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30 set 2017

Populisti opportunisti*

Se qualcuno si è fatto illusioni sui partiti cosiddetti populisti in merito alla loro presunta opposizione ai dispositivi economici in vigore deve oggi fatalmente ricredersi. 
Molti, nell’euforia di alcuni esiti elettorali, si sono rappresentati una contrapposizione irriducibile e all’ultimo sangue tra due schieramenti, globalisti da una parte e populisti dall’altra. I primi sono espressi politicamente dai partiti, dalle correnti e dagli individui che tradizionalmente hanno gestito e gestiscono il potere politico in Occidente (da Bush a Clinton, da Holland a Macron, da Blair a Cameron, da Merkel a Schultz, da Monti a Renzi); questi sarebbero i rappresentanti del globalismo economico più spinto e i nemici giurati dei populisti, i quali invece formerebbero un fronte variegato e trasversale che però ha in comune l’opposizione intransigente al “mondialismo” dei primi; si va così dalla Le Pen a Salvini, da Farage a Trump, passando per Podemos e Grillo.
Questa narrazione – che è complementare a quella di chi vede nella globalizzazione un momento di progresso e non riesce a individuarne le dominanti istanze de-emancipative – ha una grande carica semplificatrice e come tutte le semplificazioni emana un enorme fascino. Peccato che è falsa.
La storia, come sempre, fa giustizia di tutte queste frettolose e illusorie interpretazioni. La lotta anti-austerità della sinistra greca di Syriza si è dialetticamente mutata, con l’ascesa di Tsipras al governo, nel suo contrario, perché non costruita su una solida base teorica e su una analisi economica all’altezza. Trump, considerato il simbolo della “deep America” dimenticata dalla globalizzazione, appena eletto si è allineato alla politica estera aggressiva e imperialista dei suoi predecessori, minacciando Iran, Cina e Corea del Nord. Marine Le Pen, paladina della destra antimondialista, ha cominciato ad ammainare la bandiera della retorica anti-euro ben prima della netta sconfitta inflitta da Macron. Questa è la strada seguita anche dai populisti nostrani, Lega Nord e Movimento Cinque Stelle. Salvini, che deve la sua ascesa alla folata pseudo-sovranista e alla polemica contro l’Euro, ha cominciato a marginalizzare questi temi dalla sua agenda e ad attenuarne la iniziale intransigenza. Così scopriamo a un tratto che “Stare in Europa sì, ma da pari a pari, non con il cappello in mano” e che non si parla più di uscita dall’euro perché sarà l’euro che “cadrà”, quindi “o faccio finta di niente fino al giorno in cui cadrà, oppure mi preparo un attimo prima e penso a cosa fare il giorno dopo prima che il tetto mi crolli sulla testa”. Del resto la possibile alleanza con Berlusconi, che contro l’euro non lo è mai stato, è già una prova delle reali intenzioni del Carroccio. Nel partito esiste un’anima profonda di leghisti della prima ora per nulla soddisfatti degli ammiccamenti di Salvini a economisti come Borghi o Bagnai; quest’ala, composta da dirigenti di primo piano quali Maroni, Zaia e lo stesso Bossi, non vuole alienarsi il possibile appoggio di banche e industriali e non ha mai mostrato nessun interesse per l’anti-eurismo, che anzi sembra aver finora tollerato con fastidio. D’altro canto lo stesso programma economico leghista è tutt’altro che una dichiarazione di guerra alle oligarchie economiche, con la sua proposta di aliquota fiscale non progressiva a vantaggio dei ceti più ricchi. 
Ma il Movimento Cinque Stelle non è da meno. Non si contano le volte in cui Grillo ha cambiato idea sull’euro, a seconda dell’occasione e delle indicazioni demoscopiche, ma, a parte questo, sembra lanciato Luigi Di Maio come candidato incontrastato del Movimento, ovvero uno dei dirigenti meno “antagonisti”, anche nella retorica. Sostenuto da Davide Casaleggio è il volto rassicurante dei Cinque Stelle quando questi devono presentarsi di fronte al potere economico. Di Maio sfruttando l’occasione propizia ha subito chiarito che l’uscita dell’euro resta un’eventualità improbabile, e ha ribadito l’adesione indiscussa all’Unione Europea[5], che comunque non è mai stata messa in dubbio. Al Forum Ambrosetti, di fronte quindi alla platea più globalista ed europeista che si possa immaginare, Di Maio ha avuto cura di specificare che “Non vogliamo un’Italia populista, estremista  o anti-europeista” è ha dichiarato la sua ammirazione per il governo di Rajoy, i cui tagli alla spesa sociale e la cui aggressione ai diritti dei lavoratori sono abbastanza noti. Lo stesso programma dei Cinque Stelle, con la proposta del reddito di cittadinanza, sebbene possa apparire come progressiva, è in realtà un ricatto ai lavoratori.
Al Forum di Cernobbio c’erano le due promesse del populismo italiano, con Di Maio anche Salvini. La loro partecipazione non è certo casuale, ma serviva a tranquillizzare le oligarchie la cui egemonia i due demagoghi non sono intenzionati a porre in discussione. Tutti i demagoghi percorrono sempre la stessa parabola: un’iniziale opposizione rabbiosa al potere, più o meno radicale, ma irriflessa, che sfrutta l’insoddisfazione popolare senza chiarirla ed elevarla, che poi si muta progressivamente in piena legittimazione dello stesso man mano che quel potere si avvicina. Questo profilo è quello di Trump, della Le Pen, di Salvini, dei Cinque Stelle (ma anche, in un certo qual modo, di Renzi). Alcuni di questi populismi irriflessi, e La Lega e i Cinque Stelle sono i casi esemplari, toccano in realtà solo marginalmente questioni che potrebbero irritare le oligarchie e incidere sull’assetto socio-economico. Queste questioni, però, sono considerate in modo astratto e isolato, private quindi della loro carica potenzialmente sovversiva. È il caso della sovranità, che viene intesa in senso esclusivamente monetario, come semplice proprietà della moneta, dimenticando la sovranità economica, quella militare e quella popolare. Questi partiti populisti, infatti, possiedono al proprio interno gli anticorpi per disinnescare ogni possibile deviazione anti-oligarchica. Tali anticorpi sono dovuti in primo luogo alla totale assenza di una struttura teorica (e spesso anche burocratica, come nel caso dei Cinque Stelle) che permetta un’analisi adeguata della condizione attuale, e che costringe a puntare tutto sulla rabbia popolare mediatizzata e sul malcontento irriflesso; in secondo luogo alla centralità di questioni mediaticamente rilevanti ma del tutto irrilevanti sul piano dei rapporti economici e del dominio di classe, quali lo sbarco di immigrati o i vitalizi politici.
Dunque, lungi dall’essere un’arma antiglobalista e antioligarchica, tantomeno antiliberista e anticapitalista, il populismo non intende – e non ne sarebbe neanche in grado – modificare l’assetto socio-economico neoliberale, ma vuole soltanto contendere ai partiti attualmente al governo la gestione politica di quell’assetto. Si tratta perciò di una lotta tutta interna al “fronte” (se così si può chiamare) globalista e neoliberale. La vera opposizione a quest’ultimo a livello politico non è ancora nata, e nascerà soltanto quando si smetterà di inseguire la rappresentazione mediatica del popolo e si intraprenderà una vera analisi teorica della condizione attuale, affiancata da una struttura organizzativa solida.












*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente

31 ago 2017

Perché odiamo l’Islam?

È, senza alcun dubbio, la religione più odiata in Occidente. Se dovessimo fermare dei passanti per la strada e domandare loro che cos’è che induce a odiare l’Islam si otterrebbero diverse risposte: l’atteggiamento nei confronti delle donne, l’intolleranza per le altre fedi, il fondamentalismo; tutte risposte basate, per lo più, su resoconti semplicistici dei media, che tendono a identificare una religione estremamente complessa con alcune sette e frange minoritarie di essa, oppure a esagerare la portata di alcuni fenomeni realmente presenti nella cultura islamica. Ma se poi tentassimo di fare una cernita di tutte le risposte ottenute, probabilmente noteremmo una parola ricorrente sulla bocca degli intervistati: terrorismo. Sui giornali e nei notiziari televisivi, infatti, è abituale affiancare questa parola alla religione musulmana, contrariamente a quanto avviene con tutte le altre religioni – e non perché queste non abbiano espresso al loro interno tendenze terroristiche. In effetti, quando si pensa al terrorismo, la prima cosa che viene in mente è proprio l’Islam. È, questa, una novità assoluta nell’immaginario collettivo degli ultimi 15-20 anni. Basti pensare che, solo qualche anno prima, almeno in Italia, questa parola era affiancata alle stragi, a Piazza Fontana, oppure alle Brigate Rosse. In altre parole, il terrorismo era un fenomeno essenzialmente politico, con nessun tipo di collegamento (almeno nell’immaginario comune) con le religioni. Com’è possibile che, tutto ad un tratto, si è scoperto il “terrorismo islamico” e gli occidentali sono diventati improvvisamente islamofobi?
Prima di rispondere a questa domanda soffermiamoci a considerare uno dei più diffusi luoghi comuni sull’Islam: il Corano conterrebbe già in sé la giustificazione di attentati come quello dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle oppure come quelli nel 2004 a Madrid, o come quello al “Bataclan” a Parigi, oppure come quello di Manchester, e così via. Il Corano, insomma, giustificherebbe ed esorterebbe alla violenza contro gli infedeli. I fedeli musulmani sarebbero incentivati a morire per la loro fede per ottenere la gloria eterna e divertirsi in paradiso con le vergini uri; questa credenza è stata diffusa soprattutto grazie ai libri e agli articoli di alcuni giornalisti di grido, tra i quali Oriana Fallaci è senza dubbio la più conosciuta presso il pubblico italiano. Si potranno trovare in rete, dopo una rapida ricerca, diversi versetti coranici che proverebbero la naturale tendenza dell’Islam al terrorismo. “Ognuno di voi si metta la spada al fianco; percorrete l'accampamento da una porta all'altra di esso, e ciascuno uccida il fratello, ciascuno l'amico, ciascuno il vicino!”. “Or dunque uccidete ogni maschio tra i fanciulli e uccidete ogni donna che ha avuto rapporti sessuali con un uomo,  ma conservate in vita per voi tutte le fanciulle che non hanno avuto rapporti sessuali con uomini”. “In quel tempo prendemmo tutte le sue città e le votammo allo sterminio: uomini, donne, bambini; non vi lasciammo nessuno in vita”. “Ecco mia figlia che è vergine, io ve la condurrò fuori, abusatene e fatele quello che vi pare; ma non commettete contro quell'uomo una simile infamia”. Senz’altro si tratta di versetti che urtano la sensibilità del lettore moderno. Tuttavia, quelli succitati, non si trovano nel Corano, bensì nella Bibbia, rispettivamente: Esodo 32:27, Numeri 31:17-18, Deuteronomio 2:34, Giudici 19:24. Ma non si fraintenda; non si tratta di accusare una religione invece che un’altra, o di giudicarla sulla base di alcuni estratti del suo libro sacro: bensì di capire che sia la Bibbia che il Corano sono un assemblaggio postumo di testi. Anche la trascrizione completa del Corano avvenne solo diversi anni dopo la morte di Maometto. Di conseguenza sarà arduo trovare una coerenza interna. Accanto a passi edificanti se ne potranno trovare altrettanti da cui il lettore odierno si sentirà distante. Le religioni non sono certo la mera applicazione dei testi sacri, la pura lettera di essi, ammesso che questa esista (ogni lettura di un testo è sempre una sua interpretazione). Esistono tante esegesi possibili quante sono le varie confessioni di ogni fede. Parlare di Islam, come parlare di Cristianesimo, è, in effetti, una semplificazione che non rende giustizia alle diversità interne. 
Ma anziché addentrarci in uno studio comparato delle religioni – che lasciamo agli esperti del settore – sarà qui utile una nota storica: sebbene il Corano abbia una vita plurisecolare e millenaria, le correnti terroristiche dell’Islam esistono da non prima del secondo dopoguerra; tolte alcune eccezioni come la setta dei Nizariti (che comunque non ha, lo diciamo a scanso di equivoci, nulla a che spartire con l’Isis o Al Qaeda, e lo si evince già solo considerando il fatto che essa, al contrario di queste, era sciita e non sunnita) il terrorismo islamista assurge a fenomeno di rilievo appena nella seconda metà del Novecento, in particolare in concomitanza con l’emergere delle tensioni in Palestina. Anche il fondamentalismo cui si ispirano le attuali formazioni jihadiste originariamente non aveva nulla di terroristico. Vale per il wahabismo, ma vale anche e soprattutto per il salafismo, che in passato non era neanche fondamentalista ma persino “riformista” e tollerante nei confronti dei non musulmani. La “radicalizzazione” di alcune correnti dell’Islam si ha solo in seguito all’incontro-scontro di esso con l’Occidente: o come reazione antimodernista rispetto all’occidentalizzazione dei paesi musulmani, o come risultato dell’influenza colonialista e imperialista delle potenze occidentali. Sotto quest’ultimo aspetto si considerino due esempi; il primo, che riguarda l’arco di tempo compreso tra gli ultimi anni del XIX secolo e gli anni Venti del XX, durante il quale si ha la costituzione dell’Arabia Saudita come stato: in questo periodo l’impero britannico favorisce l’espansione del wahabismo, che così si diffonde rapidamente in tutta l’area, per arginare l’impero ottomano suo rivale; il secondo esempio, invece, riguarda la storia più recente e nota, ovvero l’appoggio logistico, miliare e finanziario che gli Stati Uniti danno ai mujaheddin in Afghanistan per contrastare i sovietici. È a questa circostanza che si deve la nascita di Al Qaeda e, quindi, in seguito, dell’Isis.
Abbiamo dunque mostrato che l’Islam non è una religione intrinsecamente terroristica ma che alcune correnti (minoritarie) di esso lo sono diventate solo nel corso della storia più recente per reazione all’occidentalizzazione e come risultato dell’influenza dell’espansionismo delle potenze occidentali in Medio Oriente. A questo proposito occorre ricordare come l’immagine dell’Islam sia profondamente mutata negli ultimi decenni: da positiva, in virtù dei guerriglieri afghani che combattevano contro i sovietici, presentati in Occidente come paladini della libertà, a fortemente negativa e associata quasi sempre al terrorismo di ispirazione salafita o wahabita.
Perché questo mutamento di rappresentazione e perché questo scarto tra l’Islam reale, con tutte le sue contraddizioni e complessità, e l’Islam “mediatico”? Abbiamo già accennato al ruolo dei paesi occidentali nel determinare la diffusione del fondamentalismo e del jihadismo. Pensare, quindi, che questi ultimi siano qualcosa di prettamente ed esclusivamente musulmano sarebbe un errore grave: invece essi sono la risultante dell’incontro-scontro tra  la cultura islamica e la tendenza espansionistica degli stati occidentali. Questi si sono serviti delle correnti più radicali del mondo musulmano per contrastare i propri nemici e rinsaldare il proprio dominio, ma così facendo ne hanno provocato una crescita e una diffusione che esse fino a quel punto non avevano mai avuto. Quando questa crescita si è spinta al punto da minacciare le popolazioni occidentali i media hanno dato una rappresentazione edulcorata dell’Islam, che poi è servita a giustificare interventi militari come quello in Afghanistan. Una simile rappresentazione è stata costruita su un’informazione unilaterale e approssimativa (falsamente considerata “approfondimento”). Solo per dare un’idea di ciò si consideri la tendenza dei media a ignorare lo sforzo di molti paesi musulmani nel combattere il terrorismo – uno sforzo di gran lunga maggiore di quello degli Stati Uniti e dei suoi alleati – primo fra tutti la Siria (paese “scomodo” perché estremamente laico e perciò lontano dallo stereotipo della donna col burqua) poi l’Iran, senza dimenticare una formazione come Hezbollah, nonostante che gli Stati Uniti abbiano scandalosamente costretto l’Unione Europea, dopo insistenti pressioni, a inserirla nella lista delle organizzazioni terroristiche. I media, per di più, continuano a ignorare il prezzo che i musulmani stanno pagando a causa dei continui attentati, seguiti con assai minor attenzione rispetto a quelli che colpiscono l’Occidente.
Si sottovaluta, infine, l’impatto che gli interventi militari degli ultimi due decenni hanno avuto sul mondo musulmano. Dall’Afghanistan, all’Iraq, dalla Libia, alla Siria, non solo hanno contribuito a far crescere il sentimento anti-occidentale presso strati sempre più ampi di fedeli islamici, creando il terreno ideale per la proliferazione del fondamentalismo (che rimane comunque un fenomeno largamente minoritario anche nell’Islam odierno) ma hanno anche permesso ai gruppi terroristici di prosperare, potendo questi contare sul rifornimento di armi favorito proprio dagli interessi occidentali.
Ignorando, sottovalutando o minimizzando tutto ciò stampa e televisioni hanno scaricato tutti gli oneri sul mondo musulmano, descrivendo il terrorismo come generato esclusivamente da esso e dai suoi stessi presupposti ideologici, tacendo le responsabilità, tutt’altro che lievi, dell’Occidente nella nascita e nell’evoluzione del fenomeno.

30 dic 2016

Dal PCI berlingueriano al PD renziano. Nel segno della continuità*

Tanto la nostalgia quanto la demonizzazione del passato sono atteggiamenti inadatti a comprenderlo. Se con la prima, infatti, si rischia di mitizzare un periodo trascorso, caricandolo di un valore che storicamente non gli è proprio, con l'altra si proiettano le ansie e le paure tipiche del presente nel passato allo scopo di scongiurarle. In entrambi i casi si tratta di un processo di transfert, più che di una lucida analisi storica, che confonde i caratteri propri di un'epoca con quelli di un'altra. Il problema non è da poco. Lo sguardo retrospettivo non è mai neutro; esso non solo è commisto alle determinazioni ideologiche del soggetto che lo compie, fosse anche il più lucido osservatore, ma spesso è contaminato dai sentimenti che gli sono propri e che sono tipici di quella data epoca dalla quale egli si volta indietro a guardare. Ciò vale in particolar modo per quel passato più prossimo, quello, cioè, che si fa ancora fatica a distinguere dal presente e che in esso trascolora. Questo passato così contiguo interroga direttamente l'attualità, in un modo così chiaro e diretto che spesso è facile confondere l'una con l'altro.
Il trascorso della sinistra italiana appartiene a quei temi che, spesso, per il modo in cui vengono trattati, rivelano più sui soggetti che sugli oggetti della trattazione. Il Partito Comunista Italiano, in particolare quello del periodo che va dalla segreteria di Berlinguer al suo scioglimento e di cui qui ci occupiamo, è per molti versi ancora un oggetto sconosciuto. Ritardo della sinistra in Italia che non è mai riuscita ad adattarsi alla mutata cornice storica, se non troppo tardi, o momento della massima espressione e del massimo traguardo di questa sinistra, inopinatamente interrotto per gli errori grossolani dei suoi ultimi dirigenti; oppure: è stato giustamente interrotto, ma non si è riusciti a porre le basi per qualcosa che ne conservasse il motivo progressista a causa della nascita del PD, il quale ha bloccato qualsiasi tentativo in tal senso; o ancora, la nascita del PD era anch'essa necessaria, la sua conduzione da parte dei suoi capi del tutto sbagliata.
Queste sono, più o meno, le convinzioni più diffuse in merito. Diverse, ma tutte accomunate tra loro dall'idea che la storia italiana degli ultimi decenni (e, forse, nell'opinione dei loro sostenitori, la storia in generale) proceda a balzi e singhiozzi, sia fatta di rotture e virate improvvise, e dipenda in sostanza quasi esclusivamente dalle decisioni di singoli. “Svolta” è, non a caso, una parola che ricorre spesso quando si tenta di raccontare questi avvenimenti. Ma non si afferra che anche queste “svolte” hanno dietro di sé un processo preparatorio fatto di tante altre piccole "svolte" meno visibili.
La storia della sinistra italiana da Berlinguer a Renzi, per quanta differenza possa esserci tra questi due punti estremi se considerati isolatamente, è una transizione continua e graduale, che segue due direttive principali, sempre quelle per tutto questo periodo, e che non contempla brusche sterzate.
Queste due direttive sono: accreditamento presso le potenze straniere e i poteri economici; slittamento dalla questione sociale alla questione morale. A ben vedere queste due direttive possono essere comprese in una sola: fuga dal conflitto o, qualora questo sia inevitabile, sua attenuazione. La seconda direttiva può essere sussunta sotto la prima, la moralizzazione della politica è funzionale proprio alla sanzione della tregua, una tregua da perseguire a tutti i costi – e che infine è divenuta un'alleanza – con i poteri ostili.
A seguito del colpo di stato in Cile, con il quale il generale Pinochet rovesciò il governo di Allende, Berlinguer espose la tesi secondo cui i comunisti non avrebbero potuto governare da soli, ma avrebbero dovuto ricercare l'accordo con le altre “forze democratiche”. Ciò in ragione del fatto che nell'area atlantica non era possibile per i partiti socialisti e comunisti governare senza subire forti pressioni e tensioni destabilizzanti che avrebbero portato a una situazione simile a quella cilena.
La strategia berlingueriana era pertanto fin dall'inizio improntata alla ricerca dell'accordo “con il nemico”, e all'abbandono di una prospettiva rivoluzionaria (che il PCI, nei fatti, aveva abbandonato da tempo, ma che ora veniva teorizzata, seppure non esclusa del tutto o rimandata ad altri momenti).
Berlinguer cercava di ottenere dagli americani il riconoscimento di interlocutore affidabile. Escludendo la possibilità di una transizione socialista in Italia, e quindi accettando come inalterabili gli assetti internazionali e l'egemonia atlantica sull'Europa occidentale (l'eurocomunismo avrebbe dovuto servire proprio a questo scopo) pensava di rassicurare gli americani e di permettere in questo modo l'esordio del PCI al governo. Tre anni più tardi, infatti, nel 1976, Berlinguer riconobbe la NATO come “scudo” protettivo e fattore di stabilità rendendo ancor più espliciti i suoi intenti.
In questo modo sperava di preparare il compromesso con l'avversario interno, la Democrazia Cristiana. Sia l'opposizione politica che quella sociale del PCI fu pertanto attenuata. Ciò però avvenne in una fase di avanzamento del movimento operaio. Il “contenimento” delle lotte sindacali che in quella fase pareva accettabile, si sarebbe rivelato fatale quando, nel decennio successivo, sarebbe cominciata la restaurazione sociale. Stati Uniti sul fronte estero, DC su quello interno e capitale industriale su quello sociale erano i tre interlocutori-avversari con i quali il PCI di Berlinguer cercava l'attenuazione del conflitto, per poter approdare stabilmente al governo. La strategia di Berlinguer, come sappiamo, fallì su tutta la linea. Gli americani non si fidarono mai del PCI, il compromesso storico non si concretizzò, i comunisti rimasero esclusi dal governo e da lì a poco si sarebbe assistito alla controffensiva padronale che sarebbe infine culminata in una piena restaurazione neoliberale. Ciò nonostante essa rimase praticamente invariata negli anni successivi.
Ciò che Berlinguer aveva (suo malgrado) dimostrato è che gli americani (come i poteri economici) non avrebbero mai accettato un partito comunista al governo in Italia, per quante garanzie si potesse dar loro. La vera svolta sarebbe avvenuta solo nel caso in cui si fosse abbandonata la strategia berlingueriana, cosa che non avvenne. Al contrario, essa fu portata alle estreme conseguenza. Se l'esistenza di un partito comunista conduceva alla scontro diretto bisognava cambiare il partito e rinunciare al comunismo. Il mezzo finisce per distruggere il fine: l'occasione si presentò con il crollo dell'URSS.
Nonostante l'evidente fallimento, Berlinguer non mutò la sua strategia. La sua idea, rimasta invariata, era quella di creare le condizioni per permettere al PCI di accedere al governo, a qualunque costo, rimuovendo tutti gli ostacoli che si frapponevano davanti a questo obiettivo. La conquista del potere politico avrebbe ripagato tutti i sacrifici e avrebbe inaugurato un'era di progresso e di migliorie sociali. Questo era il senso della spostamento dalla questione sociale alla questione morale operato da Berlinguer: i partiti occupavano lo Stato e se ne spartivano il controllo; questa occupazione non solo era un fatto deprecabile, ma impediva il rinnovamento del Paese, perché qualsiasi programma di riforma sarebbe stato ostacolato da questa situazione. Pertanto diventava prioritario e urgente affrontare il cuore della questione morale, cioè il rapporto tra i partiti e lo stato, la classe politica e la società civile. La questione sociale, veniva retrocessa o rimandata. Essa non avrebbe potuto essere affrontata con successo se non avesse trovato prima soluzione la questione morale, allo stesso modo in cui il PCI non avrebbe potuto compiere la sua scalata al governo senza l'appoggio o quanto meno la non interferenza dei poteri interni e internazionali.
Siamo nel 1981 e già sono abbozzati – e forse qualcosa di più che abbozzati – tutti i caratteri della sinistra post-comunista: atlantismo e moralismo, cioè accettazione degli assetti internazionali e del dominio NATO (che avrebbe significato partecipazione alle guerre imperialiste) e moralizzazione della politica, che tradotto dal lessico berlingueriano significa ridimensionamento e contenimento del ruolo della politica e dei partiti, ma sostanziale accettazione dell'egemonia del capitale, “lotta alla corruzione” al posto della lotta contro le iniquità sociali. Il PDS di Occhetto ereditò integralmente queste caratteristiche, potendo contare in più su una maggiore libertà di azione, essendosi sbarazzato dell'ingombrante appellativo di “comunista”.
Innanzitutto, infatti, il neonato partito accettava acriticamente la cornice internazionale, la fine dell'Unione Sovietica e il dominio mondiale degli Stati Uniti, e anzi lo celebrava come fine del giogo dei popoli dell'est e della divisione tra Oriente e Occidente. Il crollo del Muro di Berlino veniva riprodotto in piccolo, per così dire, in Italia. La liquidazione del comunismo sanciva la conciliazione della sinistra (almeno della parte maggioritaria di essa) con i poteri economici e con i centristi, dando avvio alle coalizioni di centrosinistra.
L'indagine di “Mani Pulite” rappresentò un'opportunità unica per il PDS. Essa fece piazza pulita dei suoi avversari politici più temibili. La questione morale in questa contingenza, pertanto, fu lo strumento con cui il PDS poteva porsi come guida moralizzatrice dell'Italia e proposta di rinnovamento. Questa opportunità non venne colta a causa di un incidente di percorso: Berlusconi.
Ma la strategia berlingueriana rimase immutata. Anzi, la questione morale, dagli anni dei DS dalemiani, riceveva una nuova coloritura e trovava nuovo vigore; poteva contare su un profilo politico più netto, cioè sull'opposizione al berlusconismo. Il moralismo dell'antiberlusconismo – a cui il libertinismo berlusoniano era perfettamente simmetrico e funzionale – svolse lo stesso ruolo di sempre: la subordinazione della giustizia sociale (quando non la sua totale rimozione) al contrasto alla corruzione e all'immoralità. La corruzione è sempre intesa, si badi bene – in pieno stile berlingueriano – come ingerenza della politica sulla società, come un eccesso di politica che causa connivenze e nepotismo, la quale deve essere ridimensionata, e mai, ma proprio mai, come corruzione dei privati e come mercificazione della vita pubblica quale dinamica congenita al capitalismo. In altri termini, la politica doveva lasciar spazio alla “società civile”, ovvero al mercato, al “libero gioco” della concorrenza. È seguendo questa direttiva che i DS dalemiani furono i più convinti sostenitori delle privatizzazioni, come neanche la destra sarebbe mai stata.
Il moralismo ebbe in questa fase una funzione importante nel sostegno all'europeismo. L'Unione Europea appariva come garanzia contro “gli sprechi” e le ingerenze della classe politica italiana corrotta, ovvero l'espansione della spesa pubblica che aveva consentito la crescita dei redditi, e un limite alla gestione dei bilanci pubblici.
Per quanto riguarda l'atlantismo D'Alema ne è stato uno dei più fedeli interpreti, egli sostituì Prodi che era ancora troppo tiepido nel suo americanismo (e troppo multilaterale) in un momento in cui non erano ammesse esitazioni: il bombardamento della Serbia.
La fondazione del PD vide questo scenario sostanzialmente inalterato. Anzi, i caratteri del berlinguerismo vennero ulteriormente accentuati. L'alleanza con gli ex democristiani diventava una fusione, l'americanismo veniva spinto quasi fino a livelli parodistici, con l'imitazione dello slogan di Obama durante la campagna elettorale di Veltroni. La gestione di Bersani apparve divisa tra il coerente prosieguo della direttiva berlingueriana, il composto di moralismo e atlantismo, e il tentativo di conservare una vaga simbologia di sinistra e un richiamo a un'anima “sociale”, peraltro inesistente: operazione impossibile dopo la fondazione del PD, che aveva precisamente il proposito di liquidare definitivamente queste componenti, e che infatti fallì.
Ma il vero liquidatore sarà soltanto Renzi. La liquidazione di sé è un processo intrapreso proprio da Berlinguer, con la sostituzione dell'atlantismo passivo (che diventerà poi attivo) all'antimperialismo e del moralismo al socialismo e in generale della convivenza al conflitto. Renzi non ne è che l'ultimo esecutore e neanche uno dei più importanti. Se il compito di Berlinguer era di operare la sostituzione nella sostanza della linea d'azione del PCI lasciando inalterata la simbologia, quello di Renzi è di lasciare inalterata la sostanza del PD (ormai già definitivamente acquisita) e cambiare la simbologia, cioè quel che rimane del progressismo sociale e dei valori passati cui fa subentrare un entusiasmo cieco nel mercato e un'ossessione del “nuovo”, da intendere come continua mutazione apparente ma sempre seguendo la direttiva tradizionale.
L'accordo e la compiacenza con i poteri economici e finanziari in particolare sono un connotato tipico di Renzi che egli non si preoccupa di nascondere. Anche qui abbiamo una radicalizzazione della strategia berlingueriana dell'accettazione del contesto economico e internazionale e del tentativo di aggredire la politica. La rapida ascesa di Renzi è avvenuta all'insegna della cosiddetta “rottamazione”, che è un'ulteriore declinazione della questione morale. Si tratta di rottamare la “vecchia politica” che non è più, come ai tempi di Berlinguer, quella che “assedia” la società civile, dalla quale è stata cacciata del tutto, ma quella che cerca di conservare una simbologia antica, seppure estremamente diluita, e che ripropone le procedure politiche classiche, cioè la mediazione e la dialettica. A questa “vecchia politica” da rottamare deve subentrarne una “nuova” del tutto nichilista, priva di ogni nostalgia, che persegue a tutti i costi la “modernizzazione”, cioè l'adattamento della società al mercato, e che ripudia le mediazioni tipiche della forma partito considerate come inutili perdite di tempo, avvalendosi dei media in maniera spregiudicata.
Il PDS di Occhetto, i DS di D'Alema, il Pd di Veltroni, quello di Bersani e infine quello di Renzi, non sono delle svolte, delle improvvise mutazioni genetiche, ma delle tappe di un processo che prosegue secondo la stessa linea del PCI di Berlinguer. Esse sono state la manifestazione, più chiara ed evidente che in altri momenti, dei risultati raggiunti da questa strategia. Tanto è sbagliato, quindi, l'atteggiamento di chi ricorda mestamente l'epoca berlingueriana come “l'età dell'oro” contrapponendola alla decadenza attuale, quanto quello di chi individua in Renzi un innovatore, l'autore di una rottura senza precedenti. Sarebbe invece più utile e sensato cercare di scovare nel passato i germogli delle tendenze attuali. In questo caso si scoprirebbe che quella pretesa discontinuità è soltanto frutto dell'immaginazione dell'osservatore contemporaneo.










*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



29 feb 2016

La sinistra italiana dall'antimperialismo al pacifismo*

Gli eventi siriani hanno svelato per l'ennesima volta l'inadeguatezza della politica del nostro paese sul piano dell'interpretazione degli accadimenti internazionali. Un'interpretazione dipendente dalla versione dei media e degli interessi atlantici.
Inizialmente il terrorismo, che è stata l'ossessione dell'Occidente dall'attentato del 2001 a New York, è stato di molto sottovalutato. Tutta l'attenzione è stata concentrata sul governo siriano, un governo fino ad allora perfino “amico” dell'Italia, elogiato pubblicamente dall'allora Presidente della Repubblica Napolitano, prima che i diktat d'oltreoceano imponessero un'inversione nelle relazioni diplomatiche.
Da quel momento il Presidente siriano Bashar al-Assad è diventato un nuovo satana mediorientale (dopo che Saddam e Gheddafi erano stati eliminati) descritto come un carnefice del suo stesso popolo, sulla base di accuse che ben presto si sarebbero rivelate inconsistenti. Tutto il quadro politico italiano, da destra a sinistra, si è levato compatto a chiedere la testa di Assad, considerato il nemico principale da abbattere. Tutto il quadro politico si è inoltre schierato con i cosiddetti “ribelli”, ovvero quei gruppi che combattono fianco a fianco con i fondamentalisti dell'Isis e di Al-Nusra. Nel frattempo questi ultimi sono cresciuti di dimensioni e di forza (o, per meglio dire, è stato loro permesso di crescere). È ormai sempre più evidente come il problema della Siria sia il terrorismo salafita e wahabita e non Assad e il suo esercito che anzi lo combattono. Questo ha costretto ai salti mortali i paesi occidentali che dicono di contrastare il terrorismo, ma nello stesso tempo fanno di tutto per rimuoverne il principale ostacolo nella regione, cioè appunto il governo siriano.
In tutto ciò qual è stata la posizione della sinistra, quella cosiddetta “radicale” che cioè dovrebbe farsi portatrice di una interpretazione alternativa degli eventi e della storia? La stessa della destra, la stessa degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, la stessa di Israele. In altre parole la politica estera della sinistra italiana, salvo rare e lodevoli eccezioni, è totalmente allineata ai dettami di Washington. Ciò non vale solo per il caso siriano. Con la Libia accadde lo stesso; si gridò contro il despota Gheddafi, che in modo del tutto dispotico si era deciso dovesse essere spodestato. “Dobbiamo impedire che Gheddafi completi la sua macelleria civile” tuonava Nichi Vendola nel 2011. Tutta questa campagna servì a giustificare l'aggressione americana e francese contro la Libia, con le conseguenze che tutti sappiamo, conseguenze prevedibili ma di cui le anime belle della sinistra italiana non sembrano essersi preoccupate. E cosa dire della campagna anti-russa, in cui i “diritti civili” vengono usati come pretesto per attaccare il principale avversario della Casa Bianca? Qual è stata la posizione della cosiddetta sinistra radicale da SEL a Rifondazione, fino a un paio di anni fa, su Putin considerato come un “dittatore omofobo” che opprime le libertà civili?
Certo ci si può aspettare che in questi anni di sudditanza del nostro paese l'establishment politico si accodi fedelmente ai suoi alleati-padroni. Ma dovrebbe sorprendere che lo stesso accada a chi si presenta come “rivoluzionario” o “radicale”.
Nella sinistra italiana è mancata del tutto la comprensione della situazione internazionale. A cosa si deve questa completa cecità? La sua origine è probabilmente molto profonda. Affonda le radici in questioni irrisolte. Quale doveva essere il rapporto con i paesi non allineati? Quale il giudizio complessivo sul blocco sovietico e sul cosiddetto “socialismo reale” che ha svolto nel secolo scorso il ruolo di fondamentale oppositore dell'impero americano?
A queste domande non si è riusciti a dare risposte coerenti. La critica del socialismo sovietico – da parte di chi, occorre ricordarlo, diceva di ispirarsi al socialismo – ha finito per allinearsi alla propaganda atlantista e anticomunista, soprattutto con il crollo del Muro di Berlino, anche se già da anni ormai il PCI aveva archiviato l'esperienza sovietica (la Rivoluzione d'Ottobre aveva esaurito la sua “spinta propulsiva” aveva detto Berlinguer già nell'81) mostrando di preferire il blocco atlantico.
Certo, il marxismo occidentale era riuscito a formulare analisi interessanti, e si ricorderà in proposito la critica marcusiana, ma è sempre mancata, nella maggior parte dei casi, la capacità evidenziare gli errori e le contraddizioni del modello sovietico senza per questo doverlo condannare in modo inappellabile e, come si suol dire, buttar l'acqua sporca con tutto il bambino.
L'esperienza sovietica, invece, pur essendo, è bene ripeterlo, emendabile sotto molti aspetti, presenta lati interessanti e acquista valore soprattutto oggi. Oltre alle conquiste nel campo dei diritti sociali – non è questa la sede per discuterne – ha infatti mostrato l'importanza dell'esistenza e della resistenza di nazioni non allineate all'imperialismo e al colonialismo occidentali, non solo sul piano dei rapporti di forza internazionali, ma anche su quello delle lotte interne, politiche e sociali, a singoli stati imperialisti e colonialisti. Dovrebbe essere chiaro, infatti, come il crollo dell'URSS abbia segnato una battuta d'arresto per il marxismo a livello mondiale, abbia contribuito alla sconfitta delle istanze sindacali e del movimento dei lavoratori in paesi dove questi erano molto avanzati (come l'Italia), alla trasformazione della sinistra maggioritaria in una coalizione di partiti pro-capitalisti e liberisti e alla costituzione di una “sinistra radicale” come estrema propaggine dell'impero, ridotta al ruolo di mera e ininfluente testimonianza.
Un fattore che si accompagna a queste circostanze è stata l'estinzione dell'antimperialismo della sinistra. Avendo ripudiato del tutto l'unico blocco capace effettivamente di contrastare la potenza statunitense, avendo rinunciato a un sostengo, sia pur critico e dialettico, ad esso, avendo accettato e salutato con gioia il disfacimento di quel blocco e interpretandolo erroneamente come l'inizio di un processo di liberazione, avendo infine ripudiato, in molti casi, anche quelle sacche di resistenza che ancora restavano (Cuba per esempio), pareva del tutto prevedibile che la sinistra finisse per ricadere nello stesso “modello di sviluppo” cui diceva di opporsi. Un volta, infatti, che si ritenga preferibile, per quanto si possa detestarlo, il sistema capitalistico occidentale a qualsiasi altro sperimentato, si ricadrà, seppure involontariamente, sotto i suoi vessilli. “La democrazia” diceva Churchill intendendo ovviamente il sistema liberal-parlamentare dei paesi capitalisti “è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora”. I sostenitori di questa “democrazia” (magari “esportabile” a suon di “bombe intelligenti”) non ci tengono tanto a farne l'apologia, quanto a screditare qualsiasi altra alternativa esistente. Nella guerra tra paesi imperialisti e antimperialisti (socialisti, ma non solo) la sinistra maggioritaria ha finito per schierarsi con i primi, e a nulla valgono tutte le ulteriori postille e precisazioni.
La categoria dell'antimperialismo fu quindi completamente abbandonata dalle forze che si definivano “radicali”. A contribuire a ciò intervenne un'altra componente della neonata “radicalità” proprio per sostituire tale categoria: il pacifismo: non era certa un fenomeno inedito, ma ora veniva assunto organicamente come modo di pensare della sinistra in sostituzione dell'antimperialismo. Ciò valse in Italia dagli anni '90 con Fausto Bertinotti alla segreteria di Rifondazione, ma fu una costante di molti altri movimenti “informali” come i no-global, ma anche il movimento contro la guerra in Iraq.
L'antimperialismo (assieme all'anticolonialismo) in fondo, era il vero discrimine sulle questioni internazionali tra la sinistra europea e un progressismo “liberal”. Con il suo rigetto e l'accettazione di un mondo unipolare quale si era venuto a creare negli anni Novanta, l'area “radicale” si trovava sprovvista di paradigmi adatti a rigettare il nuovo espansionismo statunitense, dalla Serbia all'Iraq.
Fu così che il pacifismo si affacciò sempre più come surrogato che permetteva alla sinistra di differenziarsi. Le guerre degli Stati Uniti e della NATO venivano criticate non tanto in quanto aggressione militare contro popoli e nazioni come momento culminante dell'aggressione economica, ma piuttosto come “violenza” atto da disapprovare eticamente ed emotivamente. Naturalmente non si negavano gli interessi in gioco, ma non si afferrava come la guerra fosse un fattore intrinseco, necessario e non occasionale tanto al sistema economico capitalistico quanto al contesto dei rapporti di forza che vedevano in quel momento storico gli Stati Uniti senza un rivale all'altezza. Di conseguenza, la sinistra scopertasi pacifista finiva per bollare, assieme ai suoi avversari politici, tutti quegli atti di resistenza come “terroristi” e “violenti”, mettendo sullo stesso piano l'aggressore e il resistente. Si rigettava moralmente la guerra, ma praticamente e storicamente la si sosteneva perché si biasimava qualunque resistenza possibile ad essa. Era un'opposizione, per così dire, “metafisica”, alla Guerra in quanto tale, come archetipo e simbolo di brutalità, non alla guerra specifica e alle reali ragioni che la determinano. Un'opposizione velleitaria, fatta di bandiere arcobaleno e di fiori nei cannoni che spianava la strada agli invasori; in che modo potevano resistere il popolo serbo, quello iracheno o quello palestinese? Probabilmente questi “radicali” si illudevano puerilmente di poter fermare il conflitto con una manifestazione, oppure erano rassegnati e soddisfatti del loro ruolo di pura testimonianza, quale era ormai proprio della sinistra.
Il pacifismo contribuì a fare della guerra una questione meramente etica, destoricizzandola, sganciandola dalla realtà per renderla un evento mediatico sul cui palcoscenico si scatenava il chiacchiericcio compulsivo dei talk-show. Il disorientamento attuale della sinistra ha origine da ciò. Le “primavere arabe” sono state acclamate come rivolte pacifiche contro regimi tirannci, senza rendersi conto a quali interessi rispondessero. Il colpo di stato di Majdan è apparso come ribellione dell'Ucraina all'ingerenza russa, il caos generato dalla caduta di Gheddafi come una “liberazione”, i terroristi e i filo-terroristi siriani come “ribelli” che cercano di rovesciare un governo giudicato dittatoriale perché non rispondente ai canoni occidentali. La posizione della sinistra finisce per essere scritta così direttamente alla Casa Bianca o al Pentagono, senza che essa ne abbia consapevolezza.
Smarrita la cognizione del quadro geo-politico e del contesto economico, non restano che astratti e inutili “diritti umani” istanze che si possono rivendicare sul piano puramente giuridico e morale, ma che rimangono escluse dal divenire della storia.







*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



7 dic 2015

I limiti del sistema pluripartitico

La sconfitta del peronismo in Argentina e quella del chavismo in Venezuela devono indurre a una riflessione. Il modello di governo rappresentativo occidentale, di tipo parlamentare-suffragista-pluripartitico non può funzionare. Attenzione, non si sta dicendo che deve essere riformato. Si sostiene, al contrario, che esso è irriformabile. O per meglio dire, qualsiasi riforma istituzionale che ne mantenga intatti i presupposti essenziali può soltanto modificare la superficie dei rapporti giuridici, senza essere in grado di incidere in profondità.
Questo sistema di governo si adatta alla perfezione all'egemonia delle nuove oligarchie capitalistiche finanziarie; esso assicura una finta dialettica tra avversari e programmi, ma poi finisce per affermare un'identica visione della società, quella di tipo neoliberale. È vero, in particolari situazioni può crearsi una falla; una forza politica anti-oligarchica può conquistare legalmente il potere vincendo le elezioni e in questo modo riuscire a incidere in profondità nella società e nell'economia di una nazione. Tuttavia questo può avvenire per un periodo limitato di tempo. Le elezioni periodiche metteranno sempre a rischio il governo riformatore. Ciò lo stiamo vedendo in America latina, dove forti opposizioni pro-oligarchiche e neoliberali rischiano di porre fine ai governi riformatori. Una situazione simile rende le "rivoluzioni" antiliberiste sudamericane, come quella peronista e kirchnerista in Argentina e quella bolivariana in Venezuela, molto traballanti.
Il problema è che il governo suffragista-pluripartitico è molto debole, estremamente debole. Si può dire che mai nella storia sia esistito prima di esso un governo così debole. La sua debolezza si deve al breve intervallo tra un'elezione e l'altra, elle grandi limitazioni del potere esecutivo a favore di quello parlamentare, all'ineleggibilità della stessa persona oltre un certo numero di mandati e ad altri fattori che non si starà qui a elencare. Tuttavia per le oligarchie questo non è un grande problema, perché il sistema pluripartitico generalmente non è pluri-ideologico. La pluralità a livello formale e istituzionale non corrisponde a una pluralità a livello socio-culturale. Ciò perché le oligarchie sono in grado ormai di controllare la quasi totalità dei mezzi di produzione, compresi i mezzi di produzione della cultura.
Cosa ne deriva? che la cosiddetta "alternanza democratica", il feticcio del sistema pluripartitico, è in realtà un'alternanza solo formale, in quanto ogni cambio di governo non è un cambio di regime. Anche questo è un fatto nuovo nella storia. Il governo politico può cambiare senza che cambi il gruppo sociale dominante. Di conseguenza la debolezza del governo che può apparire uno svantaggio per le oligarchie e un fatto estremamente democratico è in realtà un vantaggio per esse, poiché nasconde la natura dispotica del potere dietro un velo di rappresentatività formale.
Non è stato sempre così. In passato nell'Europa occidentale la rappresentatività era reale, per quanto limitata, ma questa è durata appena quattro o cinque decenni.
Tuttavia, questo sistema di pluralismo formale permette in alcuni casi un sovvertimento effettivo del potere. Ciò è accaduto in Argentina con l'era dei Kirchner e in Venezuela con i governi di Chavez e Maduro. Ma se un tale sistema permette all'opposizione reale e non solo formale e alle forze anti-oligarchiche di giungere al potere, non permette loro di mantenerlo. Infatti i meccanismi formali assicurano un'egemonia sociale limitata e precaria. La regola dei limiti di mandati presidenziali, ad esempio, ha contribuito alla sconfitta del peronismo, poiché a un capo forte e riconosciuto deve succedere uno meno forte, a meno che questi non compensi un simile svantaggio con una buona dose di carisma personale. Il sistema pluripartitico rappresentativo assicura la possibilità di costituire un governo anti-oligarchico (per quanto ciò in genere sia molto difficile, data l'egemonia economica e culturale dell'oligarchia) ma non di mantenere questo potere. Ecco come la debolezza del governo, che appariva un elemento di garanzia democratico, risulta invece favorevole all'oligarchia e penalizzante per i suoi avversari. Le forze oligarchiche, infatti, conservano il loro potere economico anche quando sono opposizione politica, e possono far leva su questo potere per scalzare un governo ostile. Una volta vinte le elezioni, poi, queste forze assommeranno al potere economico quello politico. Ciò non vale, invece, per i loro avversari, che non possono competere sul piano economico.
Alla debolezza strutturale del governo riformatore antioligarchico che rimane nella cornice del pluripartitismo, bisogna aggiungere quella contingente: difficilmente questo governo potrà riformare radicalmente la società e non potrà spingersi oltre un certo grado di intervento, perché deve tenere a bada l'opposizione che attraverso i suoi organi di propaganda potrebbe trasformare il trauma di un cambiamento troppo repentino e radicale in malcontento popolare e vincere così le elezioni. Inoltre l'opposizione oligarchica è in grado di boicottare gli interventi del governo avversario usando il potere economico. Ad esempio in Venezuela, attraverso la cosiddetta "guerra economica", ovvero la scarsità di merci artificialmente indotta, essa ha creato seri problemi al governo. In casi estremi potrebbe avere i mezzi per ricorrere persino all'illegalità e al colpo di stato contando sull'appoggio di potenze straniere (Cile '73), ma spesso non è necessario.
Un'altra caratteristica del pluripartitismo suffragista è che esso può essere indebolito e annullato in caso di pericolo per le oligarchie, lasciandone intatti i meccanismi formali. Questo sta avvenendo nell'Unione Europea, dove il potere politico del governo e del parlamento è di fatto annullato, per quanto permanga sul piano giuridico. Le oligarchie, infatti, possono contare anche sull'azione a livello sovranazionale. Le forze anti-oligarchiche, invece, possono agire solo all'interno della nazione, o comunque, l'appoggio esterno di alleati stranieri difficilmente potrà controbilanciare il rapido ed efficace coordinamento mondiale dell'oligarchia che per sua stessa natura è sovranazionale e può facilmente creare o potenziare istituzioni internazionali in grado di contrastare i governi nazionali.
La conclusione è evidente. Il sistema di governo di tipo rappresentativo, suffragista e pluripartitico, invece che limitare l'oligarchia, ne è un alleato formidabile che essa all'occorrenza potrà usare per neutralizzare gli avversari. Ciò si deve alla debolezza intrinseca del governo in questo sistema, debolezza che non danneggia la classe socialmente dominante, poiché il pluralismo è solo formale e il cambio di governo in genere non è un cambio di regime, ma può dare alla popolazione l'illusione della "democraticità" delle istituzioni. Infine, è pur vero che un tale sistema può permettere alle forze ostili all'oligarchia di scalzarla dal potere politico in modo legale, ma non permette loro di conservare a lungo questo potere.
Le forze oligarchiche potranno, grazie alle elezioni, tornare al governo in qualsiasi momento e cancellare in poco tempo tutte le riforme sociali fatte dai loro nemici.
Risulta quindi evidente come una forza anti-oligarchica e antiliberista, che voglia opporsi efficacemente al capitale finanziario e realizzare un programma favorevole alle classi subalterne, non può limitarsi ad agire all'interno del quadro istituzionale suffragista-pluripartitico. È necessario, infatti, neutralizzare gli svantaggi di questa forma di governo. E ciò può avvenire in due modi: a livello economico, riducendo drasticamente il potere economico dell'oligarchia se non annullarlo del tutto (quindi espropriandola dei suoi oligopoli), o a livello politico, rafforzando in misura rilevante il potere del governo al di fuori dei vincoli del pluripartitismo (ad esempio limitando i partiti di opposizione, prolungando la durata del mandato, ecc.). In caso contrario, il rischio per il nuovo governo è costante ed è probabile che prima o poi sia sopraffatto dalle forze oligarchiche.




Immagine tratta da: http://www.notimix.com.ar/2015/09/cristina-kirchner-se-reunio-con-nicolas.html

3 ott 2015

Le vere cause dell’immigrazione: al di là di pessimismo e romanticismo*

Nella rappresentazione dell’immigrazione presso i grandi media esiste una retorica tutta incentrata sulla figura del migrante. Egli è un soggetto idealizzato, che viene fatto corrisponderealla concezione ideologica dell’osservatore e muta al mutare di quest’ultimo. Per la “destra” egli è il clandestino, il cui retroterra culturale e il cui modo di vita sarebbero incompatibili con quelli italiani. L’immigrato, secondo questa visione, o alimenta la criminalità e situazioni di illegalità, oppure è incapace di adattarsi agli usi e ai costumi locali, sopravvivendo in modo parassitario grazie a rendite garantite dallo stato. A “sinistra”, invece, esiste una visione romantica del migrante. Questi viene visto come una sorta di “buon selvaggio”che fugge da paesi incivili e arretrati, sconvolti da “dittature” o da guerre, per costruire un esistenza migliore e che, armato di qualità e di virtù superiori a quelle degli italiani, accetta qualsiasi condizione di lavoro che l’italiano colpevolmente (sempre secondo questa rappresentazione) rifiuta.
Entrambe queste rappresentazioni sono profondamente condizionate dall’ideologia di chi la esprime e dalla narrazione mediatica sensazionalista o sentimentalista (a seconda del target di pubblico al quale si rivolge). Ma in tutti e due i casi ciò che prevale è il giudizio impulsivo fondato più sull’empatia o l’antipatia personali affidata a eventi contingenti (o veicolata dai media presso l’osservatore inconsapevole) che su un’analisi razionale. Lo sguardo è concentrato sugli individui, immigrati o autoctoni, caratteristica questa assunta dalla cronaca nera, che molto spesso tende a “etnicizzarsi”.
In ogni caso ad essere visibili sono soltanto gli effetti, quale che sia il modo di interpretarli. Per i pessimisti xenofobi gli stranieri porterebbero solo disordine e criminalità e sarebbero ingiustamente privilegiati. Per i romantici xenofili essi sarebbero le fondamenta della futura società multiculturale, un’utopia cosmopolita dove tutti i popoli convivranno in armonia “mescolandosi” tra loro. La soluzione, spesso l’unica soluzione, avanzata dagli immigrazionisti è l’apertura indiscriminata delle frontiere, quando non la loro l’abolizione – utopia (o distopia) che sembra oggi potersi realizzare grazie all’Unione Europea e ai trattati intercontinentali. Già ampiamente indeboliti per ciò che riguarda i traffici di merci e i movimenti di capitali (sui quali nessuna delle due fazioni, da Salvini a Vendola, pare aver nulla da dire) i confini andrebbero dunque cancellati o ridimensionati anche per ciò che riguarda lo spostamento di esseri umani. Gli xenofobi, invece, prospettano il blocco dell’immigrazione e l’innalzamento dei ponti levatoi quale sinistra ma unica possibilità di salvezza per l’Occidente assediato. Ricetta fortemente irrealistica, visto che nessuno stato contemporaneo lo ha mai realizzato, eccetto la Germania nazista, ovviamente. Bloccare qualsiasi ingresso, sia legale che illegale, presupporrebbe un controllo totalitario della società che i governi non hanno, uno stato di polizia permanente da romanzo fantapolitico.
Ma dove è finita, in tutto questo, l’indagine sulle cause? Certo, si dice che le guerre e le carestie comportano queste ondate di migrazioni, ma non è ben chiaro come collocare questi fenomeni, quasi considerati al pari di catastrofi naturali inevitabili e alle quali non è possibile opporsi.
I romantici insistono sulla retorica dell’“accoglienza” la quale può essere un lenitivo e un atto etico individuale, ma non certo un modo di affrontare una questione sociale a livello politico. Altri, elogiano l’Odissea dei migranti come primo passo per la scalata sociale che li porterebbe alla conquista di un meritato benessere economico e integrazione nella vita lavorativa: ma in questo caso si tratta di una soluzione individuale per un problema collettivo, tra l’altro ispirata a un vago darwinismo sociale secondo il quale “i migliori” avrebbero la possibilità di affermarsi, mentre tutti gli altri resterebbero falciati dalla selezione del mercato globale, o prima ancora, dal mare.
I pessimisti ripetono ipocritamente lo slogan dell’“aiutiamoli a casa loro” senza che sia ben chiaro in cosa consisterebbe questo “aiuto” (e quando gli occidentali dicono di voler “aiutare” altri popoli la storia insegna che non c’è da fidarsi) che si sono ben guardati dal preoccuparsi di offrire quando ne hanno avuto la possibilità, come i leghisti negli anni dei governi di centrodestra. Del resto neanche il centrosinistra può rivendicare coerenza tra parole e azioni, avendo, malgrado tutta la retorica parrocchiale e lacrimevole che ha fatto, sdoganato per primo i lager per immigrati, centri di permanenza o di identificazione, a seconda delle varie diciture, rafforzati poi dai loro successori.
Ma questa retorica dell’“aiuto” esprime una mentalità di tipo colonialistico e non meno fuorviante di quella dell’“accoglienza”. Gli evoluti paesi europei magnanimamente elargirebbero parte delle loro risorse per risollevare i popoli in difficoltà. Come se il lavaggio delle coscienza della “beneficenza” possa incidere in qualche modo sulle dinamiche socio-economiche di paesi al collasso. In fondo, questa retorica dell’“aiuto” non è che la versione edulcorata di quella dell’“accoglienza”. Si tratta, in ambedue i casi, di carità e nulla più. Due modi simili per riservare agli altri popoli le briciole, mascherate da aiuto umanitario in modo da tacitare le coscienze dei popoli “civili”. Due facce della stessa medaglia che nascondono le enormi responsabilità di tutti i paesi più forti economicamente. Italia compresa. Le guerre, le carestie, le miserie, di cui soffrono le terre da cui partono i migranti che vediamo affollare le nostre coste, sono generate dal neocolonialismo e dall’imperialismo occidentali. Le multinazionali europee e nordamericane comprano materie prime a basso prezzo, ottengono dalle colonie di fatto manodopera a bassissimo costo da cui ricavare superprofitti con le vendite in patria. Il benessere di cui l’Occidente ha goduto e gode ancora oggi, è il risultato del trasferimento di ricchezze dal “sud” al “nord” del mondo.
I governi locali che hanno cercato di opporsi alla depredazione occidentale sono spesso stati rovesciati attraverso colpi di stato; che siano militari o “morbidi” non fa differenza. L’Italia in questo, con il suo colonialismo straccione, ha giocato la sua parte. Ha supportato lo smembramento della Jugoslavia e la guerra in Kosovo, a tutto vantaggio degli interessi tedeschi; ha contribuito al caos mediorientale partecipando alle spedizioni in Afghanistan e in Iraq; ha sostenuto francesi e americani nel rovesciamento del governo libico di Gheddafi. Nessuno dei maggiori partiti politici italiani allora esistenti può dire di esserne estraneo, avendo votato in Parlamento se non tutte sicuramente alcune di queste “missioni umanitarie”. Che tutto ciò avvenga sotto il vessillo della NATO, delle Nazioni Unite, o della “democrazia esportabile” a stelle e strisce è una differenza di poco conto. La sostanza è che le migrazioni sono l’esito necessario del colonialismo e dell’imperialismo di Stati Uniti, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia. Le risse verbali tra “accoglienti” e “aiutanti” sono l’indecente contorno del massacro e dello sfruttamento sistematici di interi popoli. Sono costruiti sulla pelle non solo dei migranti, ma di tutti i loro paesi, di chi può fuggire, ma anche di chi non può e di chi invece deve. L’unica maniera per aiutare i migranti non è nella forma caritatevole e ipocrita della beneficenza a casa loro o a casa nostra, ma ponendo fine alle pratiche colonialiste e imperialiste che sono le reali cause dello spostamento massiccio di esseri umani nella nostra epoca.
Lo sfruttamento, la rapina economica, le guerre sono effetti del sistema capitalistico occidentale e pertanto sono ineliminabili finché quest’ultimo continuerà ad esistere. Occorre perciò, se si vuole affrontare seriamente la questione migratoria, ripensare radicalmente il modello sociale di produzione vigente affermatosi universalmente: bisogna archiviare il pregiudizio dell’ineluttabilità del capitalismo e della società di mercato, cosa che tanto i sedicenti amanti dei migranti, quanto i presunti difensori della patria si guardano bene dal fare.

30 apr 2015

La destatalizzazione dell'Italia*

Così può essere definito quel processo che tende ad espropriare lo Stato delle sue funzioni, per attribuirle ad altri enti, pubblici o privati, locali, nazionali o sovranazionali. In Italia esso si è manifestato con particolare virulenza a partire dagli anni '90, ed è poi proseguito e prosegue tutt'ora senza alcuna discontinuità.
A livello politico esso è stato favorito dalla conversione dei partiti di sinistra (in particolare l'ex PCI) all'ideologia neoliberale, dall'affermazione di una destra liberista, in parte da sempre, in parte anch'essa convertitasi, e dall'apparizione di istanze, soggetti e movimenti regionalisti e localistici il più importante dei quali è stato senz'altro rappresentato dalla Lega Nord.
A livello culturale sono due le caratteristiche di questi partiti che hanno permesso il nuovo corso anti-statalista della politica italiana. Da un lato l'imporsi di una presenza egemonica delle teorie economiche neoclassiche non solo in ambito accademico, ma anche nel dibattito presso i grandi media aperto al più ampio pubblico. Nonostante l'approccio keynesiano o post-keynesiano, al pari di quello marxiano, agli studi macroeconomici, sia piuttosto raffinato ed evoluto, oltre a poter contare sulla forza di un maggiore riscontro empirico, al grande pubblico vengono sempre proposte in maniera quasi esclusiva le visioni delle vecchie proposte liberiste, le stesse che portarono alla crisi del '29 e a quella più recente attualmente ancora in corso in Europa. Dall'altro lato è stata messa in atto una strategia di delegittimazione nei confronti del concetto di nazione. Quest'ultima è stata disconosciuta come portatrice di progresso nelle società contemporanee e identificata con una concezione dello Stato necessariamente autoritaria e dispotica, quando non apertamente totalitaria e fascista. Tutti coloro che cercano di difendere un concetto di Stato forte vengono pertanto criminalizzati con l'accusa infamante di fascismo o stalinismo.
La destatalizzazione consiste nel dislocamento centrifugo delle attività e delle funzioni burocratiche dallo Stato verso tre direttive. Una è quella della burocrazia internazionale, che è stata rappresentata dall'europeizzazione del diritto e della pianificazione della politica economica. Il controllo della moneta e delle politiche fiscali e valutarie è stato trasferito dallo Stato nazionale all'Unione Europea e alla Banca Centrale Europea. Il Parlamento italiano è stato completamente privato del proprio potere legislativo in materia economica. Esso si limita a ratificare decisioni prese altrove o a tradurre nel diritto italiano norme europee. In questo modo lo Stato ha perduto del tutto il potere di modificare il ciclo economico ed è stato azzerato qualsiasi sistema rappresentativo, funzionando le istituzioni europee secondo meccanismi per lo più autocratici.
La seconda direttiva verso la quale viene disperso il potere statale è quella del localismo amministrativo e dell'autonomismo aziendalista. I poteri amministrativi sono stati affidati alle Regioni e ai Comuni, in nome della gestione federalista della cosa pubblica. I fautori del federalismo sostengono che questo processo renderebbe l'ente pubblico più efficiente e “avvicinerebbe” i cittadini alla sua amministrazione. Nella realtà, tuttavia, il decentramento è servito a creare diseguaglianze e sperequazioni tra diverse aree. La regionalizzazione della sanità, ad esempio, ha creato rilevanti differenze nella qualità e nella quantità dei servizi, come nel loro costo, in violazione dell'articolo 3 della Costituzione che garantisce la parità di trattamento tra tutti i cittadini e impegna lo Stato a promuovere una effettiva eguaglianza. Il federalismo non serve a democratizzare l'amministrazione dei territori, ma soltanto a rafforzare le signorie e le reti clientelari di chi li amministra. Un ente locale non dispone di tutte le facoltà che gli permettano di esercitare un governo efficace e socialmente soddisfacente, se non isolatamente e a costo di notevoli scompensi e differenze tra le diverse aree. Esso infatti non dispone di alcune funzioni che sarebbero indispensabili, quali il controllo delle forze armate, il diritto di battere moneta, la pianificazione di una politica industriale e fiscale. Queste facoltà possono essere proprie soltanto di uno Stato centrale. Gli enti locali sono funzionali quando servono a ramificare e a diffondere il controllo dello Stato. Non quando tentano di sostituirsi ad esso.
La politica moderna, del resto, si basa proprio su questo concetto. Ovvero accentramento, piuttosto che decentramento; dalla periferia al centro e non dispersione dal centro verso la periferia. L'affermazione delle monarchie nazionali sui potentati e sulle signorie locali è stato uno dei fattori che hanno contribuito allo sviluppo politico, giuridico ed economico dei paesi europei. La sua mancanza, per lungo tempo, ha causato gravi ritardi nello sviluppo della Penisola, nonostante l'intraprendenza della nascente industria capitalistica che vide proprio in Italia la sua precoce fioritura. Le federazioni sono servite, ad ogni modo, ad accentrare, ad unire diverse entità territoriali non diversamente unificabili, e a permettere un migliore controllo amministrativo in un'epoca in cui le reti viarie e i mezzi di comunicazione non consentivano una trasmissione immediata delle informazioni. Diventa pertanto un reperto storico in un'epoca in cui le comunicazioni viaggiano alla velocità della rete internet, tanto più in un paese come l'Italia che ha sempre avuto, dalla sua unificazione, una tradizione centralista.
La stessa logica centrifuga – ancorché radicalizzata – è quella che giustifica l'autonomia delle cellule di alcuni settori strategici come la sanità e l'istruzione. Ospedali e scuole diventano simili ad aziende indipendenti, il cui scopo non è più quello di provvedere al benessere sociale, ma di mettere un prodotto sul mercato, secondo la logica capitalistica. Le aziende formative e quelle sanitarie si comportano come unità produttive autonome che hanno il compito di reperire capitali e di mantenere i bilanci in attivo. Non è una privatizzazione classica, ma di fatto questi settori vengono sottratti al governo dello Stato e consegnati alla infernale macchina del profitto che sostituisce il valore di scambio al valore umano e sociale.
La terza direttiva, invece, è quella delle privatizzazioni vere e proprie. Essa è sostenuta da una ideologia che vuole lo Stato sempre corrotto e inefficiente e l'agente privato come valido operatore selezionato dalla “mano invisibile” del mercato. L'Italia è stato il paese che ha compiuto la più imponente opera di privatizzazione. Ma in questo modo ogni servizio e ogni apparato industriale è stato sottoposto alle leggi di mercato e strappato agli interessi strategici nazionali. L'agente privato è vincolato alla necessità di realizzare un profitto. Questo vuol dire che il valore guadagnato dovrà essere sottratto a un altro agente di mercato. Inoltre, per realizzare un guadagno, l'azienda dovrà necessariamente sottrarre una parte del valore al compratore; cioè o il prezzo sarà troppo alto o la qualità del servizio più bassa. L'impresa pubblica di uno stato centralista e sovrano, invece, non sarà vincolata all'attivo di bilancio, e potrà fornire beni e servizi nell'interesse non del proprio profitto, ma del beneficio collettivo e della strategia macroeconomica nazionale.
Internazionalizzazione burocratica, localismo e autonomismo, privatizzazioni, sono le tre direttive verso le quali si sta cercando di destrutturare lo Stato per permettere a determinati gruppi economici di liberarsi dei vincoli sociali e di esercitare un'egemonia assoluta. La crisi politica, economica e sociale dell'Italia può essere fermata soltanto invertendo questa tendenza, con la ricostruzione di uno Stato nazionale, centralista, indipendente, che intervenga attivamente in economia, che diriga direttamente almeno i settori strategicamente più importanti della produzione e che pianifichi una politica industriale sul breve e sul lungo periodo. Solo così l'attività e il lavoro umani potranno essere sottratti alla mercificazione totale della società neoliberale e alle disumane esigenze del profitto.


*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



29 apr 2015

I colpi di stato in Italia e la strategia delle élite internazionali*

Spesso, quando si parla di “colpo di stato”, si intende il rovesciamento di un governo manu militari, ovvero avvalendosi dell'uso della forza e della minaccia delle armi.
Ma quello militare non è l'unica forma di colpo di stato possibile. Qualsiasi azione che abbia come fine la sostituzione delle cariche pubbliche o la caduta di un governo, può essere considerata golpista, anche se non si avvale della forza bellica.
In Italia ne esistono alcuni esempi, seppure inscritti dalle cronache nel normale corso storico “legittimo” delle istituzioni.
Nella storia repubblicana, dalla Costituzione del '48 ad oggi, si possono enumerare tre colpi di stato, differenti nella forma, ma tutti uniti da un identico filo rosso.

  • Il golpe del biennio '78-'79
  • quello giudiziario del '92
  • infine, quello economico-finanziario del novembre 2011

Il primo colpo di stato della storia Repubblica italiana (riuscito) è cominciato con un omicidio politico, quello di Aldo Moro. I fatti sono più o meno noti. Il rapimento dell'allora Presidente della Democrazia Cristiana da parte delle Brigate Rosse fino al suo assassinio e la conseguente chiusura del dialogo con i comunisti e della possibilità di un governo con il PCI voluto da Moro. La seconda fase del “biennio golpista” avvenne con l'incriminazione del Governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi nel marzo del '79. Sebbene sarebbe stato presto prosciolto da tutte le accuse dovette dimettersi e, ad ottobre, il Presidente del Consiglio Cossiga suggerì come successore Carlo Azeglio Ciampi.
Che cosa hanno in comune questi due eventi? Nel 1979 l'Italia sarebbe entrata a far parte del Sistema Monetario Europeo, che avrebbe fissato il cambio valutario in una forbice di oscillazione. Moro era contrario a un'entrata nello SME immediata e sine conditio. Successivamente al suo omicidio, dopo un colloquio col cancelliere tedesco Helmut Schmidt, nel marzo del 1979, il Capo del Governo Giulio Andreotti ufficializzerà l'entrata dell'Italia nello SME. Paolo Baffi aveva una posizione moderata sul sistema di cambi ed era favorevole ad una banda di oscillazione molto ampia. Proprio nel marzo di quell'anno egli venne incriminato e costretto a dimettersi sei mesi dopo, durante il governo Cossiga, il quale nominò ai vertici della Banca Centrale Carlo Azeglio Ciampi, europeista convinto e monetarista. La linea Baffi, che assicurava la competitività dell'industria italiana e un cambio favorevole a quest'ultima, venne sconvolta. Ciampi inaugurò una nuova linea di direzione anti-inflazionistica e monetarista. Nel 1981, in accordo col Ministro Andreatta, verrà sancito il cosiddetto “divorzio” della Banca d'Italia col Tesoro in nome del principio neoliberale dell'indipendenza delle banche centrali. Nel 1987 verrà stabilito un cambio più rigido, riducendo la banda di oscillazione. Ciò provocherà la crisi speculativa del '92 e il crollo dello SME.
Questa successione di eventi, abbastanza serrata ('78, '79, '81, '87) testimonia di un cambiamento ai vertici delle istituzioni italiane. La linea Moro-Baffi, pro-industria, anti-deflazionistica, con una saggia politica monetaria, aveva accompagnato la crescita dell'Italia come potenza economica, la quale surclassò l'Inghilterra, preparandosi ad affiancare Francia e Germania. L'omicidio Moro e l'incriminazione di Baffi capitarono al culmine della crescita di competitività dell'industria italiana. Baffi aveva bene affrontato e risolto la crisi del '76 in un paio d'anni, con il deprezzamento della lira rispetto al marco e l'apprezzamento sul dollaro. La nuova linea Ciampi fu segnata invece da un irrigidimento del cambio che avrebbe poi portato nel '92 a bruciare le riserve valutarie italiane nel vano tentativo di salvare il sistema monetario. Dopo il biennio '78-'79 comincerà un lento declino dell'economia italiana. I salari smisero di crescere (in nome della lotta anti-inflazionistica) e le potenzialità del sistema economico nazionale vennero imbrigliate dal tasso di cambio fisso.
Già nel '79 con l'affaire Baffi era stata inaugurata una strategia golpistica che successivamente sarebbe stata ampiamente usata: ovvero le indagini giudiziarie come mezzo per “disinnescare” una classe politica non funzionale a certi interessi economici internazionali. Nel '92, infatti, si aprì la stagione di Manipulite, una “rivoluzione mediatico-giudiziaria” che avrebbe ottenuto l'azzeramento della classe politica dirigente della Prima Repubblica. Ovvero quella classe dirigente che, pur tra contraddizioni ed episodi di corruzione (molto esagerati dalla narrazione giornalistica) aveva permesso la crescita economica, la riduzione della disoccupazione e la crescita salariale. Quello che l'economista Marcello De Cecco ha definito, con una formula non priva di efficacia, “keynesismo criminale” fu sostituito da – potremmo dire – un “hayekismo virtuoso”. Ovvero contenimento dei disavanzi pubblici, moderazione salariale, crescita della disoccupazione e stagnazione economica.
L'ultimo colpo di stato si realizzò nel novembre del 2011, quando Silvio Berlusconi, allora Presidente del Consiglio, venne costretto alle dimissioni e sostituito da Mario Monti. I governi Berlusconi erano contraddistinti da un deficit di bilancio non accettato dalla burocrazia europea e dalla Banca Centrale Europea. Nonostante i tentativi di Berlusconi di rientrare nei parametri verso la fine del suo mandato, la banche tedesche iniziarono a vendere massicciamente titoli di stato italiani, provocando una crollo del rendimento di questi ultimi e di conseguenza una carenza di compratori. Con l'euro questo significava andare incontro al default. Subito dopo l'insediamento di Mario Monti (noto per i suoi ottimi rapporti con la cancelleria tedesca) i rendimenti dei titoli tornarono a salire. Ma era iniziata la cosiddetta “austerità” per l'Italia. Ovvero la ricezione delle richieste delle lobby in favore di privatizzazioni, tagli della spesa pubblica e aumento della pressione fiscale.
In questi tre golpe (o unica strategia svoltosi in tre atti) sono stati raggiunti diversi scopi: la politica monetaria fu sottratta ai governi, la finanza pubblica venne imbrigliata da accordi internazionali, l'industria di stato frammentata e privatizzata e la disoccupazione tenuta al di sopra di una certa soglia. Tutto ciò andò ovviamente a vantaggio delle élite finanziarie.
È possibile notare anche un intersecarsi di due diverse strategie: quelle dei servizi segreti e del governo americani, che cercavano di indebolire chiunque non si accordasse ottimamente con l'egemonia atlantica degli Stati Uniti sull'Occidente, e quelle dell'industria e della finanza tedesca, che miravano a indebolire il loro principale concorrente. L'assassinio di Moro serviva per impedire un governo con la partecipazione dei comunisti che, nonostante la svolta berlingueriana a favore della NATO del '76, non erano giudicati alleati affidabili dagli USA; ma di ciò giovò anche il progetto dell'area valutaria europea (prima SME e poi Maastricht) quindi la cancelleria tedesca e la Francia che poterono trovare un'Italia indebolita. Così, le dimissioni di Berlusconi nel 2011, fortemente volute e ricercate dalla Germania, ottennero il via libera da Obama, che poteva ottenere la fine del multilateralismo della politica estera italiana e dell'apertura a paesi che Washington intendeva sfidare apertamente, ovvero Russia e Libia (nonostante Berlusconi si fosse rimangiato la parola con Gheddafi).
L'Italia pagò un prezzo altissimo. L'azzeramento della sua classe politica dirigente, la perdita di settori industriali fondamentali, la perdita della sovranità sotto tutte le forme (economica, monetaria, politica). Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.


*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente