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30 set 2017

Populisti opportunisti*

Se qualcuno si è fatto illusioni sui partiti cosiddetti populisti in merito alla loro presunta opposizione ai dispositivi economici in vigore deve oggi fatalmente ricredersi. 
Molti, nell’euforia di alcuni esiti elettorali, si sono rappresentati una contrapposizione irriducibile e all’ultimo sangue tra due schieramenti, globalisti da una parte e populisti dall’altra. I primi sono espressi politicamente dai partiti, dalle correnti e dagli individui che tradizionalmente hanno gestito e gestiscono il potere politico in Occidente (da Bush a Clinton, da Holland a Macron, da Blair a Cameron, da Merkel a Schultz, da Monti a Renzi); questi sarebbero i rappresentanti del globalismo economico più spinto e i nemici giurati dei populisti, i quali invece formerebbero un fronte variegato e trasversale che però ha in comune l’opposizione intransigente al “mondialismo” dei primi; si va così dalla Le Pen a Salvini, da Farage a Trump, passando per Podemos e Grillo.
Questa narrazione – che è complementare a quella di chi vede nella globalizzazione un momento di progresso e non riesce a individuarne le dominanti istanze de-emancipative – ha una grande carica semplificatrice e come tutte le semplificazioni emana un enorme fascino. Peccato che è falsa.
La storia, come sempre, fa giustizia di tutte queste frettolose e illusorie interpretazioni. La lotta anti-austerità della sinistra greca di Syriza si è dialetticamente mutata, con l’ascesa di Tsipras al governo, nel suo contrario, perché non costruita su una solida base teorica e su una analisi economica all’altezza. Trump, considerato il simbolo della “deep America” dimenticata dalla globalizzazione, appena eletto si è allineato alla politica estera aggressiva e imperialista dei suoi predecessori, minacciando Iran, Cina e Corea del Nord. Marine Le Pen, paladina della destra antimondialista, ha cominciato ad ammainare la bandiera della retorica anti-euro ben prima della netta sconfitta inflitta da Macron. Questa è la strada seguita anche dai populisti nostrani, Lega Nord e Movimento Cinque Stelle. Salvini, che deve la sua ascesa alla folata pseudo-sovranista e alla polemica contro l’Euro, ha cominciato a marginalizzare questi temi dalla sua agenda e ad attenuarne la iniziale intransigenza. Così scopriamo a un tratto che “Stare in Europa sì, ma da pari a pari, non con il cappello in mano” e che non si parla più di uscita dall’euro perché sarà l’euro che “cadrà”, quindi “o faccio finta di niente fino al giorno in cui cadrà, oppure mi preparo un attimo prima e penso a cosa fare il giorno dopo prima che il tetto mi crolli sulla testa”. Del resto la possibile alleanza con Berlusconi, che contro l’euro non lo è mai stato, è già una prova delle reali intenzioni del Carroccio. Nel partito esiste un’anima profonda di leghisti della prima ora per nulla soddisfatti degli ammiccamenti di Salvini a economisti come Borghi o Bagnai; quest’ala, composta da dirigenti di primo piano quali Maroni, Zaia e lo stesso Bossi, non vuole alienarsi il possibile appoggio di banche e industriali e non ha mai mostrato nessun interesse per l’anti-eurismo, che anzi sembra aver finora tollerato con fastidio. D’altro canto lo stesso programma economico leghista è tutt’altro che una dichiarazione di guerra alle oligarchie economiche, con la sua proposta di aliquota fiscale non progressiva a vantaggio dei ceti più ricchi. 
Ma il Movimento Cinque Stelle non è da meno. Non si contano le volte in cui Grillo ha cambiato idea sull’euro, a seconda dell’occasione e delle indicazioni demoscopiche, ma, a parte questo, sembra lanciato Luigi Di Maio come candidato incontrastato del Movimento, ovvero uno dei dirigenti meno “antagonisti”, anche nella retorica. Sostenuto da Davide Casaleggio è il volto rassicurante dei Cinque Stelle quando questi devono presentarsi di fronte al potere economico. Di Maio sfruttando l’occasione propizia ha subito chiarito che l’uscita dell’euro resta un’eventualità improbabile, e ha ribadito l’adesione indiscussa all’Unione Europea[5], che comunque non è mai stata messa in dubbio. Al Forum Ambrosetti, di fronte quindi alla platea più globalista ed europeista che si possa immaginare, Di Maio ha avuto cura di specificare che “Non vogliamo un’Italia populista, estremista  o anti-europeista” è ha dichiarato la sua ammirazione per il governo di Rajoy, i cui tagli alla spesa sociale e la cui aggressione ai diritti dei lavoratori sono abbastanza noti. Lo stesso programma dei Cinque Stelle, con la proposta del reddito di cittadinanza, sebbene possa apparire come progressiva, è in realtà un ricatto ai lavoratori.
Al Forum di Cernobbio c’erano le due promesse del populismo italiano, con Di Maio anche Salvini. La loro partecipazione non è certo casuale, ma serviva a tranquillizzare le oligarchie la cui egemonia i due demagoghi non sono intenzionati a porre in discussione. Tutti i demagoghi percorrono sempre la stessa parabola: un’iniziale opposizione rabbiosa al potere, più o meno radicale, ma irriflessa, che sfrutta l’insoddisfazione popolare senza chiarirla ed elevarla, che poi si muta progressivamente in piena legittimazione dello stesso man mano che quel potere si avvicina. Questo profilo è quello di Trump, della Le Pen, di Salvini, dei Cinque Stelle (ma anche, in un certo qual modo, di Renzi). Alcuni di questi populismi irriflessi, e La Lega e i Cinque Stelle sono i casi esemplari, toccano in realtà solo marginalmente questioni che potrebbero irritare le oligarchie e incidere sull’assetto socio-economico. Queste questioni, però, sono considerate in modo astratto e isolato, private quindi della loro carica potenzialmente sovversiva. È il caso della sovranità, che viene intesa in senso esclusivamente monetario, come semplice proprietà della moneta, dimenticando la sovranità economica, quella militare e quella popolare. Questi partiti populisti, infatti, possiedono al proprio interno gli anticorpi per disinnescare ogni possibile deviazione anti-oligarchica. Tali anticorpi sono dovuti in primo luogo alla totale assenza di una struttura teorica (e spesso anche burocratica, come nel caso dei Cinque Stelle) che permetta un’analisi adeguata della condizione attuale, e che costringe a puntare tutto sulla rabbia popolare mediatizzata e sul malcontento irriflesso; in secondo luogo alla centralità di questioni mediaticamente rilevanti ma del tutto irrilevanti sul piano dei rapporti economici e del dominio di classe, quali lo sbarco di immigrati o i vitalizi politici.
Dunque, lungi dall’essere un’arma antiglobalista e antioligarchica, tantomeno antiliberista e anticapitalista, il populismo non intende – e non ne sarebbe neanche in grado – modificare l’assetto socio-economico neoliberale, ma vuole soltanto contendere ai partiti attualmente al governo la gestione politica di quell’assetto. Si tratta perciò di una lotta tutta interna al “fronte” (se così si può chiamare) globalista e neoliberale. La vera opposizione a quest’ultimo a livello politico non è ancora nata, e nascerà soltanto quando si smetterà di inseguire la rappresentazione mediatica del popolo e si intraprenderà una vera analisi teorica della condizione attuale, affiancata da una struttura organizzativa solida.












*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente

28 mar 2016

I veri padri del populismo*

La vittoria di Marine Le Pen e del Front National in Francia ha suscitato lo scandalo generale. In particolare di quella sinistra neoliberale che ne è la principale responsabile.
Al di là della capacità della Le Pen di raccogliere i voti dei francesi delusi, è evidente che questa vittoria va messa in stretta relazione con la frustrazione della base elettorale dei socialisti.
In tutta Europa, comunque, si assiste a un'avanzata del populismo “di destra” e l'Italia non fa eccezione. La Lega Nord, nel nostro paese, è il partito che si fa interprete di questa tendenza. Nato come soggetto regionalista, la Lega si è trasformata nell'ultimo periodo in una forza che aspira ad essere nazionale.
Come il FN, e altri partiti europei della stessa tendenza, la Lega ha catalizzato consenso soprattutto attraverso le sue posizioni anti-immigrazioniste, esprimendo un sentimento diffuso. Bisogna dire però che contrariamente a ciò che avviene in altri paesi a rappresentare il populismo italiano c'è anche un altro partito, il Movimento Cinque Stelle, che invece esprime l'anima “anti-politica”, l'insofferenza nei confronti del gruppo politico dirigente.
Secondo Renzi “i populisti vinceranno prima o poi anche alcune politiche nazionali.
In Italia no. In Italia vinciamo noi perché le riforme stanno finalmente dando frutti: la maggioranza degli italiani sta con chi vuole cambiare”. In verità, sono proprio quelle “riforme” l'aiuto migliore per i populisti italiani. È proprio questo il punto che i cosiddetti “progressisti” si ostinano a non voler afferrare. Intellettuali e politici che aderiscono a questo finto progressismo continuano a gridare al fascismo, senza comprendere di essere la causa principale della situazione che si sta creando in Europa. Negli ultimi decenni non si è fatto che ripetere che la sinistra dovesse cambiare, abbandonare ideologie superate e consegnarsi alle “magnifiche sorti e progressive” del mercato. La sinistra ha gradualmente abbandonato il suo terreno di lotta, le condizioni dei lavoratori e dei ceti subalterni, l'intervento statale nell'economia; al contrario ha condotto campagne di privatizzazione di servizi essenziali come mai la destra aveva fatto, ha abolito le tutele del lavoro e introdotto la flessibilità, cioè la forma contemporanea di schiavitù; infine ha tolto ai lavoratori e ai ceti popolari anche la possibilità di incidere qualcosa nella vita pubblica, esautorando il Parlamento delle sue funzioni che sono state assunte dalla burocrazia sovranazionale e autocratica europea e dalle corporazioni finanziarie. Ognuno ricorderà con quale entusiasmo da parte dei dirigenti della sinistra in Italia è stato accolto l'ingresso nell'euro e nei Trattati di Maastricht. Ognuno ricorderà quali meravigliose opportunità sono state promesse ai lavoratori con l'entrata in vigore della Riforma Treu. E quanto sarebbero dovuti migliorare i “carrozzoni” inefficienti privatizzati? La sinistra in Italia ha avuto il compito di abolire le garanzie sociali illudendo che i meccanismi di mercato avrebbero compensato la perdita, magari aggiungendo qualche “carità di stato” per rendere la pillola meno amara.
Nel frattempo l'odio nei confronti dell'immigrazione è andato montando. Quando i flussi migratori sono cominciati a divenire consistenti l'Italia si è trovata con una struttura socio-economica e giuridica inadeguata. La liberalizzazione dei mercati e dei contratti lavorativi, l'indebolimento dei sindacati, scioglieva il vincolo di classe dei lavoratori, isolandoli. Il loro potere contrattuale era perciò praticamente azzerato e ognuno di loro si trovava esposto individualmente e senza protezione al ricatto dei capitalisti. Una volta che il basso costo della manodopera straniera rispetto a quella locale ebbe creato un afflusso della prima nel nostro paese le conseguenze a livello sociale furono chiare. Mancando del tutto un sistema di protezione giuridico e sindacale capace di assorbire le differenze e di livellare il costo del lavoro, mancando, inoltre, una forza politica “di classe” capace di farsi portatrice degli interessi dei ceti oppressi, il rancore non poteva che essere rivolto nei confronti degli incolpevoli immigrati.
È stato così che il populismo “di destra” ha potuto attecchire. In questo modo da un lato il conflitto sociale si è sempre più etnicizzato, perché erano assenti categorie intellettuali e apparati politici per gestirlo adeguatamente, dall'altro, si è assistito a uno slittamento dalla questione sociale alla questione morale, portata avanti dai Cinque Stelle.
Contrariamente a quanto pensa Renzi l'Italia è tutt'altro che lontana dal caso francese. Ma quel populismo che egli condanna è la conseguenza delle scelte del suo stesso partito e delle politiche che l'attuale governo si ostina a perseguire.
Coloro che sono all'origine dell'attuale crisi non piangano lacrime ipocrite. Se c'è davvero un pericolo fascista, quel pericolo viene da loro stessi.




*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



Immagine tratta da: http://www.ilgiornaleditalia.org/news/esteri/853794/Marine-Le-Pen---Ne.html

29 feb 2016

La dogmatica liberista e il declino economico italiano*

La fine dell'espansione dell'economia italiana, che si rende palese negli anni Novanta, ma di cui si riscontrano le prime avvisaglie negli Ottanta, è stata usata per giustificare quegli interventi di tipo liberista che oggi vediamo all'opera in tutta la loro tragica portata.
Inizialmente l'attenzione è stata posta sul lavoro e sui salari. Questi, si è detto, sono causa di inflazione, quindi bisogna porre un freno alla loro crescita. Il risultato è stato di invertire una tendenza generale di crescita dei redditi da lavoro e dunque causare una perdita del potere d'acquisto dei lavoratori con un conseguente impoverimento delle classi più deboli.
Ancora oggi assistiamo al tentativo di scaricare sul lavoro le responsabilità di decenni di politiche economiche fallimentari, contribuendo così ad aggravare ulteriormente la situazione. Si continua infatti a sostenere che la disoccupazione sia causata da una carenza di flessibilità del diritto del lavoro, che peserebbe sulle assunzioni. La realtà ha mostrato esattamente il contrario. Nonostante tutti i massicci interventi legislativi che hanno ridimensionato o del tutto cancellato le tutele giuridiche del lavoro, la disoccupazione ha continuato a crescere sul lungo periodo, registrando livelli inediti per il nostro paese. Nonostante questo si è continuato a ripetere il mantra della flessibilità, come necessaria e improrogabile e praticamente tutti i governi dagli anni Novanta ad oggi sono andati in questa direzione. Ha prevalso l'idea che la legislazione sia di intralcio al mercato, e il convincimento, più o meno esplicito, che alla fine il mercato tenda a raggiungere un equilibrio benefico per tutti.
Di conseguenza, secondo questo ragionamento, bisognava eliminare tutte quelle protezioni giudicate come un freno alla crescita. In realtà, sono state proprio quelle norme “rigide” e “ingessate” – come spesso le ha definite una certa pubblicistica – a permettere ai redditi di crescere e alle famiglie italiane di accumulare un'alta quota di risparmio privato. Nel corso del rallentamento dell'economia, poi, la cancellazione delle tutele ha contribuito alla crisi occupazionale, poiché ha favorito il disinvestimento delle aziende.
Accanto alla retorica della flessibilità, si è fatto largo il retaggio delle liberalizzazioni e delle “aperture” al mercato. Bisognava permettere a investitori privati di accedere a settori che finora gli erano stati preclusi, perché esclusivo monopolio statale, e quindi bisognava privatizzare.
Dopo la massiccia opera di vendita di grandi aziende in precedenza controllate dallo Stato, si può constatare come che né la qualità dell'offerta, né il costo per l'utenza siano migliorati, non fosse altro per un fatto di elementare contabilità, dato che il privato ha la necessità di realizzare un profitto, necessità che non ha la gestione pubblica (sebbene a questo spesso sia stata costretta dai trattati europei che subordinano il benessere sociale al pareggio di bilancio).
Secondo i fanatici del mercato l'Italia doveva disfarsi dei monopoli pubblici – magari dopo averli scorporati e quotati in borsa in modo da renderli “vendibili” – per lasciarli al libero gioco della concorrenza che li avrebbe, secondo la dogmatica liberista, resi migliori e più efficienti.
I media hanno contribuito a diffondere presso il pubblico un certo risentimento nei confronti della gestione statale di beni e servizi essenziali, tacciandola di gravare sui contribuenti e di costituire dei “carrozzoni” inefficienti, nonostante proprio grazie a questi “carrozzoni” l'Italia ha potuto diventare una potenza economica di livello mondiale.
Sulla gestione pubblica, quale essa fosse, gravava inoltre il sospetto di costituire un bacino di clientele e di spartizione del potere politico. Questo sospetto finì per coinvolgere non solo le aziende dello Stato, ma anche lo Stato stesso, nelle sue massime istituzioni rappresentative.
Per quanto un certo grado corruzione delle cariche pubbliche fosse innegabile (cominciava la stagione di “Mani Pulite”) esso è stato gonfiato dalla stampa e da politicanti rampanti che hanno opportunisticamente sfruttato quella campagna. Si sono così poste le basi per la riduzione dei poteri del Governo e del Parlamento, trasferiti a istituzioni sovranazionali autocratiche. Poiché la “casta” burocratica era corrotta, doveva essere esautorata dalla gestione della cosa pubblica, per affidare quest'ultima a un'altra casta, ma privata e incontrollabile. Furono così posti quegli assurdi vincoli di bilancio che impediscono qualsiasi intervento pubblico nell'economia, che solo potrebbe invertire il ciclo economico. Dopo che persino la moneta è stata sottratta al controllo dello Stato, il Fondo Monetario e l'Unione Europea si prendono la briga di decidere cosa è bene e cosa è giusto per la nostra economia, scavalcando le cariche nazionali eleggibili e la Costituzione italiana.
Per giustificare l'espropriazione dei poteri dello Stato, attraverso la demolizione dei codici sul lavoro, le privatizzazioni e le cessioni di sovranità verso l'esterno, è stata utile quella teologia liberista la quale può essere sintetizzata nel motto reaganiano: “lo Stato non è la soluzione ma il problema”. Tutti i mali devono essere attribuiti allo Stato il quale perciò deve essere limitato il più possibile nelle sue funzioni e prerogative. Al contrario il privato sarebbe per sua natura “virtuoso” e la somma di interessi egoistici contrastanti lasciati a se stessi, per qualche strana ragione, garantirebbe l'interesse collettivo.
Accecati dalla loro fiducia assoluta nel mercato, i liberisti non vedono come, invece, proprio la sua carenza abbia portato il nostro paese verso un declino che sembra inarrestabile (al netto di tutte le false “riprese” annunciate periodicamente e sempre smentite dai fatti) e che continuerà a essere tale finché non sarà arrestato il paradigma economico che lo ha prodotto.






*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



30 ott 2015

Un bilancio della sinistra greca contro l'euro

Le elezioni greche hanno decretato la vittoria di Syrizia e la riconferma di Tsipras, ma nello stesso tempo la sfiducia di buona parte degli elettori greci (circa il 45%) che hanno deciso di non votare. I rapporti di forza restano sostanzialmente inalterati rispetto al voto precedente.
Tuttavia poco si è detto riguardo a quei partiti di sinistra che si sono schierati sia contro il governo sia contro l'oligarchia europea, rifiutando l'euro e mettendo in discussione l'Unione Europea.
Syriza si è rivelata un soggetto che svolge una funzione analoga a quella che svolse il PASOK quando era al potere. Ovvero, al di là dei proclami, una forza di centrosinistra che ha avuto il ruolo di portare il consenso dell'elettorato “progressista” alle politiche neoliberiste praticate dai predecessori e volute da Bruxelles e dalla finanza internazionale. In contrapposizione a questo ruolo, il Partito Comunista Greco si è sempre distinto per aver portato avanti un programma anticapitalista senza dimenticare l'opposizione all'euro e alla UE.
Successivamente, con la scissione dell'ala dissidente di Syrizia, è nata una nuova forza, “Unità Popolare”, non soddisfatta dell'accettazione dei memorandum e convinta che in virtù di ciò si renda necessario per la Grecia l'uscita dalla moneta unica europea.
E' ovvio che un partito costruito in fretta poco prima delle elezioni come Unità Popolare, un partito quasi improvvisato, riscuota un consenso così basso. Come è anche chiaro che la bassa affluenza favorisca il partito al potere (e l'Italia ne sa qualcosa). Unità Popolare paga la sua scarsa tempestività, la sua mancanza di coraggio; la rottura con Syriza sarebbe dovuta avvenire molto tempo fa, prima delle precedenti elezioni, quando Syriza cominciava a proporsi come partito di governo pro-establishment ed era ormai chiaro che non avrebbe mai abbandonato l'euro, tanto meno UE e NATO. Invece l'ala sinistra si è fatta illudere dalle parole vaghe di Tsipras. Non ha capito, in tempo, che l'accettazione dell'euro avrebbe
portato necessariamente all'accettazione dei memorandum. E questo è un teorema, non ci sono margini di dubbio (e lo apprenderà probabilmente anche la Spagna nel caso vincesse Podemos). Il problema non sono i memorandum, il problema è l'euro.
La strada, ora, è tutta in salita, perché i greci hanno perso fiducia nella politica, come indica il dato della bassa affluenza. La partita si giocherà ormai alla prossima tornata elettorale. E' probabile che neanche questa maggioranza duri un'intera legislatura. Se le forze della sinistra antieuro sapranno portare avanti una linea coerente, chiara e comprensibile, potranno raccoglierne i frutti.
Il KKE resta sostanzialmente un partito di nicchia. Avrebbe dovuto affermarsi nell'attuale situazione. invece rimane ancorato a quel 5-6%. Ciò è dovuto alla sua incapacità di rilevare le questioni contingenti, rimanendo in un'astrattezza dottrinaria.
Sappiamo che l'uscita dall'euro di per sé non è sufficiente. Tuttavia essa è la precondizione indispensabile per qualsiasi rottura dell'attuale ordine economico. Neanche una svolta socialista è possibile senza il recupero della sovranità monetaria. Quest'ultima, è ovvio, non rappresenta di per sé la soluzione, ma apre ai governi infinite possibilità di intervento (buone o cattive che siano) che ora sono chiuse ermeticamente. Invece i comunisti greci si sono intestarditi nel sostenere che l'uscita dall'euro non basta, come se nello spettro politico greco ci fosse qualcuno che sostenesse ossessivamente il ritorno alla dracma. Ad eccezione di Unità Popolare, che è appena nata, nessuno ha posto questo punto in cima alla propria agenda. Non certo Syriza, che ha ormai accantonato anche quella parvenza di euroscetticismo opportunista che aveva manifestato all'inizio. Lo stesso discorso vale per gli alleati di ANEL. Gli altri partiti, Da Nuova Democrazia al Pasok, sono tutti convintamente europeisti, tranne i fascisti di Alba Dorata, i quali, però, hanno anch'essi riveduto le posizioni iniziali, esprimendo incertezza sulle politiche monetarie.
Contro chi se la prende, allora, il KKE quando sostiene che uscire dall'euro non basta? Sappiamo che è così, ma a cosa serve ribadirlo insistentemente in ogni intervento? Serve solo a confondere i greci e a non esprimere una linea chiara. Se il KKE è l'unico partito contro l'euro, la UE e la NATO fin dal primo momento, avrebbe dovuto far valere pragmaticamente questa sua posizione, mettendola in rilevo. Ciò avrebbe non solo potuto mettere in difficoltà gli "euroscettici moderati", ma per di più avrebbe rimarcato una differenza notevole tra di essi e tutto il restante blocco politico di fatto (attivamente o passivamente) europeista.
Invece il KKE ha perseverato nel sostenere che il male sia il capitalismo, fatto di per sé indubitabile. Il capitalismo, però, non è un'idea astratta, ma un sistema che si manifesta variamente nella concretezza della realtà sociale. L'euro, in Europa, è uno dei suoi strumenti. Come è assurdo pensare di limitarsi a rimuovere l'euro lasciando immutati i rapporti capitalistici, altrettanto lo è pensare di intervenire su quest'ultimi indipendentemente dall'euro. La moneta non è un fatto neutro. I seguaci di Marx dovrebbero saperlo bene.
Unità Popolare, da parte sua, ha finalmente capito che nessun programma di redistribuzione delle ricchezze e a favore delle classi subalterne può essere realizzato all'interno dell'eurozona. Si comincia ad accennare anche una critica dell'Unione Europea, ma senza un chiaro indirizzo, proponendo il referendum come facile compromesso.
Ciò che serve, invece, è una linea chiara, senza incertezze. C'è bisogno di un'opposizione senza titubanze rispetto all'oligarchia europea, e questa deve esercitarsi sia sul piano monetario (euro), sia su quello politico-economico (Unione Europea e applicazione e conseguenze dei trattati) sia su quello militare (NATO). Il governo Tsipras, invece, si è allineato alle élite europee su tutti questi tre punti.
Le nazionalizzazioni, come il sostegno ai salari e ai redditi bassi, sono punti ampiamente condivisibili e auspicabili del programma di Unità Popolare. Ma essi sono destinati a divenire lettera morta (come è accaduto con l'agenda di Syriza) se il primo atto di un nuovo governo non sarà l'uscita immediata dall'euro, il ritorno a una banca centrale sotto controllo governativo e l'emissione di una moneta a tasso di cambio flessibile. È altresì indispensabile il ripudio dell'Unione Europea che vincola a trattati intollerabili per un governo popolare e socialista. Ne sono un esempio il Fiscal Compact o il vincolo del 3% di deficit che impedisce agli stati di incrementare la spesa e quindi di sostenere politiche a favore dei ceti popolari. Queste azioni sicuramente provocheranno la reazione delle oligarchie. È pertanto necessario ritirare l'adesione al Patto Atlantico e cercare il supporto di paesi che ad esso si oppongono, in primis la Russia e la Cina, ma anche tutti gli altri Brics, senza dimenticare i paesi dell'ALBA sudamericana, che già da tempo percorrono la strada dell'antimperialismo.
Se la sinistra antieuropeista greca non riuscirà a fissare e a comunicare con chiarezza un programma di pochi punti che preveda al primo posto l'emissione di moneta nazionale e il ripudio dell'Unione Europea, anche le intenzioni più rivoluzionarie saranno vane e dovrà rassegnarsi alla marginalità politica. Se, invece, saprà trarre una lezione dal proprio fallimento, potrà avvantaggiarsi dalla crisi di consensi che inevitabilmente colpirà il nuovo esecutivo, quando nuovi e più pesanti balzelli verranno imposti al popolo greco dalla Troika, o quando semplicemente l'economia già disastrata sarà ancor più spinta verso il collasso per effetto delle pesantissime condizioni a cui il paese ellenico è stato costretto dalle élite europee e dal governo collaborazionista di Tsipras.


*Pubblicato anche su Total Free Magazine



29 apr 2015

I colpi di stato in Italia e la strategia delle élite internazionali*

Spesso, quando si parla di “colpo di stato”, si intende il rovesciamento di un governo manu militari, ovvero avvalendosi dell'uso della forza e della minaccia delle armi.
Ma quello militare non è l'unica forma di colpo di stato possibile. Qualsiasi azione che abbia come fine la sostituzione delle cariche pubbliche o la caduta di un governo, può essere considerata golpista, anche se non si avvale della forza bellica.
In Italia ne esistono alcuni esempi, seppure inscritti dalle cronache nel normale corso storico “legittimo” delle istituzioni.
Nella storia repubblicana, dalla Costituzione del '48 ad oggi, si possono enumerare tre colpi di stato, differenti nella forma, ma tutti uniti da un identico filo rosso.

  • Il golpe del biennio '78-'79
  • quello giudiziario del '92
  • infine, quello economico-finanziario del novembre 2011

Il primo colpo di stato della storia Repubblica italiana (riuscito) è cominciato con un omicidio politico, quello di Aldo Moro. I fatti sono più o meno noti. Il rapimento dell'allora Presidente della Democrazia Cristiana da parte delle Brigate Rosse fino al suo assassinio e la conseguente chiusura del dialogo con i comunisti e della possibilità di un governo con il PCI voluto da Moro. La seconda fase del “biennio golpista” avvenne con l'incriminazione del Governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi nel marzo del '79. Sebbene sarebbe stato presto prosciolto da tutte le accuse dovette dimettersi e, ad ottobre, il Presidente del Consiglio Cossiga suggerì come successore Carlo Azeglio Ciampi.
Che cosa hanno in comune questi due eventi? Nel 1979 l'Italia sarebbe entrata a far parte del Sistema Monetario Europeo, che avrebbe fissato il cambio valutario in una forbice di oscillazione. Moro era contrario a un'entrata nello SME immediata e sine conditio. Successivamente al suo omicidio, dopo un colloquio col cancelliere tedesco Helmut Schmidt, nel marzo del 1979, il Capo del Governo Giulio Andreotti ufficializzerà l'entrata dell'Italia nello SME. Paolo Baffi aveva una posizione moderata sul sistema di cambi ed era favorevole ad una banda di oscillazione molto ampia. Proprio nel marzo di quell'anno egli venne incriminato e costretto a dimettersi sei mesi dopo, durante il governo Cossiga, il quale nominò ai vertici della Banca Centrale Carlo Azeglio Ciampi, europeista convinto e monetarista. La linea Baffi, che assicurava la competitività dell'industria italiana e un cambio favorevole a quest'ultima, venne sconvolta. Ciampi inaugurò una nuova linea di direzione anti-inflazionistica e monetarista. Nel 1981, in accordo col Ministro Andreatta, verrà sancito il cosiddetto “divorzio” della Banca d'Italia col Tesoro in nome del principio neoliberale dell'indipendenza delle banche centrali. Nel 1987 verrà stabilito un cambio più rigido, riducendo la banda di oscillazione. Ciò provocherà la crisi speculativa del '92 e il crollo dello SME.
Questa successione di eventi, abbastanza serrata ('78, '79, '81, '87) testimonia di un cambiamento ai vertici delle istituzioni italiane. La linea Moro-Baffi, pro-industria, anti-deflazionistica, con una saggia politica monetaria, aveva accompagnato la crescita dell'Italia come potenza economica, la quale surclassò l'Inghilterra, preparandosi ad affiancare Francia e Germania. L'omicidio Moro e l'incriminazione di Baffi capitarono al culmine della crescita di competitività dell'industria italiana. Baffi aveva bene affrontato e risolto la crisi del '76 in un paio d'anni, con il deprezzamento della lira rispetto al marco e l'apprezzamento sul dollaro. La nuova linea Ciampi fu segnata invece da un irrigidimento del cambio che avrebbe poi portato nel '92 a bruciare le riserve valutarie italiane nel vano tentativo di salvare il sistema monetario. Dopo il biennio '78-'79 comincerà un lento declino dell'economia italiana. I salari smisero di crescere (in nome della lotta anti-inflazionistica) e le potenzialità del sistema economico nazionale vennero imbrigliate dal tasso di cambio fisso.
Già nel '79 con l'affaire Baffi era stata inaugurata una strategia golpistica che successivamente sarebbe stata ampiamente usata: ovvero le indagini giudiziarie come mezzo per “disinnescare” una classe politica non funzionale a certi interessi economici internazionali. Nel '92, infatti, si aprì la stagione di Manipulite, una “rivoluzione mediatico-giudiziaria” che avrebbe ottenuto l'azzeramento della classe politica dirigente della Prima Repubblica. Ovvero quella classe dirigente che, pur tra contraddizioni ed episodi di corruzione (molto esagerati dalla narrazione giornalistica) aveva permesso la crescita economica, la riduzione della disoccupazione e la crescita salariale. Quello che l'economista Marcello De Cecco ha definito, con una formula non priva di efficacia, “keynesismo criminale” fu sostituito da – potremmo dire – un “hayekismo virtuoso”. Ovvero contenimento dei disavanzi pubblici, moderazione salariale, crescita della disoccupazione e stagnazione economica.
L'ultimo colpo di stato si realizzò nel novembre del 2011, quando Silvio Berlusconi, allora Presidente del Consiglio, venne costretto alle dimissioni e sostituito da Mario Monti. I governi Berlusconi erano contraddistinti da un deficit di bilancio non accettato dalla burocrazia europea e dalla Banca Centrale Europea. Nonostante i tentativi di Berlusconi di rientrare nei parametri verso la fine del suo mandato, la banche tedesche iniziarono a vendere massicciamente titoli di stato italiani, provocando una crollo del rendimento di questi ultimi e di conseguenza una carenza di compratori. Con l'euro questo significava andare incontro al default. Subito dopo l'insediamento di Mario Monti (noto per i suoi ottimi rapporti con la cancelleria tedesca) i rendimenti dei titoli tornarono a salire. Ma era iniziata la cosiddetta “austerità” per l'Italia. Ovvero la ricezione delle richieste delle lobby in favore di privatizzazioni, tagli della spesa pubblica e aumento della pressione fiscale.
In questi tre golpe (o unica strategia svoltosi in tre atti) sono stati raggiunti diversi scopi: la politica monetaria fu sottratta ai governi, la finanza pubblica venne imbrigliata da accordi internazionali, l'industria di stato frammentata e privatizzata e la disoccupazione tenuta al di sopra di una certa soglia. Tutto ciò andò ovviamente a vantaggio delle élite finanziarie.
È possibile notare anche un intersecarsi di due diverse strategie: quelle dei servizi segreti e del governo americani, che cercavano di indebolire chiunque non si accordasse ottimamente con l'egemonia atlantica degli Stati Uniti sull'Occidente, e quelle dell'industria e della finanza tedesca, che miravano a indebolire il loro principale concorrente. L'assassinio di Moro serviva per impedire un governo con la partecipazione dei comunisti che, nonostante la svolta berlingueriana a favore della NATO del '76, non erano giudicati alleati affidabili dagli USA; ma di ciò giovò anche il progetto dell'area valutaria europea (prima SME e poi Maastricht) quindi la cancelleria tedesca e la Francia che poterono trovare un'Italia indebolita. Così, le dimissioni di Berlusconi nel 2011, fortemente volute e ricercate dalla Germania, ottennero il via libera da Obama, che poteva ottenere la fine del multilateralismo della politica estera italiana e dell'apertura a paesi che Washington intendeva sfidare apertamente, ovvero Russia e Libia (nonostante Berlusconi si fosse rimangiato la parola con Gheddafi).
L'Italia pagò un prezzo altissimo. L'azzeramento della sua classe politica dirigente, la perdita di settori industriali fondamentali, la perdita della sovranità sotto tutte le forme (economica, monetaria, politica). Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.


*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



23 mar 2015

Perché Tsipras ha fallito*

Appena un mese è durata la “rivoluzione” greca. Le speranze della popolazione di superare l'attuale condizione recessiva e di fermare le politiche di austerità ,che hanno messo in ginocchio la nazione, erano state risposte nel partito di Syriza, che aveva promesso di opporsi ai diktat della Troika.
Ma ormai il governo greco pare già intenzionato a cedere su alcuni punti chiave della sua campagna, come il blocco delle privatizzazioni avviate dai precedenti governi. Appare altresì improbabile che la Grecia possa attuare i programmi di assistenza e il rilancio del servizio sanitario pubblico.
Il governo ellenico dovrebbe essere deciso ad accettare i fondi europei, in modo da ossigenare le proprie finanze, ma per far questo deve accettare di capitolare sul programma politico.
Sebbene questa possa apparire come una delusione per gran parte di chi, dall'interno o dall'esterno del paese, aveva pensato che la vittoria di Syriza avesse potuto aprire una fase nuova per tutta l'Europa, in realtà è la logica conseguenza di una proposta politica arrabattata, estemporanea, fondata più sul marketing elettorale che su una realistica prospettiva tesa a restituire al paese la sovranità di cui è stata privata da parte della burocrazia europea e della finanza.
Dovrebbe essere chiaro, da un punto di vista realistico, che è impossibile conciliare gli interessi della finanza e della Troika con quelli del popolo greco. Per risollevare le sorti della nazione ellenica la ricchezza dovrebbe essere trasferita dal capitale finanziario agli investimenti produttivi. Ma per far questo bisognerebbe porsi in conflitto con i creditori stranieri, ovvero coloro che traggono vantaggio dalla perpetuazione del presente stato di cose.
Il programma di Syriza prevedeva una rinegoziazione del debito pubblico della Grecia. Ma ciò non può essere realizzato finché il paese rimane sotto il ricatto della BCE. L'unica possibilità di riequilibrare i rapporti di forza è rappresentata dal recupero della sovranità nazionale, obiettivo che non può essere perseguito finché non vengono messi in discussione gli assetti dell'Unione Europea. Chiave di volta di questi assetti è sicuramente l'unione economica fondata sulla moneta unica e sui bilanci pubblici vincolati. L'indisponibilità da parte degli stati membri della loro finanza li pone sotto costante ricatto dei mercati. L'adesione ai trattati impedisce l'attuazione dell'unica forma di finanza pubblica che potrebbe portare a una ripresa ovvero la spesa pubblica in disavanzo. Il ministro Varoufakis aveva chiarito esplicitamente prima delle elezioni che l'adesione all'euro e il pareggio di bilancio non sono punti in discussione. L'accettazione incondizionata della moneta unica priva i greci di qualsiasi potere contrattuale: il crollo della zona euro potrebbe essere l'unica possibilità capace di spaventare tanto i mercati quanto la burocrazia europea e di indurli a cedere alle richieste di ridefinizione del debito. L'eventualità di una moneta svalutata, infatti, significherebbe una perdita per i creditori e per i possessori di titoli di stato greci. L'uscita della Grecia dall'area valutaria, inoltre, potrebbe innescare una reazione a catena capace di decretare il crollo della moneta unica e dell'Unione europea, almeno per come è stata concepita da Maastricht.
Ma Syriza, nonostante i media l'abbiano presentato come partito euroscettico, si è posto a difesa dell'euro e degli assetti politici europei. A queste condizioni, qualsiasi strada – se non quella del solito cedimento al ricatto finanziario – è preclusa.
Crescita economica e riduzione della disoccupazione senza ingenti investimenti pubblici sono semplicemente impossibili. Solo infrangendo il tabù del pareggio di bilancio a tutti i costi e del disavanzo visto come blasfemia impronunciabile, è possibile invertire il ciclo economico.
Riappropriarsi della finanza di stato, ora posta sotto il ricatto dei mercati, è un presupposto indispensabile per realizzare una politica che riduca la povertà, cresciuta in modo impressionante in Grecia negli ultimi anni, e che riavvii il sistema produttivo.
Prenda esempio, l'Europa, dall'Argentina, paese fallito e devastato dalla sciagurata decisione di agganciare la sua moneta al dollaro. Il recupero della sovranità economica ha permesso ai governi Kirchner di incrementare la ricchezza nazionale, di ridurre la povertà e di rifiutare il pagamento di una parte degli interessi.
Non è certo una via priva di ostacoli, perché equivale una dichiarazione di guerra nei confronti dell'establishment internazionale. Ma è sicuramente preferibile al collasso economico, sociale e politico cui l'intera Europa, complice una sinistra spensierata e utopista, va allegramente incontro.


*Pubblicato anche su Total Free Magazine



28 feb 2015

I cambiamenti politici in Europa e il caso italiano*

L'Italia ha fama di essere un “laboratorio politico” dove si manifestano in anticipo le tendenze della storia. Eppure oggi la nostra Penisola sembra ferma a tre o quattro anni fa: il Pd partito di maggioranza relativa in un governo di coalizione allargata. Lo spettro parlamentare è composto soltanto da forze organiche al sistema di potere della Seconda Repubblica, fatta eccezione per il Movimento Cinque Stelle. Tolto quest'ultimo, tutte le altre (magari con nomi e sigle diverse) occupano stabilmente le Camere e hanno avuto anche incarichi di governo. Ma ciò che dovrebbe stupire non è tanto questa stabilità del potere politico (nonostante ci si ostini a credere il nostro sistema instabile) quanto il fatto che ad essa non corrisponda una eguale stabilità economica. La linea politica italiana è rimasta sostanzialmente la stessa dagli anni '90, quando vi era tutt'altro contesto. Allora il nostro paese era ancora una delle economie più progredite d'Europa (sebbene si cominciasse già a intravvedere l'inizio del declino imminente). Allo stato attuale, viceversa, l'Italia è stata declassata a membro dei PIIGS, entrando nel novero dei paesi che più soffrono la crisi economica europea dovuta alle politiche di austerità. Tuttavia se negli altri paesi, ugualmente o anche più colpiti, sono nati movimenti e soggetti portatori di diverse istanze, che invocano un rovesciamento della politica economica e un contrasto del neoliberismo, ciò non è accaduto nel nostro paese. Dalla greca Syriza (già al governo) allo spagnolo Podemos fino al neonato partito portoghese Juntos Podemos, passando per lo storico Sinn Fein irlandese, queste forze hanno raggiunto la maggioranza dei consensi o comunque sembrano orientate a un'affermazione positiva.
Sebbene in esse risiedano numerose contraddizioni e delle ambiguità di fondo, hanno tutte posto al centro della loro agenda una proposta più attenta alle classi più deboli, alla riduzione della disoccupazione e all'aumento dei salari. In Italia, invece, la questione è più complessa. Si può certo dire che il Movimento Cinque Stelle sia stato in qualche modo l'archetipo di questi partiti “leggeri”, ovvero dotati di una struttura “liquida” e di una partecipazione più flessibile rispetto ai partiti tradizionali: un tale modello (che però sta mostrando tutte le sue inadeguatezze, come dimostrano le ultime diaspore e scissioni del partito fondato da Grillo) si ritrova ad esempio in nuove forze europee come Podemos. Tuttavia a distinguerlo da esse è il tipo di politica economica e internazionale. Queste “mine vaganti” della politica europea in genere hanno adottato una chiara impostazione antiliberista (no alle privatizzazioni, programma pro-labour) e di critica alla politica estera perseguita sinora dall'Unione Europea (atlantismo intransigente e fedele sottomissione agli interessi americani) giungendo in alcuni casi a ipotizzare anche un'uscita dalla NATO.
Tutto ciò non è proprio del Movimento Cinque Stelle, che pure essendosi schierato contro l'euro (al contrario dei partiti suddetti) non si può dire abbia assunto una posizione chiaramente antiliberista (espressione cioè del movimento nel suo complesso e non soltanto di alcune sue frange). Ha perfino scelto di allearsi, tra i banchi del Parlamento Europeo, con l'UKIP, il partito inglese ultraconservatore e thatcheriano.
Le posizioni dei Cinque Stelle sui temi economici sono molto frammentate. Grillo sul tema è sempre parso ambiguo, avallando disparate interpretazioni. Ciò probabilmente per ragioni storiche. Il MCS nasce in un periodo in cui non ancora si manifestava chiaramente all'opinione pubblica la disfatta dell'austerità europea e l'urgenza di ribaltarne il paradigma, mentre era già assai presente l'insoddisfazione nei confronti del ceto istituzionale. Così tutta la carica di questo partito si è concentrata nella ribellione contro “la casta”. Tale ribellione è praticamente il solo fattore coesivo dei Cinque Stelle. Per il resto si naviga a vista, procedendo in base alle contingenze particolari e alle trovate estemporanee di Grillo.
Ma come mai, è lecito domandarsi, in Italia non è nato un partito simile a quelli di Syriza o di Podemos – i quali, pur ereditando i difetti della mancanza di una chiara struttura teorica e culturale di riferimento (un tempo si chiamava “ideologia” prima che questa parola fosse criminalizzata dai media) hanno assunto una posizione antiliberista e anti-austerità?
In parte, come si è detto, ciò è dovuto al contesto storico in cui nascono i Cinque Stelle, che hanno catalizzato tutta la protesta “antagonista”, per così dire. In parte, anche, per l'assenza cruciale di una sinistra non del tutto compromessa con il sistema di potere vigente. Quel che esisteva della sinistra (che ha partecipato ai governi di centrosinistra) da un lato è riconducibile all'area di SEL, monopolizzata dalla linea vendoliana che ha abdicato pressoché completamente alla critica della società e dell'economica in favore di un'“etica dei diritti” e di istanze di tipo individuale (diritti delle donne, diritti delle minoranze, diritti dei gay, ecc.) dall'altro a quella che faceva capo a Rifondazione Comunista, la quale si è praticamente suicidata per l'incapacità dei suoi dirigenti (cfr. “Leragioni del fallimento storico della sinistra italiana”).
In questo modo quel bacino di consensi è stato o assorbito dal Movimento Cinque Stelle oppure è rimasto fluttuante nella fazione di maggioranza degli astenuti.
Ma se queste sono le ragioni contingenti, bisogna andare alla ricerca delle cause più profonde di questo fenomeno. Esiste infatti un altro più radicale motivo per cui la situazione politica italiana versa in un simile stato. Ed è l'assenza di una classe politica dirigente (d'ora in poi cpd). Può suonare strano in tempi di retorica “anticasta” ma in Italia praticamente non esiste più una cpd da diverso tempo. Con questa espressione deve intendersi un gruppo sociale che ricopre stabilmente incarichi politici (cosa di per sé non dannosa) e che provveda alla direzione delle politiche pubbliche in modo consapevole e come soggetto autonomo. Ovvero che abbia chiaro l'indirizzo a breve e a lungo periodo delle politiche pubbliche e che si ponga come intermediario tra queste e le varie anime della società (poteri esteri o locali, lobby, classi, cittadini). La cpd trova un equilibrio tra le varie istanze, le varie anime sociali e le necessità storiche del momento. Quando essa viene a mancare, una o alcune di queste anime si impongono sulle altre e lo fanno in modo non mediato, dunque dispotico. È precisamente la condizione odierna della Penisola.
Attualmente non abbiamo una cpd, perché è discutibile che siano molto chiare a chi governa (non si confonda la cpd con la sola funzione legiferativa e governativa) le conseguenze a breve e a lungo termine degli atti pubblici intrapresi (salvo, ovviamente, per una ristretta cerchia) e inoltre non esiste un soggetto autonomo dirigenziale. I membri del governo o del Parlamento si limitano semplicemente a ratificare decisioni prese da altri, gruppi di pressione o capi partito, secondo un ordine gerarchico informale ma ben preciso e collaudato. Circa l'80% delle leggi votate dal Parlamento italiano sono l'applicazione delle direttive europee, le quali seguono scrupolosamente le richieste delle lobby. Ciò non significa che anche il restante 20% non sia anch'esso rispondente alla gerarchia.
La distruzione della cpd italiana ha una data: 1992, ovvero l'inizio della vicenda nota alle cronache come “tangentopoli”. Questa distruzione avvenne per via mediatico-giudiziaria e fu mirata: colpì quegli elementi disfunzionali per la rivoluzione gerarchica imminente, ovvero i dirigenti politici il cui ruolo non rispondeva alle esigenti pretese delle élite economiche, in particolare l'area socialista e craxiana e una parte dell'area democristiana; salvò, invece, coloro che si sarebbero piegati alla nuova strategia, i miglioristi del PCI e la “sinistra” DC. Nacque così il “centrosinistra” degli anni '90. La cpd della Prima Repubblica, con tutti suoi limiti, era riuscita ad assicurare crescita economica, bassa disoccupazione, alti salari ed elevati investimenti pubblici. Tutto ciò non collimava con i piani neocapitalistici. Questo golpe giudiziario venne rafforzato da una campagna mediatica di delegittimazione di tutta la cpd italiana (esclusa ovviamente quella che doveva essere salvata). Distrutta la classe politica, si orientava l'opinione pubblica verso il nuovo regime. Di conseguenza, maturò presso gli italiani una diffidenza nei confronti non soltanto degli elementi boicottati della cpd, ma delle stesse politiche pubbliche intraprese grazie ad essi. Spesa pubblica, diveniva sinonimo di sperpero; tutele del lavoro, inutile burocrazia; partecipazioni statali, inefficienza e clientelismo; deficit e debito pubblico, sintomo di corruzione. Fu in quegli anni che si posero le basi per l'austerità. Questa narrazione antistatalista, che non riconosce la necessità del ruolo dello Stato e dei suoi dirigenti politici e che vede nella cpd un gruppo parassitario e corrotto, è ancora oggi largamente accettata. Di essa si è servita il Movimento Cinque Stelle per la sua ascesa, con la sua retorica “anticasta” e “antipolitica”. Così, al partito di Grillo viene naturale attribuire la situazione attuale alla cpd, mentre è piuttosto vero l'esatto contrario: è generata proprio dall'assenza di una cpd. Anche questi partiti europei hanno fatto propria una simile retorica, ma con accenti più blandi e meno totalizzanti di quelli dei Cinque Stelle. L'endemico e strutturale sbilanciamento di questi ultimi rispetto ad essa ne impedisce la piena comprensione dei fenomeni economici e la formulazione di una proposta condivisa contro l'austerità e contro il neoliberismo.


*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



28 gen 2015

Le ragioni del fallimento storico della sinistra italiana*

Ad oggi, lo stato della sinistra in Italia è a dir poco drammatico. La fine del Democratici di Sinistra e la loro confluenza nel Partito Democratico, è stato soltanto il Requiem di un soggetto politico la cui disfatta ha origine molti anni prima. Dalla liquidazione del P.C.I., le due anime rimaste, P.D.S., appunto, e Rifondazione Comunista, non hanno saputo tener viva la fiamma ed entrambi hanno semplicemente prolungato di qualche anno il definitivo disfacimento della sinistra.
Il Partito Democratico, sebbene la retorica cronachistica si ostini a iscriverlo in un'area di “centrosinistra” ha palesemente rotto qualsiasi legame finanche col più cauto progressismo ed è ormai a tutti gli effetti un partito liberale e liberista.
Quel che rimane della cosiddetta “sinistra radicale” è completamente isolato, sia dalle istituzioni che dalla cultura e dalla società. Sinistra Ecologia e Libertà, sebbene possa contare su uno sparuto gruppo di parlamentari, non sembra sia in grado di incidere né sugli equilibri politici né su un miglioramento più generale della società.
Ciò che è venuto a mancare è, innanzitutto, un solido e coerente impianto teorico che formi una linea politica chiara ed efficace. Basti guardare la formazione vendoliana, la più numerosa della sinistra ormai in via di estinzione. Rigettato Marx e il marxismo, ci si ispira a una fumosa “etica dei diritti”. Scompare qualsiasi critica strutturata del capitalismo e subentrano generiche istanze emancipazioniste, volte alla tutela delle minoranze (gli omosessuali, gli immigrati, ecc.) ma in un ottica del tutto “sistemica” che non mette minimamente in discussione i rapporti di classe, pretendendo di realizzare le proprie istanze all'interno della struttura sociale data. È assente una visione olistica capace di inserire le singole rivendicazioni in una più ampia lotta che tenti di rovesciare o quanto meno modificare l'organizzazione di classe della società, prerogativa di tutte le sinistre. Ogni determinata aspirazione emancipativa è considerata in modo astratto e isolato, senza che possa venire inclusa in una più ampia e complessa istanza collettiva. A dispetto del nome, è legittimo domandarsi, che cos'è che rende lecito iscrivere il partito di S.E.L. nell'orizzonte storico della sinistra italiana? Domanda alla quale nessuno finora ha saputo dare risposta.
Domina ovunque, ormai, anche tra le macerie della sinistra, l'ideologia liberale, fosse anche, nel migliore dei casi, quella di un liberalismo progressivo. Anche questa circostanza appare incongruente con quella che è la storia della sinistra italiana ed europea, che si è sempre ritrovata in un'area socialista, riformista o “massimalista” che fosse.
Con simili presupposti teorici, che per usare un eufemismo potremmo definire avventuristici, con una simile incapacità di interpretare l'epoca attuale e di formulare una precisa proposta programmatica, non c'è da stupirsi che la sinistra sia ridotta a nulla di più che a una nicchia.
Ma per capire come si è potuti arrivare a questo punto bisogna andare a ritroso negli anni e comprendere cosa sia successo a quello che è stato, e che rimane tuttora, il più grande partito che la sinistra italiana abbia mai avuto. Cioè il P.C.I.
I primi segni di cedimento teorico e culturale, possono essere rintracciati nel corso della metà degli anni '70. In questo periodo osserviamo alcuni “germi” delle ideologie conservatrici (in particolare quella neoliberale) infiltrarsi tra le fila del Partito Comunista Italiano.
Questo processo di progressiva infiltrazione avviene quasi contemporaneamente in due ambiti: quello, per così dire, interno, socio-economico, e quello esterno, del posizionamento nella politica internazionale. Per entrambi questi ambiti c'è da segnarsi una data cruciale: 1976.
Per quanto riguarda il primo punto, si assiste, in importanti settori del P.C.I., a un cedimento della linea teorica marxiana in campo economico. Sostanzialmente viene accolta da molti esponenti una tesi di tipo marginalista, avanzata da Modigliani, che si andava affermando negli anni della cosiddetta stagflazione (ovvero bassa crescita unita a inflazione) secondo cui per favorire il progresso economico bisognava che i lavoratori accettassero una riduzione dei loro salari; secondo i suoi fautori questo avrebbe fatto crescere l'occupazione e ridotto l'inflazione. Contro questa proposta c'era chi, come l'economista Augusto Graziani, considerava i salari come una variabile delle lotte di classe. Secondo Graziani l'aumento dei salari tra la popolazione occupata avrebbe avuto l'effetto di produrre un aumento dei consumi e di ridurre la disoccupazione. Tra le file dei cosiddetti “miglioristi” quest'ultima tesi non venne accettata e venne accolta l'idea che una riduzione dei salari fosse necessaria.
Ma come è possibile, viene spontaneo chiedersi, che un dirigente di un partito comunista possa accettare un simile punto di vista palesemente conservatore e neoliberale? Per capirlo bisogna considerare quello che era l'approccio del marxismo italiano all'analisi macroeconomica. In esso era presente sovente un rigetto di Keynes e degli strumenti critici offerti da quest'ultimo. Anziché cercare di compendiare l'opera dell'economista inglese e di cercare un ponte con Marx (come avevano tentato di fare Sraffa e lo stesso Graziani) i comunisti spesso si limitavano a rigettare in toto gli approdi keynesiani. In questo modo, si trovavano non di rado nella posizione di dover far proprie tesi di impronta neoliberale. Si ricordi, a questo proposito, la posizione di Piercarlo Padoan, attuale Ministro dell'Economia, che negli anni '70 scriveva su Critica Marxista, il quale sembrava afflitto dal terrore tutto liberista dell'inflazione.
La diffidenza (o la sottovalutazione) della sinistra italiana nei confronti di Keynes è costata la mancata comprensione della realtà capitalistica di quegli anni e degli strumenti per affrontarla. Una teoria economica che mira a importanti investimenti pubblici, alla crescita dei redditi da lavoro, alla piena occupazione, alla riduzione dell'orario lavorativo, poteva e doveva essere presa in considerazione con la massima serietà da parte dei comunisti italiani.
Questo fu soltanto il primo passo del processo di arretramento del marxismo e dell'affermazione dell'egemonia neoliberale. Pochi anni dopo maturerà la sconfitta sulla questione della “scala mobile”, la moderazione salariale imposta dalla Banca d'Italia e, infine, la capitolazione con la “flessibilità” dei contratti di lavoro.
Quelli che furono gli eredi del P.C.I.- P.D.S.- D.S. e Rifondazione, non seppero fare di meglio. I primi si iscrissero a pieno titolo al club dei liberisti dell'ultim'ora, i secondi, pur criticando le politiche antisalariali, di fatto finirono per accettarne numerosi presupposti. Come ad esempio la rinuncia a un fisco espansivo e a un ampliamento degli investimenti statali. Ancora una volta, il grande assente era Keynes e Marx era sempre più defilato.
Ma veniamo al secondo punto, ovvero il posizionamento del P.C.I. nella politica internazionale. Nel '76, abiurando ufficialmente alla fino ad allora tradizionale (seppur non priva di tensioni) adesione alla linea sovietica, Berlinguer pose il suo partito in aperta rotta col P.C.U.S. e appoggiò la NATO. Questo fu un avvenimento cruciale, perché segnò il passaggio dei comunisti italiani dal sovietismo all'atlantismo. Quest'ultimo fu un carattere che avrebbe continuato a contraddistinguere la sinistra negli anni successivi, soprattutto in seguito al crollo dell'URSS e alla svolta della Bolognina.
Con la segreteria di Berlinguer i rapporti con il Cremlino sia erano fatti sempre più difficili. Sicuramente l'Unione Sovietica non vedeva di buon occhio una possibile partecipazione al governo del P.C.I., ma c'è anche da dire che all'interno di quest'ultimo erano già maturate posizioni filo-americane. I rapporti tra esponenti della corrente migliorista e la diplomazia americana sono noti e risalgono agli anni '60. Molto tempo dopo Henry Kissinger definirà Napolitano “il mio comunista preferito”.
Sicuramente c'era l'esigenza del P.C.I. di legittimarsi come partito di governo agli occhi degli americani per rendere possibile il compromesso storico. Sicuramente c'era il desiderio di emanciparsi dall'Unione Sovietica. Ma nell'ambiente comunista mancò la capacità di comprendere la necessità storica del blocco sovietico come garanzia di un assetto mondiale multipolare – come si sarebbe mostrato in modo tragico a seguito dei conflitti scatenati dal crollo del Muro di Berlino.
Il P.C.I. non seppe esprimere una critica indipendente all'U.R.S.S. coerente con una impostazione marxista, ma finì per adagiarsi sulla tradizionale condanna di stampo liberal-democratico. Berlinguer non seppe trovare nemmeno un'equidistanza tra i due blocchi, e il suo partito avrebbe presto finito per essere assorbito del tutto nel campo atlantista. L'“eurocomunismo” fu un progetto fumoso destinato presto a implodere su se stesso.
La storia successiva della sinistra sarà all'insegna dell'americanismo più intransigente. Questo è dovuto all'incapacità di individuare alleati diversi da quelli imposti dalla cultura neoliberista, gli Stati Uniti, per costruire una piattaforma internazionale di tipo antimperialista. La categoria dell'antimperialismo è completamente dimenticata, oggi, dalla sinistra, o da quel che ne rimane.
La svolta del '91, sancì ufficialmente quello che era ormai già evidente da alcuni anni: il passaggio del P.C.I.-P.D.S. al campo liberale e atlantista e il totale rigetto del marxismo. Quel che ne emerse non fu un partito socialdemocratico riformista: il “centrosinistra” nato negli anni '90 fu autore della più monumentale opera di privatizzazioni della storia non solo d'Italia, ma forse d'Europa, ai cui governi aderì il partito di Rifondazione.
Quest'ultimo è stato segnato dalla linea di Fausto Bertinotti, la quale cercava di destreggiarsi goffamente tra il tentativo di ricostruzione di una forza che potesse dirsi comunista e le improponibili alleanze nei governi di “centrosinistra”. Costanzo Preve definiva efficacemente Bertinotti un “dilettante culturale e un professionista della politica”. Come tale riuscì ad emarginare per molto tempo le correnti non favorevoli alla sua linea, ma ebbe una consapevolezza teorica improvvisata. Il pacifismo, la non violenza, la difesa delle minoranze, erano più delle trovate estemporanee e dei cedimenti al sentire comune dei tempi che conseguenze di una lucida struttura teorica. Sopratutto, il marxismo dichiarato mal si coniugava con una spregiudicata ed opportunistica pratica politica, che in nome di un antiberlusconismo di moda e fine a se stesso accettava improvvide alleanze. Rifondazione era contraddistinta ormai agli occhi di tutti dal velleitarismo e dalla inettitudine nell'incidere sulle dinamiche sociali.
Quel che è mancato nella sinistra italiana, praticamente dal Dopoguerra, fu l'ideazione di una teoria marxista originale coerente con le proprie premesse e adatta alla realtà italiana. La triade sacra del Partito Comunista Italiano, Marx, Lenin e Gramsci, da sola non bastava a fornire gli strumenti per interpretare le specifica situazione della Penisola quale fu quella successiva al conflitto bellico. In fondo tutti e tre questi pensatori vivevano e scrivevano in contesti molto diversi da quello in cui operava il P.C.I. togliattiano (e berlingueriano poi). Non avevano assistito al secondo conflitto mondiale, né avrebbero conosciuto quello che sarebbe stato l'assetto geopolitico scaturente da esso e la particolare situazione dell'Italia. Lo stesso Gramsci, che cercò di adattare il marxismo-leninismo alla specificità nazionale, si trovava a osservare una società proto-capitalistica, per larga parte molto arretrata. Quelle degli anni '50 e '60, invece, era profondamente mutata e diventata una potenza industriale. Né tanto meno gli equilibri geopolitici erano così netti e consolidati come dopo Yalta.
Togliatti si trovò a dirigere un partito comunista in un capitalismo compiuto, di un paese posto sotto l'influenza degli Stati Uniti nel contesto internazionale di una guerra fredda globale tra est e ovest. Uno scenario che Gramsci non avrebbe potuto prevedere.
Così, tra il marxismo leninista nella teoria, e una prassi realistica e gradualista per necessità si creò uno iato. Il quale poteva essere colmato solo da una originale lettura della società italiana del tempo, che non escludesse un progresso all'interno del capitalismo, pur mirando al suo superamento. Urgeva una raffinata analisi teorica, ma gli intellettuali comunisti non ebbero né la libertà, né l'intraprendenza per ripensare alle categorie marxiste, ostaggio com'erano della secca alternativa tra l'adesione acritica alla linea togliattiana e l'esclusione dai circuiti della cultura. Non riuscendo a sanare questa frattura tra teoria e prassi, tra il comunismo teorico e il riformismo pratico, accadde che fu quest'ultimo a prevalere venendo risucchiato dalla corrente di pensiero egemonica. Di conseguenza, la teoria neoliberale finì per sostituirsi del tutto al marxismo che rimaneva astratto e non dialettizzato e perciò inefficace. Quel che ne seguì fu il logico corollario. Ancora oggi la sinistra, dalle sue “riserve”, pare del tutto impreparata a una elaborazione teorica. Clamoroso è il fraintendimento, ad esempio, del ruolo dell'euro e dell'Unione Europea, strumenti del capitalismo finanziario per abbattere i salari e per trasferire ricchezza verso le élite e che la sinistra ha abbracciato fideisticamente sostituendoli all'internazionalismo proletario.

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1 dic 2014

Perché uscire dall'euro non basta

È sicuramente un fatto positivo che il dibattito sull'euro abbia fatto il suo ingresso, anche se non propriamente trionfale, nei grandi media italiani, e che l'opinione pubblica italiana sia diventata sempre più critica nei confronti della moneta unica al punto di auspicarne l'abbandono.
È positivo che si ponga finalmente la questione della sovranità nazionale, così a lungo ignorata dalle sciocche diatribe di una politica misera e provinciale. Ma occorre, anche, mettere in guardia da facili e pericolosi corto circuiti all'interno del “movimento sovranista” (ammesso che possa essere definito movimento quella variegata e contraddittoria area cui inscrivere chi, con posizioni politiche anche molto differenti, auspica il recupero della sovranità da parte dello Stato).
Non bisogna farsi illusioni: l'uscita dall'euro non assicurerebbe automaticamente alcun beneficio al paese che decidesse di attuarla. Se non congiunta ad una politica di radicale rottura rispetto agli ultimi due decenni rischierà di tramutarsi soltanto in una aggiornata versione dell'egemonia neoliberale e del dominio assoluto del capitalismo in Europa. Insomma, l'uscita dall'euro è condizione necessaria ma non sufficiente per una decisa inversione rispetto alla politica economica attuale e alla subalternità a voleri transnazionali. Occorre perciò prendere le distanze da quei partiti, da quei movimenti e da quei soggetti che propongono il ritorno a una moneta nazionale, ma senza articolare questa proposta in un diverso modo di intendere l'intervento dello Stato nell'economia come nelle questioni internazionali. Il Movimento Cinque Stelle, almeno nella sua parte più vicina a Grillo, ha incarnato questo pericolo per un certo periodo; l'uscita dall'euro veniva proposta senza coerenza e consapevolezza, senza mettere in discussione, di fatto, in alcuni casi, le politiche di austerità e il dogma dell'avanzo primario, anche se nella base, bisogna riconoscere, non manca chi tenta il recupero delle teorie keynesiane. In ogni caso, l'infatuazione per Grillo e i suoi sembra stia ormai scemando, sostituita da una nuova infatuazione, quella per la Lega Nord di Salvini, opportunamente rispolverata. Abbandonati i vecchi cavalli di battaglia del federalismo e del regionalismo, la Lega ha deciso di presentarsi come forza di opposizione rispetto all'establishment europeo e all'unione monetaria. Tuttavia, questa presa di posizione non sembra aver mutato i vecchi propositi della Lega, ovvero quello di indebolire lo Stato centrale, favorendo le imprese del nord. Nessuna intenzione traspare, dal programma leghista, di aumentare la spesa pubblica, né di porre in atto una legislazione favorevole al lavoro o che, per lo meno, tenti di ripristinare una situazione precedente alla Riforma Treu. E del resto la Lega ha preso parte a quei governi di centrodestra che, al pari di quelli di centrosinistra, hanno attuato interventi regressivi e dannosi per le classi medio-basse, come è il caso della “Legge Biagi” o della Riforma Maroni sulle pensioni, anticipazioni di sciagurate riforme successive volte a distruggere il sistema pensionistico pubblico (ultima la Legge Fornero). Pare perciò improbabile che la Lega, che non ha mai fatto mostra di rinnegare o criticare la sua esperienza di governo, cerchi di smantellare quell'impianto di leggi che essa stessa ha promosso e di andare in direzione contraria. Piuttosto potremmo assistere a una riproposizione di quelle politiche del governo Berlusconi, per certi versi anche radicalizzate. E lo dimostra la proposta di Claudio Borghi, responsabile economico della Lega, di istituire la cosiddetta “flat tax”, ovvero un'aliquota unica sui redditi uguale per tutti. Ciò sarebbe innanzitutto una grave violazione (l'ennesima, ma non per questo meno grave) della nostra Carta Costituzionale, che sancisce a chiare lettere all'articolo 53 la progressività dei tributi. Ma, a parte questo fatto non secondario di natura giuridica, la proposta avrebbe conseguenze pericolose anche sul piano sociale ed economico. Non solo perché un intervento del genere, di chiaro impianto neoliberista e tatcheriano, inasprirebbe le diseguaglianza su cui già pesa la crisi in corso, ma anche perché non farebbe che avvantaggiare i ceti più abbienti, senza incentivare la domanda e permettere una ripresa dei consumi. È evidente che una tassazione non progressiva sul reddito va a nocumento dei ceti più poveri, i quali non avranno grandi benefici e quei pochi che avranno non saranno in grado di innescare una crescita della domanda interna. In questo modo, il riallineamento del cambio e l'alleggerimento fiscale anche per le imprese potrebbe anche produrre una crescita di PIL sul breve periodo, ma andrebbe ad avvantaggiarsi solo il settore delle esportazioni, senza ripercuotersi positivamente sui consumi interni. La mancanza di una legislazione a tutela del lavoro vedrebbe sempre una competizione al ribasso sui salari e, finita una prima fase di possibile boom dell'export, sull'occupazione. Non è certo questo il modo migliore di contrastare la disoccupazione. Una riduzione delle tasse sarebbe benefica solo se si concentrasse soprattutto sulle imposte indirette (IVA, accise, ecc.) che gravano sulle fasce più deboli, e perciò sui consumi, molto di più che su quelle più agiate. Un intervento di detassazione dei redditi può altresì risultare benefico solo se non rinuncia al principio di progressività. Ma soprattutto una defiscalizzazione deve essere accompagnata, per risultare efficace, da un significativo incremento della spesa pubblica. Solo un intervento diretto dello Stato, infatti, può invertire il ciclo economico, poiché, come è noto, in una fase di contrazione dell'economia il privato tende a non investire. Urgono investimenti pubblici volti a ridurre la disoccupazione, aumentare le retribuzioni e interrompere la crisi di domanda che è causa della recessione del nostro paese. Tutto ciò sembra trascurato dalla Lega, che propone un recupero di una valuta nazionale, ma senza inquadrarla in una più vasta visione della politica economica, la quale invece deve essere improntata, pena il fallimento di qualsiasi governo dell'economia, alle teorie keynesiane. Sebbene Borghi abbia fatto appello al principio della piena occupazione, non si capisce in che modo questo debba essere attuato in base al programma della Lega. Rischia piuttosto di risolversi in un mero slogan, una trovata di marketing elettorale di nessun valore politico reale. Viene il sospetto che la polemica antieurista e antieuropeista della Lega sia usata principalmente in funzione anti-immigrazione, per scaricare le tensioni e la rabbia popolare sugli extracomunitari innescando una guerra tra gli ultimi della scala sociale, siano essi italiani o stranieri, ed impedendo quindi che questo malcontento possa rivolgersi alle cause e alle élite responsabili del presente stato di cose.
Manca la consapevolezza, nell'area sovranista, dello scenario complessivo, nazionale e internazionale; è più che evidente, o per lo meno dovrebbe esserlo, che un ritorno alla lira, che però non metta in discussione i trattati europei, il Patto di Stabilità, il Fiscal Compact, e via dicendo, condannerebbe qualsiasi governo al fallimento. Non solo perché esporrebbe il nostro paese ai ricatti dei mercati finanziari, che abbiamo già visto produrre tristi conseguenze con la crisi (pianificata) dello spread (che fu all'origine di un colpo di stato in piena regola) ma anche perché vanificherebbe le potenzialità della moneta di Stato, ponendo i vincoli di bilancio un forte freno a qualsiasi politica anticiclica. Non a caso i paesi che meno hanno sofferto la crisi, come Germania e Gran Bretagna, sono quelli che meno hanno rispettato tali vincoli e i più colpiti (i cosiddetti PIIGS) quelli che più vi hanno tenuto fede. Il rigetto dell'euro non può pertanto essere disgiunto dal rigetto dell'Unione Europea, quest'organismo antidemocratico che priva gli stati della loro sovranità.
Un'altra caratteristica comune a molti sovranisti è quella di voler spesso ridurre la sovranità a una questione meramente monetaria, quando invece essa è solo il risultato di una complessità di fattori e di poteri attribuiti allo stato. La moneta è sicuramente uno di questi, ma non l'unico. Non bisogna sottovalutare la necessità di un ordinamento legislativo che permetta al Governo centrale e al Parlamento di amministrare la società. In questo senso non è certo di aiuto la deriva federalista che ha caratterizzato il nostro paese, la quale ha esautorato lo Stato di molti dei suoi poteri inasprendo tra l'altro i divari tra le diverse aree della Penisola, come è avvenuto con la Sanità regionalizzata. Ma un analogo discorso può valere per le autonomie di istituzioni che dovrebbero essere poste sotto il controllo dell'organo esecutivo, come la Scuola e l'Università, e che invece sono lasciate al loro destino, allo scopo probabile di aprire la strada a future privatizzazioni. Proprio le privatizzazioni sono una delle cause della perdita di sovranità del nostro paese, il quale ha visto uno sconvolgente liberismo travolgere i patrimoni nazionali e distruggere le cosiddette “partecipate”. Lo Stato è servito ai capitalisti solo per sanare le perdite, scaricate sulla collettività, in modo tale che l'investitore privato potesse godere dei profitti, spesso senza fare investimenti o anzi disinvestendo. Per cui, la sovranità non può non passare per una (ri)nazionalizzazione di importanti comparti produttivi, quelli privatizzati (trasporto ferroviario, energia, autostrade, servizi, ecc.) come quelli travolti da un ondata di licenziamenti, tagli delle retribuzioni e delocalizzazioni (si pensi all'industria automobilistica).
Per finire, ma non meno importante, il recupero della sovranità non può prescindere da una matura coscienza geopolitica. L'Italia dovrebbe rompere subito l'alleanza-sudditanza nei confronti degli Stati Uniti, uscendo dalla NATO e chiudendo le basi militari americane, ponendo così fine a un'occupazione ormai pluridecennale. Senza una saggia politica di alleanze nessun paese è libero da ingerenze esterne. E l'Italia non potrebbe certo cercare nuovi alleati ospitando sul proprio territorio basi militari statunitensi. Come potrebbe, infatti, un forte alleato non allineato all'egemonia americana (che sia la Russia o la Cina o altri dei cosiddetti BRICS) fidarsi di un governo che è costretto a fornire supporto alle operazioni belliche nordamericane, spesso osteggiate da quei paesi? Senza libertà da vincoli militari esterni nessun paese può istituire una rete vantaggiosa di rapporti internazionali ed essere quindi veramente indipendente. La sovranità, dunque, va conquistata non solo sul piano monetario, ma anche su quello economico, legislativo, militare e, non meno degno di riguardo, culturale, perché l'egemonia di un pensiero neoliberale e atlantista è una piaga che ormai affligge il nostro paese da lungo tempo. Il venir meno di uno, o più, di questi fattori, può compromettere seriamente la riuscita di un progetto di riconquista della sovranità. Hanno chiaro tutto ciò i sovranisti e quanti criticano astrattamente “l'Europa”? Purtroppo ci sono buone ragioni per dubitarne.


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