò un sistema di tangenti diffuso gestito dai partiti e che coinvolgeva tutti i settori della società civile.
Le speranze di molti furono concentrate sui magistrati inquirenti, osannati come gli eroi di una rigenerazione della società italiana, di una “rivoluzione civile” che avrebbe dovuto estirpare la corruzione considerata l’origine di tutti i mali che affliggevano l’Italia. A distanza di venticinque anni si può dire quanto queste fossero nient’altro che pie illusioni.
“Forse la corruzione oggi” afferma Colombo “è meno organizzata di un tempo, perché in quel periodo esisteva proprio un sistema di corruzione legato al finanziamento illecito dei partiti politici. Oggi la corruzione è sempre agli stessi livelli di diffusione, ma è un pochino più anarchica, meno sistematica”. E questo è il cambiamento più rilevante del fenomeno corruttivo, mutato nella qualità, non nella quantità; nella Prima Repubblica esso era gestito dai partiti che se ne servivano per alimentare le costose macchine di propaganda di cui necessitavano nel periodo di un durissimo scontro ideologico manifestatosi in Italia con particolare virulenza. Con il crollo del Muro di Berlino, quel sistema di finanziamento diventava superfluo. Il capitalismo emergeva come unico sistema sociale e non aveva più bisogno di tenere in piedi enormi macchine da guerra ideologiche per fronteggiare un nemico oramai agonizzante. Ma veniva meno soltanto una particolare conformazione della corruzione, non la corruzione in quanto tale, che, come ha notato l’ex magistrato, oggi è decentrata ma non meno presente. Era possibile aggredire e sbarazzarsi, questo sì, dei pesanti apparati burocratici capaci di mobilitare una quantità considerevole di persone; tali apparati, non solo non servivano più, ma erano d’intralcio alla nuova epoca che esigeva la depoliticizzazione della società e un ripiegamento nella sfera privata (o, per meglio dire, un dispiegamento del privato a fronte dell’erosione del pubblico). E tale è stato il vero ruolo di Tangentopoli; si è trattato di una guerra contro i partiti e contro la politica, non di una guerra contro la corruzione.
Quest’ultima è fenomeno strutturale alla società capitalistica, e pertanto in essa ineliminabile. L’espansione del capitalismo significa adeguamento alla forma merce e diffusione del denaro quale mezzo di scambio universale, ovvero introduzione dell’economia di mercato in tutti i meandri della società. Le cariche politiche, come qualsiasi altra carica, non sono immuni – perché dovrebbero? – dal processo di mercatizzazione, legale o illegale che sia (esiste anche una corruzione legalizzata: quella delle “donazioni” delle aziende ai politici, sistema da sempre diffusissimo negli Stati Uniti e ora approdato anche in Italia) e anch’esse diventano una merce.
Pertanto non sarà certo un’indagine dei magistrati, una campagna stampa o una serie di leggi, tutti interventi che restano a livello sovrastrutturale, che potranno debellare un fenomeno strutturale. Tali interventi potranno, nel migliore dei casi, contenerlo, mai sradicarlo. È, in realtà, faccenda molto più antropologica che politica o giudiziaria, come sembra intuisca vagamente anche Colombo. La rigenerazione sociale, pertanto, non potrà mai partire dalla lotta alla corruzione; all’opposto, sarà soltanto un’autentica rigenerazione sociale che condurrà all’estirpazione della corruzione da una realtà sulla quale non sarà più in grado di attecchire. 
Le campagne moralistiche non potranno mai intaccare, se non superficialmente, il fenomeno. Ne è la prova Tangentopoli, che è stata il risultato di un miscuglio di diversi fattori, non soltanto giudiziari, ma anche politici, mediatici, geopolitici ed economici. Ma queste campagne potranno ottenere risultati diversi da quelli dichiarati. Il risultato ottenuto in Italia è stato la liquidazione della “vecchia politica”, cioè della politica che godeva ancora di un discreto livello di autonomia e di facoltà direttiva. 
L’autonomia della politica era necessaria in un contesto nel quale si fronteggiavano due attori, il lavoro e il capitale. Il ceto politico rappresentava un medium tra i due, che consentiva ai lavoratori da un lato di veder riconosciute alcune istanze, e ai capitalisti dall’altro di conservare il controllo sui processi di produzione. Con la destrutturazione e decentralizzazione degli apparati produttivi e la fine del modello fordista il lavoro smetteva di essere un blocco sociale omogeneo, mentre il capitale si finanziarizzava e si internazionalizzava. Questo mutamento fu intuito già da Berlinguer, che spostò il baricentro del PCI dalla questione sociale alla questione morale, inaugurando il moralismo della sinistra, con il quale, essa, più tardi, proprio a partire dallo scoppio di Tangentopoli, poté proporsi come elemento politico non più “progressivo”, ma di adeguamento alle mutate esigenze del capitalismo. Furono proprio le linee dirigenti post-PCI a essere risparmiate dalle inchieste, o soltanto sfiorate, dovendo esse assumere il ruolo del “liquidatore” dell’autonomia della politica. 
Il crollo dell’Unione sovietica, poi, forniva una spinta ulteriore a questo processo, che altrimenti avrebbe rischiato di arenarsi. 
Ciò che ha dimostrato Tangentopoli è che la “lotta alla corruzione” non colpisce in realtà la corruzione ma la politica. Alcuni recenti avvenimenti internazionali sembrano confermarlo, ad esempio la destituzione di un governo in Brasile attraverso un colpo di stato mediatico-giudiziario, che presenta molte somiglianze con il periodo di Mani Pulite, la protesta “popolare” in Romania contro un governo non proprio entusiasta delle direttive europee, l’uso della retorica moralista in molte campagne elettorali, come quella del banchiere Gulliermo Lasso in Ecuador contro l’avversario erede del governo progressista in carica, e infine si potrebbe citare l’esagerazione del fenomeno corruttivo in Grecia spacciato come causa della crisi economica per giustificare il commissariamento del Paese da parte della Troika.
In tutti questi casi le oligarchie sembrano servirsi delle campagne moralistiche come mezzo per destabilizzare governi non graditi, colpire esponenti politici avversi o imporre la propria agenda politica. Le vicende di Tangentopoli, in ciò, hanno fatto “scuola”, hanno segnato l’elaborazione e la sperimentazione di una nuova strategia.












*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente

31 ago 2017

Perché odiamo l’Islam?

È, senza alcun dubbio, la religione più odiata in Occidente. Se dovessimo fermare dei passanti per la strada e domandare loro che cos’è che induce a odiare l’Islam si otterrebbero diverse risposte: l’atteggiamento nei confronti delle donne, l’intolleranza per le altre fedi, il fondamentalismo; tutte risposte basate, per lo più, su resoconti semplicistici dei media, che tendono a identificare una religione estremamente complessa con alcune sette e frange minoritarie di essa, oppure a esagerare la portata di alcuni fenomeni realmente presenti nella cultura islamica. Ma se poi tentassimo di fare una cernita di tutte le risposte ottenute, probabilmente noteremmo una parola ricorrente sulla bocca degli intervistati: terrorismo. Sui giornali e nei notiziari televisivi, infatti, è abituale affiancare questa parola alla religione musulmana, contrariamente a quanto avviene con tutte le altre religioni – e non perché queste non abbiano espresso al loro interno tendenze terroristiche. In effetti, quando si pensa al terrorismo, la prima cosa che viene in mente è proprio l’Islam. È, questa, una novità assoluta nell’immaginario collettivo degli ultimi 15-20 anni. Basti pensare che, solo qualche anno prima, almeno in Italia, questa parola era affiancata alle stragi, a Piazza Fontana, oppure alle Brigate Rosse. In altre parole, il terrorismo era un fenomeno essenzialmente politico, con nessun tipo di collegamento (almeno nell’immaginario comune) con le religioni. Com’è possibile che, tutto ad un tratto, si è scoperto il “terrorismo islamico” e gli occidentali sono diventati improvvisamente islamofobi?
Prima di rispondere a questa domanda soffermiamoci a considerare uno dei più diffusi luoghi comuni sull’Islam: il Corano conterrebbe già in sé la giustificazione di attentati come quello dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle oppure come quelli nel 2004 a Madrid, o come quello al “Bataclan” a Parigi, oppure come quello di Manchester, e così via. Il Corano, insomma, giustificherebbe ed esorterebbe alla violenza contro gli infedeli. I fedeli musulmani sarebbero incentivati a morire per la loro fede per ottenere la gloria eterna e divertirsi in paradiso con le vergini uri; questa credenza è stata diffusa soprattutto grazie ai libri e agli articoli di alcuni giornalisti di grido, tra i quali Oriana Fallaci è senza dubbio la più conosciuta presso il pubblico italiano. Si potranno trovare in rete, dopo una rapida ricerca, diversi versetti coranici che proverebbero la naturale tendenza dell’Islam al terrorismo. “Ognuno di voi si metta la spada al fianco; percorrete l'accampamento da una porta all'altra di esso, e ciascuno uccida il fratello, ciascuno l'amico, ciascuno il vicino!”. “Or dunque uccidete ogni maschio tra i fanciulli e uccidete ogni donna che ha avuto rapporti sessuali con un uomo,  ma conservate in vita per voi tutte le fanciulle che non hanno avuto rapporti sessuali con uomini”. “In quel tempo prendemmo tutte le sue città e le votammo allo sterminio: uomini, donne, bambini; non vi lasciammo nessuno in vita”. “Ecco mia figlia che è vergine, io ve la condurrò fuori, abusatene e fatele quello che vi pare; ma non commettete contro quell'uomo una simile infamia”. Senz’altro si tratta di versetti che urtano la sensibilità del lettore moderno. Tuttavia, quelli succitati, non si trovano nel Corano, bensì nella Bibbia, rispettivamente: Esodo 32:27, Numeri 31:17-18, Deuteronomio 2:34, Giudici 19:24. Ma non si fraintenda; non si tratta di accusare una religione invece che un’altra, o di giudicarla sulla base di alcuni estratti del suo libro sacro: bensì di capire che sia la Bibbia che il Corano sono un assemblaggio postumo di testi. Anche la trascrizione completa del Corano avvenne solo diversi anni dopo la morte di Maometto. Di conseguenza sarà arduo trovare una coerenza interna. Accanto a passi edificanti se ne potranno trovare altrettanti da cui il lettore odierno si sentirà distante. Le religioni non sono certo la mera applicazione dei testi sacri, la pura lettera di essi, ammesso che questa esista (ogni lettura di un testo è sempre una sua interpretazione). Esistono tante esegesi possibili quante sono le varie confessioni di ogni fede. Parlare di Islam, come parlare di Cristianesimo, è, in effetti, una semplificazione che non rende giustizia alle diversità interne. 
Ma anziché addentrarci in uno studio comparato delle religioni – che lasciamo agli esperti del settore – sarà qui utile una nota storica: sebbene il Corano abbia una vita plurisecolare e millenaria, le correnti terroristiche dell’Islam esistono da non prima del secondo dopoguerra; tolte alcune eccezioni come la setta dei Nizariti (che comunque non ha, lo diciamo a scanso di equivoci, nulla a che spartire con l’Isis o Al Qaeda, e lo si evince già solo considerando il fatto che essa, al contrario di queste, era sciita e non sunnita) il terrorismo islamista assurge a fenomeno di rilievo appena nella seconda metà del Novecento, in particolare in concomitanza con l’emergere delle tensioni in Palestina. Anche il fondamentalismo cui si ispirano le attuali formazioni jihadiste originariamente non aveva nulla di terroristico. Vale per il wahabismo, ma vale anche e soprattutto per il salafismo, che in passato non era neanche fondamentalista ma persino “riformista” e tollerante nei confronti dei non musulmani. La “radicalizzazione” di alcune correnti dell’Islam si ha solo in seguito all’incontro-scontro di esso con l’Occidente: o come reazione antimodernista rispetto all’occidentalizzazione dei paesi musulmani, o come risultato dell’influenza colonialista e imperialista delle potenze occidentali. Sotto quest’ultimo aspetto si considerino due esempi; il primo, che riguarda l’arco di tempo compreso tra gli ultimi anni del XIX secolo e gli anni Venti del XX, durante il quale si ha la costituzione dell’Arabia Saudita come stato: in questo periodo l’impero britannico favorisce l’espansione del wahabismo, che così si diffonde rapidamente in tutta l’area, per arginare l’impero ottomano suo rivale; il secondo esempio, invece, riguarda la storia più recente e nota, ovvero l’appoggio logistico, miliare e finanziario che gli Stati Uniti danno ai mujaheddin in Afghanistan per contrastare i sovietici. È a questa circostanza che si deve la nascita di Al Qaeda e, quindi, in seguito, dell’Isis.
Abbiamo dunque mostrato che l’Islam non è una religione intrinsecamente terroristica ma che alcune correnti (minoritarie) di esso lo sono diventate solo nel corso della storia più recente per reazione all’occidentalizzazione e come risultato dell’influenza dell’espansionismo delle potenze occidentali in Medio Oriente. A questo proposito occorre ricordare come l’immagine dell’Islam sia profondamente mutata negli ultimi decenni: da positiva, in virtù dei guerriglieri afghani che combattevano contro i sovietici, presentati in Occidente come paladini della libertà, a fortemente negativa e associata quasi sempre al terrorismo di ispirazione salafita o wahabita.
Perché questo mutamento di rappresentazione e perché questo scarto tra l’Islam reale, con tutte le sue contraddizioni e complessità, e l’Islam “mediatico”? Abbiamo già accennato al ruolo dei paesi occidentali nel determinare la diffusione del fondamentalismo e del jihadismo. Pensare, quindi, che questi ultimi siano qualcosa di prettamente ed esclusivamente musulmano sarebbe un errore grave: invece essi sono la risultante dell’incontro-scontro tra  la cultura islamica e la tendenza espansionistica degli stati occidentali. Questi si sono serviti delle correnti più radicali del mondo musulmano per contrastare i propri nemici e rinsaldare il proprio dominio, ma così facendo ne hanno provocato una crescita e una diffusione che esse fino a quel punto non avevano mai avuto. Quando questa crescita si è spinta al punto da minacciare le popolazioni occidentali i media hanno dato una rappresentazione edulcorata dell’Islam, che poi è servita a giustificare interventi militari come quello in Afghanistan. Una simile rappresentazione è stata costruita su un’informazione unilaterale e approssimativa (falsamente considerata “approfondimento”). Solo per dare un’idea di ciò si consideri la tendenza dei media a ignorare lo sforzo di molti paesi musulmani nel combattere il terrorismo – uno sforzo di gran lunga maggiore di quello degli Stati Uniti e dei suoi alleati – primo fra tutti la Siria (paese “scomodo” perché estremamente laico e perciò lontano dallo stereotipo della donna col burqua) poi l’Iran, senza dimenticare una formazione come Hezbollah, nonostante che gli Stati Uniti abbiano scandalosamente costretto l’Unione Europea, dopo insistenti pressioni, a inserirla nella lista delle organizzazioni terroristiche. I media, per di più, continuano a ignorare il prezzo che i musulmani stanno pagando a causa dei continui attentati, seguiti con assai minor attenzione rispetto a quelli che colpiscono l’Occidente.
Si sottovaluta, infine, l’impatto che gli interventi militari degli ultimi due decenni hanno avuto sul mondo musulmano. Dall’Afghanistan, all’Iraq, dalla Libia, alla Siria, non solo hanno contribuito a far crescere il sentimento anti-occidentale presso strati sempre più ampi di fedeli islamici, creando il terreno ideale per la proliferazione del fondamentalismo (che rimane comunque un fenomeno largamente minoritario anche nell’Islam odierno) ma hanno anche permesso ai gruppi terroristici di prosperare, potendo questi contare sul rifornimento di armi favorito proprio dagli interessi occidentali.
Ignorando, sottovalutando o minimizzando tutto ciò stampa e televisioni hanno scaricato tutti gli oneri sul mondo musulmano, descrivendo il terrorismo come generato esclusivamente da esso e dai suoi stessi presupposti ideologici, tacendo le responsabilità, tutt’altro che lievi, dell’Occidente nella nascita e nell’evoluzione del fenomeno.

Limiti e degenerazioni del nominalismo femminista


Con "nominalismo femminista" intenderemo la tendenza ricorrente tra le femministe contemporanee, a intervenire al livello dei segni per condizionare la percezione e la rappresentazione dei soggetti in modo non discriminatorio. Questa è la ragione dell'insistenza sulla vocale femminile da usare al posto di quella maschile, che servirebbe, a loro dire, a castrare le donne o a impedirne l'accesso a certi ruoli sociali (dire avvocato, dottore, presidente, ecc. soltanto al maschile significa pensare implicitamente questi ruoli di pertinenza esclusiva degli uomini).
Quest'idea nasce dal concetto di "politically correct", sviluppato nelle università statunitensi, il quale si basa su una tesi: la lingua non è neutra, non è indifferente rispetto alle visioni del mondo, ma è connotata ideologicamente. Di conseguenza, per evitare l'esclusione di alcuni gruppi sociali (le donne, i neri, gli omosessuali, i disabili, le minoranze religiose, ecc.) bisogna cambiare il lessico.
L'idea non è cattiva di per sé e contiene un fondo di verità. Davvero la lingua non è neutra, davvero è un veicolo di ideologia e davvero i significanti determinano i significati. 
Tuttavia essa presenta un limite importante. Nella sua formulazione, infatti, non è stata storicizzata. Di conseguenza si tende a pensare che certi significanti veicolino SEMPRE certi significati e non altri. Questo perché i teorici del politically correct hanno finito per intendere la lingua come un fatto non ulteriormente determinato. Il "parlare", cioè, determina il "parlato" come, però, se non fosse a sua volta determinato. Eppure c'è una relazione inestricabile tra significante e significato, tra la forma e l'oggetto del discorso.
In altre parole, hanno voluto analizzare la società a partire dalle strutture linguistiche, ma si sono dimenticati, poi, di fare l'inverso: analizzare le strutture linguistiche a partire dalla società. Il risultato è stato che la società è cambiata, e con essa la lingua, e loro non se ne sono accorti. 
Cosa c'è che non funziona nel "politically correct" (continuerò a scriverlo in inglese per non dimenticare la sua origine anglofona, che è tutt'altro che indifferente) e nel nominalismo femminista? Una mancata comprensione non a livello linguistico, ma al livello dei rapporti economici e sociali. Il lessico discriminatorio esisteva all'interno di un certo tipo di società, nella quale l'esclusione di alcuni gruppi sociali era un carattere primario e necessario alla struttura di classe. I neri degli Stati Uniti dovevano essere discriminati per poter essere prima sfruttati nelle piantagioni come schiavi e poi come manodopera a basso costo. Le donne, invece, dovevano essere escluse da alcuni ruoli sociali, in modo da conservare integra la proprietà delle classi egemoni nella successione e tramandarla interamente (o principalmente) al primogenito maschio. Ma lo sviluppo del capitalismo ha fatto sì che questa conformazione dovesse essere superata, perché le donne servivano. Per allargare la produzione, e creare quindi quadri intermedi, bisognava permetter loro di entrare nel circuito produttivo con la speranza di fare carriera fino ai massimi livelli. Ciò poneva, inoltre, come necessità imprescindibile, l'espansione dei consumi, e quindi il lavoro, anche ben retribuito, della donna. Tra l'altro un certo femminismo non liberale era fortemente critico rispetto all'inclusione della donna nell'organizzazione produttiva e nel perseguimento dell'eguaglianza attraverso l'imitazione e la riproduzione della società maschile. Purtroppo queste voci rimasero per lo più inascoltate. L'espansione capitalistica implicava sempre più il coinvolgimento della donna non solo nella produzione ma anche nei consumi. Perciò tutti quei limiti che fissavano la donna in un certo ruolo dovevano venire a cadere. Questi limiti riguardavano in particolare la sfera sessuale e dei costumi. La donna non doveva più essere castrata dal padre-marito, ma disinibita, non doveva celarsi, ma mostrarsi. 
Che relazione ha tutto questo con la lingua? la sua funzione discriminatoria viene a cadere e viene sostituita da una funzione inclusiva. Per questo oggi si cerca di ridefinire il lessico in modo da includere le donne (come anche omosessuali, trans, ecc., anch'essi categorie da sfruttare consumisticamente). La lingua non ha più una funzione discriminatoria, "sessista", nei confronti delle donne, seppure restano delle sedimentazioni. Anzi, queste sedimentazioni a livello simbolico servono proprio a legittimare la strategia inclusiva del capitalismo contemporaneo e a inserire le donne (e per loro tramite anche gli uomini) nei meccanismi di consumo: vi vogliono coprire? mostratevi! vi vogliono castrare? sessualizzate il vostro corpo! vi vogliono impedire di raggiungere i massimi gradi della gerarchia sociale? fate carriera!
Il linguaggio maschilista non ha più una funzione di esclusione. Anzi, ne nasce uno nuovo che ha il preciso scopo di includere. Lo vediamo non solo nel lessico che ci impone di dire, contravvenendo perfino alla sintassi (con l'incredibile accordo da parte di molti linguisti, o forse non così incredibile) "avvocata", "presidenta", "dottora" (quando il suffisso femminile esiste già in -essa) ma anche in altre forme di comunicazione, nella pubblicità, nella moda; nella lingua, soprattutto quella giornalistica, fa un uso abnorme di neologismi e di anglicismi (l'utilità dell'inglese per il linguaggio inclusivo lo vediamo, ad esempio, nell'uso dell'espressione "sex worker" al posto di "prostituta", con il fine di liberalizzare il sesso a pagamento). 
I condizionamenti linguistici e simbolici esistono, eccome, ma oggi servono non per discriminare le donne, ma per includerle nel sistema di consumo e per sfruttarne il corpo come merce. Questo, ahimè, le femministe, salvo sparute eccezioni, tardano a capirlo, e collaborano esse stesse allo sfruttamento post-patriarcale e ultra-capitalistico della donna.

30 giu 2017

La squallida festività del centro commerciale*

“Aperto anche a Pasqua” è la scritta che molti hanno potuto leggere all’ingresso di molti negozi in tutta Italia, e che vedranno sempre più spesso negli anni a venire.
Ma i lavoratori dell’outlet di Serravalle Scrivia non erano d’accordo. Così due cortei hanno bloccato le entrate, per impedire l’accesso a imperterriti clienti decisi a trascorrere un giorno di festa, uno degli ultimi ancora liberi dallo sfruttamento, nel tempio del consumo. Ma a quanto pare ad alcuni irriducibili consumatori non sono bastati neanche i picchetti e gli insulti dei manifestanti per convincersi a desistere.
Molti lavoratori non hanno partecipato alla protesta, e perché costretti dai capi, e perché rassegnati a una vita sacrificata sull’altare del Dio Capitale. E la rassegnazione emerge dalle parole del sindaco del paese, che su di essa ha trovato motivo di lucro, economico ed elettorale: “Siamo in un’economia di mercato” dice “Io comunque non avrei potuto fare nessuna ordinanza per chiudere, anche perché siamo zona turistica”. Il centro commerciale porta soldi e turisti, e l’economia urbana non può che giovarne. “Siamo in un’economia di mercato”, è il capitalismo, bellezza!
Le liberalizzazioni degli orari hanno progressivamente ridotto il tempo libero (dove “libero” deve intendersi non soltanto come non occupato dal lavoro individuale ma nemmeno dal consumo). Prima si è cominciato ad aprire i supermercati saltuariamente di domenica, poi si è approdati all’apertura domenicale fissa, infine si è passati ad aperture eccezionali a Natale, a Pasqua, a Capodanno. Persino il 25 aprile, la Festa della Liberazione e il Primo Maggio, Festa dei Lavoratori, quasi con una triste e cinica ironia. Alcune grandi catene hanno addirittura pensato di introdurre l’apertura di ventiquattro ore, sull’esempio degli Stati Uniti, dove ormai è da tempo una prassi consolidata. L’Italia in questo campo, come direbbero i cantori del “progresso” neoliberale, non è “rimasta indietro”: siamo l’unico paese in Europa a non aver nessun tipo di restrizione sugli orari degli esercizi commerciali. E laddove esistono ancora lavoratori recalcitranti ci pensano i contratti flessibili e la minaccia dei licenziamenti “facili” a far loro cambiare idea.
Il valore di scambio colonizza tempi e spazi. Lavora di più, chi può lavorare, perché chi non lavora abbassi le pretese e non sia troppo “choosy”, come diceva un ex ministro in lacrime; e tutti quanti, poi, consumano. E perché questo avvenga nuovi spazi devono essere strappati alla vita comunitaria, a ciò che ne rimane, o alle rare nicchie di ambiente non ancora urbanizzato, per essere messi a profitto dalla produzione-consumo. Supermercati, grandi catene, negozi che contengono altri negozi al loro interno come scatole cinesi, vere e proprie città consumistiche, l’ultima frontiera della grande distribuzione.
L’outlet di Serravalle Scrivia è una delle tante cittadine commerciali – la più grande d’Europa – dove la gente può passeggiare, girando per i negozi attaccati l’uno all’altro, scorrendo di vetrina in vetrina, arrivando a mani vuote e andandosene, al calar del sole, carica di buste gonfie di merce acquistata in saldo. È l’esemplificazione perfetta di come il capitalismo abbia colonizzato tutti gli spazi e tutti i tempi di esistenza, e di conseguenza l’immaginario e le (in)coscienze. Probabilmente, molti di coloro che la domenica sono immersi nella gioia effimera della liturgia consumistica, il giorno dopo dovranno tornare a lavorare in un altro centro del consumo. Turni massacranti, contratti flessibili, con la minaccia del licenziamento o del mancato rinnovo, che il capitalismo postmoderno costringe ad accettare quasi con un senso di colpa, perché il lavoro è poco e chi ce l’ha deve essere grato e non fare tante storie. Ma quando non si lavora non si riesce a fare nient’altro che far lavorare altri, i quali producono non per quello di cui la società umana abbisogna, ma perché altri possano consumare. E tutto si svolge in questa turnazione, dove il lavorare-per-il-consumo si alterna al consumo: il valore di scambio forgia per intero le nostre vite. Si arriva al paradosso che se anche esistessero turni e orari più umani, molti non saprebbero che farsene, se non trascorrere il tempo in qualche grande catena, in un fast-food o in un parco divertimenti, con tutta la famiglia al seguito. Perché la colonizzazione dei luoghi e dei tempi non è qualcosa di meramente negativo, che sottrae ai luoghi e ai tempi liberi, ma è la loro modulazione, definizione, la loro stessa creazione e ideazione.
Un esempio illuminante è la mutazione della piazza – e l’Italia urbana, si può dire, si è fondata sulla piazza. Da centro e fulcro della vita pubblica cittadina sia religiosa (la chiesa) che laica (Il Comune, la Prefettura, ecc.) a non-luogo, simulacro di se stesso per attrarre turisti. La piazza, nella postmodernità, ha perduto la sua centralità come luogo della vita comunitaria e politica della popolazione urbana (anche perché praticamente non esiste più una vita comunitaria e politica). Le piazze d’Italia, nella loro magnificenza ereditata dal passato, sono state riadattate a luogo di semplice transito pedonale, “appoggio” per i locali, i bar e i ristoranti che vi si affacciano invadendola con i loro tavolini, cartoline turistiche, parcheggi (a pagamento) dove depositare l’auto per recarsi a lavorare o a consumare. Non più centri del pubblico, del collettivo e del politico, ma propaggini del mercato, del profitto e dell’individualistico.
Non bastano, quindi, le sacrosante rivendicazione lavorative, soltanto simulate dai sindacati e di cui oggi ci sarebbe bisogno urgente; per sfuggire alla morte civile e ripensare a un’autentica ribellione alla costellazione capitalistica odierna bisogna ridefinire gli spazi e i tempi, modellati dalle esigenze del profitto e del consumo, sulla base di istanze non consumistiche e non capitalistiche, di vita associata e di politica intesa nel suo più alto significato.









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31 gen 2017

Dall'entusiasmo edonistico al disincanto rinunciatario*

Un recente sondaggio dell'Agenzia SWG rileva un dato molto interessante. Il 32% degli italiani si definisce anticapitalista, mentre solo un quarto degli intervistati si dice pro-capitalista. Inoltre il 36% si dichiara per “un modello post-capitalista basato su un economia più armonica, solidale e condivisa”, il 26 a favore di “un modello comunitario basato su forme di impresa meno incentrate sul profitto” e soltanto il 23 si dice favorevole a un modello capitalistico; ma anche tra questi il 13 vorrebbe un maggior controllo dell'economia da parte dello Stato. È un risultato sorprendente considerato il contesto nel quale è maturato.
Questa sfiducia nel sistema economico dominante, mai così egemonico dal punto di vista politico e culturale, prolifera nella pressoché totale assenza di una proposta alternativa, con i vari partiti di opposizione occupati in questioni più o meno irrilevanti (le unioni civili quelli “di sinistra”, i campi nomadi e i centri di accoglienza quelli “di destra”, i vitalizi quelli “né di destra né di sinistra”). In ogni caso mai nessun attore politico osa mettere in discussione l'economia nel suo complesso o accenna una qualche critica al capitalismo, cosa invece piuttosto comune fino a trenta o quarant'anni fa.
Lo scenario può apparire per molti versi paradossale. In una fase di massima debolezza economica del capitalismo dal dopoguerra a oggi, si ha una situazione di massima forza dal punto di vista politico. Ovvero, nonostante una crisi senza precedenti in Italia e in Europa, e per intensità e per durata, mai si è stati così lontani come oggi dalla possibilità di un rovesciamento dei rapporti economici e del modo di produzione in vigore. Nello stesso tempo però non c'è un consenso alla base di questa egemonia: non è la sanzione del successo degli apparati di propaganda del potere, se con ciò si intende la persuasione collettiva della bontà del sistema. Questo ci dice due cose: innanzitutto è l'ulteriore conferma che tra fattori economici ed esiti politici non c'è un rapporto meccanico di necessità. Una disfunzione economica del sistema può tradursi in funzione politica, e viceversa. Se si guarda alla caduta dello storico avversario del capitalismo occidentale, ovvero l'Unione sovietica si scopre un andamento inverso: a una stabilità e funzionalità sul piano economico è corrisposta una crisi politica, che in seguito (ma solo in seguito!) è andata a intaccare anche la sfera materiale della produzione. La crisi economica non apre necessariamente nuovi spazi per le forze di dissenso (dissenso ovviamente “sistemico”) come a lungo ha creduto un anticapitalismo ingenuo. Ma la grande novità di questi tempi è che non è il consenso ideologico a consolidare l'egemonia. Questo, lungi dall'essere cresciuto, si è costantemente ridotto negli ultimi vent'anni. Risulta evidente il fallimento del capitalismo sul piano delle promesse di affrancamento dell'individuo. Il mito del successo individuale, che fino agli anni Ottanta poteva ancora sedurre, nonostante l'opposizione culturale allora ben presente, ha oggi perduto mordente. Non che l'individualismo non sia ancora, e forse persino meglio, radicato nella società. Ma non porta più con sé quell'ottimismo, quella spinta vitale, quella fede quasi religiosa nell'individualità desocializzata. È invece un individualismo del “si salvi chi può”, accompagnato dalla rassegnazione, dallo sconforto, dalla depressione. La competizione spietata non avviene più tanto, per le classi medie, all'insegna dell'ambizione personale, ma della paura. È il terrore dell'esclusione sociale e della perdita il vero motore, non la fiducia in un avvenire migliore attraverso l'affermazione individuale.
La mutazione del paradigma può essere rappresentata da due figure che hanno segnato il consolidamento politico del capitalismo negli anni Ottanta. Da una parte il Presidente americano Ronald Reagan, dall'altro il Primo Ministro britannico Margaret Tahtcher. Entrambi sono dei sostenitori dell'economia neoliberista, entrambi propugnano uno “Stato minimo” e un mercato deregolamentato, entrambi esaltano l'iniziativa individuale e screditano la cooperazione sociale, ma c'è una differenza. Mentre Reagan è il cantore dell'edonismo capitalista che esala il suo ultimo respiro, il “colpo di coda” dell'individualismo ottimista, spensierato e spietato, che ha il suo punto di riferimento nei giovani arrivisti agenti di borsa di Wall Steet, la Thatcher è invece a pieno titolo profeta del nuovo capitalismo postmoderno, che fa della rassegnazione e dell'accettazione passiva il proprio perno ideologico. Non a caso lo slogan della campagna elettorale di Reagn era “Make America Great Again”, “Rendere l'America di nuovo grande”, mentre il motto del Capo di Governo inglese è espresso dall'acronimo TINA, “There Is No Alternative”, non esiste alternativa al liberal-capitalismo, piaccia o non piaccia. Non si tratta più di convincere circa presunti benefici del perseguire una piena restaurazione neoliberale, ma di affermare che sia l'unica possibile, che non sia data altra scelta. Il consenso, ammesso che consenso debba e possa esserci, è un consenso passivo, che nutre poche illusioni riguardo al modello di società esistente, ma che lo considera come ineluttabile, alla stregua di una catastrofe naturale cui non c'è rimedio ma a cui bisogna adattarsi.
In Italia questo “passaggio di consegne” può essere individuato nel periodo che va dall'ascesa di Silvio Berlusconi alla nomina di Mario Monti. Il Berlusconi del primo periodo, l'imprenditore televisivo e l'esordiente politico atipico (da distinguere da quello degli anni Duemila) è un entusiasta fautore delle liberalizzazioni e della “libertà” dagli apparati burocratici e dallo Stato, che promette un risveglio gioioso dal grigiore dei burocrati, è il Berlusconi delle reti commerciali e del “milione di posti di lavoro”, con la sua personalità esuberante ed egocentrica; Monti, al contrario, arriva quando si è già consumato il fallimento di un simile paradigma cui egli dà il colpo di grazia: non promette amenità, ma “sacrifici”, non benessere, ma “austerità” e “rigore”, non più lavoro bensì impieghi peggiori eppure inevitabili; “i giovani devono abituarsi all'idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita” furono le sue parole. Significativo è anche il modo in cui queste due differenti figure sono giunte ai vertici del governo. L'imprenditore milanese attraverso una campagna elettorale condotta con le armi del marketing e del venditore astuto, arrivando a gestire il consenso in modo quasi plebiscitario, l'economista bocconiano, invece, per mezzo di una nomina “dall'alto” delle istituzioni europee e della finanza, senza riscuotere successo alle elezioni.
Anche quelle forze che vorrebbero proporre un'alternativa al modello socio-economico dominante, hanno finito per cadere nella rete della rassegnazione e del consenso passivo. O si sono adagiate in una nicchia culturale, nutrendo la retorica del “meno peggiore” (Meglio Prodi che Berlusconi, più recentemente negli Stati Uniti meglio Clinton che Trump, come ha sostenuto il candidato “socialista” Sanders) o non sono state in grado di perseguire, con la coerenza estrema richiesta in questi casi, i principi che si erano dati, come è il caso della parabola di Syriza in Grecia che ha finito per giustificare la tirannia finanziaria della Troika dopo averla per anni osteggiata.
L'obiettivo delle forze anticapitaliste, che hanno un potenziale notevole come testimonia il sondaggio, non può essere quello di scegliere tra due profili quasi identici, i quali dichiarano a gran voce una contrapposizione radicale sulle minuzie, ma che presuppongono un tacito accordo sulle questioni fondamentali, evitando di mettere in discussione il liberal-capitalismo, né quello di limitarsi alla denuncia degli orrori e delle promesse non mantenute di quest'ultimo, di cui ormai forse neppure i suoi più irriducibili propugnatori si curano, ma di tornare a ciò che hanno smesso di fare, ripensare a un nuovo tipo di società e mostrarne la concreta realizzabilità. Ribaltando l'argomento del capitalismo postmoderno che, irridente, elude il confronto ideologico e bolla come utopistici i progetti antiliberisti e anticapitalistici di rifondazione della società, bisogna palesare l'elemento superstizioso nella credenza dell'ineluttabilità “naturalistica” di un prodotto umano e sostenere il realismo di un progetto politico che non si rassegna al dato e che invece di concepire l'agire umano come un risultato esclusivo delle forze economiche impersonali, sottolinea come anche queste ultime siano la risultante del primo, e perciò tutt'altro che immutabili.











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30 set 2016

La povertà fastidiosa*

Un giovane senzatetto è stato assolto in Cassazione per aver rubato del cibo per un valore di 4 euro per potersi sfamare. La sentenza ha ribaltato quella della Corte di Appello che invece aveva precedentemente condannato l’uomo per furto.
Molti troveranno di che scandalizzarsi per un verdetto che dovrebbe essere del tutto scontato. Come si può condannare un uomo per la sua povertà e che per giunta non ha creato alcun danno che non sia impercettibile? Eppure è proprio questo che è successo nel precedente grado di giudizio, come in molti altri casi di persone che hanno trovato giudici di diverso avviso. Dovrebbe stupire tanto più in una società che dichiara la sua fede indiscussa per i “diritti umani”, ma che tuttavia via non include la soddisfazione del bisogno biologico della fame nel novero di questi diritti.
Le società occidentali non considerano accettabile la censura (a ragione), il mancato rispetto di diritti formali, come il suffragio universale e la divisione amministrativa dei poteri (non sempre a ragione) dividendo in modo manicheo il mondo tra “dittature” e “democrazie” cioè tra paesi che si attengono al formalismo occidentale e paesi che decidono, in modo spesso legittimo o almeno non meno legittimo, di adottare modelli differenti. Tuttavia, non ritengono altrettanto inaccettabile che una persona chieda l’elemosina per strada: oppure ritengono inaccettabile solo il fatto che questa persona “danneggi il decoro urbano”, ovvero disturbi la loro coscienza. Per quale ragione? Perché mai morire di fame e di freddo o essere costretti a dormire su una panchina sarebbe eticamente meno grave che essere imprigionati per aver parlato male del governo? Certo, nel primo caso non c’è un esecutore materiale diretto che esegua, con decreto ufficiale, la condanna; ma cambia qualcosa? Pur sempre esistono individui che con le loro azioni provocano consapevolmente la miseria di molti altri. Pur sempre i meccanismi sociali e politici agiscono in modo autonomo, ma non del tutto autonomo e completamente sottratto al controllo dei singoli. Nell’un caso, si tratta dell’apparato burocratico, nell’altro del mercato. Mercato coadiuvato spesso dagli stati “fondati” sulle carte dei diritti.
Si faccia attenzione: non si tratta di una questione di compassione e di pietà umana. Le ostentazioni di questa compassione e le varie associazioni di beneficenza sono piuttosto comuni in questa che è l’epoca economicamente più iniqua che la storia ricordi, seppure è reale, oltre che molto preoccupante, la tendenza anaffettiva degli individui postmoderni, in grado di accettare la marginalità e l’indigenza nelle loro città senza troppi traumi emotivi, di vedere sui teleschermi immagini alla massima risoluzione di persone dilaniate dalla guerra o distrutte dalla povertà, con una commozione superficiale che può presto trasformarsi in ilarità al successivo programma di intrattenimento. Ma anche questo fatto rivela qualcosa di più della semplice “disumanità”. Si tratta di un preciso modello antropologico di individuo (in particolare quello occidentale).
Il sociologo Marc Augé ha usato il neologismo di non-luoghi per descrivere gli spazi sempre più diffusi ed estesi dell’attuale paesaggio urbano delle metropoli (ma ormai anche dei piccoli centri). Si tratti di luoghi “desocializzati”, luoghi nei quali la gente non si intrattiene, non entra in contatto (se non per ciò che è indispensabile); luoghi che non hanno più una valenza nei rapporti umani, ma solo in quelli commerciali o produttivi. Sono spazi “freddi”, nei quali non si esprime la socialità e la partecipazione alla comunità dell’individuo. Spazi che servono soltanto per il transito di merci o persone e in definitiva per il rapporto di scambio e per il consumo. In questi spazi ciascuno, pur se immerso in una folla, è perfettamente isolato, separato dall’altro pur in condizioni di prossimità fisica. Ognuno è chiuso nel suo privato, perché il consumo è un’attività omologante ma che avviene individualmente e isolatamente. Tutti fanno la stessa cosa (eccetto, forse, nella scelta della marca di telefono) ma ciascuno per proprio conto. In questa condizione non è possibile maturare quella che Bauman chiama “negoziazione delle differenze”. Non è possibile entrare in comunicazione empatica. L’isolamento ci impedisce di provare emozioni più che superficiali e passeggere per un altro individuo, che è a tutti gli effetti un estraneo, perché è estraniato da noi.
Si capisce bene, allora, che in una società del genere, è solo l’individualità completamente privatizzata – e perciò alienata – che può esprimersi. È fatto divieto sacro e assoluto di ostacolare l’espressione privata di questa individualità (anche nei luoghi pubblici) che deve essere “libera” di desiderare e di consumare, mentre, invece, tutto ciò che presuppone una socialità, un rapporto non meramente commerciale tra soggetti, è giudicato un disturbo della sacralità del privato. Ecco perché “dà fastidio” il barbone che chiede l’elemosina, e quando uno di questi individui ai margini della società dei consumi reclama attenzione, ci costringe cioè a una reazione emotiva e infrange l’estraneità nella quale lo abbiamo relegato, quando insomma vìola lo spazio comune privatizzato (o il “luogo pubblico non civile”, per usare il lessico di Bauman) è visto come l’autore di un’aggressione persino peggiore dei patimenti che egli sta subendo. Un’aggressione considerata meritevole di essere portata in tribunale e giudicata sulla base del formalismo della legge.








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31 lug 2016

Il nuovo potere*

Siamo testimoni di una delle più grandi mutazioni globali. Per la prima volta nella storia, il potere si è separato dalla politica. Questo mutamento si è affermato in modo chiaro negli ultimi venti o trent'anni. Si è stati sempre abituati a considerare il potere come una diretta conseguenza della politica, o per lo meno, a pensare che qualsiasi potere, per essere tale, dovesse essere politico. Oggi, invece, non solo non ha alcun bisogno della politica, ma fa di tutto per sfuggirvi. Questo mutamento si accompagna ad un altro, ad esso collegato; la totale mancanza di consapevolezza degli individui di questo avvenimento, l'assoluta incomprensione di cosa sia il potere. La quasi totalità delle persone continua ad avere la stessa concezione del potere di cinquanta, cento, duecento o mille anni fa. Si continua, nonostante tutto, a considerare il potere come politico, addirittura in certi casi come sinonimo di politica. Ciò è completamente falso. Il potere, nelle attuali condizioni, funziona secondo meccanismi del tutto diversi. Non c'è coscienza del potere presso i contemporanei, neanche tra i più istruiti. Questa incoscienza è anch'essa un fenomeno inedito. In tutte le epoche le persone, dal notabile all'ultimo mendicante, hanno sempre saputo cosa fosse il potere. Il Re, il Papa, l'Imperatore, il Generale. Era anzi un requisito fondamentale del potere quello di essere riconosciuto chiaramente da tutti come tale, soprattutto dai suoi subalterni.
L'individuo contemporaneo non sa “chi comanda” ammesso che si possa dire ancora così, perché il potere, oggi, non funziona secondo la comunicazione prescrittiva: più che incutere timore, il potere oggi seduce, più che reprimere, eccita e stimola. Per la prima volta il potere è il deus absconditus della tradizione teologica. Non fa nulla per manifestarsi, anzi, si cela il più possibile e frappone tra sé e i dominati immagini, simulacri, idoli, che non dicono nulla della sua vera natura.
La politica si regge su confini, limiti, frontiere, divieti. La giurisdizione della polis non si estendeva oltre il suo territorio. Lo Stato ha potere solo entro i propri confini, verso l'esterno può esercitare un'influenza indiretta nelle controversie internazionali. Se vuole imporsi su un altro stato deve annetterlo con la forza, cioè estendere i propri confini. Ma per quanto possa essere esteso, la sua giurisdizione si si fermerà sempre a una frontiera fisica, che ne segna la fine.
Il potere oggi si è depoliticizzato. Ha abbandonato lo Stato come propria sede e si è dislocato al di fuori dei suoi confini. Il potere non coincide più con un territorio specifico e non ha un centro amministrativo. Non muove guerra per estendere i propri limiti e per inglobare altri poteri, ma per abolire tutti i limiti. Di conseguenza aggredisce tutti gli strumenti di cui un tempo si è servito e che oggi sono inadeguati rispetto ai suoi meccanismi. Lo Stato non soltanto viene abbandonato, ma deve essere combattuto, perché circoscrive un territorio e vi prescrive una legge. In questa prassi di circoscrizione e prescrizione si realizza il potere classico che è del tutto incompatibile col nuovo potere che si slega, si smaterializza, si deterritorializza e scompare alla vista. Lo Stato può sopravvivere soltanto negando se stesso, cioè abolendo la propria legge e i propri confini. E ciò è una contraddizione in termini, perché nel momento in cui lo facesse smetterebbe di esistere. Ma nemmeno il nuovo potere può accettare la permanenza dello Stato, la spartizione del suolo, la prescrizione della legge, che ne contraddice la natura. Perciò un conflitto tra il nuovo potere, che si muove (non è più “fermo” in un luogo ma in continuo movimento) nel mercato e si propaga attraverso le reti di comunicazione, e il potere classico statuale, che si radica, si situa e situa tutto ciò che a esso è sottoposto in un territorio e che si impone attraverso il diritto, risulta inevitabile.
Quello che sta facendo il nuovo potere, e che gli intellettuali tardano a comprendere, è smantellare letteralmente lo Stato, smembrarlo, farlo collassare. Senza nessuna esplosione, nessun evento traumatico, che è la genesi del potere classico (la rivoluzione, la guerra civile). Il nuovo potere può anche momentaneamente servirsi di alcuni stati contro altri, perché viaggia attraverso le reti di comunicazione che sono ubique. Non è detto che lo Stato venga formalmente smantellato (anche se in Europa sembra stia accadendo proprio questo) ma certamente si “alleggerisce”, cede quelle che un tempo erano sue prerogative inalienabili. In questo caso il conflitto è latente, perché non c'è attrito.
Quando invece lo Stato resiste il conflitto si palesa. In effetti lo Stato può solo resistere, non può passare alla controffensiva, non essendoci alcuna città da espugnare. Un nemico che è ovunque e in nessun luogo non può essere aggredito.
Le recenti vicende brasiliane sono molto significative per comprendere come si muove il nuovo potere. Un governo di uno Stato, legittimato secondo le procedure statuali classiche, viene attaccato dal nuovo potere, che non riconosce quella legittimazione. La magistratura ha formulato accuse contro i principali esponenti del governo e del partito di maggioranza. Queste accuse, però, non si possono comprendere all'interno di una logica puramente statuale, secondo le procedure giuridiche. Vanno invece lette come risultante di un attrito tra il nuovo potere e una resistenza statuale. Il lato interessante è che il nuovo potere usa quella che è una funzione propria dello Stato, la magistratura, rivolgendola contro lo Stato stesso.
Ciò che avviene oggi in Brasile non è del tutto inedito. Si è già visto per la prima volta in Italia. Nel '92 un intero ceto politico fu azzerato, fatto salvo per quegli elementi “riciclabili”, che si allearono col nuovo potere. Incapaci di comprendere la portata di eventi epocali, molti osservatori videro in quegli accadimenti nient'altro che una normale prassi giudiziaria, eccezionale solo per via dell'oggetto delle sue indagini e delle dimensioni di queste ultime. Vi si è anche vista una sorta di “rivoluzione civile”, un tentativo da parte della società civile di rigenerare lo Stato in modo autonomo rispetto ai suoi apparati (nessuno si accorse di quanto ciò sia contraddittorio). L'inchiesta di Mani Pulite, invece, è stato il primo esempio di un'aggressione su larga scala del nuovo potere contro la statualità. Non bisogna pensare a una guerra di posizione tra due eserciti contrapposti, ciascuno dei quali presidia una porzione di territorio, e cerca di strapparne alla parte avversa. Il nuovo potere non presidia nessun luogo, non ha sentinelle, fortezze e fossati. Esso attraversa gli organi del nemico, li usa e poi li abbandona lasciandoli apparentemente intatti. Non li distrugge. Dal punto di vista meramente giuridico-statuale nel '92 non accadde nulla di anomalo. I meccanismi formali della statualità furono rispettati. Restando all'interno della logica giuridico-statuale non ci è possibile comprendere la portata di quegli avvenimenti. La magistratura italiana del '92, o, per meglio dire, quella porzione di magistratura che si occupava dell'inchiesta, operò all'interno delle regole dello Stato, ma contro lo Stato. Le leggi non bastavano a proteggere la Legge.
Un'altra ragione per cui il punto di vista interno, procedurale, non ci permette di comprendere gli eventi è che Mani Pulite non fu soltanto un'indagine giudiziaria. Fu un evento mediatico. La sua potenza non si deve semplicemente alla prassi giuridica, ma all'amplificazione e al riverbero delle reti di comunicazione. Queste ultime hanno proiettato la procedura giudiziaria al di fuori di se stessa; la statualità si è, per così dire, disciolta. È venuto meno il legame della Norma con lo Stato e la funzione si è separata dallo scopo. Non ci fu eversione, per lo meno non sul piano giuridico, la norma non venne infranta. Essa, piuttosto, venne attraversata dal nuovo potere.
In questo modo la divisione delle cariche tipica della statualità moderna liberale è risultata adatta ai meccanismi del nuovo potere. La magistratura non deve obbedienza formale al governo. Anzi, sua prerogativa è proprio quella di essere autonoma rispetto al governo. In questo modo il nuovo potere può insinuarsi in comparti statuali che agiranno contro altri comparti statuali.
Il nuovo potere costituisce delle alleanze labili con determinati attori, pronte a essere sciolte in qualsiasi momento. Così alcuni settori dello Stato possono trarre vantaggio dall'attraversamento del nuovo potere, mentre lo Stato viene indebolito. Il nuovo potere si propaga come un virus. Dalla società civile si è trasmesso alla magistratura, poi di nuovo alla società civile e da questa al governo. Non ci sono centri del nuovo potere. Chiunque, qualunque mezzo o istituto può essere attraversato dal potere. Ciò si deve all'istantaneità e all'ubiquità della comunicazione reticolare e del mercato.
Internet e i sistemi informatici hanno potenziato enormemente le reti di comunicazione e il mercato praticamente azzerando qualsiasi diacronia (intervallo nella ricezione del messaggio da un soggetto all'altro). Il riverbero e l'amplificazione assumono una potenza di fatto illimitata. Ogni agente inserito nella rete partecipa al flusso comunicativo come cassa di risonanza. Gli esiti per il movimento del nuovo potere e per lo sradicamento del vecchio possono quindi essere innumerevoli e imprevedibili.







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Immagine tratta da: http://oltremedianews.it/maurits-cornelis-escher-al-chiostro-del-bramante/

29 gen 2016

Il “cambiamento”, elemento integrante della “post-ideologia”*

È stupefacente il modo in cui la cultura dominante si sia appropriata dell'immaginario progressista per svuotarlo di senso, lasciandone intatti certi lemmi, usandolo in funzione conservatrice o restauratrice.
La parola che più di tutte ha subito un travisamento formidabile è senz'altro “rivoluzione”. Essa esprimeva le istanze degli ideali socialisti e indicava una radicale trasformazione delle istituzioni sociali e dei rapporti economici; oggi invece la sua carica eversiva ha finito per essere neutralizzata nella confusione linguistica imperante.
Già nei primi decenni del Novecento si parlava di “Rivoluzione conservatrice” per indicare quelle tendenze di rifiuto della società borghese in favori di ideali “aristocratici” e reazionari. Nel corso degli anni Ottanta del secolo, “rivoluzione conservatrice” è stata chiamata l'ascesa di Ronald Reagan negli Stati Uniti, assieme all'affermazione del suo programma politico fortemente liberista. Margaret Thatcher, che portò invece questa “rivoluzione” in Gran Bretagna, è stata spesso definita una “rivoluzionaria”, seppure anch'essa “conservatrice”. La forma ossimorica testimonia del disfacimento del lessico politico, nel quale una stessa locuzione, e a volte persino uno stesso enunciato, può avere significati del tutto opposti.
Nulla di più distante, a volerli analizzare correttamente, tra la semantica di “rivoluzione” e quella di “conservazione”, due parole che sottendono universi linguistici, storici e filosofici opposti e in conflitto permanente. Così come sembra incompatibile il modello sociale reaganiano, neoliberale, antisocialista e ultracapitalista con qualsiasi istanza “rivoluzionaria” per come poteva essere caratterizzata dalla tradizione tanto semantica quanto politica.
Il richiamo sovversivo implicito nella parola “rivoluzione” sembra oggi del tutto disinnescato. Anzi, questo termine ha definito processi e fenomeni funzionali al meccanismo sociale in vigore. Ne ha fatto ampio uso, ad esempio, la pubblicità. Ogni nuovo prodotto viene elogiato dagli spot come fautore di una “rivoluzione”. Qui l'uso di tale espressione ha un valore più che iperbolico, come richiesto spesso dalla promozione commerciale. Sta a testimoniare una mutazione innescata nella coscienza del destinatario, che “demitizza” la rivoluzione, privandola di ogni eco emancipativo e redentivo, facendone ingranaggio di un meccanismo adattativo, seppur dinamico. La rivoluzione, quindi, non è più un rivolgimento sociale, l'inversione del basso e dell'alto, la conquista del potere da parte delle classi oppresse e la rottura definitiva con l'ordine dato, ma la riconferma di quello stesso ordine. Quest'ultimo si presenta come “rivoluzionario” perché a differenza del passato tollera e persino promuove le mutazioni sociali. Ma queste mutazioni rimangono un fenomeno “di costume”, non intaccano minimamente la struttura egemonica ma servono a riconfermarla.
Molte istanze sono state sottratte ai movimenti rivoluzionari in senso proprio – quelli socialisti e progressisti – si pensi al femminismo, o ai diritti degli omosessuali, che possono oggi essere affermati in una cornice sociale immutata, e funzionalmente alla strategia dei gruppi egemoni.
Queste istanze vengono isolate dalla radice storica che le ha ispirate, per essere integrate nel modello sociale contro il quale inizialmente erano in conflitto. La protesta, paradossalmente, non si scontra più col potere, ma finisce per allearvisi; il conflitto viene artificialmente ricreato, invece, rispetto a configurazioni antiquate e superate del potere stesso, come ad esempio quello meramente poliziesco-repressivo, autoritario dal punto di vista della burocrazia statale.
Per comprendere come sia stato possibile un simile mutamento bisogna considerare un'altra parola abusata, “cambiamento”. Non esiste politico, partito o movimento che non cerchi di usarla a proprio vantaggio. Tuttavia il suo successo è evidente soprattutto a sinistra, a cominciare dagli anni Novanta, dopo la caduta dell'URSS e l'avvento della “post-ideologia”.
La campagna presidenziale di Obama aveva come slogan “Change”, “Nessuno può fermare il cambiamento” diceva Renzi a proposito del suo governo, e “Sinistra è cambiamento” è una corrente del PD di recente formazione.
Si potrebbero portare molti altri esempi, ma in ognuno di essi è palese il culto del “nuovo”, del mutamento per il mutamento. In questi discorsi il cambiamento viene presentato come desiderabile in se stesso, a prescindere dai contenuti di cui si fa portatore che sembrano non interessare. La dinamicità è meglio della stasi, qualunque cosa essa comporti.
C'è molto di retorico e di copertura ideologica in ciò, ovviamente. Il “cambiamento” che viene proposto come necessario rinnovamento d'aria, liquidazione del vecchio e del superato, in realtà è orientato in un'unica direzione, quella della restaurazione. Il regresso è la postilla invisibile e impronunciabile dell'odierno “progresso”. Il feticismo del “cambiamento”, e l'enantiosemia di “rivoluzione”, hanno sicuramente giovato del ripiegamento degli ideali socialisti nel corso della fine del secolo scorso. Essendosi attestati, questi, su una linea puramente difensiva, di fronte alla straripante ondata restauratrice, hanno offerto il fianco a quest'ultima, che ha potuto presentarsi come “innovatrice”, di fronte all'immobilità del proprio avversario.
Ma non c'è solo questo. L'adorazione feticistica del “cambiamento” imprecisato è il logico sviluppo, necessariamente deforme e grottesco, della “fine delle ideologie” ovvero della istericamente urlata (fin troppo istericamente per non destare sospetti) morte di Marx e del comunismo.
Rinunciando a una strutturazione reale, ad articolarsi nel concreto sviluppo della storia, a definire la sua lotta “di classe”, quindi della classe oppressa contro quella dominante, l'ideale, rimasto per troppo tempo nella sua astrattezza ha finito per smarrire ogni significato. L'archetipo della sovversione e della rivoluzione ha subito un processo di privazione che ne ha lasciato un guscio vuoto. Ciò che è sopravvissuto è del tutto inservibile se non per fini apologetici. Così della rivolta degli esclusi non è rimasto che un mutamento meramente fisico, un “rimescolamento”, un'inversione dell'ordine dei fattori che non cambia il prodotto complessivo.




*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente