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30 nov 2016

Contro la meritocrazia*

Quello della meritocrazia è un mito del capitalismo che diventa uno slogan politico buono per tutti i partiti. Ne ha fatto un vessillo la stampa con i suoi giornalisti di punta che periodicamente lanciano campagne per chiedere “più merito”; gli economisti ne esaltano le presunte virtù salvifiche per l'economia e i politici ne promettono ad ogni comizio. Ne è stato promotore Renzi che ha ripetuto queste due parole, “merito” e “meritocrazia”, in modo quasi ossessivo nel corso della sua ascesa politica.
L'istanza della meritocrazia è semplice: gli incarichi direttivi siano affidati ai più capaci! Siano premiati i migliori! La scuola selezioni gli allievi più meritevoli! Si faccia questo e tutto andrà per il meglio!
La parola meritocrazia è in realtà sinonimo di un'altra, che i suoi alfieri preferiscono non usare: aristocrazia. Aristocrazia significa proprio “governo dei migliori” e indica una società in cui il potere è affidato agli individui considerati più validi. Un'aristocrazia non deve essere per forza ereditaria, come anche lo è stata in passato, ma può essere anche elettiva, o, infine, meritocratica, cioè selezionante sulla base di alcuni sistemi di valutazione. La meritocrazia è la forma moderna di aristocrazia. Forse l'unica differenza tra quella attuale e quella antica è che mentre quest'ultima premiava di più il coraggio e le virtù morali, la meritocrazia ha un'accezione quasi esclusivamente tecnica, mira cioè a valutare le abilità professionali degli individui e il loro rendimento indipendentemente dal loro profilo psicologico.
Nella definizione di meritocrazia (o di aristocrazia) è già contenuta la domanda cui è difficile (se non addirittura impossibile) dare una risposta valida: chi sono i migliori? Quali caratteristiche devono essere premiate? Per alcuni potrebbe essere il coraggio, per altri l'onestà, per altri ancora l'intelligenza o magari l'affidabilità. Dato che si tratta di caratteri personali molto diversi non possono essere paragonati e misurati in modo oggettivo. È preferibile un uomo intelligente ma vile, o uno sciocco ma coraggioso? È preferibile un dirigente estremamente preparato nel suo campo ma egoista o uno poco preparato ma altruista? È difficile trarre una regola generale. Ma anche presupponendo che si possano isolare una o poche qualità sulla base delle quali si sceglie di valutare i vari candidati, è tutt'altro che semplice trovare un metodo certo a questo scopo. Probabilmente le nozioni teoriche acquisite possono essere misurabili, ma come fare per l'intelligenza? Solo questa, infatti, permette di applicare queste nozioni ai casi pratici con profitto. A cosa serve, ad esempio, un avvocato che conosce tutto il codice a memoria, ma non sa tenere un'arringa?
Il sistema di misurazione dell'intelligenza più accreditato è il Q. I. I fautori della meritocrazia si avvalgono di esso per selezionare tra allievi o candidati. Questo criterio però valuta solo una parte dell'intelligenza, quella di tipo logico e matematico. Ma cosa dire di tutte le altre facoltà intellettive? L'abilità nelle relazioni umane, le capacità comunicative, l'intuito nel comprendere stati d'animo propri e altrui, la fantasia (che non ha a che fare tanto con la pura logica matematica, ma con la logica associativa) sono tutte particolari forme di intelligenza che il Q. I. non è in grado di valutare. Eppure esse sono necessarie per svolgere molti compiti nella quotidianità. Ogni individuo le possiede, seppure a diversi gradi. In realtà la mente umana non funziona a compartimenti stagni, ma queste diverse facoltà si intersecano tra di loro e al momento di esprimersi diventano quasi indistinguibili. Uno scienziato, ad esempio, deve poter contare anche su una buona dose di fantasia, se vuole trovare soluzioni efficaci ai problemi e fare nuove scoperte. Ma un pittore, che è associato all'immaginazione artistica, deve conoscere le regole della prospettiva, che riguardano la logica “classica”. La separazione tra le varie facoltà è astratta e un prodotto dell'evoluzione culturale, non qualcosa di “naturale”. Di conseguenza, il Q. I. non solo fallisce nel valutare l'intelligenza considerata nel suo complesso, ma potrebbe persino nella misurazione di quella parte specifica che gli è più congeniale, perché anche questa si avvale di tutte le altre.
Se quindi è impossibile valutare oggettivamente l'intelligenza (figuriamoci altre qualità come la lealtà, il coraggio, la bontà ecc.) le fondamenta stesse della meritocrazia sono alquanto instabili.
Sarebbe sicuramente più onesto, da parte dei sostenitori della meritocrazia, ammettere che ciò che essi vogliono premiare è un particolare tipo di merito, in genere quello che ha a che fare con capacità tecniche e professionali. Sfortunatamente per loro (e fortunatamente per il genere umano) un metodo certo e obbiettivo per farlo non esiste e non potrà mai esistere, perché quasi tutte le attività richiedono un'interazione di diverse qualità. Ma anche se esistesse, questo metodo dovrebbe considerare una certa facoltà a scapito di tutte le altre. Anche ammesso, quindi, e non concesso, che la valutazione di questa facoltà possa essere oggettiva, non lo sarebbe affatto la preferenza accordata a essa rispetto a tutte le altre. Questa preferenza scaturisce da un pregiudizio e da una motivazione ideologica, invece che da una presunta imparzialità. L'intento che si cela dietro l'ideologia artistocratico-meritocratica è quello di promuovere una data idea di società e di respingerne altre. Gli individui selezionati non sono perciò “i migliori” o “i meritevoli” (parole che, di per sé, non hanno alcun significato) ma quelli giudicati più idonei a realizzare una certa organizzazione sociale. La meritocrazia promuove un produttivismo esasperato e sottopone tutti i bisogni umani alla tirannia dell'economia e del mercato. Il fine deve essere quello di produrre più ricchezza, concepita soltanto in termini di beni commerciabili e di denaro – quindi tutto quello che non è misurabile dal denaro viene giudicato privo di valore: gli affetti, l'empatia umana, ecc. Gli individui devono essere appetibili per gli acquirenti (le imprese) e come le merci devono possedere certi requisiti che ne determinano il valore. Chi non si accorda con le necessità della produzione e del mercato viene escluso, e su di esso peserà, come se non bastasse, il marchio infamante di “inetto”.
I dettami della meritocrazia sono stati applicati con grande solerzia nell'educazione, proprio lì dove hanno fatto più danni. Negli Stati Uniti è usato il sistema del Q. I., dei cui gravi difetti si è già detto. In Italia, per fortuna, esso non si è affermato, e tuttavia sentiamo ripetere dal Ministro Giannini, come da molti suoi predecessori, che ci vuole “più merito” nella sistema scolastico. Le direttive del Ministero, da diversi anni ormai, tendono a “collegare scuola e impresa”, snaturando completamente il nostro sistema educativo, instillando l'idea che la scuola debba servire non a permettere lo sviluppo di ogni persona secondo le sue attitudini e le sue scelte in armonia con la società, ma a “formare” nuovi tecnici e dirigenti per le imprese; i pedagogisti ormai hanno smesso di parlare di “conoscenza” come uno dei fini principali della scuola e ripetono ossessivamente la parola “competenze”, o il suo corrispettivo inglese, “skills”. La scuola, per la pedagogia meritocratica, deve produrre le competenze che servono al produttore-consumatore per adattarsi al mercato globalizzato.
Questo genere di organizzazione sociale più che premiare il merito incoraggia il conformismo, la furbizia, il cinismo, l'individualismo, l'avidità, il disincanto. Questo, in definitiva, è il merito che gli illuminati sostenitori della meritocrazia si affannano a elogiare e la cui promozione il governo ha fissato come proprio obiettivo prioritario.
Ci piace concludere con le parole del sociologo inglese Michael Young:

La società senza classi sarà quella che avrà in sé e agirà secondo una pluralità di valori. Giacché se noi valutassimo le persone non solo per la loro intelligenza e cultura, per la loro occupazione e il loro potere, ma anche per la loro bontà e il loro coraggio, per la loro fantasia e sensibilità, la loro amorevolezza e generosità, le classi non potrebbero più esistere. Chi si sentirebbe più di sostenere che lo scienziato è superiore al facchino che ha ammirevoli qualità di padre, che il funzionario statale straordinariamente capace a guadagnar premi è superiore al camionista straordinariamente capace a far crescere rose? La società senza classi sarà anche la società tollerante, in cui le differenze individuali verranno attivamente incoraggiate e non solo passivamente tollerate, in cui finalmente verrà dato il suo pieno significato alla dignità dell'uomo. [...] Il bambino, ogni bambino, è un individuo prezioso, e non soltanto un potenziale funzionario della società. Le scuole non devono essere vincolate alla struttura occupazionale, non debbono limitarsi a fornire individui idonei a svolgere le mansioni considerate importanti in un particolare momento, ma debbono dedicarsi a incoraggiare lo sviluppo di tutte le qualità umane, siano o non siano queste del tipo richiesto da un mondo scientifico. Alle arti e alle abilità manuali deve essere dato altrettanto risalto che alla scienza e alla tecnologia. (M. Young, L'avvento della meritocrazia, Edizioni di Comunità, Roma, 2014, pp. 194-195).









*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



Non chiamatela democrazia*

La parola democrazia è usata e abusata nella pubblicistica politica come anche negli studi accademici. Con essa si è soliti riferirsi al sistema politico-istituzionale occidentale, cioè in particolare quello dell'Europa e del Nord America. Si tende a considerare un dato di fatto indiscutibile che nei paesi di quest'area esistano governi che mutano negli anni ma che permanga una democraticità di fondo delle istituzioni.
L'uso del lessico politico è spesso irriflessivo, non è mai sottoposto a una seria critica storica e filosofica e viene accettato per lo più in modo quasi del tutto inconsapevole. Basterebbe anche un'analisi appena più profonda dell'ordinario per scoprire come la parola “democrazia” sia usata del tutto a sproposito.
Dovrebbe risultare piuttosto evidente che il “potere del popolo” non esiste nell'attuale sistema politico occidentale. L'esistenza del suffragio universale, vero feticcio della politica occidentale, di per sé non garantisce il potere del popolo. Garantisce soltanto la rappresentanza, che è una forma di legittimazione del governo in carica, una delle tante possibili. Questa rappresentanza attraverso l'elezione non coincide col potere del popolo e nemmeno con una sua qualsivoglia influenza decisionale. Di democratico non c'è nulla, nemmeno sul piano formale. Sarebbe più corretto definire invece questo sistema un'oligarchia rappresentativa, dove oligarchia sta a indicare il potere dei pochi sui molti e rappresentativa sta per legittimazione dei pochi per mezzo dei molti attraverso un'elezione.
Un carattere originale delle pseudo-democrazie odierne è la separazione tra gruppo sociale dominante e governo politico. Il gruppo dominante può non esercitare direttamente il governo, ma ciò non toglie nulla al suo dominio sociale che ne può persino venire rafforzato. Il governo politico è esercitato da una classe nazionale di burocrati e politici di professione distinta (ma non per questo in contrasto) rispetto alla classe oligarchica internazionale. Proprio questa separazione permette di perpetrare la finzione del potere del popolo che elegge di volta in volta certi membri di questa classe invece che altri, credendo così di esercitare la sua sovranità, mentre l'élite dominante, che è economica e non politica, resta immutata e non scalfita dal rito delle elezioni.
La ragione di questa illusione e del successo della maschera democratica dell'oligarchia (un'oligarchia anche più potente di quelle del passato) sta nel retaggio liberale che non persegue il controllo politico della società, ma al contrario, lo scioglimento o l'indebolimento di questo controllo politico. Il fondamento del governo, secondo tale concezione, si esprime in procedure di tipo politico-istituzionale “chiuse”, che cioè delimitano una sfera di intervento del governo la quale resta pressoché immutata. La concezione liberale considera infatti che necessitino di disciplina soltanto i mezzi politico-normativi, ma non quelli materiali ed economici. È questo, tra l'altro, il motivo per cui le teorie politiche nelle pseudo-democrazie sono spesso normativistiche. Si crea così una sfasatura tra l'“ufficialità” della prassi istituzionale e la realtà dei conflitti sociali e materiali.
C'è da dire che questo orientamento è stato mitigato dal socialismo, che ha costretto in alcuni casi i governi a estendere in parte la zona di intervento. Resta però il fatto che i gruppi sociali dominanti dispongono di mezzi infinitamente superiori (che sono andati crescendo negli anni) rispetto a quelli dei governi “democratici” limitati per natura. La potenza di questi mezzi finisce inevitabilmente per influire anche sulle procedure normative (influenza che i teorici normativisti fingono di non vedere). Bisogna considerare infatti la reale procedura di deliberazione politica dei parlamenti e dei governi “democratici”. Riassumendo, si può dire quanto segue:

- Le classi dominanti costituiscono e finanziano gruppi di pressione e “think tank” che elaborano e giustificano linee programmatiche nell'interesse di dette classi.
- Le classi dominanti sovvenzionano anche i principali partiti politici (tutti autodefiniti “democratici”).
- I gruppi di influenza non si estendono solo alla politica, ma anche all'editoria, ai media, alle università, che spiegheranno al pubblico la necessità di adottare quelle linee programmatiche
- I gruppi di influenza espongono ai capi-partito le linee programmatiche che hanno elaborato e la necessità di adottarle.
- I gruppi di influenza, sulla base di quelle linee programmatiche, redigono dei documenti politici che invieranno ai tecnici del governo.
- I tecnici, sulla base di questi documenti, redigono proposte di legge.
- Le proposte di legge arrivano sul tavolo dei parlamentari che dovranno presentarle in parlamento.
- Gli altri parlamentari ricevono dai loro partiti l'ordine di votare a favore di quelle proposte (che molto spesso essi non hanno neanche letto).
- La proposta viene votata e diventa legge. I rappresentanti eletti dal popolo hanno votato una legge contro il popolo.

Quanto descritto riguarda una comune procedura reale deliberativa. Ne esistono tuttavia anche di interdittive, quali: mancanza di finanziamenti per candidati che non rispettano le linee programmatiche, campagna mediatica sfavorevole o oscuramento, ricatto finanziario contro i governi che non si attengono alle linee (fuga di capitali, crollo del valore dei titoli di stato, ecc.).
È difficile vedere in tutto ciò anche un solo barlume di democraticità. Il popolo che avrebbe il potere quale potere ha? Quello di eleggere dei rappresentanti, che però sono già stati preselezionati dalle dinamiche suddette. Anzi, proprio il meccanismo dell'elezione a suffragio universale inibisce qualsiasi effettiva universalità; gli eleggibili devono ottenere consenso e per farlo devono passare attraverso le procedure di cui si è detto (reperimento di fondi, campagne mediatiche, ecc.). Certo, non è impossibile che nel processo deliberativo entrino istanze autenticamente “popolari”, ma molto difficile. La pseudo-democrazia scoraggia questa eventualità. Se si guarda la breve descrizione dei meccanismi deliberativi e interdittivi si nota facilmente che non sono di tipo normativo, o lo sono soltanto in una seconda fase, ma soprattutto economico. È la pervasività economica e non il controllo politico, alla base della pseudo-democrazia e ciò rende inutili tutti i dibattiti normativistici che trascurano questo fatto, ragionando per categorie astratte che basano i procedimenti decisionali su una supposta indifferenza di tutti i soggetti.
Bisogna però sgombrare il campo da qualsiasi ipotesi “cospirazionista”. Quanto descritto appartiene alla quotidianità e alla normalità delle procedure. Non si tratta di una “eccezionalità”, di un “tradimento” della “democrazia” ma è inscritto nel suo stesso modo di funzionamento. Un sistema politico che limita la sfera di intervento del governo ma non quella dei gruppi sociali dominanti porta inevitabilmente a un governo subalterno rispetto ai gruppi medesimi e quindi non potrà mai essere democratico.
Tutto ciò è piuttosto risaputo nelle conferenze organizzate dai gruppi di influenza e ai “rappresentanti del popolo” che vi partecipano. Secondo quanto riportato dal giornalista Paolo Barnard nel 2012 l'allora Ministro Elsa Fornero, al World Pension Summit ebbe a dichiarare: “I cambiamenti portati dalla riforma delle pensioni del governo Monti erano necessari per compiacere i mercati finanziari, altrimenti i mercati avrebbero devastato l’Italia”. Pare difficile pensare che un governo del genere possa essere definito democratico. L'ex Presidente della Commissione Europea Manuel Barroso disse, in un'intervista al Telegraph, che “La ragione per cui abbiamo bisogno dell’Unione Europea è proprio che essa non è democratica”. Considerando che circa l'80% delle leggi italiane sono applicazioni di direttive europee, questa affermazione è abbastanza rivelatrice del nostro sistema politico.
Si deve tuttavia ammettere che nei decenni passati gruppi sociali non dominanti hanno potuto esercitare una certa influenza nel processo decisionale. Non si trattava, nemmeno allora, di una democrazia, ma le particolari condizioni storiche e socio-economiche e certi apparati politici hanno permesso a interessi e volontà non oligarchiche di affermarsi. In Italia il contesto socio-economico per quarantacinque anni fu quello emerso dalla Resistenza. In questo sistema un capitale nazionale doveva giungere a un compromesso con una classe lavoratrice e questo compromesso poté essere garantito da una ceto di dirigenti politici. Attualmente, invece, il capitale si è internazionalizzato, i lavoratori indeboliti e disgregati, il ceto politico post-bellico esaurito e azzerato. Le basi quindi del compromesso sono venute meno. I gruppi sociali dominanti internazionali non hanno interesse a un nuovo compromesso e lavorano per restringere ulteriormente la sfera di intervento di governi. Ecco perché l'attuale fase storica appare ad alcuni come “involuzione democratica”, sebbene non si tratti di una degenerazione di un meccanismo intrinsecamente “sano”, ma di un adattamento politico a mutate condizioni storiche.
Le premesse per una reale democrazia, dunque, si creeranno solo quando cadrà definitivamente la maschera della pseudo-democrazia e vi sarà una presa di coscienza collettiva riguardo al carattere oligarchico del sistema di governo vigente, quando maturerà una capacità politica di contrasto di questa oligarchia e quando si capirà che il controllo politico per essere realmente democratico e popolare deve estendersi alla sfera economica e non ritirarsi da essa.









*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



31 ott 2016

Il feticcio della legalità*

Quello della legalità è un vessillo molto in voga in Italia negli ultimi tempi. L'appellativo di Sciascia di “professionisti dell'antimafia”, per riferirsi a certi magistrati, potrebbe essere convertito in “professionisti della legalità” intendendo tutto quel clero di giornalisti e scrittori che grazie alla retorica legalista ottengono un facile notorietà sui media. Si pensi al caso editoriale e televisivo di Roberto Saviano e alle sue pillole legalitarie dispensate in libri, articoli e spettacoli per le masse degli indignati a comando. L' “ondata”legalitaria, infine, non poteva non fare la sua incursione anche in politica, con l'idea del “fronte degli onesti” di cui il Movimento Cinque Stelle è il maggiore interprete.
A cosa si deve il successo del legalismo in Italia? A un'antropologia basica, innanzitutto, che divide gli individui in “onesti” e “corrotti” o “mafiosi”, di facile comprensione e di immediato impatto emotivo. Nell'era del ripudio delle ideologie (ovvero di tutte le ideologie tranne di quella del mercato sovrano) e di ogni idea di totalità filosofica l'antropologia legalista si innesta perfettamente su questo nichilismo politico. Essa infatti non interroga convinzioni politiche ma soltanto la “coscienza privata” dell'individuo, la moralità riferita alla cerchia individuale.
Il legalismo non contempla una critica della società. L'ambiente sociale è un fattore neutro, che non influisce nello scontro tra buoni e cattivi, eroi della legalità e delinquenti che tramano per i propri interessi egoistici. L'ordine sociale viene accettato come un dato di fatto immutabile, una pura cornice della lotta tra bene e male, legge e crimine. Il legalismo, anzi, assume come proprio scopo la scrupoloso rispetto degli assetti giuridici e considera come foriero di disordine qualsiasi infrazione di tali assetti; ovviamente è ben lontano dal valutare i rapporti economici che sono alla base di questi ultimi, il che implicherebbe una critica e imporrebbe l'uscita dall'antropologia irriflessiva che si è dato. La battaglia legalitaria si gioca soltanto sul terreno della moralità privata, trasposta però in uno spazio pubblico; i mali sociali sono visti come il risultato dell'agire sconsiderato di alcuni singoli e dell'infrazione sistematica della legge. Non si comprende che, invece, l'illegalità è non la causa ma l'effetto: essa è uno degli esiti dei rapporti socio-economici. Il legalismo invece sacralizza la Legge, considerata non, marxianamente, come la sanzione giuridica di dati rapporti di produzione, ma come un ordine benefico in se stesso e pone l'adesione ad essa come il massimo fine perseguibile. Di conseguenza quest'ordine è di fatto assunto acriticamente come fisso e dato una volta per tutte.
In questa sacralizzazione della legge, che considera il rispetto della norma come valore in se stesso, la politica, che è invece cooperazione e conflitto dei gruppi sociali volta alla manipolazione della legge vista come mezzo e non come fine, scompare nell'etica privata. Se infatti la legge è a monte e non a valle della scelta individuale, sua condizione e suo presupposto, non è data altra possibilità che decidere individualmente in merito all'adesione o meno alla norma. La vita pubblica così si esaurisce nella coscienza del singolo nel momento in cui questi sceglie a quale campo appartenere, tutto il resto non è che un corollario di questa scelta: la vita pubblica è ridotta alla semplice trasposizione pratica della coscienza privata e l'intersezione dell'agire dei singoli.
Tuttavia nella dimensione morale può sorgere una contraddizione. L'etica infatti esige dagli individui una scelta non solo sul versante privato, ma anche su quello pubblico e politico. Deve sorgere necessariamente un “principio di responsabilità”, per usare l'espressione di Hans Jonas che impone di trasferire il processo decisionale all'ambito socio-politico, e quindi impone una presa di posizione non soltanto in merito all'affermazione o negazione della legge, ma anche riguardo alla sua sua sostanza e al contesto ambientale che ne è alla base. Così il legalismo, qualora si sviluppi coerentemente l'interrogativo morale, rischia di entrare in crisi e in contraddizione con i propri presupposti. Perché questa eventualità non si verifichi è necessaria un'accettazione religiosa della legge, tale per cui si consideri come un valore intrinseco e non estrinseco l'adesione alla norma. È la legge stessa che diventa, in un rovesciamento dialettico, la legittimazione della morale, e non il contrario.
Ma l'accettazione religiosa della legge non è altro che l'accettazione irriflessa dell'ordine liberal-capitalistico. Se infatti la sovrastruttura giuridica è radicata nel contesto socio-economico, il rispetto acritico della norma – storico e mutevole, ma trattato come fosse astorico e immutabile – è un'adesione passiva a questo stesso contesto.








*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



7 dic 2015

I limiti del sistema pluripartitico

La sconfitta del peronismo in Argentina e quella del chavismo in Venezuela devono indurre a una riflessione. Il modello di governo rappresentativo occidentale, di tipo parlamentare-suffragista-pluripartitico non può funzionare. Attenzione, non si sta dicendo che deve essere riformato. Si sostiene, al contrario, che esso è irriformabile. O per meglio dire, qualsiasi riforma istituzionale che ne mantenga intatti i presupposti essenziali può soltanto modificare la superficie dei rapporti giuridici, senza essere in grado di incidere in profondità.
Questo sistema di governo si adatta alla perfezione all'egemonia delle nuove oligarchie capitalistiche finanziarie; esso assicura una finta dialettica tra avversari e programmi, ma poi finisce per affermare un'identica visione della società, quella di tipo neoliberale. È vero, in particolari situazioni può crearsi una falla; una forza politica anti-oligarchica può conquistare legalmente il potere vincendo le elezioni e in questo modo riuscire a incidere in profondità nella società e nell'economia di una nazione. Tuttavia questo può avvenire per un periodo limitato di tempo. Le elezioni periodiche metteranno sempre a rischio il governo riformatore. Ciò lo stiamo vedendo in America latina, dove forti opposizioni pro-oligarchiche e neoliberali rischiano di porre fine ai governi riformatori. Una situazione simile rende le "rivoluzioni" antiliberiste sudamericane, come quella peronista e kirchnerista in Argentina e quella bolivariana in Venezuela, molto traballanti.
Il problema è che il governo suffragista-pluripartitico è molto debole, estremamente debole. Si può dire che mai nella storia sia esistito prima di esso un governo così debole. La sua debolezza si deve al breve intervallo tra un'elezione e l'altra, elle grandi limitazioni del potere esecutivo a favore di quello parlamentare, all'ineleggibilità della stessa persona oltre un certo numero di mandati e ad altri fattori che non si starà qui a elencare. Tuttavia per le oligarchie questo non è un grande problema, perché il sistema pluripartitico generalmente non è pluri-ideologico. La pluralità a livello formale e istituzionale non corrisponde a una pluralità a livello socio-culturale. Ciò perché le oligarchie sono in grado ormai di controllare la quasi totalità dei mezzi di produzione, compresi i mezzi di produzione della cultura.
Cosa ne deriva? che la cosiddetta "alternanza democratica", il feticcio del sistema pluripartitico, è in realtà un'alternanza solo formale, in quanto ogni cambio di governo non è un cambio di regime. Anche questo è un fatto nuovo nella storia. Il governo politico può cambiare senza che cambi il gruppo sociale dominante. Di conseguenza la debolezza del governo che può apparire uno svantaggio per le oligarchie e un fatto estremamente democratico è in realtà un vantaggio per esse, poiché nasconde la natura dispotica del potere dietro un velo di rappresentatività formale.
Non è stato sempre così. In passato nell'Europa occidentale la rappresentatività era reale, per quanto limitata, ma questa è durata appena quattro o cinque decenni.
Tuttavia, questo sistema di pluralismo formale permette in alcuni casi un sovvertimento effettivo del potere. Ciò è accaduto in Argentina con l'era dei Kirchner e in Venezuela con i governi di Chavez e Maduro. Ma se un tale sistema permette all'opposizione reale e non solo formale e alle forze anti-oligarchiche di giungere al potere, non permette loro di mantenerlo. Infatti i meccanismi formali assicurano un'egemonia sociale limitata e precaria. La regola dei limiti di mandati presidenziali, ad esempio, ha contribuito alla sconfitta del peronismo, poiché a un capo forte e riconosciuto deve succedere uno meno forte, a meno che questi non compensi un simile svantaggio con una buona dose di carisma personale. Il sistema pluripartitico rappresentativo assicura la possibilità di costituire un governo anti-oligarchico (per quanto ciò in genere sia molto difficile, data l'egemonia economica e culturale dell'oligarchia) ma non di mantenere questo potere. Ecco come la debolezza del governo, che appariva un elemento di garanzia democratico, risulta invece favorevole all'oligarchia e penalizzante per i suoi avversari. Le forze oligarchiche, infatti, conservano il loro potere economico anche quando sono opposizione politica, e possono far leva su questo potere per scalzare un governo ostile. Una volta vinte le elezioni, poi, queste forze assommeranno al potere economico quello politico. Ciò non vale, invece, per i loro avversari, che non possono competere sul piano economico.
Alla debolezza strutturale del governo riformatore antioligarchico che rimane nella cornice del pluripartitismo, bisogna aggiungere quella contingente: difficilmente questo governo potrà riformare radicalmente la società e non potrà spingersi oltre un certo grado di intervento, perché deve tenere a bada l'opposizione che attraverso i suoi organi di propaganda potrebbe trasformare il trauma di un cambiamento troppo repentino e radicale in malcontento popolare e vincere così le elezioni. Inoltre l'opposizione oligarchica è in grado di boicottare gli interventi del governo avversario usando il potere economico. Ad esempio in Venezuela, attraverso la cosiddetta "guerra economica", ovvero la scarsità di merci artificialmente indotta, essa ha creato seri problemi al governo. In casi estremi potrebbe avere i mezzi per ricorrere persino all'illegalità e al colpo di stato contando sull'appoggio di potenze straniere (Cile '73), ma spesso non è necessario.
Un'altra caratteristica del pluripartitismo suffragista è che esso può essere indebolito e annullato in caso di pericolo per le oligarchie, lasciandone intatti i meccanismi formali. Questo sta avvenendo nell'Unione Europea, dove il potere politico del governo e del parlamento è di fatto annullato, per quanto permanga sul piano giuridico. Le oligarchie, infatti, possono contare anche sull'azione a livello sovranazionale. Le forze anti-oligarchiche, invece, possono agire solo all'interno della nazione, o comunque, l'appoggio esterno di alleati stranieri difficilmente potrà controbilanciare il rapido ed efficace coordinamento mondiale dell'oligarchia che per sua stessa natura è sovranazionale e può facilmente creare o potenziare istituzioni internazionali in grado di contrastare i governi nazionali.
La conclusione è evidente. Il sistema di governo di tipo rappresentativo, suffragista e pluripartitico, invece che limitare l'oligarchia, ne è un alleato formidabile che essa all'occorrenza potrà usare per neutralizzare gli avversari. Ciò si deve alla debolezza intrinseca del governo in questo sistema, debolezza che non danneggia la classe socialmente dominante, poiché il pluralismo è solo formale e il cambio di governo in genere non è un cambio di regime, ma può dare alla popolazione l'illusione della "democraticità" delle istituzioni. Infine, è pur vero che un tale sistema può permettere alle forze ostili all'oligarchia di scalzarla dal potere politico in modo legale, ma non permette loro di conservare a lungo questo potere.
Le forze oligarchiche potranno, grazie alle elezioni, tornare al governo in qualsiasi momento e cancellare in poco tempo tutte le riforme sociali fatte dai loro nemici.
Risulta quindi evidente come una forza anti-oligarchica e antiliberista, che voglia opporsi efficacemente al capitale finanziario e realizzare un programma favorevole alle classi subalterne, non può limitarsi ad agire all'interno del quadro istituzionale suffragista-pluripartitico. È necessario, infatti, neutralizzare gli svantaggi di questa forma di governo. E ciò può avvenire in due modi: a livello economico, riducendo drasticamente il potere economico dell'oligarchia se non annullarlo del tutto (quindi espropriandola dei suoi oligopoli), o a livello politico, rafforzando in misura rilevante il potere del governo al di fuori dei vincoli del pluripartitismo (ad esempio limitando i partiti di opposizione, prolungando la durata del mandato, ecc.). In caso contrario, il rischio per il nuovo governo è costante ed è probabile che prima o poi sia sopraffatto dalle forze oligarchiche.




Immagine tratta da: http://www.notimix.com.ar/2015/09/cristina-kirchner-se-reunio-con-nicolas.html

30 giu 2015

Il paese delle emergenze*

“Emergenza nazionale”, “emergenza sicurezza”, “emergenza criminalità”, “emergenza immigrazione”, “emergenza rom”, “emergenza ambientale”, “emergenza idrogeologica”, “emergenza omofobia”, “emergenza economica”, “emergenza lavoro”,“emergenza sanitaria” e non può mancare, per quanto riguarda soprattutto il contesto internazionale, “l’emergenza umanitaria”. Tutti “allarmi” lanciati dai media che richiedono “governi di emergenza”. L’emergenza è ormai diventata una categoria della cultura nazionale alla cui lente deformante vengono osservate tutte le questioni. Praticamente non esiste settore della vita pubblica che non abbia la sua emergenza. Ma che cos’è che la rende l’ottica privilegiata attraverso la quale filtrare tutti i fenomeni sociali?
La parola “emergenza” deriva dal latino “e-mergere” che vuol dire “venire alla superficie dell’acqua”, quindi anche “innalzarsi”, “risaltare”, dunque “emergenza” è ogni fatto, avvenimento o fenomeno che era precedentemente nascosto, sommerso, e che, per qualche circostanza, viene all’attenzione di tutti. L’emergenza infatti non indica soltanto una condizione oggettiva del fatto osservato, ma anche soggettiva, dipendente dal punto di vista dell’osservatore. Può trattarsi di fenomeni sottaciuti, ignorati, considerati con sufficienza, e che, per un evento particolarmente traumatico, emergono all’attenzione del pubblico che prima li relegava all’ignoranza o all’incoscienza. La stampa e i media giocano un ruolo decisivo nel determinare il momento e l’evento che costituiscono un insieme di fatti come emergenza. Di conseguenza, a renderla tale più che l’oggetto in sé, è l’impressione che esso, attraverso il filtro dell’informatore, ha sull’informato.
Bisogna dire che il vocabolo è usato spesso sul modello dell’inglese “emergency” che indica una condizione particolarmente critica, la quale esige un’azione decisa che possa portare se non alla sua risoluzione alla normalizzazione, quindi ricondurlo a una condizione precedente a quella d’emergenza.
È chiaro che la dimensione attraverso cui essa è percepita come tale è il tempo. Un fatto immediato, la degenerazione improvvisa di un fenomeno di disagio, perché poco conosciuto o trascurato, costituiscono un’emergenza, la quale richiede un intervento rapido, senza fronzoli, che trascuri anche le normali procedure o la prassi corrente pur di intervenire tempestivamente. La parola “emergenza” fa appello alla rapidità di esecuzione, più che alla sua qualità, mette i sensi in allerta, perché si sia pronti a intervenire da un momento all’altro. Quando l’emergenza compare sui principali quotidiani, l’attenzione dei cronisti è sempre rivolta ai particolari tecnici dell’intervento richiesto. L’azione ha la priorità assoluta e la riflessione deve fare un passo indietro, eccetto in ciò che è indispensabile per la messa appunto rapida dell’intervento. La dialettica politica diventa un orpello non solo inutile, ma che potrebbe danneggiare la riuscita dell’intervento, il cui merito principale deve essere quello della tempestività. In effetti la procedura emergenziale è la negazione stessa della politica. Essa richiede l’attivazione di un sapere tecnico e operazionale, ma non dialettico. La politica necessita infatti di tempo; il tempo della riflessione, del dibattimento e infine della decisione come esito della mediazione di tutte le istanze e ciò vale in particolare per la politica dello stato rappresentativo e non autocratico, che assicura il diritto di parola a tutte le parti. L’emergenza non dà tempo. In stato di emergenza la mediazione, il diritto di rappresentanza, la politica in generale, sono lussi che non ci si può concedere. Tutta quella che sarebbe la normale procedura articolata nella dialettica e nella sintesi delle diverse parti riconosciute viene condensata nella decretazione di un’unica autorità il cui unico obbligo può essere solo quello di comunicare a giochi fatti ciò che si è deciso in altre sedi. Mai come in questo caso vale il detto popolare il tempo è tiranno.
Una delle definizioni che dà il vocabolario Treccani, per ciò che concerne il gergo giornalistico, del lemma “emergenza” è “situazione di estrema pericolosità pubblica, tale da richiedere l’adozione di interventi eccezionali” nella quale compare non solo lo stato di allerta, la percezione del pericolo portata al massimo e quindi la tensione emotiva, che già di per sé è d’ostacolo alla riflessione e al dibattito, ma l’eccezionalità dell’intervento. L’intervento deve essere eccezionale non solo perché costituisce una deviazione rispetto alla procedura ufficiale, o comunque alla prammatica o a ciò che viene inteso di solito, ma anche per quanto riguarda il merito dello stesso intervento, al quale si richiede oltre che una rapidità fuori dal comune, come è stato detto, un’efficacia sicura, anche a costo di andare a scapito della precisione. La retorica dell’emergenza intima di lasciare il bisturi e di impugnare la sega. Un arto dovrà essere amputato per salvare l’intero corpo. La caratteristica saliente dei discorsi emergenziali è quella di riconoscere come inutili tutte le procedure “di diritto”, cioè quelle che riconoscono le diverse istanze e mirano alla mediazione. Per la retorica emergenziale esse diventano all’improvviso inutili per il semplice fatto che esiste un’unica istanza valida per tutta la durata dell’emergenza, ovvero la risoluzione dell’emergenza stessa. Finché questa non cessa, nessun’altra istanza può ottenere riconoscimento, perché non potrebbe essere applicata.
Non solo il pericolo a cui si è esposti a causa dell’emergenza viene descritto come superiore al pericolo del mancato riconoscimento di una, di più o di tutte le altre istanze, ma ogni altra istanza viene misconosciuta, in quanto può essere applicata soltanto l’unica procedura tecnica possibile che intervenga efficacemente sull’emergenza. Ecco perché le ragioni dell’autorità rappresentativa, come quella che viene descritta come “governo democratico-liberale”, vengono invalidate nella premessa. Venendo meno la pluralità delle istanze, viene meno la necessità di rappresentarle. TINA era lo slogan del Primo Ministro inglese Margaret Thatcher, l’acronimo di There Is No Alternative, riadattato per la campagna di privatizzazioni delle aziende pubbliche della Germania dell’est dopo il crollo del Muro di Berlino; non c’è alternativa all’azione immediata e alla sua preparazione meramente tecnica. Essa non sarà indolore, ovviamente. Ma l’emergenza ha la priorità rispetto a qualsiasi istanza. In questo modo i “governi d’emergenza” sedano quell’opposizione che in altre circostanze, entro una cornice “di diritto”, avrebbero dovuto riconoscere. In tempi recenti l’emergenza del debito pubblico ha invalidato la dialettica parlamentare. Bisognava “fare sacrifici”, amputare la parte in cancrena, intervenire pesantemente anche a costo di danneggiare una delle parti riconosciute. La sovranità stessa dello Stato rappresentativo viene messa in discussione dalla procedura emergenziale. Viene ceduta a istituzioni più rapide e più adatte ad applicare le procedure, sacrificando ad esse tutto il resto. La politica, nel suo significato originario, come autogoverno della polis, è annullata. Il governo deve essere demandato ad autorità esterne alla città, o alla nazione.
Non è certo la prima volta nella storia che fa la sua comparsa lo stato di emergenza. Procedure emergenziali esistevano già nella antica Roma repubblicana, come nel caso del dictator, che poteva essere incaricato dal Senato in caso di guerra. Ma era codificata con precisione, aveva dei limiti e una durata circoscritta. L’emergenza attuale invece trascende qualsiasi vincolo, comprese le leggi e le costituzioni. Non ha una durata precisa. Non esiste un limite temporale oltre il quale l’emergenza non possa protrarsi. Né un contenimento della frequenza con la quale si ricorra alle procedure emergenziali.  Questo aspetto entra in contraddizione con la ragione stessa di simili procedure, perché ciò che le giustifica non solo agli occhi dei governi, ma persino delle opposizioni che le accettano, seppure a malincuore, come male necessario, è la rapidità. Il problema deve essere risolto in fretta, altrimenti rischia di diventare irrisolvibile. Eppure, le procedure di emergenza si protraggono sempre più nel tempo, ampliano sempre più la loro sfera di influenza, il numero di settori della società che avocano a sé, esse si normalizzano, realizzando uno strano paradosso: la costituzione di procedure e autorità di emergenza che però diventano la norma di fatto accettata e vigente in contrapposizione al diritto formale.


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Dalla “deideologizzazione” all’astensionismo*

Molto si è detto, molto si dice e molto si dirà nei giorni a venire, come sempre del resto, sulle ultime elezioni. Torme di commentatori, analisti, politici e politologi si affanneranno attorno alle percentuali per indicare direzioni e tendenze, crescite, cali e tenute dei vari partiti e dei singoli candidati. Eppure, come sempre, un dato viene ignorato, forse il più importante, il più basico, quello senza il quale tutto il resto diventa un garbuglio di chiacchiere senza senso. Quello che dichiara se il popolo che secondo la Costituzione sarebbe il titolare della sovranità decida o meno di esprimere una preferenza, di partecipare alle elezioni; se quel popolo reputi di dovere e potere scegliere una delle “offerte politiche” che l’industria mediatica in maniera persino forsennata gli propone.
Eppure, a dispetto di tutta la pubblicità e del marketing elettorale che hanno colonizzato ormai la politica, facendo dell’elettore un consumatore, ormai da qualche anno in Italia (come nel resto dei paesi occidentali) si registra una costante riduzione di coloro che si recano alle urne. Durante le ultime regionali poco più della metà degli aventi diritto ha partecipato al voto. In occasione delle elezioni in Emilia dello scorso novembre, invece, l’affluenza è stata di appena il 37,7%. Viene da domandarsi come si fa a rallegrarsi per una presunta vittoria, in queste condizioni. Sembra lontano quel 1976, l’anno in cui il 93% dei cittadini partecipò al voto. Dopo di allora un calo lento ma inarrestabile. Comunque per altri trent’anni le percentuali si mantennero superiori all’80%, fino alle politiche del 2008, proprio quelle in cui, ironicamente, videro l’esordio di un partito che si definisce democratico.
Ma lo spartiacque è stato il biennio ’78-’79, in cui i votanti scendono al di sotto di quel 93% che sembrava un dato consolidato. Se si leggono le vicende storiche di quell’epoca è facile capire il perché. Sono gli anni, infatti, del fallimento del “compromesso storico”. I berlingueriani del PCI e le correnti più progressiste della Democrazia Cristiana avevano cercato di trovare un accordo tra i due partiti che prevedesse l’ingresso dei comunisti al governo o quantomeno in una maggioranza parlamentare. Berlinguer aveva teorizzato l’impossibilità per il PCI di governare da solo con il 51%, quindi quell’accordo diventava cruciale, vitale, per la sinistra italiana. Il suo fallimento, dunque, avrebbe segnato il fallimento di un’epoca. Non solo della sinistra, che aveva cercato di proteggere “socialdemocraticamente” il lavoro, schierandosi con le lotte operaie in sede sindacale, ma cercando la mediazione e il compromesso in sede politica e giungendo infine alla piattaforma dell’accordo con la DC; l’omicidio Moro segnò la fine delle speranze, delle illusioni di quegli anni. Decretò che un’alleanza di governo tra comunisti e democristiani non era possibile, ma per di più sancì che gli americani non avrebbero mai accettato il PCI al governo, a nessuna condizione, confutando la strategia berlingueriana, tutta protesa a tentare di sedare i timori d’oltreoceano.
Nel frattempo si affermava un’altra istanza più generale – anche se in qualche modo connessa a quella suddetta – che trascendeva i confini nazionali: la deideologizzazione dei partiti di massa e l’affermazione di una concezione della politica sganciata dai sistemi teorici del Novecento. La deideologizzazione non era assenza di ideologia, ma suo camuffamento, o, per meglio dire, riduzione di essa all’incoscienza delle masse. Essa diventava pervasiva con l’egemonia del mercato nella pubblicità e nei media, ma sfuggiva alla consapevolezza di quel popolo sulla cui sovranità la Carta fondamentale intendeva fondare lo Stato.
Il primo partito italiano ad annunciare la nuova tendenza fu il PSI craxiano, che rinnegò il marxismo e sostituì la falce, il martello e il libro con un più neutro garofano, sull’esempio portoghese. Ma fu seguito, alcuni anni più tardi, dal PCI, che, accettando acriticamente il crollo dell’URSS, capitolava anch’esso, dissolvendo la tradizione comunista in un astratto e indefinito concetto di sinistra. Poi fu la volta dell’irrompere di Berlusconi e di Forza Italia sulla scena politica, animato da un anticomunismo superficiale e folkloristico, in ragione del fatto che il comunismo italiano era già praticamente estinto. La figura dell’imprenditore milanese avrebbe calamitato enormi flussi emotivi, di odio cieco o di amore incondizionato, contribuendo a tener vivo artificialmente l’interesse degli italiani per la politica, più per simpatie e antipatie personali, o sulla base di giudizi etici, che per autentica coscienza politica e convinzione ideologica. Tutti ricorderanno gli anni in cui essere di destra o di sinistra significava essere rispettivamente berlusconiani e antiberlusconiani. Ma ormai il sentiero era tracciato. Si affermavano partiti autoproclamatisi “anti-ideologici” come la Lega Nord ,che intendeva rompere la dicotomia destra-sinistra o progressisti-conservatori, proponendo quelle geografiche e topografiche, nord-sud o centro-periferia. Ormai anche la simbologia della sinistra astratta doveva essere abolita e il PDS si preparava ad eliminare l’ultimo reperto ideologico. Nasceva il PD.
Ma gli artifici pirotecnici non riuscivano a frenare a il crollo dei consensi (quelli reali, cioè in voti assoluti). Il malcontento non riusciva però a esprimersi, perché mancavano i mezzi interpretativi, estirpati da anni di “ideologia deideologizzante”. Al massimo poteva incanalarsi in una protesta tanto radicale e d’effetto nella forma quanto conformistica e velleitaria nella sostanza, ennesima tautologia della “politica post-ideologica” riverniciata con una mano di ribellismo “anti-casta”: trionfava (temporaneamente e precariamente come tutti i partiti e i movimenti deideologizzati) il Movimento Cinque Stelle, quello di una generazione nata e cresciuta in un mondo “post-moderno” e “post-ideologico”, dove la politica si fa in rete e nei sistemi virtuali di comunicazione.
Ciò che appare costante, al netto di tutta la cosmesi mediatica, è l’incapacità dei nuovi partiti, del “nuovo che avanza” di attuare una prassi trasformatrice, di incidere nella storia, perché ormai sono smarrite tutte le categorie concettuali che permettono di orientarsi, di tracciare le differenze (senza le quali non c’è conflitto e quindi non c’è dialettica politica) e di proporre pratiche efficaci. L’inadeguatezza è percepita intuitivamente dalle masse, ma queste ne attribuiscono le ragioni a cause fittizie o del tutto secondarie e trascurabili (la “casta”), proprio perché sono state avvinte da quella che è la vera ragione della loro insoddisfazione per la politica postmoderna, ovvero l’assenza di categorie concettuali e di un pensiero e di una prassi politica strutturati.
In un contesto del genere può maturare soltanto o il cosiddetto “voto di protesta” (un voto non per qualcuno ma contro qualcun altro) – già superato, in quanto anch’esso moda passeggera – o in un astensionismo apertamente rivendicato e teorizzato, un astensionismo “eroico”, che si bea del proprio sacrificio virtuale e dell’obiezione di coscienza individuale, disperate testimonianze immancabilmente inefficaci dell’impotenza del cittadino nelle moderne società occidentali, più che della sua formale sovranità.


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30 apr 2015

La destatalizzazione dell'Italia*

Così può essere definito quel processo che tende ad espropriare lo Stato delle sue funzioni, per attribuirle ad altri enti, pubblici o privati, locali, nazionali o sovranazionali. In Italia esso si è manifestato con particolare virulenza a partire dagli anni '90, ed è poi proseguito e prosegue tutt'ora senza alcuna discontinuità.
A livello politico esso è stato favorito dalla conversione dei partiti di sinistra (in particolare l'ex PCI) all'ideologia neoliberale, dall'affermazione di una destra liberista, in parte da sempre, in parte anch'essa convertitasi, e dall'apparizione di istanze, soggetti e movimenti regionalisti e localistici il più importante dei quali è stato senz'altro rappresentato dalla Lega Nord.
A livello culturale sono due le caratteristiche di questi partiti che hanno permesso il nuovo corso anti-statalista della politica italiana. Da un lato l'imporsi di una presenza egemonica delle teorie economiche neoclassiche non solo in ambito accademico, ma anche nel dibattito presso i grandi media aperto al più ampio pubblico. Nonostante l'approccio keynesiano o post-keynesiano, al pari di quello marxiano, agli studi macroeconomici, sia piuttosto raffinato ed evoluto, oltre a poter contare sulla forza di un maggiore riscontro empirico, al grande pubblico vengono sempre proposte in maniera quasi esclusiva le visioni delle vecchie proposte liberiste, le stesse che portarono alla crisi del '29 e a quella più recente attualmente ancora in corso in Europa. Dall'altro lato è stata messa in atto una strategia di delegittimazione nei confronti del concetto di nazione. Quest'ultima è stata disconosciuta come portatrice di progresso nelle società contemporanee e identificata con una concezione dello Stato necessariamente autoritaria e dispotica, quando non apertamente totalitaria e fascista. Tutti coloro che cercano di difendere un concetto di Stato forte vengono pertanto criminalizzati con l'accusa infamante di fascismo o stalinismo.
La destatalizzazione consiste nel dislocamento centrifugo delle attività e delle funzioni burocratiche dallo Stato verso tre direttive. Una è quella della burocrazia internazionale, che è stata rappresentata dall'europeizzazione del diritto e della pianificazione della politica economica. Il controllo della moneta e delle politiche fiscali e valutarie è stato trasferito dallo Stato nazionale all'Unione Europea e alla Banca Centrale Europea. Il Parlamento italiano è stato completamente privato del proprio potere legislativo in materia economica. Esso si limita a ratificare decisioni prese altrove o a tradurre nel diritto italiano norme europee. In questo modo lo Stato ha perduto del tutto il potere di modificare il ciclo economico ed è stato azzerato qualsiasi sistema rappresentativo, funzionando le istituzioni europee secondo meccanismi per lo più autocratici.
La seconda direttiva verso la quale viene disperso il potere statale è quella del localismo amministrativo e dell'autonomismo aziendalista. I poteri amministrativi sono stati affidati alle Regioni e ai Comuni, in nome della gestione federalista della cosa pubblica. I fautori del federalismo sostengono che questo processo renderebbe l'ente pubblico più efficiente e “avvicinerebbe” i cittadini alla sua amministrazione. Nella realtà, tuttavia, il decentramento è servito a creare diseguaglianze e sperequazioni tra diverse aree. La regionalizzazione della sanità, ad esempio, ha creato rilevanti differenze nella qualità e nella quantità dei servizi, come nel loro costo, in violazione dell'articolo 3 della Costituzione che garantisce la parità di trattamento tra tutti i cittadini e impegna lo Stato a promuovere una effettiva eguaglianza. Il federalismo non serve a democratizzare l'amministrazione dei territori, ma soltanto a rafforzare le signorie e le reti clientelari di chi li amministra. Un ente locale non dispone di tutte le facoltà che gli permettano di esercitare un governo efficace e socialmente soddisfacente, se non isolatamente e a costo di notevoli scompensi e differenze tra le diverse aree. Esso infatti non dispone di alcune funzioni che sarebbero indispensabili, quali il controllo delle forze armate, il diritto di battere moneta, la pianificazione di una politica industriale e fiscale. Queste facoltà possono essere proprie soltanto di uno Stato centrale. Gli enti locali sono funzionali quando servono a ramificare e a diffondere il controllo dello Stato. Non quando tentano di sostituirsi ad esso.
La politica moderna, del resto, si basa proprio su questo concetto. Ovvero accentramento, piuttosto che decentramento; dalla periferia al centro e non dispersione dal centro verso la periferia. L'affermazione delle monarchie nazionali sui potentati e sulle signorie locali è stato uno dei fattori che hanno contribuito allo sviluppo politico, giuridico ed economico dei paesi europei. La sua mancanza, per lungo tempo, ha causato gravi ritardi nello sviluppo della Penisola, nonostante l'intraprendenza della nascente industria capitalistica che vide proprio in Italia la sua precoce fioritura. Le federazioni sono servite, ad ogni modo, ad accentrare, ad unire diverse entità territoriali non diversamente unificabili, e a permettere un migliore controllo amministrativo in un'epoca in cui le reti viarie e i mezzi di comunicazione non consentivano una trasmissione immediata delle informazioni. Diventa pertanto un reperto storico in un'epoca in cui le comunicazioni viaggiano alla velocità della rete internet, tanto più in un paese come l'Italia che ha sempre avuto, dalla sua unificazione, una tradizione centralista.
La stessa logica centrifuga – ancorché radicalizzata – è quella che giustifica l'autonomia delle cellule di alcuni settori strategici come la sanità e l'istruzione. Ospedali e scuole diventano simili ad aziende indipendenti, il cui scopo non è più quello di provvedere al benessere sociale, ma di mettere un prodotto sul mercato, secondo la logica capitalistica. Le aziende formative e quelle sanitarie si comportano come unità produttive autonome che hanno il compito di reperire capitali e di mantenere i bilanci in attivo. Non è una privatizzazione classica, ma di fatto questi settori vengono sottratti al governo dello Stato e consegnati alla infernale macchina del profitto che sostituisce il valore di scambio al valore umano e sociale.
La terza direttiva, invece, è quella delle privatizzazioni vere e proprie. Essa è sostenuta da una ideologia che vuole lo Stato sempre corrotto e inefficiente e l'agente privato come valido operatore selezionato dalla “mano invisibile” del mercato. L'Italia è stato il paese che ha compiuto la più imponente opera di privatizzazione. Ma in questo modo ogni servizio e ogni apparato industriale è stato sottoposto alle leggi di mercato e strappato agli interessi strategici nazionali. L'agente privato è vincolato alla necessità di realizzare un profitto. Questo vuol dire che il valore guadagnato dovrà essere sottratto a un altro agente di mercato. Inoltre, per realizzare un guadagno, l'azienda dovrà necessariamente sottrarre una parte del valore al compratore; cioè o il prezzo sarà troppo alto o la qualità del servizio più bassa. L'impresa pubblica di uno stato centralista e sovrano, invece, non sarà vincolata all'attivo di bilancio, e potrà fornire beni e servizi nell'interesse non del proprio profitto, ma del beneficio collettivo e della strategia macroeconomica nazionale.
Internazionalizzazione burocratica, localismo e autonomismo, privatizzazioni, sono le tre direttive verso le quali si sta cercando di destrutturare lo Stato per permettere a determinati gruppi economici di liberarsi dei vincoli sociali e di esercitare un'egemonia assoluta. La crisi politica, economica e sociale dell'Italia può essere fermata soltanto invertendo questa tendenza, con la ricostruzione di uno Stato nazionale, centralista, indipendente, che intervenga attivamente in economia, che diriga direttamente almeno i settori strategicamente più importanti della produzione e che pianifichi una politica industriale sul breve e sul lungo periodo. Solo così l'attività e il lavoro umani potranno essere sottratti alla mercificazione totale della società neoliberale e alle disumane esigenze del profitto.


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29 apr 2015

I colpi di stato in Italia e la strategia delle élite internazionali*

Spesso, quando si parla di “colpo di stato”, si intende il rovesciamento di un governo manu militari, ovvero avvalendosi dell'uso della forza e della minaccia delle armi.
Ma quello militare non è l'unica forma di colpo di stato possibile. Qualsiasi azione che abbia come fine la sostituzione delle cariche pubbliche o la caduta di un governo, può essere considerata golpista, anche se non si avvale della forza bellica.
In Italia ne esistono alcuni esempi, seppure inscritti dalle cronache nel normale corso storico “legittimo” delle istituzioni.
Nella storia repubblicana, dalla Costituzione del '48 ad oggi, si possono enumerare tre colpi di stato, differenti nella forma, ma tutti uniti da un identico filo rosso.

  • Il golpe del biennio '78-'79
  • quello giudiziario del '92
  • infine, quello economico-finanziario del novembre 2011

Il primo colpo di stato della storia Repubblica italiana (riuscito) è cominciato con un omicidio politico, quello di Aldo Moro. I fatti sono più o meno noti. Il rapimento dell'allora Presidente della Democrazia Cristiana da parte delle Brigate Rosse fino al suo assassinio e la conseguente chiusura del dialogo con i comunisti e della possibilità di un governo con il PCI voluto da Moro. La seconda fase del “biennio golpista” avvenne con l'incriminazione del Governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi nel marzo del '79. Sebbene sarebbe stato presto prosciolto da tutte le accuse dovette dimettersi e, ad ottobre, il Presidente del Consiglio Cossiga suggerì come successore Carlo Azeglio Ciampi.
Che cosa hanno in comune questi due eventi? Nel 1979 l'Italia sarebbe entrata a far parte del Sistema Monetario Europeo, che avrebbe fissato il cambio valutario in una forbice di oscillazione. Moro era contrario a un'entrata nello SME immediata e sine conditio. Successivamente al suo omicidio, dopo un colloquio col cancelliere tedesco Helmut Schmidt, nel marzo del 1979, il Capo del Governo Giulio Andreotti ufficializzerà l'entrata dell'Italia nello SME. Paolo Baffi aveva una posizione moderata sul sistema di cambi ed era favorevole ad una banda di oscillazione molto ampia. Proprio nel marzo di quell'anno egli venne incriminato e costretto a dimettersi sei mesi dopo, durante il governo Cossiga, il quale nominò ai vertici della Banca Centrale Carlo Azeglio Ciampi, europeista convinto e monetarista. La linea Baffi, che assicurava la competitività dell'industria italiana e un cambio favorevole a quest'ultima, venne sconvolta. Ciampi inaugurò una nuova linea di direzione anti-inflazionistica e monetarista. Nel 1981, in accordo col Ministro Andreatta, verrà sancito il cosiddetto “divorzio” della Banca d'Italia col Tesoro in nome del principio neoliberale dell'indipendenza delle banche centrali. Nel 1987 verrà stabilito un cambio più rigido, riducendo la banda di oscillazione. Ciò provocherà la crisi speculativa del '92 e il crollo dello SME.
Questa successione di eventi, abbastanza serrata ('78, '79, '81, '87) testimonia di un cambiamento ai vertici delle istituzioni italiane. La linea Moro-Baffi, pro-industria, anti-deflazionistica, con una saggia politica monetaria, aveva accompagnato la crescita dell'Italia come potenza economica, la quale surclassò l'Inghilterra, preparandosi ad affiancare Francia e Germania. L'omicidio Moro e l'incriminazione di Baffi capitarono al culmine della crescita di competitività dell'industria italiana. Baffi aveva bene affrontato e risolto la crisi del '76 in un paio d'anni, con il deprezzamento della lira rispetto al marco e l'apprezzamento sul dollaro. La nuova linea Ciampi fu segnata invece da un irrigidimento del cambio che avrebbe poi portato nel '92 a bruciare le riserve valutarie italiane nel vano tentativo di salvare il sistema monetario. Dopo il biennio '78-'79 comincerà un lento declino dell'economia italiana. I salari smisero di crescere (in nome della lotta anti-inflazionistica) e le potenzialità del sistema economico nazionale vennero imbrigliate dal tasso di cambio fisso.
Già nel '79 con l'affaire Baffi era stata inaugurata una strategia golpistica che successivamente sarebbe stata ampiamente usata: ovvero le indagini giudiziarie come mezzo per “disinnescare” una classe politica non funzionale a certi interessi economici internazionali. Nel '92, infatti, si aprì la stagione di Manipulite, una “rivoluzione mediatico-giudiziaria” che avrebbe ottenuto l'azzeramento della classe politica dirigente della Prima Repubblica. Ovvero quella classe dirigente che, pur tra contraddizioni ed episodi di corruzione (molto esagerati dalla narrazione giornalistica) aveva permesso la crescita economica, la riduzione della disoccupazione e la crescita salariale. Quello che l'economista Marcello De Cecco ha definito, con una formula non priva di efficacia, “keynesismo criminale” fu sostituito da – potremmo dire – un “hayekismo virtuoso”. Ovvero contenimento dei disavanzi pubblici, moderazione salariale, crescita della disoccupazione e stagnazione economica.
L'ultimo colpo di stato si realizzò nel novembre del 2011, quando Silvio Berlusconi, allora Presidente del Consiglio, venne costretto alle dimissioni e sostituito da Mario Monti. I governi Berlusconi erano contraddistinti da un deficit di bilancio non accettato dalla burocrazia europea e dalla Banca Centrale Europea. Nonostante i tentativi di Berlusconi di rientrare nei parametri verso la fine del suo mandato, la banche tedesche iniziarono a vendere massicciamente titoli di stato italiani, provocando una crollo del rendimento di questi ultimi e di conseguenza una carenza di compratori. Con l'euro questo significava andare incontro al default. Subito dopo l'insediamento di Mario Monti (noto per i suoi ottimi rapporti con la cancelleria tedesca) i rendimenti dei titoli tornarono a salire. Ma era iniziata la cosiddetta “austerità” per l'Italia. Ovvero la ricezione delle richieste delle lobby in favore di privatizzazioni, tagli della spesa pubblica e aumento della pressione fiscale.
In questi tre golpe (o unica strategia svoltosi in tre atti) sono stati raggiunti diversi scopi: la politica monetaria fu sottratta ai governi, la finanza pubblica venne imbrigliata da accordi internazionali, l'industria di stato frammentata e privatizzata e la disoccupazione tenuta al di sopra di una certa soglia. Tutto ciò andò ovviamente a vantaggio delle élite finanziarie.
È possibile notare anche un intersecarsi di due diverse strategie: quelle dei servizi segreti e del governo americani, che cercavano di indebolire chiunque non si accordasse ottimamente con l'egemonia atlantica degli Stati Uniti sull'Occidente, e quelle dell'industria e della finanza tedesca, che miravano a indebolire il loro principale concorrente. L'assassinio di Moro serviva per impedire un governo con la partecipazione dei comunisti che, nonostante la svolta berlingueriana a favore della NATO del '76, non erano giudicati alleati affidabili dagli USA; ma di ciò giovò anche il progetto dell'area valutaria europea (prima SME e poi Maastricht) quindi la cancelleria tedesca e la Francia che poterono trovare un'Italia indebolita. Così, le dimissioni di Berlusconi nel 2011, fortemente volute e ricercate dalla Germania, ottennero il via libera da Obama, che poteva ottenere la fine del multilateralismo della politica estera italiana e dell'apertura a paesi che Washington intendeva sfidare apertamente, ovvero Russia e Libia (nonostante Berlusconi si fosse rimangiato la parola con Gheddafi).
L'Italia pagò un prezzo altissimo. L'azzeramento della sua classe politica dirigente, la perdita di settori industriali fondamentali, la perdita della sovranità sotto tutte le forme (economica, monetaria, politica). Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.


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