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29 feb 2016

La dogmatica liberista e il declino economico italiano*

La fine dell'espansione dell'economia italiana, che si rende palese negli anni Novanta, ma di cui si riscontrano le prime avvisaglie negli Ottanta, è stata usata per giustificare quegli interventi di tipo liberista che oggi vediamo all'opera in tutta la loro tragica portata.
Inizialmente l'attenzione è stata posta sul lavoro e sui salari. Questi, si è detto, sono causa di inflazione, quindi bisogna porre un freno alla loro crescita. Il risultato è stato di invertire una tendenza generale di crescita dei redditi da lavoro e dunque causare una perdita del potere d'acquisto dei lavoratori con un conseguente impoverimento delle classi più deboli.
Ancora oggi assistiamo al tentativo di scaricare sul lavoro le responsabilità di decenni di politiche economiche fallimentari, contribuendo così ad aggravare ulteriormente la situazione. Si continua infatti a sostenere che la disoccupazione sia causata da una carenza di flessibilità del diritto del lavoro, che peserebbe sulle assunzioni. La realtà ha mostrato esattamente il contrario. Nonostante tutti i massicci interventi legislativi che hanno ridimensionato o del tutto cancellato le tutele giuridiche del lavoro, la disoccupazione ha continuato a crescere sul lungo periodo, registrando livelli inediti per il nostro paese. Nonostante questo si è continuato a ripetere il mantra della flessibilità, come necessaria e improrogabile e praticamente tutti i governi dagli anni Novanta ad oggi sono andati in questa direzione. Ha prevalso l'idea che la legislazione sia di intralcio al mercato, e il convincimento, più o meno esplicito, che alla fine il mercato tenda a raggiungere un equilibrio benefico per tutti.
Di conseguenza, secondo questo ragionamento, bisognava eliminare tutte quelle protezioni giudicate come un freno alla crescita. In realtà, sono state proprio quelle norme “rigide” e “ingessate” – come spesso le ha definite una certa pubblicistica – a permettere ai redditi di crescere e alle famiglie italiane di accumulare un'alta quota di risparmio privato. Nel corso del rallentamento dell'economia, poi, la cancellazione delle tutele ha contribuito alla crisi occupazionale, poiché ha favorito il disinvestimento delle aziende.
Accanto alla retorica della flessibilità, si è fatto largo il retaggio delle liberalizzazioni e delle “aperture” al mercato. Bisognava permettere a investitori privati di accedere a settori che finora gli erano stati preclusi, perché esclusivo monopolio statale, e quindi bisognava privatizzare.
Dopo la massiccia opera di vendita di grandi aziende in precedenza controllate dallo Stato, si può constatare come che né la qualità dell'offerta, né il costo per l'utenza siano migliorati, non fosse altro per un fatto di elementare contabilità, dato che il privato ha la necessità di realizzare un profitto, necessità che non ha la gestione pubblica (sebbene a questo spesso sia stata costretta dai trattati europei che subordinano il benessere sociale al pareggio di bilancio).
Secondo i fanatici del mercato l'Italia doveva disfarsi dei monopoli pubblici – magari dopo averli scorporati e quotati in borsa in modo da renderli “vendibili” – per lasciarli al libero gioco della concorrenza che li avrebbe, secondo la dogmatica liberista, resi migliori e più efficienti.
I media hanno contribuito a diffondere presso il pubblico un certo risentimento nei confronti della gestione statale di beni e servizi essenziali, tacciandola di gravare sui contribuenti e di costituire dei “carrozzoni” inefficienti, nonostante proprio grazie a questi “carrozzoni” l'Italia ha potuto diventare una potenza economica di livello mondiale.
Sulla gestione pubblica, quale essa fosse, gravava inoltre il sospetto di costituire un bacino di clientele e di spartizione del potere politico. Questo sospetto finì per coinvolgere non solo le aziende dello Stato, ma anche lo Stato stesso, nelle sue massime istituzioni rappresentative.
Per quanto un certo grado corruzione delle cariche pubbliche fosse innegabile (cominciava la stagione di “Mani Pulite”) esso è stato gonfiato dalla stampa e da politicanti rampanti che hanno opportunisticamente sfruttato quella campagna. Si sono così poste le basi per la riduzione dei poteri del Governo e del Parlamento, trasferiti a istituzioni sovranazionali autocratiche. Poiché la “casta” burocratica era corrotta, doveva essere esautorata dalla gestione della cosa pubblica, per affidare quest'ultima a un'altra casta, ma privata e incontrollabile. Furono così posti quegli assurdi vincoli di bilancio che impediscono qualsiasi intervento pubblico nell'economia, che solo potrebbe invertire il ciclo economico. Dopo che persino la moneta è stata sottratta al controllo dello Stato, il Fondo Monetario e l'Unione Europea si prendono la briga di decidere cosa è bene e cosa è giusto per la nostra economia, scavalcando le cariche nazionali eleggibili e la Costituzione italiana.
Per giustificare l'espropriazione dei poteri dello Stato, attraverso la demolizione dei codici sul lavoro, le privatizzazioni e le cessioni di sovranità verso l'esterno, è stata utile quella teologia liberista la quale può essere sintetizzata nel motto reaganiano: “lo Stato non è la soluzione ma il problema”. Tutti i mali devono essere attribuiti allo Stato il quale perciò deve essere limitato il più possibile nelle sue funzioni e prerogative. Al contrario il privato sarebbe per sua natura “virtuoso” e la somma di interessi egoistici contrastanti lasciati a se stessi, per qualche strana ragione, garantirebbe l'interesse collettivo.
Accecati dalla loro fiducia assoluta nel mercato, i liberisti non vedono come, invece, proprio la sua carenza abbia portato il nostro paese verso un declino che sembra inarrestabile (al netto di tutte le false “riprese” annunciate periodicamente e sempre smentite dai fatti) e che continuerà a essere tale finché non sarà arrestato il paradigma economico che lo ha prodotto.






*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



23 mar 2015

Perché Tsipras ha fallito*

Appena un mese è durata la “rivoluzione” greca. Le speranze della popolazione di superare l'attuale condizione recessiva e di fermare le politiche di austerità ,che hanno messo in ginocchio la nazione, erano state risposte nel partito di Syriza, che aveva promesso di opporsi ai diktat della Troika.
Ma ormai il governo greco pare già intenzionato a cedere su alcuni punti chiave della sua campagna, come il blocco delle privatizzazioni avviate dai precedenti governi. Appare altresì improbabile che la Grecia possa attuare i programmi di assistenza e il rilancio del servizio sanitario pubblico.
Il governo ellenico dovrebbe essere deciso ad accettare i fondi europei, in modo da ossigenare le proprie finanze, ma per far questo deve accettare di capitolare sul programma politico.
Sebbene questa possa apparire come una delusione per gran parte di chi, dall'interno o dall'esterno del paese, aveva pensato che la vittoria di Syriza avesse potuto aprire una fase nuova per tutta l'Europa, in realtà è la logica conseguenza di una proposta politica arrabattata, estemporanea, fondata più sul marketing elettorale che su una realistica prospettiva tesa a restituire al paese la sovranità di cui è stata privata da parte della burocrazia europea e della finanza.
Dovrebbe essere chiaro, da un punto di vista realistico, che è impossibile conciliare gli interessi della finanza e della Troika con quelli del popolo greco. Per risollevare le sorti della nazione ellenica la ricchezza dovrebbe essere trasferita dal capitale finanziario agli investimenti produttivi. Ma per far questo bisognerebbe porsi in conflitto con i creditori stranieri, ovvero coloro che traggono vantaggio dalla perpetuazione del presente stato di cose.
Il programma di Syriza prevedeva una rinegoziazione del debito pubblico della Grecia. Ma ciò non può essere realizzato finché il paese rimane sotto il ricatto della BCE. L'unica possibilità di riequilibrare i rapporti di forza è rappresentata dal recupero della sovranità nazionale, obiettivo che non può essere perseguito finché non vengono messi in discussione gli assetti dell'Unione Europea. Chiave di volta di questi assetti è sicuramente l'unione economica fondata sulla moneta unica e sui bilanci pubblici vincolati. L'indisponibilità da parte degli stati membri della loro finanza li pone sotto costante ricatto dei mercati. L'adesione ai trattati impedisce l'attuazione dell'unica forma di finanza pubblica che potrebbe portare a una ripresa ovvero la spesa pubblica in disavanzo. Il ministro Varoufakis aveva chiarito esplicitamente prima delle elezioni che l'adesione all'euro e il pareggio di bilancio non sono punti in discussione. L'accettazione incondizionata della moneta unica priva i greci di qualsiasi potere contrattuale: il crollo della zona euro potrebbe essere l'unica possibilità capace di spaventare tanto i mercati quanto la burocrazia europea e di indurli a cedere alle richieste di ridefinizione del debito. L'eventualità di una moneta svalutata, infatti, significherebbe una perdita per i creditori e per i possessori di titoli di stato greci. L'uscita della Grecia dall'area valutaria, inoltre, potrebbe innescare una reazione a catena capace di decretare il crollo della moneta unica e dell'Unione europea, almeno per come è stata concepita da Maastricht.
Ma Syriza, nonostante i media l'abbiano presentato come partito euroscettico, si è posto a difesa dell'euro e degli assetti politici europei. A queste condizioni, qualsiasi strada – se non quella del solito cedimento al ricatto finanziario – è preclusa.
Crescita economica e riduzione della disoccupazione senza ingenti investimenti pubblici sono semplicemente impossibili. Solo infrangendo il tabù del pareggio di bilancio a tutti i costi e del disavanzo visto come blasfemia impronunciabile, è possibile invertire il ciclo economico.
Riappropriarsi della finanza di stato, ora posta sotto il ricatto dei mercati, è un presupposto indispensabile per realizzare una politica che riduca la povertà, cresciuta in modo impressionante in Grecia negli ultimi anni, e che riavvii il sistema produttivo.
Prenda esempio, l'Europa, dall'Argentina, paese fallito e devastato dalla sciagurata decisione di agganciare la sua moneta al dollaro. Il recupero della sovranità economica ha permesso ai governi Kirchner di incrementare la ricchezza nazionale, di ridurre la povertà e di rifiutare il pagamento di una parte degli interessi.
Non è certo una via priva di ostacoli, perché equivale una dichiarazione di guerra nei confronti dell'establishment internazionale. Ma è sicuramente preferibile al collasso economico, sociale e politico cui l'intera Europa, complice una sinistra spensierata e utopista, va allegramente incontro.


*Pubblicato anche su Total Free Magazine



1 dic 2014

Perché uscire dall'euro non basta

È sicuramente un fatto positivo che il dibattito sull'euro abbia fatto il suo ingresso, anche se non propriamente trionfale, nei grandi media italiani, e che l'opinione pubblica italiana sia diventata sempre più critica nei confronti della moneta unica al punto di auspicarne l'abbandono.
È positivo che si ponga finalmente la questione della sovranità nazionale, così a lungo ignorata dalle sciocche diatribe di una politica misera e provinciale. Ma occorre, anche, mettere in guardia da facili e pericolosi corto circuiti all'interno del “movimento sovranista” (ammesso che possa essere definito movimento quella variegata e contraddittoria area cui inscrivere chi, con posizioni politiche anche molto differenti, auspica il recupero della sovranità da parte dello Stato).
Non bisogna farsi illusioni: l'uscita dall'euro non assicurerebbe automaticamente alcun beneficio al paese che decidesse di attuarla. Se non congiunta ad una politica di radicale rottura rispetto agli ultimi due decenni rischierà di tramutarsi soltanto in una aggiornata versione dell'egemonia neoliberale e del dominio assoluto del capitalismo in Europa. Insomma, l'uscita dall'euro è condizione necessaria ma non sufficiente per una decisa inversione rispetto alla politica economica attuale e alla subalternità a voleri transnazionali. Occorre perciò prendere le distanze da quei partiti, da quei movimenti e da quei soggetti che propongono il ritorno a una moneta nazionale, ma senza articolare questa proposta in un diverso modo di intendere l'intervento dello Stato nell'economia come nelle questioni internazionali. Il Movimento Cinque Stelle, almeno nella sua parte più vicina a Grillo, ha incarnato questo pericolo per un certo periodo; l'uscita dall'euro veniva proposta senza coerenza e consapevolezza, senza mettere in discussione, di fatto, in alcuni casi, le politiche di austerità e il dogma dell'avanzo primario, anche se nella base, bisogna riconoscere, non manca chi tenta il recupero delle teorie keynesiane. In ogni caso, l'infatuazione per Grillo e i suoi sembra stia ormai scemando, sostituita da una nuova infatuazione, quella per la Lega Nord di Salvini, opportunamente rispolverata. Abbandonati i vecchi cavalli di battaglia del federalismo e del regionalismo, la Lega ha deciso di presentarsi come forza di opposizione rispetto all'establishment europeo e all'unione monetaria. Tuttavia, questa presa di posizione non sembra aver mutato i vecchi propositi della Lega, ovvero quello di indebolire lo Stato centrale, favorendo le imprese del nord. Nessuna intenzione traspare, dal programma leghista, di aumentare la spesa pubblica, né di porre in atto una legislazione favorevole al lavoro o che, per lo meno, tenti di ripristinare una situazione precedente alla Riforma Treu. E del resto la Lega ha preso parte a quei governi di centrodestra che, al pari di quelli di centrosinistra, hanno attuato interventi regressivi e dannosi per le classi medio-basse, come è il caso della “Legge Biagi” o della Riforma Maroni sulle pensioni, anticipazioni di sciagurate riforme successive volte a distruggere il sistema pensionistico pubblico (ultima la Legge Fornero). Pare perciò improbabile che la Lega, che non ha mai fatto mostra di rinnegare o criticare la sua esperienza di governo, cerchi di smantellare quell'impianto di leggi che essa stessa ha promosso e di andare in direzione contraria. Piuttosto potremmo assistere a una riproposizione di quelle politiche del governo Berlusconi, per certi versi anche radicalizzate. E lo dimostra la proposta di Claudio Borghi, responsabile economico della Lega, di istituire la cosiddetta “flat tax”, ovvero un'aliquota unica sui redditi uguale per tutti. Ciò sarebbe innanzitutto una grave violazione (l'ennesima, ma non per questo meno grave) della nostra Carta Costituzionale, che sancisce a chiare lettere all'articolo 53 la progressività dei tributi. Ma, a parte questo fatto non secondario di natura giuridica, la proposta avrebbe conseguenze pericolose anche sul piano sociale ed economico. Non solo perché un intervento del genere, di chiaro impianto neoliberista e tatcheriano, inasprirebbe le diseguaglianza su cui già pesa la crisi in corso, ma anche perché non farebbe che avvantaggiare i ceti più abbienti, senza incentivare la domanda e permettere una ripresa dei consumi. È evidente che una tassazione non progressiva sul reddito va a nocumento dei ceti più poveri, i quali non avranno grandi benefici e quei pochi che avranno non saranno in grado di innescare una crescita della domanda interna. In questo modo, il riallineamento del cambio e l'alleggerimento fiscale anche per le imprese potrebbe anche produrre una crescita di PIL sul breve periodo, ma andrebbe ad avvantaggiarsi solo il settore delle esportazioni, senza ripercuotersi positivamente sui consumi interni. La mancanza di una legislazione a tutela del lavoro vedrebbe sempre una competizione al ribasso sui salari e, finita una prima fase di possibile boom dell'export, sull'occupazione. Non è certo questo il modo migliore di contrastare la disoccupazione. Una riduzione delle tasse sarebbe benefica solo se si concentrasse soprattutto sulle imposte indirette (IVA, accise, ecc.) che gravano sulle fasce più deboli, e perciò sui consumi, molto di più che su quelle più agiate. Un intervento di detassazione dei redditi può altresì risultare benefico solo se non rinuncia al principio di progressività. Ma soprattutto una defiscalizzazione deve essere accompagnata, per risultare efficace, da un significativo incremento della spesa pubblica. Solo un intervento diretto dello Stato, infatti, può invertire il ciclo economico, poiché, come è noto, in una fase di contrazione dell'economia il privato tende a non investire. Urgono investimenti pubblici volti a ridurre la disoccupazione, aumentare le retribuzioni e interrompere la crisi di domanda che è causa della recessione del nostro paese. Tutto ciò sembra trascurato dalla Lega, che propone un recupero di una valuta nazionale, ma senza inquadrarla in una più vasta visione della politica economica, la quale invece deve essere improntata, pena il fallimento di qualsiasi governo dell'economia, alle teorie keynesiane. Sebbene Borghi abbia fatto appello al principio della piena occupazione, non si capisce in che modo questo debba essere attuato in base al programma della Lega. Rischia piuttosto di risolversi in un mero slogan, una trovata di marketing elettorale di nessun valore politico reale. Viene il sospetto che la polemica antieurista e antieuropeista della Lega sia usata principalmente in funzione anti-immigrazione, per scaricare le tensioni e la rabbia popolare sugli extracomunitari innescando una guerra tra gli ultimi della scala sociale, siano essi italiani o stranieri, ed impedendo quindi che questo malcontento possa rivolgersi alle cause e alle élite responsabili del presente stato di cose.
Manca la consapevolezza, nell'area sovranista, dello scenario complessivo, nazionale e internazionale; è più che evidente, o per lo meno dovrebbe esserlo, che un ritorno alla lira, che però non metta in discussione i trattati europei, il Patto di Stabilità, il Fiscal Compact, e via dicendo, condannerebbe qualsiasi governo al fallimento. Non solo perché esporrebbe il nostro paese ai ricatti dei mercati finanziari, che abbiamo già visto produrre tristi conseguenze con la crisi (pianificata) dello spread (che fu all'origine di un colpo di stato in piena regola) ma anche perché vanificherebbe le potenzialità della moneta di Stato, ponendo i vincoli di bilancio un forte freno a qualsiasi politica anticiclica. Non a caso i paesi che meno hanno sofferto la crisi, come Germania e Gran Bretagna, sono quelli che meno hanno rispettato tali vincoli e i più colpiti (i cosiddetti PIIGS) quelli che più vi hanno tenuto fede. Il rigetto dell'euro non può pertanto essere disgiunto dal rigetto dell'Unione Europea, quest'organismo antidemocratico che priva gli stati della loro sovranità.
Un'altra caratteristica comune a molti sovranisti è quella di voler spesso ridurre la sovranità a una questione meramente monetaria, quando invece essa è solo il risultato di una complessità di fattori e di poteri attribuiti allo stato. La moneta è sicuramente uno di questi, ma non l'unico. Non bisogna sottovalutare la necessità di un ordinamento legislativo che permetta al Governo centrale e al Parlamento di amministrare la società. In questo senso non è certo di aiuto la deriva federalista che ha caratterizzato il nostro paese, la quale ha esautorato lo Stato di molti dei suoi poteri inasprendo tra l'altro i divari tra le diverse aree della Penisola, come è avvenuto con la Sanità regionalizzata. Ma un analogo discorso può valere per le autonomie di istituzioni che dovrebbero essere poste sotto il controllo dell'organo esecutivo, come la Scuola e l'Università, e che invece sono lasciate al loro destino, allo scopo probabile di aprire la strada a future privatizzazioni. Proprio le privatizzazioni sono una delle cause della perdita di sovranità del nostro paese, il quale ha visto uno sconvolgente liberismo travolgere i patrimoni nazionali e distruggere le cosiddette “partecipate”. Lo Stato è servito ai capitalisti solo per sanare le perdite, scaricate sulla collettività, in modo tale che l'investitore privato potesse godere dei profitti, spesso senza fare investimenti o anzi disinvestendo. Per cui, la sovranità non può non passare per una (ri)nazionalizzazione di importanti comparti produttivi, quelli privatizzati (trasporto ferroviario, energia, autostrade, servizi, ecc.) come quelli travolti da un ondata di licenziamenti, tagli delle retribuzioni e delocalizzazioni (si pensi all'industria automobilistica).
Per finire, ma non meno importante, il recupero della sovranità non può prescindere da una matura coscienza geopolitica. L'Italia dovrebbe rompere subito l'alleanza-sudditanza nei confronti degli Stati Uniti, uscendo dalla NATO e chiudendo le basi militari americane, ponendo così fine a un'occupazione ormai pluridecennale. Senza una saggia politica di alleanze nessun paese è libero da ingerenze esterne. E l'Italia non potrebbe certo cercare nuovi alleati ospitando sul proprio territorio basi militari statunitensi. Come potrebbe, infatti, un forte alleato non allineato all'egemonia americana (che sia la Russia o la Cina o altri dei cosiddetti BRICS) fidarsi di un governo che è costretto a fornire supporto alle operazioni belliche nordamericane, spesso osteggiate da quei paesi? Senza libertà da vincoli militari esterni nessun paese può istituire una rete vantaggiosa di rapporti internazionali ed essere quindi veramente indipendente. La sovranità, dunque, va conquistata non solo sul piano monetario, ma anche su quello economico, legislativo, militare e, non meno degno di riguardo, culturale, perché l'egemonia di un pensiero neoliberale e atlantista è una piaga che ormai affligge il nostro paese da lungo tempo. Il venir meno di uno, o più, di questi fattori, può compromettere seriamente la riuscita di un progetto di riconquista della sovranità. Hanno chiaro tutto ciò i sovranisti e quanti criticano astrattamente “l'Europa”? Purtroppo ci sono buone ragioni per dubitarne.


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9 nov 2014

Verso la fine dell'euro?

Secondo un recente sondaggio l'Italia è ormai il paese più euroscettico dell'eurozona; la maggioranza degli italiani non nutre molta fiducia nella moneta unica e auspicherebbe un ritorno a una valuta nazionale. Uno scenario ribaltato rispetto a qualche anno fa in cui il nostro paese era considerato tra i più entusiasti dell'unione monetaria. Contemporaneamente si sta assistendo a un analogo slittamento del ceto dirigente da una difesa sempre più tiepida a una vera e propria critica dell'euro che in alcuni casi giunge al punto da auspicarne la fine. Il Movimento Cinque Stelle, dove già da qualche tempo serpeggiavano posizioni sovraniste, ha abbracciato ormai apertamente la campagna anti-euro, mentre la Lega Nord di Salvini, che guadagna consensi nei sondaggi, ha fatto dell'opposizione a Bruxelles il proprio cavallo di battaglia. Persino nel PD, partito tradizionalmente pro-euro, si fanno largo posizioni sempre più critiche nei confronti dell'area valutaria europea.
Sta diventando chiaro ai più che l'euro così com'è non può reggere a lungo. La rigidità dei vincoli impedisce agli stati di reagire con efficaci politiche anticicliche al collasso economico sempre più incombente. Del resto una riforma o revisione dei trattati appare improbabile, perché si scontrerebbe con gli interessi della casta finanziaria e del governo tedesco, che sono quelli che dettano la linea delle politiche economiche europee. Una riforma dell'eurozona che possa sortire qualche effetto significativo dovrebbe somigliare più a una rivoluzione. Per cominciare agli stati dovrebbero essere concessi limiti di deficit molto più alti di quelli attuali, attraverso i quali ciascun governo possa aumentare la spesa pubblica e ridurre le tasse, in modo da rilanciare la domanda. Per non parlare di misure ancora più rigide, come il Fiscal Compact, che andrebbero semplicemente abolite. Del resto questo provvedimento potrebbe non essere sufficiente per i paesi mediterranei, a causa degli svantaggi competitivi dovuti al cambio fisso. Questo mette costantemente fuori mercato le merci dei paesi dell'Europa del Sud che sono privi della leva valutaria e si trovano così costretti a ridurre il costo del lavoro alimentando la spirale deflazionistica. Perciò si richiederebbe l'ideazione di meccanismi correttivi che trasferiscano risorse dai paesi più competitivi a tutti gli altri. Ma pensare che la Germania accetti misure del genere, andando a minare il proprio vantaggio competitivo, appare lontano da qualsiasi realismo. Sicuramente la deflazione dell'eurozona danneggia la stessa industria tedesca, la quale vede calare la domanda dei paesi europei che costituiscono la maggior parte del suo mercato. Ma piuttosto che accettare correttivi del genere, politicamente poco digeribili, tanto varrebbe per il governo della Merkel tornare al marco e accettare una rivalutazione.
Si potrebbe pensare che la BCE potrebbe ricorrere nuovamente al “whatever it takes” di Draghi, per salvare la moneta unica ed essere disposta a fare concessioni prima impensabili. Ma perché questi siano più di semplici palliativi che si limitino soltanto a rimandare la questione di pochi mesi, occorrerebbe che la Banca Centrale invece di continuare a prestare soldi alle banche, alimentando bolle finanziarie, intervenisse come “prestatore di ultima istanza”, finanziando, invece, gli stati. Ma per far questo dovrebbe modificare in misura rilevante il proprio statuto. L'unione monetaria sembra un congengo ideato proprio per evitare qualsiasi cambiamento radicale. Essa è una burocrazia verticistica priva di qualsivoglia controllo democratico dominata da un ceto che si ostina a seguire teorie macroeconomiche palesemente errate e smentite dai più autorevoli studi scientifici, oltre che dal riscontro empirico. Dall'epoca dei Trattati di Maastricht, che ne hanno sancito l'inizio, ad oggi, nulla è mutato, se non in un ulteriore irrigidimento di norme folli e senza alcuna logica economica. Credere che un manipolo di burocrati che finora non ha fatto altro che decantarne le lodi possa all'improvviso sconfessare la propria creatura, vuol dire non avere alcuna cognizione della realtà.
Mentre i sacerdoti dell'euro continuano a oliare la macchina della propaganda (sebbene una così larga fetta di opinione pubblica sia contraria alla moneta unica sui media mainstream quasi mai si accenna a un dibattito serio sul tema) e a proporre astrusi palliativi di nessuna o scarsa efficacia, nei paesi più colpiti dalla crisi monta il malcontento. In Francia già da diversi mesi il Front National di Marine Le Pen è in testa ai sondaggi e non ha mai nascosto che se vincesse le elezioni guiderebbe il paese transalpino fuori dall'euro. In Grecia Syriza sembra avere buone possibilità di vincere le elezioni e si rifiuta di applicare ulteriori misure di austerità e secondo qualcuno potrebbe anche decidere di tornare alla dracma. In Spagna i due partiti storici di potere, il Partito Popolare e il PSOE, attraversano un'emorragia di consensi senza precedenti, a tutto vantaggio della neonata coalizione di PODEMOS, già primo partito iberico, che prevede nel proprio programma l'abbandono dell'eurozona e la cessazione di tutte le politiche di austerità. Insomma, sembra che sempre più la domanda sulla possibile fine dell'euro non sia se, ma quando.
In tutti questi paesi, comunque, a guidare la rivolta sovranista sono partiti che hanno allo stesso tempo rigettato le politiche liberiste promosse in questi anni e propongono programmi con una forte impronta sociale. In Italia, invece, la questione è più complessa.
I partiti che si oppongono ufficialmente all'euro sono il Movimento Cinque Stelle e la Lega Nord; ad essi va aggiunta qualche voce della minoranza del PD. Di questi, il primo non mostra di avere le idee molto chiare circa le politiche da adottare in caso di ritorno alla Lira. Casaleggio ha affermato qualche tempo fa di voler tagliare la spesa pubblica, mentre Grillo pare riproporre le stesse teorie dell'avanzo primario che hanno devastato l'Italia, ma con una moneta diversa. Questo partito non sembra voler proporre un deciso affrancamento dalle politiche neoliberali che in questi anni hanno clamorosamente fallito, come del resto testimonia la scelta di allearsi, a livello europeo, col partito ultra-thatcheriano dell'UKIP di Nigel Farage. D'altro canto non pare esserci, nei Cinque Stelle, una proposta coerente di politica economica, ma si procede per suggestioni, spesso contraddittorie. Lo stesso cavallo di battaglia del “reddito di cittadinanza” rischia di essere seriamente controproducente, in quanto garantirebbe un reddito improduttivo, che cioè non crea occupazione e che sarebbe perciò soltanto foriero di inflazione. La Lega Nord, invece, una proposta ce l'ha. Però, anch'essa, non fa che rispolverare vecchie ricette neoliberali di epoca reaganiana, con una obsoleta “flat tax” (ovvero aliquota unica) che dovrebbe produrre crescita del PIL. Nella crisi economica più lunga da oltre un secolo, limitarsi a ridurre le tasse non produrrebbe gli effetti sperati. Peraltro, facendolo con un metodo iniquo, ovvero abolendo la progressività della tassazione, cosa che, oltre ad essere incostituzionale, avrebbe scarsi effetti sui consumi, porché avvantagerebbe principalmente i ceti più abbienti. Gli unici approcci che si avvicinano ad essere keynesiani si trovano nella minoranza del PD. Ma sarebbe credibile che un partito che ha traghettato l'Italia nell'euro, e che si è fatto promotore delle politiche di austerità (da Ciampi a Prodi) possa gestire un'“eurexit” e un rovesciamento dei paradigmi economici finora in voga?
È necessario, infatti, non solo interrogarsi sull'eventualità di un'uscita dall'euro, ma anche sulle modalità della sua gestione, e sul tipo di politica da adottare con il ritorno a una sovranità monetaria. Se si guarda al passato recente, quello che accadde all'Italia nel '92 può essere un'utile lezione. Anche allora l'Italia aderiva a un'unione monetaria, lo SME. In quell'anno lo SME crollò, per l'impossibilità di mantenere un tasso di cambio fisso tra le monete, ma i governi non mutarono politiche e applicarono misure di austerità, tutte volte a ridurre i deficit di bilancio e il debito pubblico, a forza di privatizzazioni, tasse e tagli della spesa pubblica. Nonostante il boom delle esportazioni delle aziende italiane, le quali godettero del riallineamento del cambio, la crescita italiana fu fortemente frenata da quegli interventi. Fu così che si arrivò al Trattato di Maastricht e all'euro che diedero la mazzata finale all'economia italiana, un'economia fino ad allora, nonostante tutto, e a dispetto di quanto dicono certi “moralizzatori” della finanza pubblica, tra le prime in Europa e nel Mondo.
Quello che bisogna capire è che l'euro è stata una scelta sciagurata dei ceti dirigenti e una imperdonabile leggerezza degli italiani che si sono lasciati trascinare in questa follia credendo a tutta la favolistica inventata dei media. Ma pensare che la sua fine produrrà magicamente benessere e progresso vuol dire svegliarsi da un sogno per cader vittime di un altro. Finché non si recupera non solo la sovranità monetaria, ma anche un approccio in politica economica che rimetta al centro lo Stato, sarà impossibile che l'Italia torni a essere una delle principali economie del continente. Il primo e importante passo da compiere, per ribaltare il paradigma politico-economico finora in voga, sarebbe quello di potenziare la spesa pubblica e non, come una volgare pubblicistica induce a fare, tagliarla, ridurla, “riqualificarla”, o qualsiasi altro sinonimo vogliamo utilizzare. Lo Stato dovrebbe invece attuare un piano per la piena occupazione, che intervenga per assegnare un impiego pubblico ai disoccupati. Una riduzione delle tasse (soprattutto indirette) che è senz'altro auspicabile, produrrà scarsi o nulli benefici se non è preceduta da un potenziamento della spesa pubblica che la riporti ai livelli che merita un paese civile. Uscire dall'euro è doveroso, ma non basta. È solo la precondizione per attuare una rivoluzione copernicana della finanza pubblica che recuperi i principi dello Stato keynesiano produttore di redditto e di ricchezza. L'unico vero strumento contro la crisi.


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30 set 2014

Economia e immigrazione

I paesi occidentali hanno una posizione molto ipocrita nei confronti degli extracomunitari, sia gli “immigrazionisti” che gli “anti-immigrazionisti”. Gli uni, infatti, diffondono una mistificante retorica del migrante in nome di un cosmopolitismo astratto e, di fondo, individualista, dimentico delle reali condizioni in cui queste persone sono costrette a vivere. Gli altri invece dimenticano i secoli di guerre, oppressione e colonialismo (tutt'ora in corso) che si è imposto al cosiddetto “Terzo Mondo”. Se molti paesi sono in una condizione di sottosviluppo la colpa è anche (soprattutto!) nostra (Italia compresa), che abbiamo imposto, militarmente o economicamente, gli interessi del nostro capitalismo su scala mondiale. Solo per questo gli “anti-immigrazionisti” dovrebbero avere un atteggiamento più tenero nei confronti degli immigrati.
Coloro che vogliono bloccare i flussi migratori sostengono che l'immigrazione avrebbe causato quello che viene chiamato dagli economisti “dumping salariale” cioè una corsa al ribasso dei salari nel paese di arrivo, poiché i nuovi arrivati si sarebbero accontentati di condizioni di lavoro nettamente inferiori. Un'altra tesi che viene solitamente avanzata da costoro è quella che gli extracomunitari toglierebbero posti di lavoro per gli italiani,
Entrambe queste tesi, come cercherò di dimostrare, sono errate.
Per capirlo, facciamo due diverse ipotesi di lavoro. Nella prima immaginiamo un'economia che va bene, con un alto tasso di occupazione, alti salari, crescita, ecc. Nella seconda ipotesi faremo invece il caso di un'economia che va male, quindi recessione, disoccupazione, bassi salari.



Immigrazione in un ciclo economico espansivo

Prendiamo il primo caso e immaginiamo vi affluisca una massa di manodopera esterna al sistema. Questa manodopera crea una domanda di beni e servizi. Quindi ci sarà un aumento (indipendente da fattori interni) della domanda aggregata. Siccome siamo in un'economia che va bene, vi sarà una crescita della domanda di lavoro da parte delle imprese a cui corrisponde la crescita della domanda di beni e servizi. Anche se le imprese copriranno la domanda in eccesso assumendo solo lavoratori immigrati, non si avrebbe nessun “furto” di lavoro. Perché quella accresciuta domanda di lavoro da parte delle imprese è dovuta a un'accresciuta domanda di beni e servizi che a sua volta deriva da un aumento demografico. Se non ci fosse stato quel “sovrappiù” di popolazione straniera che avesse prodotto un “sovrappiù” di domanda di beni e servizi, le imprese non avrebbero risposto con una maggiore richiesta di lavoro rispetto all'andamento ciclico del sistema. Di conseguenza, tanti occupati italiani c'erano prima e tanti occupati italiani ci sono ora (e altrettanti disoccupati). Anzi, nel caso in cui, invece, come più probabile, la domanda di lavoro da parte delle imprese dovuta all'aumento demografico fosse assorbita da lavoratori italiani, oltreché stranieri, questa situazione porterebbe a un aumento occupazionale dei lavoratori italiani rispetto all'andamento ciclico del sistema. Gli italiani dunque, in una situazione di crescita economica, beneficerebbero di un aumento occupazionale grazie all'immigrazione. Ma che effetto avranno i salari? Essi diminuiranno a seguito delle richieste più “esigue” della manodopera straniera? Abbiamo detto che siamo in un ciclo di crescita. Dunque i livelli salariali tendono ad aumentare con l'occupazione. Poiché abbiamo visto che i livelli occupazionali complessivi (di italiani più immigrati) non mutano a causa dell'immigrazione (anche se possono beneficiarne gli italiani) non si capisce perché dovrebbero mutare i livelli dei salari. Esiste, al contrario, una ragione politica, e una economica, perché essi debbano restare immutati rispetto all'immigrazione. Quella politica è che in un contesto di bassa (o nulla) disoccupazione il potere contrattuale dei lavoratori è alto. Quindi i salari tendono a essere alti. Di conseguenza, esisteranno vincoli contrattuali che inseriranno gli stessi immigrati in un meccanismo di tutele (sindacali o giuridiche) in modo che questi non potranno abbassare il costo del lavoro. Ma esiste anche una ragione economica. E cioè che in un tale contesto la domanda di lavoro è in eccesso rispetto all'offerta, perciò il prezzo del lavoro sarà alto. Poiché abbiamo visto che l'immigrazione non muta i livelli occupazionali, i salari degli immigrati non si abbasseranno, ma si manterranno allo stesso livello precedente il flusso migratorio.
Dunque, possiamo concludere, che in un'economia in crescita l'immigrazione non causa nessun danno e nessuno squilibrio né al livello dell'occupazione, né rispetto a quello dei salari. I lavoratori “autoctoni” non saranno danneggiati in alcun modo, ed anzi è probabile che se ne avvantaggino sul piano occupazionale.



Immigrazione in un ciclo economico recessivo

Ma cosa succede se, invece, l'economia non si trova in una fase di crescita, ma in una di stagnazione o recessione, con bassa occupazione e bassi salari, come è quella attuale?
Già in base al ragionamento fin qui svolto potremmo concludere che le tesi degli anti-immigrazionisti sono almeno parzialmente errate in ogni caso, poiché quest'ultimo stadio negativo dell'economia non può essere causato da flussi migratori. Abbiamo appena dimostrato, infatti, che l'immigrazione in una fase espansiva non può abbassare né i livelli occupazionali né i salari. Perciò, se da una fase espansiva, si passa a una recessiva, si dovranno cercare altre cause.
Ma, si potrà comunque pensare che l'immigrazione possa aggravare una situazione già compromessa dell'economia. Cosa avviene, occorre perciò domandarsi, se in una fase che già di per sé è recessiva, si introduce un flusso migratorio?
Proviamo ad analizzare i dati. La disoccupazione è alta e i salari in calo. L'eccesso di offerta di lavoro dovuto agli immigrati, dobbiamo chiederci, verrà si o no assorbito dalla domanda di lavoro delle imprese (come abbiamo visto avvenire in una fase di crescita)? In questo contesto recessivo le imprese tendono a non investire e quindi a non assumere. Quindi il maggiore afflusso demografico non sarebbe compensato dall'offerta di lavoro, e la disoccupazione complessiva (cioè di immigrati più italiani insieme è bene non dimenticarlo!) tenderà ad aumentare. Tuttavia, non si potrà dire che gli “autoctoni” abbiano perso il lavoro a causa degli immigrati. L'aumento della disoccupazione è soltanto dovuto a un incremento demografico, non ad un maggior numero assoluto di disoccupati italiani. La condizione di questi ultimi resterà immutata. Cosa accadrà ai salari? Si potrebbe pensare che aumentando la disoccupazione (dovuta all'afflusso demografico) essi si riducano. E senz'altro questa parrebbe una conseguenza plausibile perché il divario tra domanda e offerta di lavoro si allargherebbe e il prezzo del lavoro scenderebbe. Inoltre bisogna considerare un fattore. L'immigrato, che proviene da un contesto socio-economico diverso, può darsi che richieda un differente trattamento salariale. E quindi le imprese potrebbero, dato il ciclo a bassi investimenti, decidere di licenziare lavoratori italiani (più costosi) e assumere lavoratori extracomunitari per ridurre le spese. E anche questo sembrerebbe plausibile. Dunque, dovremmo concluderne che gli anti-immigrazionisti hanno in parte ragione, perché – seppure i flussi migratori non possono causare di per sé recessione – in una fase già recessiva possano aggravare la situazione?
In realtà si rischia di fraintendere la questione se non si individua il contesto globale della recessione, qual è quello attuale. Questo che abbiamo ipotizzato accadrebbe in quello che viene chiamato un “sistema chiuso” e sostanzialmente omogeneo. Ma cosa accade in sistemi aperti non omogenei, cioè dove si hanno diversi livelli di reddito, di occupazione e di crescita economica? Cosa accade cioè, se invece di limitarci a un unica nazione, consideriamo un intero continente, o addirittura l'intera popolazione mondiale? Accade che le condizioni di una data area condizionano quelle di un'altra. È quella che viene chiamata “globalizzazione”. Ogni azienda si trova a concorrere con quella all'altro capo del pianeta, per questo, se i salari della prima saranno più bassi della seconda, anche quest'ultima sarà costretta a ridurli, altrimenti viene tagliata fuori dal mercato. Stessa cosa per l'occupazione. Se i livelli delle retribuzioni sono più bassi in un paese diverso da quello di origine, un'azienda vi si potrà spostare, rilocalizzando comparti produttivi. In sostanza l'effetto è lo stesso che si avrebbe dall'introduzione di lavoratori stranieri in un sistema chiuso durante un ciclo recessivo. Con una fondamentale differenza: che questa condizione è permanente, perché permangono sempre forti squilibri tra le diverse aree del pianeta. Di conseguenza, anche se sparissero tutti gli immigrati, in questo contesto, le aziende non assumerebbero lavoratori italiani, ma procederebbero molto più realisticamente a delocalizzare la produzione. Ma anche qualora un'azienda decidesse di non spostarsi, e di assumere forza lavoro straniera, si troverebbe comunque a dover competere con altre aziende che possono reperire forza lavoro a un costo ancora più basso perché, come dicevamo, si tratta di aree non omogenee. Avranno anche un vantaggio decisivo: che mentre restando nel proprio paese la manodopera a basso costo è limitata dall'entità dei flussi migratori, spostandosi essa è illimitata, e questo ne ridurrà ulteriormente il costo. Perciò, in questo contesto “globalizzato”, anche in una situazione recessiva gli effetti dell'immigrazione sull'economia e sull'occupazione sono nulli, perché la competizione è comunque su scala internazionale. Siamo già in grado di capire, dunque, che gli effetti destabilizzanti non sono causati dall'afflusso di forza lavoro straniera in un dato paese, ma dall'internazionalizzazione della produzione e degli scambi.
Qualsiasi intervento che volesse limitare i flussi migratori sarebbe perciò inutile sul piano economico. Sembra, altresì, che l'attenzione posta sulla questione migratoria, distragga dal vero problema, ovvero, appunto, la “globalizzazione” dovuta alla liberalizzazione totale dei mercati, e a normative sovranazionali penalizzanti per il lavoro; come, solo per citarne una, la Direttiva Bolkenstein, che autorizza un'azienda straniera nel campo dei servizi a mantenere le regole contrattuali del paese di origine.
Solo, dunque, un intervento da parte dello stato, teso a ripristinare la propria autorità sul territorio in ambito economico, potrebbe porre un freno a una situazione che pare incontrollabile.
Si dovrebbe procedere su due piani: da una parte quello legislativo, vincolando le aziende straniere alle normative contrattuali del territorio in cui si trova. Dall'altra su quello economico, sostenendo, con una politica fiscale espansiva, la domanda interna, in modo da permettere alle aziende di poter trovare sbocco alla propria produzione entro i confini nazionali, senza l'ossessione delle esportazioni. Questo, e non il controllo delle dogane, fermerebbe la peggiore forma di immigrazione: quella degli squilibri esterni.
Inoltre, il sostegno della domanda per mezzo di una fiscalità espansiva, provocherebbe la fine della recessione, perché la domanda interna tornerebbe a crescere e si avvierebbe una nuovo ciclo positivo dell'economia. Nel quale, come si è visto, l'immigrazione non causa alcun problema.



Fondi per lo sviluppo o immigrazione?

Gli anti-immigrazionisti sostengono che invece di permettere l'arrivo di extracomunitari bisognerebbe sostenere lo sviluppo dei paesi dai quali provengono, in modo da creare le condizioni perché non siano più costretti a emigrare.
Tuttavia questa prospettiva appare di difficile applicazione. I paesi industrializzati destinano percentuali ridicole del loro PIL alle aree sottosviluppate e i politici, che devono rispondere ai cittadini che li votano, non hanno alcun interesse ad aumentarle in maniera significativa. Non è un caso che anche i politici anti-immigrazionisti che vanno predicando questa tesi non abbiano fatto nulla di concreto perché ciò avvenisse. Se destinassimo percentuali importanti del nostro PIL allo sviluppo (2-3% e anche più) è probabile che ci sarebbe una levata di scudi da parte di quegli stessi che ora lo sostengono, denunciando un presunto “spreco di soldi pubblici”.
Ma anche se si riuscisse a destinare una parte significativa della nostra ricchezza a questo fine ciò potrebbe rivelarsi controproducente, perché potrebbe rendere le economie dei paesi sottosviluppati ancora più dipendenti dalle nostre, avallando un neo-colonialismo che non ha mai portato vantaggi.
Si potrebbe pensare che per aiutare i paesi dei migranti si potrebbero istituire accordi per elevare le tutele del lavoro e i livelli salariali. Ma non si capisce in che modo questo dovrebbe avvenire. Come si fa a imporre a un paese straniero delle normative? Appare difficile pensarlo.
Per capire come aiutare le nazioni sottosviluppate bisogna comprendere quali sono le cause del loro sottosviluppo. Senza addentrarci in un complesso dibattito, diciamo solo che ciò che ha impedito un progresso industriale, economico e sociale in questi paesi è stato proprio l'intervento dell'Occidente nella loro economia e nella loro politica. Si sono imposte a queste nazioni liberalizzazioni selvagge dei loro mercati per l'interesse delle nostre multinazionali, che hanno distrutto le produzioni locali. Inoltre ogni qual volta che il ceto politico dirigente locale cercava di emanciparsi e di realizzare politiche pubbliche espansive i governi occidentali sono intervenuti a impedirglielo, finanziando guerre e colpi di stato. L'idea degli “aiuti” allo sviluppo più che un'occasione di crescita per questi paesi appaiono più come un modo per “lavarsi la coscienza” degli occidentali che hanno creato la miseria di coloro che ora pretendono aiutare. L'unico modo per “aiutarli a casa loro” è quello di smettere di esercitare pressioni politiche sui loro governi, costringere le nostre multinazionali a non finanziare conflitti locali, e istituire accordi internazionali per la protezione (invece che la liberalizzazione) dei mercati di queste aree. I fondi per lo sviluppo sono la versione “dal volto umano” del colonialismo. Pensare che da soli questi paesi non siano in grado di risollevarsi. Lo sarebbero, se noi li lasciassimo in pace rispettando il principio di autodeterminazione.
Ma quello che più ci preme in questa sede è capire se l'immigrazione possa essere o meno vantaggiosa per i paesi di origine.
Innanzitutto bisogna considerare la morfologia del territorio urbano delle aree considerate. Questo è carente di attività produttive, soprattutto industriali, e presenta una rete infrastrutturale insufficiente. In queste condizioni l'unico modo per creare un ciclo economico espansivo è l'impiego di ingenti capitali pubblici, perché i privati non investirebbero mai in settori ad alto rischio. Spesso i governi non sono in condizione di farlo, e perché ostaggio delle multinazionali straniere, e perché i conflitti continui non rendono possibile lo sviluppo, e perché patiscono una dipendenza monetaria (con una valuta a tasso fisso rispetto a un'altra valuta straniera) e non sono liberi di attuare politiche economiche espansive, e per ignoranza.
Ad aggravare la situazione è la condizione demografica. Per un paese in crescita costante la sovrappopolazione non rappresenta un grosso problema (o al più un problema temporaneo) perché
la popolazione in eccesso sarà destinata ad essere assorbita dall'incremento produttivo. Ma per un territorio con gravi carenze infrastrutturali e un apparato produttivo ai minimi termini non è così. La sovrappopolazione rappresenta in questo caso un serio problema.
Ma veniamo ora al punto che ci interessa. Quando una parte della popolazione in eccesso di questi paesi emigra senz'altro sgrava la restante di un peso. Perché crea le condizioni per un miglior rapporto popolazione/risorse. Dato che queste ultime restano più o meno costanti, o non aumentano almeno quanto la popolazione, una decrescita demografica può senz'altro alleviare gli effetti della deficienza produttiva. Essa favorisce una migliore allocazione delle risorse, permettendo una maggiore quantità di beni e servizi disponibili per abitante. Ciò non può che favorire anche gli scambi, perché i mercati saranno alleggeriti dall'eccesso di domanda e i prezzi scenderanno.
Ma esiste un altro effetto benefico sui paesi di origine dell'immigrazione. I migranti mandano parte dei loro risparmi, maturati nel paese in cui lavorano, ai propri familiari in patria. Questi ultimi si trovano così disponibilità di moneta forte in un'economia debole. Questa potrà permettere una crescita della domanda e degli investimenti. Ma non solo. Gli emigrati, dopo un certo numero di anni, spesso ritornano in patria con il denaro accumulato, e lo impiegano nella creazione di attività produttive e di occupazione, oltre che di domanda sui mercati. In altre parole l'immigrazione ha sui paesi di origine lo stesso effetto che potrebbe avere una politica fiscale espansiva. Essa, più di tante “beneficenze”, è un valido sostegno allo sviluppo.
Ma quale effetto ha invece sulle nazioni di approdo? Abbiamo visto che essa non crea svantaggi, almeno in presenza di una adeguata politica fiscale. Ma esistono dei benefici?
Quello che spesso ci si dimentica di considerare quando si tratta il tema dell'immigrazione è la questione delle pensioni che sta diventando un serio problema per i paesi industrializzati. In essi, la percentuale di popolazione produttiva tende a decrescere. Ciò è dovuto a due fattori: innanzitutto l'innalzamento della speranza di vita, grazie al benessere e alle cure mediche. A questo prolungamento della vita però corrisponde una riduzione della natalità (per ragioni che non stiamo qui a discutere, ma lo prendiamo come un dato empirico assodato). Dunque la popolazione non attiva (cioè i pensionati) è in aumento rispetto a quella attiva (chi lavora). I governi spesso rispondono a questo problema allungando l'età lavorativa, ma questo non fa che spostare in avanti il problema (se la natalità continua a decrescere e l'età a prolungarsi) o aumentando le ore lavorate degli occupati. Questo, ovviamente, incide sulla qualità della vita di questi ultimi. Bisognerebbe, piuttosto, promuovere politiche di riduzione della disoccupazione. Ma in che modo l'immigrazione si inserisce in questo contesto? Gli stranieri giungono nelle nostre città per trovare lavoro. Essi rappresentano una fascia di età produttiva, generalmente tra i 25 e i 35 anni. Dunque, il loro ingresso riequilibra il rapporto popolazione attiva/pensionati. In altre parole, i paesi industrializzati generalmente soffrono del problema opposto di quelli sottosviluppati, ovvero tendono alla sottopopolazione. L'immigrazione non fa che “travasare” l'eccesso di popolazione da aree più affollate ad aree meno affollate. Nei paesi di origine questo comporta un migliore allocazione delle risorse rispetto alla demografia del territorio. Nei paesi di approdo alleggerisce il peso della popolazione non attiva sulla parte produttiva. Dunque, in entrambi i casi, riequilibra il rapporto tra popolazione e beni e servizi prodotti.



Squilibri temporanei

Bisogna riconoscere che, anche in una situazione di crescita economica, un flusso migratorio improvviso può causare scompensi temporanei, prima che il sistema si riassesti.
Questo perché esiste un intervallo tra l'ingresso degli extracomunitari e il momento in cui essi troveranno un impiego. Nel frattempo, subendo la disoccupazione un momentaneo, anche se leggero, incremento, questo potrebbe (in caso di un significativo incremento del flusso demografico) causare una certa (più o meno percettibile) decrescita delle retribuzioni e dell'occupazione degli “autoctoni” (o un rallentamento della loro crescita). A questo problema, però, i governi possono ovviare facilmente incrementando la spesa pubblica, o riducendo le tasse, in modo da compensare questo potenziale squilibrio temporaneo destinato in ogni caso a venir riassorbito dal ciclo espansivo dell'economia.



Conclusioni

Abbiamo compreso che l'immigrazione non può causare danni economici alla società che la riceve se questa adotta politiche espansive. Anche in un contesto di politiche deflattive pro-cicliche, ma in compresenza di un'apertura dei mercati (ovvero la situazione attuale) l'immigrazione non avrà effetti, ma a causare grossi problemi sarà l'internazionalizzazione degli scambi e della produzione che provocherà disoccupazione e dumping salariale. L'unico problema si può presentare se le politiche deflattive avvengono in un sistema chiuso, cioè con mercati non internazionalizzati. In questo caso l'immigrazione corrisponderebbe a una loro parziale liberalizzazione.
A entrambi i problemi (concorrenza estera in un sistema aperto, e immigrazione in un sistema chiuso) si può porre rimedio con l'espansione fiscale, incrementando la spesa pubblica e riducendo le tasse e invertendo dunque il ciclo economico. Da una parte, infatti, stimolando la domanda interna le imprese non avranno la “spada di Damocle” della concorrenza estera, perché la loro produzione troverà sbocco sui mercati nazionali, con evidenti vantaggi in termini di occupazione e salari. Questo effetto può essere ancor più marcato con una legislazione che, nel caso servisse, proteggesse i mercati interni.
Dall'altra, l'eccesso demografico può essere assorbito da politiche pubbliche che incentivino l'impiego e la riduzione della disoccupazione.
Con adeguate politiche fiscali, perciò, l'immigrazione non provoca effetti negativi, se non leggermente in un periodo di tempo limitato, ma, anzi, può apportare benefici, sia al paese di provenienza che in quello di approdo. Nei primi riduce la sovrappopolazione e permette di ovviare all'insufficiente circolazione monetaria e alla scarsità di capitali. Nei secondi, invece, allevia la sottopopolazione, sgravando in parte le fasce produttive del peso del sostentamento della popolazione non più attiva.
Non esiste, dunque, una questione immigrazione da un punto di vista economico, in presenza di adeguate politiche pubbliche. Il problema si pone solo laddove si parte dal presupposto, errato, che il governo non possa e non debba intervenire sul ciclo economico. È vero l'opposto, p u ò e d e v e farlo. Ma ha bisogno, ovviamente, del pieno controllo sulla moneta e della Banca Centrale, per attuare i necessari interventi fiscali. Certo, un cultura di tipo neoliberale non aiuta. Non aiuta nemmeno dotarsi di una moneta unica, affidata a una Banca sovranazionale e sovrastatale, come hanno malauguratamente scelto di fare i paesi dell'eurozona. Ma in questo caso, i guai sono ben altri che quelli potenziali dell'immigrazione. Il primo passo sarebbe, quindi, quello di recuperare la piena sovranità economica. Con quest'ultima, infatti, non esiste problema economico non risolvibile per i governi.
La questione si può porre, piuttosto, su un piano socio-culturale. Un'immigrazione troppo rapida e improvvisa può creare tensioni tra gli autoctoni e nuovi arrivati. Ma occorre intervenire nel controllo dei flussi per regolarne la velocità e non, come ci si illude spesso di fare, con una legislazione restrittiva o addirittura una chiusura delle frontiere. Questa non può che provocare sacche di illegalità perché non potendo accedere legalmente si cercherà di farlo illegalmente e offrendo inoltre alla criminalità organizzata (straniera o locale) ampie opportunità di profitto, speculando sulla disperazione dei migranti. In Italia ciò è provocato in particolare da una legge che non permette (ufficialmente) ai migranti di entrare nel nostro territorio senza avere già un contratto di lavoro. Ipocritamente, perché è evidente che senza prima arrivare nel nostro paese gli extracomunitari hanno probabilità pressoché vicine allo zero di trovarvi un impiego. Allora l'unico modo sono i viaggi clandestini, gestiti da criminali senza scrupoli.
Legalizzare l'immigrazione in cerca di impiego, riconoscendo, ad esempio, un periodo di tempo per trovarlo sottrarrebbe il controllo delle tratte alle organizzazioni criminali. Lo stato, inoltre, può occuparsi di impiegare direttamente in aziende pubbliche quella parte di disoccupati (italiani o stranieri che siano) che non vengano assunti da imprese private.
Altrettanto importante è abolire quei lager istituzionalizzati chiamati centri di identificazione, dove gli immigrati attendono in condizioni inumane per un tempo illimitato. Essi non rappresentano soltanto una violazione della dignità della persona, ma sono anche un danno economico perché costringono all'inattività delle persone che potrebbero invece lavorare.


Immagini tratte da:

13 ago 2014

Il mito della flessibilità

Le recenti discussioni sull'articolo 18, o su quel che ne rimane, confermano quanto resista la diffusa opinione, presso i media e gli economisti mainstream, che il problema della disoccupazione vada risolto intervenendo sul piano delle protezioni dei lavoratori. Un eccesso di protezioni giuridiche e sindacali scoraggerebbero le aziende ad assumere, poiché queste non avrebbero la sicurezza di poter licenziare all'occorrenza; tutto questo creerebbe una situazione stagnante in cui le imprese non investono e l'economia è in recessione. Ma nonostante i dati e numerosi e comprovati studi scientifici dimostrino quanto questa mitologia sia sbagliata, essa sembra essere ancora radicata presso il ceto dirigente e la vulgata dei media ed è stata di fatto accettata persino dai sindacati.
Il livello di protezione non incide sul tasso di disoccupazione. Anzi, ridurre le tutele può addirittura rivelarsi controproducente (cfr. http://alzailpugno.it/index.php/en/interviste/17-intervista-al-prof-guglielmo-forges-davanzati) in quanto si è visto che la produttività può risentirne in modo apprezzabile. Non è certo l'eccesso di tutele, la causa della disoccupazione, che ormai ha raggiunto il livello record in Italia, sebbene quello delle tutele sia tra i più bassi al mondo (Fig. 1). In una situazione di crisi come quella attuale le imprese difficilmente saranno portate ad assumere, anche presupponendo una minimizzazione delle garanzie contrattuali. L'errore è quello comune di chi vede la questione sempre e solo dal lato dell'offerta. Secondo questa visione supply siders se c'è poco lavoro vuol dire che esiste qualche fattore esterno al sistema che impedisce alle aziende di investire; burocrazia, tasse, livelli salariali, tutele contrattuali, ecc. In realtà, come ci insegnano non solo la documentazione empirica ma anche il semplice buon senso, in un clima di sfiducia dei mercati e in una condizione recessiva dell'economia, le imprese non investono perché sanno che i consumi restano bassi, e del resto le banche non concedono finanziamenti. Il vero problema, invece, risiede nella domanda aggregata. È su quest'ultima che si dovrebbe innescare un circolo
Figura 1
virtuoso dell'economia e favorire l'occupazione. Ma questo significherebbe, ovviamente, dover usare la leva della spesa pubblica, e innalzare significativamente il deficit pubblico e, appare chiaro che, nell'era della
spending review e del patto di stabilità, ciò è considerato tabù. Così non resta che allinearsi al coro dei fantasiosi cantori del mercato flessibile – che si tratti della cosiddetta “flexicurity”, delle “tutele crescenti” o quant'altro produca la prolifica immaginazione di costoro, poco cambia – e invocare la liberalizzazione selvaggia dei contratti lavorativi, gettando ulteriore benzina sul fuoco. Infatti, in una situazione di deflazione, ridurre le garanzie, o quel poco che ne rimane, porterebbe, direttamente o indirettamente, a un ulteriore crollo dei salari, e questo non può che causare un ulteriore calo della domanda. Non c'è stato, invece, nessun beneficio per l'occupazione, come mostra il grafico (Fig. 2). L'introduzione di contratti di lavoro flessibili non ha apportato miglioramenti su questo piano. Nei primi anni dell'euro si è avuto un afflusso di capitali, a causa del tasso fisso della valuta che rassicurava le banche, Ma dallo scoppio della crisi, il livello dei senza impiego è cresciuto vertiginosamente e non si è più fermato (mentre in altri paesi fuori dall'eurozona si assistiva a un'inversione di tendenza) fino a raggiungere il 13% (ufficiale) attuale.
Il dato della disoccupazione, tirato fuori solo quando fa comodo a certi guru neoliberali, viene usato pretestuosamente, per avallare riforme (o sarebbe meglio dire controriforme) che nulla hanno a che vedere con essa. Il vero fine è soltanto il continuo attacco nei confronti del lavoro, organizzato secondo un piano stabilito dalle élite, e che si è concretizzato nel nostro paese a cominciare dagli anni '90, con la riforma Treu, la prima ad avere introdotto massicciamente la flessibilità in Italia.
Cerchiamo di analizzare le varie tappe di questo piano.

  1. Formare un ceto politico compiacente, che si assuma l'incarico di scardinare l'impianto legislativo a tutela del lavoro. Questo compito è quello che ha ricoperto in Italia il centrosinistra degli anni '90, abiurando la propria tradizione lavorista.
  2. Far prevalere presso i sindacati una linea non conflittuale e concertativa, che riduca la lotta e i conflitti e cerchi sempre l'accordo.
  3. Condurre una martellante campagna mediatica che decanti le presunti virtù salvifiche della flessibilità e dipinga a tinte fosche l'antico e superato “posto fisso”.
  4. Stabilire un tasso di cambio fisso della moneta, mettendo fuori mercato le merci delle industrie dei paesi mediterranei che in questo modo sono incentivate a disinvestire e a delocalizzare la produzione.

Figura 2
Questo piano ha comportato una progressiva erosione dei salari e una caduta dei consumi.
Ma il vero motivo per cui le élite capitaliste e i loro istrioni continuano a propugnare leggi sulla flessibilità non è il contrasto della disoccupazione, ma la guerra di classe condotta contro i lavoratori.
Come infatti ci insegna Marx, in una situazione di espansione della produzione capitalistica si ha una caduta tendenziale del saggio del profitto, per cui, i mercati si saturano, e non è più possibile assicurare gli stessi margini di profitto di un tempo. Così le imprese disinvestono, cercando di ridurre i salari, delocalizzando la produzione laddove trovano manodopera a bassissimo costo e licenziando. Soltanto un intervento della finanza pubblica potrebbe, keynesianamente, scongiurare una crisi, permettendo alle imprese di tollerare alti livelli occupazionali e assorbendo la manodopera in eccesso attraverso impieghi pubblici. Questa situazione, dunque, implicherebbe un crescente intervento dello Stato nell'economia (che è l'antitesi della concezione neoliberale) che potrebbe condurre anche a nazionalizzazioni di alcuni comparti produttivi. Ma, tutto ciò, capace di garantire il pieno impiego attraverso il sostegno pubblico all'occupazione, spaventerebbe le classi capitalistiche. Come faceva notare Kalecki, il capitalista è finanche disposto a rinunciare a una parte dei propri guadagni, pur di non dover fronteggiare una classe operaia forte e agguerrita. È infatti chiaro che, in un'ipotesi di piena occupazione, si moltiplicherebbe il potere contrattuale dei lavoratori e i capitalisti si troverebbero a fronteggiare una situazione sociale densa di scioperi e conflitti, con i salari in continua crescita.
Bisognava costringere i governi, invece, per rendere innocua la classe lavoratrice, a tagliare la spesa pubblica e a mantenere i deficit di bilancio a livelli minimi, e il metodo che è stato escogitato per questo fine è proprio l'unione monetaria con i trattati europei annessi. In questa situazione, che imbriglia gli Stati ossessionati dai propri bilanci, la flessibilità viene presentata come unico metodo per arginare la crisi, quando in realtà può soltanto aggravarla.



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23 lug 2014

Giù le mani dalla spesa pubblica

Poche cose sembrano mettere d'accordo tutti gli esponenti del ceto politico e di quello accademico come l'invincibile luogo comune sulla presunta necessità del taglio della spesa pubblica.
Trasversalmente agli schieramenti politici è in voga indicare la spesa pubblica come causa di tutti i mali economici dell'Italia. Questo malgrado i dati mostrino come in realtà quella italiana sia tutt'altro che elevata (Fig. 1) e negli ultimi anni essa sia costantemente diminuita fino a scendere al di sotto della media dell'Eurozona (Fig. 2).
Ma queste drastiche cure “dimagranti” non hanno sortito gli effetti annunciati, anzi, hanno ancor più depresso la domanda e spinto sempre più la Penisola nel baratro che essa stessa si sta scavando.
Dire che il taglio della spesa pubblica in un periodo di crisi galoppante e disoccupazione ai massimi livelli rappresenta un suicidio non è eterodossia ma l'alfabeto della macroeconomia.
Fig. 1
La riduzione della spesa viene presentata come premessa per permettere la crescita economica.
La scuola neoliberista classica caldeggia una parallela riduzione della pressione fiscale in modo da incentivare i consumi e quindi la produzione. In realtà questa è soltanto un'ipotesi irrealistica. Durante una fase depressiva una riduzione delle tasse non rappresenterebbe, di per sé, un incentivo alla domanda aggregata. Aumenterebbe, semmai, il tasso di risparmio, e sarebbe liquidità sottratta al circuito economico e perciò stagnante. Ma lo stesso concetto che è implicito in una simile proposta è qualcosa di profondamente errato. Che una semplice ridefinizione del bilancio dello stato, lasciandolo però quantitativamente immutato, possa comportare una crescita del Pil è aritmeticamente impossibile. Solo a una crescita del deficit dello stato, come propugna la Modern Money Theory, può corrispondere un saldo positivo del settore privato. Pertanto spostare le uscite dello stato dalla spesa verso alleggerimenti fiscali dal punto di vista contabile non aggiunge un centesimo. Esso si rivela, anzi controproducente, perché è provato che il moltiplicatore della spesa sia superiore a quello delle tasse. Le fasce più deboli sono esenti da imposte e per quelle più ricche si tratterebbe di un aumento di capitali finanziari che non intaccherebbe il livello dei consumi. Per la stessa ragione, anche pensare di aumentare il deficit usando la sola leva fiscale potrebbe non dare risultati. Certo, è innegabile che il livello di imposizione fiscale in Italia sia eccessivamente elevato e vada ridotto. Ma ciò può essere efficace solo in concomitanza con un quantomeno identico incremento della spesa dello stato.
Fig. 2
Esiste, tuttavia, un'altra versione di questa retorica che chiede di ridurre le cosiddette “spese inutili” ovvero quelle per il funzionamento dell'apparato burocratico statale e per la retribuzione degli amministratori. Peccato, però, che che i cosiddetti “costi della politica” siano soltanto una parte insignificante dell'intera spesa che lo stato è costretto a sostenere (Fig. 3). E del resto neanche in questo caso ci si può sottrarre alla logica della contabilità che asserisce come uno spostamento di risorse non può essere mai un'aggiunta.
L'unica vera crescita può derivare, in un periodo di crisi, da un solo fattore, lo Stato.
Non è riducendone il peso che si consente ai mercati di espandersi come vorrebbe la propaganda neoliberista. È, al contrario, soltanto la spesa pubblica che può interrompere il ciclo depressivo instauratosi.
Un aumento delle assunzioni nella pubblica amministrazione (in direzione, dunque, diametralmente opposta rispetto alla linea seguita dell'attuale governo) un piano nazionale di opere pubbliche, il miglioramento dei trasporti e della rete viaria (al di là del clamore di isolate e inutili opere faraoniche) il miglioramento dei servizi, la nazionalizzazione dei comparti industriali strategici, sarebbero i provvedimenti che potrebbero mettere fine alla spirale recessiva.
Fig. 3
Ma contro tutto questo, oltre che una tanto diffusa quanto annosa retorica, vi è l'ostacolo dei trattati europei e della moneta unica che impediscono qualsiasi aumento di deficit e una politica anticiclica.
Bisogna mettere in guardia dai falsi profeti. Se ripresa ci sarà potrà venire soltanto da un innalzamento significativo del disavanzo pubblico e da un aumento della spesa pubblica oggi ridotta ai minimi termini.



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