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31 lug 2017

Un gioco truccato*

Un cadavere è stato riesumato, quello del bipolarismo. Sepolto sotto le ceneri della Seconda Repubblica, l’archeologia politica ha deciso di riportarlo alla luce. Si cerca così di riassemblare i due blocchi dissolti. 
Da una parte, Berlusconi tenta di ridare la scintilla vitale al centrodestra, cercando un accordo con Salvini. Il vecchio centrodestra era tenuto assieme dalla figura carismatica di Berlusconi; adesso che questa figura ha perduto forza sembra molto più difficile ritornare ai fasti del passato. Il progetto originario di Berlusconi, in più, è oggi definitivamente superato. Questo progetto, che vide l’imprenditore di Arcore affermarsi nella costellazione di partiti distrutti da Tangentopoli, si basava su una promessa di successo individuale che sarebbe arrivato dopo il ripudio del ceto dirigente statalista della Prima Repubblica (che veniva a torto identificato con i postcomunisti) e l’apertura al mercato e all’impresa privata; una sorta di “via italiana al reaganismo” che però si sarebbe rivelata presto nulla più che propaganda. La promessa di arricchimento individuale era incarnata dalla sua figura di imprenditore vincente e dall’affermazione delle reti Fininvest che interrompevano il monopolio televisivo di stato e portavano in Italia una televisione commerciale ed edonista, poco interessata alle preoccupazioni pedagogiche della vecchia RAI. Il progetto di “reaganismo italiano” sarebbe più tardi naufragato per un’essenziale ragione: l’evidenza che l’edonismo berlusconiano e la sua seduzione erano solo una finzione dietro cui si celava la realtà amara della stagnazione, della disoccupazione crescente e della cancellazione dei diritti. Da questo punto di vista il linguaggio del centrosinistra era molto più al passo con il tempi. Se il berlusconismo era reganiano, l’antiberlusconismo era thatcheriano[4], prometteva poco, ma esigeva implacabilmente “sacrifici” e “conti in ordine” come necessità improrogabili. Fu proprio di fronte a questa versione più aggiornata del neoliberismo – che sarà rappresentata poi dal “commissario” Monti incaricato dalla Troika – che l’imprenditore milanese, pur avendo resistito per molto grazie al suo plebiscitarismo, dovette capitolare. Il nuovo neoliberismo, avrebbe imparato Berlusconi a sue spese, non è plebiscitario e non cerca un rapporto entusiastico con le masse, che redarguisce invece di tentare di sedurre. Piuttosto si avvale di gruppi di pressione, di think tank, per penetrare in circoli ristretti e nelle università, ma assume un profilo sobrio e misurato sui grandi media.
Sull’altro fronte, invece, i fuoriusciti del PD, una parte del PD non renziano e figure a sinistra del PD tentano di ricostituire il centrosinistra. Anche qui si tratta di un processo difficilmente reversibile. La fine del centrosinistra, come quella del centrodestra, non è stata accidentale, frutto dell’incapacità o della litigiosità dei suoi capi, ma strutturale. Il progetto del centrosinistra consisteva nel raccogliere il bacino elettorale del vecchio PCI e di parte della DC per traghettarlo verso l’orientamento neoliberale che ormai soppiantava la socialdemocrazia presso tutti i maggiori partiti della sinistra europea. Questo progetto si basava sulla capacità di far accettare il mondo globalizzato e la modernità liquida, la flessibilità per ogni lavoratore e l’incertezza del futuro. Questa, che era la realtà che si stava delineando, veniva considerata come un dato immutabile cui tutti dovevano adeguarsi senza indugio. A tale scopo, il centrosinistra proponeva alcune parziali compensazioni – comunque inferiori al male da ingoiare – come, ad esempio, gli “ammortizzatori sociali”, ovvero sussidi per i lavoratori precarizzati e i disoccupati; ma soprattutto usava una retorica moralistica che si avvaleva di alcuni canovacci sperimentati e luoghi comuni: “non rubare il futuro alle prossime generazioni”, “ridurre il debito che pesa sulle spalle dei nostri figli”, “responsabilità e bilanci virtuosi”, ecc. e che faceva perno sull’idiosincrasia rispetto alla figura carismatica di Berlusconi. Ma presto ci si accorse che la cura era peggiore del male, per non dire che era essa stessa il male da cui avrebbe dovuto mettere in guardia.  Ed è così che la narrazione neoliberista neo-thatcheriana, e con essa il centrosinistra che vi si era identificato, iniziava ad attraversare una crisi di consenso. Crisi che verrà trasferita direttamente al PD, erede e rinnovatore di quel progetto. 
La ricostruzione di centrodestra e centrosinistra si basa su su un tentativo di restaurare un momento della storia italiana non più ripetibile: non solo per la presenza di un terzo incomodo, il Movimento Cinque Stelle, che per sua natura non può essere piegato al gioco bipolare e non si presta ad alleanze; ma soprattutto perché questa resurrezione apparente, contrariamente all’operazione originale dei primi anni Novanta, si svolge nel deserto elettorale, come testimonia il livello inedito di astensionismo ad ogni elezione. Non esiste nessuna possibilità di coinvolgere le masse che sono ormai completamente disilluse circa la vera natura dei due blocchi. E non sarà certo una legge elettorale, nemmeno la più maggioritaria, ad arginare questo fenomeno.
Il dualismo destra/sinistra della Seconda Repubblica doveva essere il surrogato del conflitto capitalismo/socialismo, abbandonato dopo il crollo del Muro di Berlino, per la credenza fideistica dell’eternità del capitalismo, e il bipolarismo centrodestra/centrosinistra era il surrogato del surrogato. Ma a questo gioco oggi la gran massa del corpo elettorale rifiuta di giocare, perché ha scoperto che è un gioco truccato, che appena dietro la vernice del conflitto mediatico conclamato si cela la realtà delle leggi di mercato, dell’adesione incondizionata a esse, della capitolazione dello stato e della modernità liquida. Per questo l’antirenzismo non è che una nuova declinazione dell’antiberlusconismo: l’opposizione a una persona e alla forma del suo linguaggio, ma con la tacita approvazione della sostanza condivisa.
L’ammiccamento di Renzi a Berlusconi, quindi, lungi dal rappresentare un qualche tradimento, è soltanto lo svelamento della essenziale complicità dei due poli opposti e simmetrici come due facce della stessa medaglia e dell’adesione acritica di tutti i maggiori partiti al capitalismo neoliberale.










*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente

31 mag 2017

La sinistra in Italia e la questione nazionale*

A sinistra c’è l’ennesimo assembramento, le ennesime ricollocazioni, scissioni e unificazioni, nuovi nomi e nuove liste. Si tratta di un sottobosco estremamente fluido, in continua mutazione. Si direbbe che nessuno sia in grado di portare avanti un raggruppamento per più di un quinquennio, forse perché si tratta di costruzioni improvvisate che non si fondano su un’analisi articolata del presente e su una filosofia politica, ma su accordi tattici, appelli all’unificazione di una sinistra generica e astratta, “post-ideologica”, ovvero che respinge tutte le ideologie tranne quella del mercato globale, assunta in maniera quasi inconsapevole.
Con gli ultimi recenti rivolgimenti, destinati probabilmente a non durare, nel migliore dei casi, più di qualche anno, è nato il “Campo Progressista” di Giuliano Pisapia, poi c’è stata la costituente di Sinistra Italiana, infine il congresso di Rifondazione comunista segnato dalla fine della segreteria di Paolo Ferrero (oltre che dalla consueta emorragia di iscritti).
Le tante mutazioni, in realtà più nominali che sostanziali, non sono la risoluzione della crisi, ma sono esse stesse dentro la crisi della sinistra che dura ormai da tre decenni. È un crisi non solo italiana, ma che in Italia si avverte con particolare virulenza. Tutte queste “rifondazioni” segnalano proprio l’incapacità della sinistra di interpretare la fase storica attuale e di elaborare un progetto di società alternativo rispetto al capitalismo postmoderno e quindi una corretta strategia di opposizione a esso. La crisi in corso deriva proprio da questa difficoltà.
Dove la sinistra ha mostrato le sue più gravi lacune è nella concettualizzazione del rapporto tra differenti comunità territoriali. Questa è una conseguenza dell’ostracizzazione del marxismo rigoroso sul piano teorico, in favore di quello che Guido Viale definisce “sinistrese”, un miscuglio caotico di linguaggi diversi. La deturpazione del marxismo ha provocato la sostituzione del cosmopolitismo all’internazionalismo (spesso confuso col primo). Questa sostituzione ha indotto la sinistra alla demonizzazione della nazione. Si tratta di un fenomeno inedito e tradizionalmente estraneo alla sinistra. Il marxismo non ha mai disgiunto la lotta di classe dalla lotta per la liberazione nazionale, anzi, le ha sempre concepite come strettamente legate tra loro. Si potrebbero citare diversi passi in cui Lenin considera il perseguimento dell’autodeterminazione delle nazioni come una necessità nella lotta contro le potenze imperialiste. Arriva addirittura a esaltare il sentimento di orgoglio nazionale per la “Grande Russia”, ovviamente su una condizione di equità con tutte le altre nazioni. Per non parlare di altri “mostri sacri” come Ho Chi Min o Che Guevara (tutti ricorderanno il motto “Patria o muerte!” dei rivoluzionari cubani). La nazione è sempre stata un’idea di sinistra, per quello che la sinistra è stata in Europa, ovvero prima democratico-repubblicana e poi socialista (i comunardi, i sostenitori della Comune di Parigi del 1871, cantavano “l’Internazionale” sulle note della Marsigliese). Spesso viene citata a sproposito la frase di Marx “gli operai non hanno patria”, dimenticando però di aggiungere il seguito: “Poiché la prima cosa che il proletario deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, è anch'esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia”.
L’identificazione della nazione con un’ideologia di destra o di estrema destra si è avuta con l’equiparazione al fascismo, considerando l’istanza nazionale, erroneamente, come caratteristica del fascismo. In realtà ciò che connota il fascismo è altro, una determinazione imperialista o “suprematista”, che è cosa diversa dal nazionalismo. L’errore discende da una mancata comprensione del fascismo come fenomeno storico, ovvero dall’approccio post-moderno e deleuziano che descrive il fascismo astrattamente e da un punto di vista meramente ideologico, contrariamente all’approccio marxista, che invece concepisce il fascismo come esito degli interessi capitalistici in una data situazione politico-sociale. Fascista è, secondo il “sinistrese” di oggi, chiunque “costruisce muri” e ammette una gerarchia nell’organizzazione politica. In questo modo, ad esempio, il crollo del Muro di Berlino viene visto come una liberazione dei popoli soggiogati da stati totalitari, anche se questo ha significato l’invasione totale del mercato, il liberismo e il completamento del processo di mondializzazione.
Avendo perduto l’internazionalismo e avendo identificato la nazione col fascismo, la sinistra si è gettata nelle braccia del cosmopolitismo, che è invece proprio del liberalismo e del neoliberismo. Il cosmopolitismo vuole sradicare persone e comunità, renderli individui-consumatori apolidi che viaggiano continuamente per il mondo in cerca di un impiego, secondo quanto esige il mercato globale. In questo modo la sinistra non si è opposta, quando non addirittura ha favorito, la perdita di sovranità degli stati, il soggiogamento dei popoli da parte di entità sovranazionali e della tirannia capitalistico-finanziaria. Ha visto con favore la moneta unica europea e la costruzione dell’Unione Europea, non capendo quanto esse fossero uno strumento delle élite capitalistiche, e questo perché ha sostituito all’analisi tipicamente marxiana e marxista – che lega ideologie a moventi politico-economici – la visione postmoderna che, seppure proclama la fine delle ideologie, è radicalmente ideologizzante, cioè oscura le cause “strutturali”, come direbbe Marx, ed evidenzia soltanto la cortina ideologica. Per quanto l’errore sia stato grave, e ormai palese, la sinistra non è riuscita (fatte salvo apprezzabili eccezioni) a divincolarsi da questo cosmopolitismo da cui continua a essere influenzata. È rimasta vittima di quello che si potrebbe definire “il paradosso di Tsipras”.
Il partito di Syriza, infatti, aveva avanzato un programma che si potrebbe chiamare“progressista” e “socialista-democratico” con il quale ha vinto le elezioni. Questo programma però non prevedeva di mettere in discussione l’euro e l’Unione Europea, di cui si auspicava un’improbabile riforma. Una volta che il programma sociale si è rivelato irrealizzabile all’interno dell’Unione Europea (come del resto era chiaro già prima a ogni osservatore obiettivo) il governo greco e il suo partito hanno preferito rinunciare al programma piuttosto che considerare l’uscita dalla UE e la rinazionalizzazione della moneta, finendo così per applicare le richieste della Troika.
La sinistra italiana è vittima dello stesso paradosso. Dichiara la sua opposizione al liberismo, ma il suo pregiudizio anti-nazionale le impedisce di proporre un programma realistico. Questo pregiudizio anti-nazionale, si direbbe, è stato portato troppo avanti e si è troppo radicato per poter essere ora abbandonato. Il problema, però, è ormai ineludibile. È difficile negare come l’euro e i Trattati siano uno strumento dell’oligarchia per destrutturare lo stato sociale e operare una “restaurazione”. Così si avanzano ipotesi improbabili, come una riforma dei Trattati che è di fatto impossibile (chi è che convince 27 governi doversi?) oppure la “disobbedienza”, senza capire o voler capire che uno Stato che non dispone della propria moneta non è in grado di opporre un rifiuto ai diktat di Bruxelles.
La sinistra, o quel che ne rimane, se vuole salvarsi da un’estinzione altrimenti inevitabile, deve cambiare il proprio punto di vista, recuperare l’approccio marxiano (che non vuol dire ripetere mnemonicamente gli scritti di Marx, ma adottarne il metodo) nella spiegazione dei fenomeni sociali e troncare col pregiudizio anti-nazionale. In altri paesi esistono esempi in questo senso, il Partito Comunista Portoghese si è già avviato su questa strada, l’unica strada percorribile.













*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



30 mar 2017

Egemonia e dissenso: quali prospettive?*

La sconfitta di Renzi al referendum costituzionale avrebbe dovuto indurre a una riflessione non soltanto il segretario del PD e la sua cerchia, ma tutto quanto il ceto dirigente italiano che ha tenuto il governo politico in questi anni, anche se un governo più simbolico che reale, svuotato delle sue effettive prerogative, diventato un mero esecutore della strategia delle oligarchie e della tirannia di mercato.
Questa sconfitta, e le conseguenti dimissioni di Renzi da Presidente del Consiglio, segnalano due fatti di cui non si può non prendere atto: a) l’incapacità attuale della strategia neoliberale e dei suoi deboli referenti politici di attrarre consenso e b) il fallimento storico del Partito Democratico e dell’idea sulla quale è stato fondato.


  1. L’illusione e il disincanto: il tramonto dell’egemonia culturale attiva

L’esaurimento dello slancio delle lotte sociali del Novecento, che hanno raggiunto l’apice del loro successo nel corso degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, trascinata dall’avanzata del “blocco socialista” (col quale si vuole qui intendere tutto l’insieme di partiti, sindacati e movimenti di ispirazione marxiano-keynesiana, comunisti, socialisti, socialdemocratici, laburisti) aveva visto il ritorno del liberalismo e la restaurazione capitalista. In appena tre decenni, le tutele sociali sono state rapidamente cancellate, i mercati ampiamente liberalizzati, gli stati-nazione indeboliti, proprio grazie alla partecipazione del nuovo ceto dirigente erede di quello socialista.
Questo processo di restaurazione liberale è stato possibile grazie alla crisi ideologica del blocco socialista, cui il crollo dell’Unione Sovietica ha dato il colpo di grazia. Il capitalismo è apparso come l’unico universo possibile e il neoliberalismo è riuscito a instaurare un’egemonia culturale come forse mai prima di allora. La novità era che questa egemonia non riguardava soltanto le classi dominanti, ma anche quelle dominate, che hanno creduto nella promessa di emancipazione individuale del liberalismo post-moderno. Questa egemonia ha potuto esercitarsi grosso modo incontrastata per un trentennio. Qui però occorre integrare la proficua categoria gramsciana; bisogna infatti distinguere tra un’egemonia culturale attiva e un’egemonia culturale passiva. Con la prima si intende la persuasione ideologica consapevole e la conscia rappresentazione di una certa idea di società sottesa da tale ideologia. Con la seconda invece ci si vuole riferire all’introiezione inconsapevole delle forme ideologiche e alla loro riproduzione inconscia e automatica nel sistema sociale. Per molto tempo le due categorie sono, in linea di massima, coincise. Ciò è accaduto anche con la restaurazione neoliberale degli anni Ottanta, Novanta e Duemila. Ma all’inizio di questo decennio vi è stata una divaricazione. L’egemonia attiva è entrata in crisi e sta andando via via dissipandosi, mentre è rimasta in vigore inalterata quella passiva. Ciò ha significato che le masse hanno cominciato a rifiutare la formulazione esplicita dell’ideologia neoliberale, ma continuano a subire le forme di integrazione implicite che essa propone nei comportamenti individuali e collettivi. Questa inedita divaricazione ha provocato conseguenze altrettanto inedite; a livello politico, infatti, l’ideologia neoliberale non riesce più a produrre consenso, non riesce più a sedurre come in epoca reaganiana (il neoliberismo seduce, il progetto socialista affascina). Quel ceto dirigente, quindi, che si è fatto interprete politico della strategia neoliberale, è entrato in una crisi di consenso profonda che non sembra trovare sbocchi: si pensi alla situazione del partito socialista francese, o di entrambi i partiti statunitensi (costretti a integrare figure “esterne”, come Sanders da una parte e Trump dall’altra) oppure del PD in Italia affetto da cronica emorragia di iscritti. Tuttavia, a questa crisi della proposta politica neoliberale, non ha fatto seguito una capacità di elaborare una efficace strategia contrapposta delle altre forze. In questo modo le oligarchie hanno perduto il consenso politico, ma senza che il loro dominio di classe fosse scalfito. Se manca il consenso, il dissenso non riesce a organizzarsi e a proporre una contrapposta idea di società, arenandosi in rivendicazioni del tutto secondarie e sterili, finendo per disperdersi in mille rivoli. È il cosiddetto “populismo”, come quello di formazioni quali Podemos in Spagna o il Movimento Cinque Stelle in Italia. Essi hanno inconsapevolmente introiettato l’ideologia neoliberale che impedisce loro di trovare una valida struttura organizzativa e un progetto politico adeguato. Senza addentrarci in un argomento che meriterebbe una trattazione separata, basterà citare a titolo esemplificativo il caso greco. Qui, il ceto politico referente dell’oligarchia è entrato in crisi, rimpiazzato dal partito di Syriza che ha raccolto la protesta delle classi greche impoverite ed esasperate, ma non è riuscito a tradurla in un progetto politico realistico, a causa del pregiudizio anti-sovranista e della accettazione acritica dell’euro e dell’Unione Europea.


  1. Il Partito Democratico: un peccato originale

La crisi di consenso ha riguardato tutti i partiti d’Occidente promotori della globalizzazione e della mercatizzazione della società, coloro che, al netto delle varie e secondarie differenze nazionali, hanno svolto il ruolo di portare le classi popolari ad accettare l’ideologia neoliberale, in altre parole, quel ceto politico che ha cercato di produrre egemonia culturale attiva in favore delle oligarchie capitalistiche. In Italia questo compito è stato assunto da vari partiti e formazioni, in particolare quelli creatisi con l’epilogo traumatico della Prima Repubblica; ma con la fine del decennio scorso e l’inizio di quello attuale, un nuovo partito ha monopolizzato un tale compito, il Partito Democratico.
Il Partito Democratico nasceva su una tesi: le ideologie sono morte; tradotto: le ideologie alternative al capitalismo e al liberalismo sono morte e può esistere l’unica ideologia dell’assenza di ideologie, cioè dell’ineluttabilità del processo capitalistico di adeguamento delle strutture sociali al mercato globale. Il Partito Democratico doveva quindi unificare quel ceto politico italiano che più coerentemente si era proposto come referente accreditato delle oligarchie neoliberali. In questo modo, secondo i fondatori, sarebbe stato possibile raccogliere il consenso delle classi dominate, che rischiava di disperdersi a causa delle divisioni politiche (anche se non ideologiche) di quel ceto dirigente. Sembrava dovesse funzionare, ma i fondatori non avevano fatto i conti con la Storia. Proprio allora, infatti, l’egemonia culturale attiva, che il PD come altri partiti in Europa, si incaricava di produrre, veniva a mancare. Il Partito Democratico faceva il suo esordio proprio quando i suoi omologhi occidentali (i socialisti francesi, i socialdemocratici tedeschi, oppure i laburisti blairiani britannici) subivano un tracollo di consensi. Un tracollo che si sarebbe rivelato non puramente contingente, ma strutturale, perché era lo stesso modello dell’egemonia attiva che si era deteriorato.


Essendo costruito su questa tesi, ormai superata, il PD è un partito che attraversa un lungo, ininterrotto e strutturale calo di consensi, come si nota se si guardano i voti assoluti ottenuti alle varie elezioni e l’incapacità di attrarre le classi popolari disilluse. Esso continua a gestire il potere politico (formale) per una sorta di inerzia delle procedure rappresentative e per quella disorganizzazione del dissenso di cui si diceva. Tuttavia la sua egemonia delle istituzioni rappresentative (che non è mai stata egemonia culturale) è sempre precaria, appesa a un filo. Tutti i segretari avvicendatisi hanno, finora, fallito il loro compito. Da Veltroni sconfitto da Berlusconi a Renzi mai eletto, passando per Bersani.
Il ceto politico del PD, tuttavia, non riesce ancora a comprendere questa nuova fase storica nella quale si è entrati e a ciò si deve la sua incapacità di analisi. Si accampano, allora, ragioni collaterali, eventi scarsamente influenti per spiegare la sconfitta.
Renzi, nel corso di un’intervista a Repubblica, alla domanda su quali siano stati i suoi errori, ha risposto: “avrei dovuto metterci più cuore, più valori, più ideali. Insomma, meno efficienza e più qualità”. Non ha messo in discussione il programma politico del suo governo, che ha anzi difeso, ma il modo di comunicarlo. Renzi crede ancora nel progetto di egemonia attiva, crede che sia ancora possibile coinvolgere attivamente le masse nella strategia neoliberista che esse subiscono. Ciò è stato vero per un certo tempo, ma oggi rischia di rivelarsi clamorosamente anacronistico.
Del resto, la cecità del ceto politico neoliberale è la stessa di quello intellettuale. Ad esempio, molti hanno creduto di attribuire la vittoria di Trump a una differenza di comunicazione rispetto alla Clinton, al linguaggio semplice, diretto e “populista” del miliardario. Ciò può essere in parte vero, ma è soltanto una causa collaterale e secondaria. La vera ragione della vittoria di Trump non è in una comunicazione efficace, ma nella disillusione delle classi impoverite, degli Stati Uniti, come di tutto l’Occidente (come dimostrano la “Brexit” e l’avanzata delle formazioni populiste) rispetto all’ideologia neoliberale e alla sua promessa di liberazione dell’individuo dalle strutture oppressive dello stato e della burocrazia. Le classi popolari hanno sperimentato sulla loro pelle le contraddizioni del neoliberismo e hanno pagato e stanno pagando un prezzo altissimo. È quantomeno dubbio che una efficace campagna pubblicitaria possa far dimenticare l’austerità, la disoccupazione, la crisi economica e la sfiducia nel ceto politico che i dominati hanno davanti agli occhi tutti i giorni, pur non essendo capaci di comprenderlo con lucidità intellettuale, ma percependolo in quella famosa “durezza del vivere” sperimentata quotidianamente. Che si possa riottenere il consenso delle masse disilluse con una campagna pubblicitaria, senza cambiare di una virgola la strategia politica, restando quindi nella dimensione neoliberale, segnala che mentre le masse si disilludono (senza però riacquistare la capacità di riaffascinarsi) il ceto politico si illude.
Il ceto politico neoliberale, sembra, ad oggi, uno spettatore impotente e balbettante; la questione centrale, attualmente, non è la possibilità da parte dell’oligarchia di esercitare un’egemonia attiva, ma la capacità o l’incapacità del dissenso di organizzarsi. Sarà possibile che l’integrazione capitalistica prosegua incontrastata rinunciando al consenso e avvalendosi soltanto dell’egemonia culturale passiva, quindi dei modelli di consumo, dell’individualismo, della sfiducia in un progetto alternativo di società e dell’afasia del dissenso? E il dissenso, da parte sua, per quanto potrà essere orientato verso partiti populisti destrutturati incapaci di formulare un progetto politico anticapitalista senza che presto maturi un disincanto anche nei loro confronti? E sarà possibile ripensare a una politica, marxianamente, come “movimento che abolisce lo stato di cose presente” e progetto di rifondazione sociale? Queste sono, oggi, le domande alle quali solo la Storia saprà rispondere.















*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



La sinistra postmoderna è nata morta*

“Unire la sinistra” è il vecchio appello da Seconda Repubblica caduto in disgrazia, che talvolta qualcuno tenta di riportare in auge. Adesso è la volta di Giuliano Pisapia che propone un cartello elettorale dai contorni vaghi e sfumati, il “Campo progressista”, l’ennesima riedizione delle tante “sinistre unite” fallite. Già prima Bertinotti e poi Ferrero e Vendola provarono a inventarsi nuovi marchi da apporre all’aggregazione multiforme che chiamavano “sinistra”. Tutti questi schieramenti hanno fatto la stessa triste fine.
L’ostracismo contro le ideologie, in particolare contro la teoria marxista, diede vita a una creatura deforme, la sinistra postmoderna, una fazione eterogenea, senza contorni definiti, priva di una tradizione politica – considerata un pesante fardello di cui disfarsi – con un’organizzazione evanescente e senza una solida struttura di partito. Tenuta assieme dal generico appellativo di “sinistra”, non ha un fine universale, un ideale di rifondazione della società, ma tanti piccoli scopi particolari da perseguire all’interno della struttura sociale vigente che non viene mai criticata. Per questo assumono un ruolo primario i diritti civili, mentre vengono trascurati, fin quasi a dimenticarli, quelli sociali, sacrificabili sull’altare delle “alleanze progressiste”. I diritti civili, infatti, possono essere perseguiti all’interno dei rapporti sociali esistenti, senza la necessità di giungere a uno scontro con le classi dominanti, con le quali, anzi, ci si allea.
Non a caso Pisapia intende proporre questa “unificazione” per poi allearsi col PD, per “tirarlo” a sinistra. Uno schema tipico della Seconda Repubblica, e a livello globale del mondo appena dopo la caduta del Muro di Berlino; il conflitto tra socialismo e capitalismo doveva essere surrogato dal dualismo destra/sinistra, nel quale entrambi appartenevano non al “campo progressista” o a quello conservatore, ma all’orizzonte capitalista da “fine della storia”, visto come irreversibile e accettato acriticamente da ambedue gli schieramenti teoricamente contrapposti.
Ma ormai anche lo schema destra/sinistra è entrato in crisi, per essersi manifestato per quello che è: una maschera. La “destra” e la “sinistra” della Seconda Repubblica non corrispondono alla “destra” e alla “sinistra” della Prima, le quali non erano soggetti giuridici e politici, ma indicazioni “geografiche” che dovevano essere opportunamente connotate da aggettivi (socialista, liberale, comunista, democristiano, ecc.). Lo schema destra/sinistra postnovecentesco è entrato in crisi in seguito al progressivo distacco popolare, non essendo possibile scorgervi un’alternativa reale al capitalismo neoliberale e quindi rivelandosi in farsa, puro spettacolo.
Ad esso non è ancora subentrata una rappresentazione politica adeguata, ma va delineandosi un nuovo conflitto tra il globalismo liberista e le resistenze nazionali, statali e antioligarchiche le quali però presentano diverse contraddizioni e sono ancora in embrione.
Compito della politica, oggi, è dare voce a queste ultime, non attraverso l’uso demagogico e “populistico” proprio di alcuni capi partito, ma interrogandole, chiarificandole, criticandole e traducendole in una teoria, una prassi strategica e un progetto di società.
La proposta di Pisapia, invece, ignora tutto questo e si limita a rispolverare uno schema vecchio e superato, tutto interno alla risonanza mediatica, incapace di fare i conti con le recenti tendenze sociali. Il vero scopo (che egli ne sia consapevole o meno) è quello di ricondurre il dissenso entro il recinto controllato dalle oligarchie. Ed è questo infatti il vero significato del “progressismo” postmoderno: a sinistra del PD, ma col PD, ovvero, la periferia del capitalismo.














*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



27 feb 2017

Renzi e Grillo: l’affinità oltre l’apparenza*

Sono i due antagonisti che si contendono i palcoscenici mediatici, in realtà Renzi e Grillo sono molto più simili di quanto a prima vista possa sembrare.
Entrambi hanno in comune la lontananza e l’avversità alla politica come origine della loro ascesa: l’uno si è infatti affermato al di fuori delle procedure del suo stesso partito e ricercando l’appoggio della finanza. L’altro è un comico, abituato a riempire i teatri con spettacoli di cabaret “impegnato”. Tutti e due sono accomunati dal rifiuto della politica, perlomeno nella sua accezione più piena e tradizionale, e dalla padronanza degli strumenti comunicativi.
Renzi deve la sua ascesa alla retorica della “rottamazione”, con la quale egli si è presentato come liquidatore della “vecchia politica”, ovvero di una concezione “forte” dell’agire politico, intesa come strategia codificata fondata su un apparato dottrinario. Alla “vecchia politica”, che è poi la politica in senso proprio, Renzi ha inteso sostituire la gestione del consenso passivo delle masse attraverso i media, liquidando quello che rimaneva della tradizione della sinistra italiana della Prima Repubblica, prima di lui ancora in parte presente, anche se solo a livello simbolico. Dalla politica come progettazione della società su basi razionali, si è passati alla post-politica come “contenimento” del malcontento generato dalla delega delle funzioni amministrative al mercato. Certo, Renzi non è l’unico a farsi promotore della post-politica – egli è semmai un prodotto – ma è il punto terminale di un processo avviato ufficialmente nel 1991 con lo scioglimento del PCI in Italia e con il crollo dell’URSS sul piano internazionale.
Anche l’ascesa di Grillo si deve alla sua contestazione della politica, una contestazione molto simile a quella di Renzi, non fosse per l’accentuazione degli aspetti più radicali (ad esempio la proposta di abolizione dei partiti). Anche Grillo e il “grillismo”, come l’ex sindaco di Firenze, rifiutano le ideologie e la dialettica di partito. La differenza è che mentre quest’ultimo aveva una tradizione alle spalle con cui fare i conti, e ha potuto rappresentarsi come il “curatore fallimentare” di questa tradizione, Grillo e i suoi seguaci non avevano nessuna storia politica. Essi nascono dal rifiuto della “società civile” per la politica considerata corrotta per definizione. Costituiscono perciò la contraddizione tra questo rifiuto (che però non può tradursi in un ripiegamento intimistico come in altre epoche, dato il carattere fortemente esibizionista della postmodernità) e l’impulso a “fare”, che in realtà è un impulso alla comunicazione amplificata, qual è quella tipica di internet. Questa protesta non dialetizzata (e – solo apparentemente – “spontanea”) perché espressa in un contesto dove mancano strutture di mediazione, non può che manifestarsi in una ribellione nichilistica contro gli apparati politici (non accorgendosi che in realtà ormai sono solo gusci vuoti) volta alla distruzione senza progettualità. Anzi, essa è proprio la distruzione di ogni progettualità. Unica costante del discorso dei Cinque Stelle è la rivendicazione di una “onestà” personale contrapposta alla “disonestà” del “sistema”. L’autoreferenzialità è proprio una caratteristica saliente della post-politica. Per il resto soltanto singhiozzi e balbettii persino contraddittori.
Sia in Renzi che in Grillo manca una critica della società, quindi anche qualsiasi proposta di rifondazione della stessa; ed è inevitabile, dato che essi hanno tagliato tutti i ponti col passato. Non può esserci critica, infatti, senza anamnesi.
Il loro ruolo è appunto quello di impedire la rinascita di un filone critico, gestire la protesta “spontanea” e incanalarla su obiettivi del tutto secondari. La rabbia collettiva viene diretta contro la politica, la cui è assenza è in verità proprio la causa dell’insoddisfazione generale.
Si può dire che se l'ex segretario del Pd è il momento affermativo della post-politica, il fondatore dei Cinque Stelle è quello negativo, ma entrambi rappresentano la rinuncia alla politica e l’accettazione del mercato quale unico regolatore – o deregolatore, per meglio dire – della società.












*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



Immagine tratta da: http://www.europaquotidiano.it/2014/05/06/scontro-a-due-renzi-picchia-su-grillo-e-cresce-nei-sondaggi/

31 gen 2017

La politica dell'inutile*

L'euforia delle elezioni amministrative appena concluse, che più che una prassi democratica sono in verità un evento mediatico, trattate quasi come una gara sportiva, ha invertito il mezzo e il fine. Le elezioni non sono più uno strumento (tra l'altro molto sopravvalutato) che permette al popolo di decidere del proprio destino, ma un avvenimento che di per sé segna le “tendenze”, che piacciono tanto ai sondaggisti. Exit-poll, proiezioni, sondaggi e tutte le indagini statistiche che stabiliscono cosa l'elettore voterebbe prima ancora che lo faccia, indicano la mediatizzazione di un rito istituzionale, nel quale previsione e condizionamento si confondono.
L'anticipazione del futuro è tipica della nostra epoca, bisogna sapere cosa accadrà prima ancora che accada e rendere il futuro un momento del presente, mentre sia l'uno che l'altro sono sottratti alla volontà individuale.
La politica è ormai un programma di un palinsesto televisivo, nulla di più. Al di fuori dell'iperreale, quale incidenza ha veramente sulla società? Se la vita di ogni persona è affidata del tutto al mercato, essa ha ben poche chance di essere qualcosa di più del marketing elettorale fatto da statistiche, sondaggi e slogan, che insegue i “gusti” degli elettori-consumatori, opportunamente orientati e pre-selezionati dal mercato stesso. La politica è la pianificazione collettiva dell'esistenza sociale. L'economia capitalistica postmoderna, invece, esclude qualsiasi pianificazione che non sia quella orientata alla vendita e alla massimizzazione dei profitti. Si può prevedere ciò che sarà, ma dovrà stabilirlo non il politico, non l'elettore, ma il mercato, questo tiranno assoluto che viene paradossalmente definito “libero”. Al “popolo sovrano”, celebrato da leggi e costituzioni, non resta che decidere sul superfluo, scegliere tra ciò che non conta e non avrà effetti di rilievo, perché tutto il resto è già stato deciso senza consultarlo.
I protagonisti di queste elezioni, il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle, così come gli attori non protagonisti e le semplici comparse di questa farsa, si sono perfettamente adattati all'ininfluenza cui l'economia ha condannato la politica. La loro capacità è stata quella di ricavare uno spazio in questo nulla. Il PD si è assunto il compito di liquidare qualsiasi barlume di critica del capitalismo. Questo compito è stato portato a termine con successo. Proprio questo successo lo ha condotto alla crisi, una prima, iniziata con Bersani e conclusasi con l'ascesa di Renzi, e probabilmente una seconda che sta cominciando ora. Il suo compito ormai si è esaurito, l'accettazione del “cambiamento”, ovvero del passaggio dallo stato sociale al neoliberismo più estremo, si è ormai quasi conclusa, di qui la difficoltà per esso di trovare nuovo slancio. L'intervento di Renzi è per lo più una postilla in questo processo, un mutamento del lessico che elide gli ultimi retaggi del passato. Ma portare sempre oltre questa “rottamazione” diventa via via più difficile una volta che tutti i tabù sono stati infranti e non resta più niente della “vecchia politica” pianificatrice da distruggere e dileggiare con furia iconoclasta. I lavoratori si possono licenziare e buttare via come le merci che devono produrre a ritmo crescente, l'anarchia del mercato è entrata in qualsiasi settore, la lingua si è anglicizzata e mediatizzata. Resta ben poco, ormai, da rottamare. Semmai il problema diventa quello di mantenere un simile stato di cose una volta morta l'illusione dell'Eden capitalistico che tanto successo riscosse negli anni Ottanta e Novanta. Il prodotto inevitabile della disillusione è la frustrazione e l'insoddisfazione. Nonostante l'incapacità dell'individuo di oggi di tradurre politicamente e in un contesto pubblico questa insoddisfazione esiste sempre il rischio che possa tracimare oltre la soglia consentita. Il problema allora diventa quello di orientare e manipolare non tanto il consenso, di cui il potere odierno ha ben poca necessità, ma il dissenso. E a questo problema risponde in modo più avanzato il Movimento Cinque Stelle. Fin dalla sua comparsa, e anzi proprio per costituzione, fa a meno del “convincere” e del “credere”, presupposti irrinunciabili della Prima Repubblica, cui persino il più cinico politicante non poteva fare del tutto a meno. Il Movimento Cinque Stelle non ha bisogno di persuadere nessuno, non ha alcun progetto da spiegare, al contrario, esso assorbe ciò che trova già pronto, senza nemmeno preoccuparsi della coerenza interna. Chi vi aderisce non deve credere in nulla; l'atto costitutivo dei Cinque Stelle nasce proprio dalla rinuncia alle ideologie. La protesta è perciò disinnescata già in partenza. Essa è più l'espressione di un malcontento immediato e irriflessivo che una minaccia per l'ordine corrente. Il furore viene orientato verso ciò che è immediatamente individuabile e nello stesso tempo scarsamente rilevante. È proprio questo suo essere “minaccia innocua” per usare un ossimoro, che rende il Movimento Cinque Stelle tanto mediaticamente visibile quanto politicamente inefficace. Questo composto di accettazione dell'esistente e protesta inoffensiva ne spiega la vittoria e l'esito delle ultime e forse delle future elezioni.











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30 dic 2016

Controstoria dei radicali*

Il Partito Radicale, come si sa, gode di grande considerazione presso la stampa, in particolare tra quella cosiddetta “moderata” (con evidente cortocircuito lessicale). È stimato, in particolare per i suoi dirigenti storici, lo scomparso Marco Pannella ed Emma Bonino, anche da molti di coloro che non ne condividono tutte le posizioni ma lo considerano come un fattore fondamentale dell'ammodernamento dei costumi italiani. Si pensa ai radicali come la forza trainante della secolarizzazione dell'Italia a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, in particolare con le lotte in favore del divorzio e dell'aborto. In realtà la loro influenza in questo senso è di molto sopravvalutata. Il divorzio fu reso legale da una legge del 1974 promossa da liberali e socialisti, e successivamente convalidata in seguito al referendum abrogativo. Per il no, e quindi a favore del divorzio, si schierarono non soltanto i radicali, ma anche i socialisti, i comunisti, i repubblicani, i liberali e i socialdemocratici più una parte dell'area cattolica. Il maggior contributo, dunque, si deve ai primi due, che potevano portare il maggior numero di consensi, senza dubbio molti di più di quelli dei radicali. Sostennero il sì, invece, soltanto la DC e il MSI. Per quanto riguarda l'aborto, la cui regolamentazione si deve alla famosa legge 194 del 1978, i radicali promossero un referendum nel 1981 per modificare la legge in senso meno restrittivo, perdendolo. Per l'altro quesito promosso dal Movimento per la Vita, che invece chiedeva maggiori restrizioni, anche in questo caso uno schieramento variegato si oppose alla modifica. L'importanza dei radicali nel processo di secolarizzazione è quindi di molto sopravvalutata, a causa di letture che li considerano i fautori quasi solitari di battaglie per i diritti civili in un'Italia bigotta. La realtà è che ci fu un fronte comune e pressoché trasversale, ad esclusione delle forze più conservatrici, di cui i radicali non erano che una parte e per di più minoritaria.
La politica di Pannella e del suo partito è stata improntata a una scaltrezza spregiudicata e a un abile uso dei media, anche con azioni clamorose (scioperi della fame, della sete, ecc., oggi in realtà decisamente inflazionati). Si aggregarono alla sinistra negli anni Sessanta e Settanta, sfruttando la scia dei movimenti di protesta, negli anni Novanta si allearono con Berlusconi, ottenendo in questo modo un'ampia visibilità che gli avrebbe permesso di raggiungere il loro massimo storico alle elezioni europee del '99. Un altro mutamento è quello che li portò da fautori del pacifismo che richiedevano persino l'abolizione degli eserciti e rigorosamente anti-interventisti (contro la guerra in Vietnam e la NATO) ad appoggiare le guerre americane. Nel 1992 la Guerra del Golfo ne segnò una svolta verso posizioni interventiste. Nel 2006 Emma Bonino dichiarava, a proposito dell'occupazione dell'Afghanistan (cui il nostro paese partecipava): “Questa è una missione delle Nazioni Unite, in cui un governo eletto democraticamente ci chiede di restare e anzi di fare di più. Lo stesso chiede la società civile. Quali sono allora le motivazioni per cui dovremmo andarcene? Solo quelle ideologiche? Io credo che un Paese che vuole crescere sulla scena internazionale deve prendersi la responsabilità di non abbandonare a metà strada una nazione che sta cambiando”.
La politica camaleontica sulle alleanze e le questioni estere, si affianca a certe costanti: il liberismo economico, l'opposizione alla cosiddetta “partitocrazia”, il cosmopolitismo. Nel 1994 i radicali promossero una serie di referendum. Chiesero in particolare l'abrogazione della legge che disciplinava il commercio, la liberalizzazione degli orari degli esercizi e la privatizzazione della RAI. Furono anche da sempre fermamente contrari al finanziamento ai partiti, per abolire il quale si fecero promotori di due referendum, il primo lo persero nel 1978, il secondo lo vinsero, nel 1993, sull'onda di Tangentopoli. Hanno sostenuto da sempre il superamento delle nazioni; in un documento del 1960 chiedevano “la federazione europea da perseguirsi immediatamente attraverso elezioni dirette” anticipando così l'europeismo di alcuni decenni dopo. Nel 1989 cambiarono nome in “Partito Radicale Transnazionale”, per sottolineare il loro carattere anti-nazionale.
I radicali presentano il profilo esatto di un partito liberale classico. Rispetto al PLI, da cui nacquero attraverso scissione, si distinguono per l'attivismo, il dinamismo e la spregiudicatezza nelle alleanze. Sarebbe sbagliato concepirli meramente come una forza impegnata per i diritti civili. È grazie alle campagne per questi ultimi e alla capacità di inserirsi nei movimenti di protesta degli anni Sessanta e Settanta che spesso a sinistra si ha di loro un giudizio positivo. In realtà il pacifismo di quell'epoca non fu mai antimperialismo, e per questo poté rovesciarsi nel suo contrario, cioè il sostegno alle offensive statunitensi degli anni Novanta e Duemila. Seppero sfruttare il sentimento antipolitico che montava con Tangentopoli: ma più che dal populismo ingenuo tipico del periodo successivo, erano ispirati dal tentativo di indebolire la politica di fronte all'economia.
Per quanto questo partito sia ormai vicino all'estinzione e abbia esaurito quasi del tutto la sua capacità attrattiva, ha anticipato alcune tendenze che si sarebbero manifestate nella società italiana. Soprattutto, una nuova forma di attivismo che avrebbe segnato lo scarto tra la sinistra postmoderna e quella moderna: l'oblio della questione sociale e l'assenza di una critica dell'ordine socio-economico, l'allineamento all'egemonia degli Stati Uniti e l'insistenza esclusiva sui diritti civili pur in presenza di una restaurazione liberal-capitalistica che veniva accettata integralmente.











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Dal PCI berlingueriano al PD renziano. Nel segno della continuità*

Tanto la nostalgia quanto la demonizzazione del passato sono atteggiamenti inadatti a comprenderlo. Se con la prima, infatti, si rischia di mitizzare un periodo trascorso, caricandolo di un valore che storicamente non gli è proprio, con l'altra si proiettano le ansie e le paure tipiche del presente nel passato allo scopo di scongiurarle. In entrambi i casi si tratta di un processo di transfert, più che di una lucida analisi storica, che confonde i caratteri propri di un'epoca con quelli di un'altra. Il problema non è da poco. Lo sguardo retrospettivo non è mai neutro; esso non solo è commisto alle determinazioni ideologiche del soggetto che lo compie, fosse anche il più lucido osservatore, ma spesso è contaminato dai sentimenti che gli sono propri e che sono tipici di quella data epoca dalla quale egli si volta indietro a guardare. Ciò vale in particolar modo per quel passato più prossimo, quello, cioè, che si fa ancora fatica a distinguere dal presente e che in esso trascolora. Questo passato così contiguo interroga direttamente l'attualità, in un modo così chiaro e diretto che spesso è facile confondere l'una con l'altro.
Il trascorso della sinistra italiana appartiene a quei temi che, spesso, per il modo in cui vengono trattati, rivelano più sui soggetti che sugli oggetti della trattazione. Il Partito Comunista Italiano, in particolare quello del periodo che va dalla segreteria di Berlinguer al suo scioglimento e di cui qui ci occupiamo, è per molti versi ancora un oggetto sconosciuto. Ritardo della sinistra in Italia che non è mai riuscita ad adattarsi alla mutata cornice storica, se non troppo tardi, o momento della massima espressione e del massimo traguardo di questa sinistra, inopinatamente interrotto per gli errori grossolani dei suoi ultimi dirigenti; oppure: è stato giustamente interrotto, ma non si è riusciti a porre le basi per qualcosa che ne conservasse il motivo progressista a causa della nascita del PD, il quale ha bloccato qualsiasi tentativo in tal senso; o ancora, la nascita del PD era anch'essa necessaria, la sua conduzione da parte dei suoi capi del tutto sbagliata.
Queste sono, più o meno, le convinzioni più diffuse in merito. Diverse, ma tutte accomunate tra loro dall'idea che la storia italiana degli ultimi decenni (e, forse, nell'opinione dei loro sostenitori, la storia in generale) proceda a balzi e singhiozzi, sia fatta di rotture e virate improvvise, e dipenda in sostanza quasi esclusivamente dalle decisioni di singoli. “Svolta” è, non a caso, una parola che ricorre spesso quando si tenta di raccontare questi avvenimenti. Ma non si afferra che anche queste “svolte” hanno dietro di sé un processo preparatorio fatto di tante altre piccole "svolte" meno visibili.
La storia della sinistra italiana da Berlinguer a Renzi, per quanta differenza possa esserci tra questi due punti estremi se considerati isolatamente, è una transizione continua e graduale, che segue due direttive principali, sempre quelle per tutto questo periodo, e che non contempla brusche sterzate.
Queste due direttive sono: accreditamento presso le potenze straniere e i poteri economici; slittamento dalla questione sociale alla questione morale. A ben vedere queste due direttive possono essere comprese in una sola: fuga dal conflitto o, qualora questo sia inevitabile, sua attenuazione. La seconda direttiva può essere sussunta sotto la prima, la moralizzazione della politica è funzionale proprio alla sanzione della tregua, una tregua da perseguire a tutti i costi – e che infine è divenuta un'alleanza – con i poteri ostili.
A seguito del colpo di stato in Cile, con il quale il generale Pinochet rovesciò il governo di Allende, Berlinguer espose la tesi secondo cui i comunisti non avrebbero potuto governare da soli, ma avrebbero dovuto ricercare l'accordo con le altre “forze democratiche”. Ciò in ragione del fatto che nell'area atlantica non era possibile per i partiti socialisti e comunisti governare senza subire forti pressioni e tensioni destabilizzanti che avrebbero portato a una situazione simile a quella cilena.
La strategia berlingueriana era pertanto fin dall'inizio improntata alla ricerca dell'accordo “con il nemico”, e all'abbandono di una prospettiva rivoluzionaria (che il PCI, nei fatti, aveva abbandonato da tempo, ma che ora veniva teorizzata, seppure non esclusa del tutto o rimandata ad altri momenti).
Berlinguer cercava di ottenere dagli americani il riconoscimento di interlocutore affidabile. Escludendo la possibilità di una transizione socialista in Italia, e quindi accettando come inalterabili gli assetti internazionali e l'egemonia atlantica sull'Europa occidentale (l'eurocomunismo avrebbe dovuto servire proprio a questo scopo) pensava di rassicurare gli americani e di permettere in questo modo l'esordio del PCI al governo. Tre anni più tardi, infatti, nel 1976, Berlinguer riconobbe la NATO come “scudo” protettivo e fattore di stabilità rendendo ancor più espliciti i suoi intenti.
In questo modo sperava di preparare il compromesso con l'avversario interno, la Democrazia Cristiana. Sia l'opposizione politica che quella sociale del PCI fu pertanto attenuata. Ciò però avvenne in una fase di avanzamento del movimento operaio. Il “contenimento” delle lotte sindacali che in quella fase pareva accettabile, si sarebbe rivelato fatale quando, nel decennio successivo, sarebbe cominciata la restaurazione sociale. Stati Uniti sul fronte estero, DC su quello interno e capitale industriale su quello sociale erano i tre interlocutori-avversari con i quali il PCI di Berlinguer cercava l'attenuazione del conflitto, per poter approdare stabilmente al governo. La strategia di Berlinguer, come sappiamo, fallì su tutta la linea. Gli americani non si fidarono mai del PCI, il compromesso storico non si concretizzò, i comunisti rimasero esclusi dal governo e da lì a poco si sarebbe assistito alla controffensiva padronale che sarebbe infine culminata in una piena restaurazione neoliberale. Ciò nonostante essa rimase praticamente invariata negli anni successivi.
Ciò che Berlinguer aveva (suo malgrado) dimostrato è che gli americani (come i poteri economici) non avrebbero mai accettato un partito comunista al governo in Italia, per quante garanzie si potesse dar loro. La vera svolta sarebbe avvenuta solo nel caso in cui si fosse abbandonata la strategia berlingueriana, cosa che non avvenne. Al contrario, essa fu portata alle estreme conseguenza. Se l'esistenza di un partito comunista conduceva alla scontro diretto bisognava cambiare il partito e rinunciare al comunismo. Il mezzo finisce per distruggere il fine: l'occasione si presentò con il crollo dell'URSS.
Nonostante l'evidente fallimento, Berlinguer non mutò la sua strategia. La sua idea, rimasta invariata, era quella di creare le condizioni per permettere al PCI di accedere al governo, a qualunque costo, rimuovendo tutti gli ostacoli che si frapponevano davanti a questo obiettivo. La conquista del potere politico avrebbe ripagato tutti i sacrifici e avrebbe inaugurato un'era di progresso e di migliorie sociali. Questo era il senso della spostamento dalla questione sociale alla questione morale operato da Berlinguer: i partiti occupavano lo Stato e se ne spartivano il controllo; questa occupazione non solo era un fatto deprecabile, ma impediva il rinnovamento del Paese, perché qualsiasi programma di riforma sarebbe stato ostacolato da questa situazione. Pertanto diventava prioritario e urgente affrontare il cuore della questione morale, cioè il rapporto tra i partiti e lo stato, la classe politica e la società civile. La questione sociale, veniva retrocessa o rimandata. Essa non avrebbe potuto essere affrontata con successo se non avesse trovato prima soluzione la questione morale, allo stesso modo in cui il PCI non avrebbe potuto compiere la sua scalata al governo senza l'appoggio o quanto meno la non interferenza dei poteri interni e internazionali.
Siamo nel 1981 e già sono abbozzati – e forse qualcosa di più che abbozzati – tutti i caratteri della sinistra post-comunista: atlantismo e moralismo, cioè accettazione degli assetti internazionali e del dominio NATO (che avrebbe significato partecipazione alle guerre imperialiste) e moralizzazione della politica, che tradotto dal lessico berlingueriano significa ridimensionamento e contenimento del ruolo della politica e dei partiti, ma sostanziale accettazione dell'egemonia del capitale, “lotta alla corruzione” al posto della lotta contro le iniquità sociali. Il PDS di Occhetto ereditò integralmente queste caratteristiche, potendo contare in più su una maggiore libertà di azione, essendosi sbarazzato dell'ingombrante appellativo di “comunista”.
Innanzitutto, infatti, il neonato partito accettava acriticamente la cornice internazionale, la fine dell'Unione Sovietica e il dominio mondiale degli Stati Uniti, e anzi lo celebrava come fine del giogo dei popoli dell'est e della divisione tra Oriente e Occidente. Il crollo del Muro di Berlino veniva riprodotto in piccolo, per così dire, in Italia. La liquidazione del comunismo sanciva la conciliazione della sinistra (almeno della parte maggioritaria di essa) con i poteri economici e con i centristi, dando avvio alle coalizioni di centrosinistra.
L'indagine di “Mani Pulite” rappresentò un'opportunità unica per il PDS. Essa fece piazza pulita dei suoi avversari politici più temibili. La questione morale in questa contingenza, pertanto, fu lo strumento con cui il PDS poteva porsi come guida moralizzatrice dell'Italia e proposta di rinnovamento. Questa opportunità non venne colta a causa di un incidente di percorso: Berlusconi.
Ma la strategia berlingueriana rimase immutata. Anzi, la questione morale, dagli anni dei DS dalemiani, riceveva una nuova coloritura e trovava nuovo vigore; poteva contare su un profilo politico più netto, cioè sull'opposizione al berlusconismo. Il moralismo dell'antiberlusconismo – a cui il libertinismo berlusoniano era perfettamente simmetrico e funzionale – svolse lo stesso ruolo di sempre: la subordinazione della giustizia sociale (quando non la sua totale rimozione) al contrasto alla corruzione e all'immoralità. La corruzione è sempre intesa, si badi bene – in pieno stile berlingueriano – come ingerenza della politica sulla società, come un eccesso di politica che causa connivenze e nepotismo, la quale deve essere ridimensionata, e mai, ma proprio mai, come corruzione dei privati e come mercificazione della vita pubblica quale dinamica congenita al capitalismo. In altri termini, la politica doveva lasciar spazio alla “società civile”, ovvero al mercato, al “libero gioco” della concorrenza. È seguendo questa direttiva che i DS dalemiani furono i più convinti sostenitori delle privatizzazioni, come neanche la destra sarebbe mai stata.
Il moralismo ebbe in questa fase una funzione importante nel sostegno all'europeismo. L'Unione Europea appariva come garanzia contro “gli sprechi” e le ingerenze della classe politica italiana corrotta, ovvero l'espansione della spesa pubblica che aveva consentito la crescita dei redditi, e un limite alla gestione dei bilanci pubblici.
Per quanto riguarda l'atlantismo D'Alema ne è stato uno dei più fedeli interpreti, egli sostituì Prodi che era ancora troppo tiepido nel suo americanismo (e troppo multilaterale) in un momento in cui non erano ammesse esitazioni: il bombardamento della Serbia.
La fondazione del PD vide questo scenario sostanzialmente inalterato. Anzi, i caratteri del berlinguerismo vennero ulteriormente accentuati. L'alleanza con gli ex democristiani diventava una fusione, l'americanismo veniva spinto quasi fino a livelli parodistici, con l'imitazione dello slogan di Obama durante la campagna elettorale di Veltroni. La gestione di Bersani apparve divisa tra il coerente prosieguo della direttiva berlingueriana, il composto di moralismo e atlantismo, e il tentativo di conservare una vaga simbologia di sinistra e un richiamo a un'anima “sociale”, peraltro inesistente: operazione impossibile dopo la fondazione del PD, che aveva precisamente il proposito di liquidare definitivamente queste componenti, e che infatti fallì.
Ma il vero liquidatore sarà soltanto Renzi. La liquidazione di sé è un processo intrapreso proprio da Berlinguer, con la sostituzione dell'atlantismo passivo (che diventerà poi attivo) all'antimperialismo e del moralismo al socialismo e in generale della convivenza al conflitto. Renzi non ne è che l'ultimo esecutore e neanche uno dei più importanti. Se il compito di Berlinguer era di operare la sostituzione nella sostanza della linea d'azione del PCI lasciando inalterata la simbologia, quello di Renzi è di lasciare inalterata la sostanza del PD (ormai già definitivamente acquisita) e cambiare la simbologia, cioè quel che rimane del progressismo sociale e dei valori passati cui fa subentrare un entusiasmo cieco nel mercato e un'ossessione del “nuovo”, da intendere come continua mutazione apparente ma sempre seguendo la direttiva tradizionale.
L'accordo e la compiacenza con i poteri economici e finanziari in particolare sono un connotato tipico di Renzi che egli non si preoccupa di nascondere. Anche qui abbiamo una radicalizzazione della strategia berlingueriana dell'accettazione del contesto economico e internazionale e del tentativo di aggredire la politica. La rapida ascesa di Renzi è avvenuta all'insegna della cosiddetta “rottamazione”, che è un'ulteriore declinazione della questione morale. Si tratta di rottamare la “vecchia politica” che non è più, come ai tempi di Berlinguer, quella che “assedia” la società civile, dalla quale è stata cacciata del tutto, ma quella che cerca di conservare una simbologia antica, seppure estremamente diluita, e che ripropone le procedure politiche classiche, cioè la mediazione e la dialettica. A questa “vecchia politica” da rottamare deve subentrarne una “nuova” del tutto nichilista, priva di ogni nostalgia, che persegue a tutti i costi la “modernizzazione”, cioè l'adattamento della società al mercato, e che ripudia le mediazioni tipiche della forma partito considerate come inutili perdite di tempo, avvalendosi dei media in maniera spregiudicata.
Il PDS di Occhetto, i DS di D'Alema, il Pd di Veltroni, quello di Bersani e infine quello di Renzi, non sono delle svolte, delle improvvise mutazioni genetiche, ma delle tappe di un processo che prosegue secondo la stessa linea del PCI di Berlinguer. Esse sono state la manifestazione, più chiara ed evidente che in altri momenti, dei risultati raggiunti da questa strategia. Tanto è sbagliato, quindi, l'atteggiamento di chi ricorda mestamente l'epoca berlingueriana come “l'età dell'oro” contrapponendola alla decadenza attuale, quanto quello di chi individua in Renzi un innovatore, l'autore di una rottura senza precedenti. Sarebbe invece più utile e sensato cercare di scovare nel passato i germogli delle tendenze attuali. In questo caso si scoprirebbe che quella pretesa discontinuità è soltanto frutto dell'immaginazione dell'osservatore contemporaneo.










*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente