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31 ago 2017

Limiti e degenerazioni del nominalismo femminista


Con "nominalismo femminista" intenderemo la tendenza ricorrente tra le femministe contemporanee, a intervenire al livello dei segni per condizionare la percezione e la rappresentazione dei soggetti in modo non discriminatorio. Questa è la ragione dell'insistenza sulla vocale femminile da usare al posto di quella maschile, che servirebbe, a loro dire, a castrare le donne o a impedirne l'accesso a certi ruoli sociali (dire avvocato, dottore, presidente, ecc. soltanto al maschile significa pensare implicitamente questi ruoli di pertinenza esclusiva degli uomini).
Quest'idea nasce dal concetto di "politically correct", sviluppato nelle università statunitensi, il quale si basa su una tesi: la lingua non è neutra, non è indifferente rispetto alle visioni del mondo, ma è connotata ideologicamente. Di conseguenza, per evitare l'esclusione di alcuni gruppi sociali (le donne, i neri, gli omosessuali, i disabili, le minoranze religiose, ecc.) bisogna cambiare il lessico.
L'idea non è cattiva di per sé e contiene un fondo di verità. Davvero la lingua non è neutra, davvero è un veicolo di ideologia e davvero i significanti determinano i significati. 
Tuttavia essa presenta un limite importante. Nella sua formulazione, infatti, non è stata storicizzata. Di conseguenza si tende a pensare che certi significanti veicolino SEMPRE certi significati e non altri. Questo perché i teorici del politically correct hanno finito per intendere la lingua come un fatto non ulteriormente determinato. Il "parlare", cioè, determina il "parlato" come, però, se non fosse a sua volta determinato. Eppure c'è una relazione inestricabile tra significante e significato, tra la forma e l'oggetto del discorso.
In altre parole, hanno voluto analizzare la società a partire dalle strutture linguistiche, ma si sono dimenticati, poi, di fare l'inverso: analizzare le strutture linguistiche a partire dalla società. Il risultato è stato che la società è cambiata, e con essa la lingua, e loro non se ne sono accorti. 
Cosa c'è che non funziona nel "politically correct" (continuerò a scriverlo in inglese per non dimenticare la sua origine anglofona, che è tutt'altro che indifferente) e nel nominalismo femminista? Una mancata comprensione non a livello linguistico, ma al livello dei rapporti economici e sociali. Il lessico discriminatorio esisteva all'interno di un certo tipo di società, nella quale l'esclusione di alcuni gruppi sociali era un carattere primario e necessario alla struttura di classe. I neri degli Stati Uniti dovevano essere discriminati per poter essere prima sfruttati nelle piantagioni come schiavi e poi come manodopera a basso costo. Le donne, invece, dovevano essere escluse da alcuni ruoli sociali, in modo da conservare integra la proprietà delle classi egemoni nella successione e tramandarla interamente (o principalmente) al primogenito maschio. Ma lo sviluppo del capitalismo ha fatto sì che questa conformazione dovesse essere superata, perché le donne servivano. Per allargare la produzione, e creare quindi quadri intermedi, bisognava permetter loro di entrare nel circuito produttivo con la speranza di fare carriera fino ai massimi livelli. Ciò poneva, inoltre, come necessità imprescindibile, l'espansione dei consumi, e quindi il lavoro, anche ben retribuito, della donna. Tra l'altro un certo femminismo non liberale era fortemente critico rispetto all'inclusione della donna nell'organizzazione produttiva e nel perseguimento dell'eguaglianza attraverso l'imitazione e la riproduzione della società maschile. Purtroppo queste voci rimasero per lo più inascoltate. L'espansione capitalistica implicava sempre più il coinvolgimento della donna non solo nella produzione ma anche nei consumi. Perciò tutti quei limiti che fissavano la donna in un certo ruolo dovevano venire a cadere. Questi limiti riguardavano in particolare la sfera sessuale e dei costumi. La donna non doveva più essere castrata dal padre-marito, ma disinibita, non doveva celarsi, ma mostrarsi. 
Che relazione ha tutto questo con la lingua? la sua funzione discriminatoria viene a cadere e viene sostituita da una funzione inclusiva. Per questo oggi si cerca di ridefinire il lessico in modo da includere le donne (come anche omosessuali, trans, ecc., anch'essi categorie da sfruttare consumisticamente). La lingua non ha più una funzione discriminatoria, "sessista", nei confronti delle donne, seppure restano delle sedimentazioni. Anzi, queste sedimentazioni a livello simbolico servono proprio a legittimare la strategia inclusiva del capitalismo contemporaneo e a inserire le donne (e per loro tramite anche gli uomini) nei meccanismi di consumo: vi vogliono coprire? mostratevi! vi vogliono castrare? sessualizzate il vostro corpo! vi vogliono impedire di raggiungere i massimi gradi della gerarchia sociale? fate carriera!
Il linguaggio maschilista non ha più una funzione di esclusione. Anzi, ne nasce uno nuovo che ha il preciso scopo di includere. Lo vediamo non solo nel lessico che ci impone di dire, contravvenendo perfino alla sintassi (con l'incredibile accordo da parte di molti linguisti, o forse non così incredibile) "avvocata", "presidenta", "dottora" (quando il suffisso femminile esiste già in -essa) ma anche in altre forme di comunicazione, nella pubblicità, nella moda; nella lingua, soprattutto quella giornalistica, fa un uso abnorme di neologismi e di anglicismi (l'utilità dell'inglese per il linguaggio inclusivo lo vediamo, ad esempio, nell'uso dell'espressione "sex worker" al posto di "prostituta", con il fine di liberalizzare il sesso a pagamento). 
I condizionamenti linguistici e simbolici esistono, eccome, ma oggi servono non per discriminare le donne, ma per includerle nel sistema di consumo e per sfruttarne il corpo come merce. Questo, ahimè, le femministe, salvo sparute eccezioni, tardano a capirlo, e collaborano esse stesse allo sfruttamento post-patriarcale e ultra-capitalistico della donna.

30 giu 2017

La squallida festività del centro commerciale*

“Aperto anche a Pasqua” è la scritta che molti hanno potuto leggere all’ingresso di molti negozi in tutta Italia, e che vedranno sempre più spesso negli anni a venire.
Ma i lavoratori dell’outlet di Serravalle Scrivia non erano d’accordo. Così due cortei hanno bloccato le entrate, per impedire l’accesso a imperterriti clienti decisi a trascorrere un giorno di festa, uno degli ultimi ancora liberi dallo sfruttamento, nel tempio del consumo. Ma a quanto pare ad alcuni irriducibili consumatori non sono bastati neanche i picchetti e gli insulti dei manifestanti per convincersi a desistere.
Molti lavoratori non hanno partecipato alla protesta, e perché costretti dai capi, e perché rassegnati a una vita sacrificata sull’altare del Dio Capitale. E la rassegnazione emerge dalle parole del sindaco del paese, che su di essa ha trovato motivo di lucro, economico ed elettorale: “Siamo in un’economia di mercato” dice “Io comunque non avrei potuto fare nessuna ordinanza per chiudere, anche perché siamo zona turistica”. Il centro commerciale porta soldi e turisti, e l’economia urbana non può che giovarne. “Siamo in un’economia di mercato”, è il capitalismo, bellezza!
Le liberalizzazioni degli orari hanno progressivamente ridotto il tempo libero (dove “libero” deve intendersi non soltanto come non occupato dal lavoro individuale ma nemmeno dal consumo). Prima si è cominciato ad aprire i supermercati saltuariamente di domenica, poi si è approdati all’apertura domenicale fissa, infine si è passati ad aperture eccezionali a Natale, a Pasqua, a Capodanno. Persino il 25 aprile, la Festa della Liberazione e il Primo Maggio, Festa dei Lavoratori, quasi con una triste e cinica ironia. Alcune grandi catene hanno addirittura pensato di introdurre l’apertura di ventiquattro ore, sull’esempio degli Stati Uniti, dove ormai è da tempo una prassi consolidata. L’Italia in questo campo, come direbbero i cantori del “progresso” neoliberale, non è “rimasta indietro”: siamo l’unico paese in Europa a non aver nessun tipo di restrizione sugli orari degli esercizi commerciali. E laddove esistono ancora lavoratori recalcitranti ci pensano i contratti flessibili e la minaccia dei licenziamenti “facili” a far loro cambiare idea.
Il valore di scambio colonizza tempi e spazi. Lavora di più, chi può lavorare, perché chi non lavora abbassi le pretese e non sia troppo “choosy”, come diceva un ex ministro in lacrime; e tutti quanti, poi, consumano. E perché questo avvenga nuovi spazi devono essere strappati alla vita comunitaria, a ciò che ne rimane, o alle rare nicchie di ambiente non ancora urbanizzato, per essere messi a profitto dalla produzione-consumo. Supermercati, grandi catene, negozi che contengono altri negozi al loro interno come scatole cinesi, vere e proprie città consumistiche, l’ultima frontiera della grande distribuzione.
L’outlet di Serravalle Scrivia è una delle tante cittadine commerciali – la più grande d’Europa – dove la gente può passeggiare, girando per i negozi attaccati l’uno all’altro, scorrendo di vetrina in vetrina, arrivando a mani vuote e andandosene, al calar del sole, carica di buste gonfie di merce acquistata in saldo. È l’esemplificazione perfetta di come il capitalismo abbia colonizzato tutti gli spazi e tutti i tempi di esistenza, e di conseguenza l’immaginario e le (in)coscienze. Probabilmente, molti di coloro che la domenica sono immersi nella gioia effimera della liturgia consumistica, il giorno dopo dovranno tornare a lavorare in un altro centro del consumo. Turni massacranti, contratti flessibili, con la minaccia del licenziamento o del mancato rinnovo, che il capitalismo postmoderno costringe ad accettare quasi con un senso di colpa, perché il lavoro è poco e chi ce l’ha deve essere grato e non fare tante storie. Ma quando non si lavora non si riesce a fare nient’altro che far lavorare altri, i quali producono non per quello di cui la società umana abbisogna, ma perché altri possano consumare. E tutto si svolge in questa turnazione, dove il lavorare-per-il-consumo si alterna al consumo: il valore di scambio forgia per intero le nostre vite. Si arriva al paradosso che se anche esistessero turni e orari più umani, molti non saprebbero che farsene, se non trascorrere il tempo in qualche grande catena, in un fast-food o in un parco divertimenti, con tutta la famiglia al seguito. Perché la colonizzazione dei luoghi e dei tempi non è qualcosa di meramente negativo, che sottrae ai luoghi e ai tempi liberi, ma è la loro modulazione, definizione, la loro stessa creazione e ideazione.
Un esempio illuminante è la mutazione della piazza – e l’Italia urbana, si può dire, si è fondata sulla piazza. Da centro e fulcro della vita pubblica cittadina sia religiosa (la chiesa) che laica (Il Comune, la Prefettura, ecc.) a non-luogo, simulacro di se stesso per attrarre turisti. La piazza, nella postmodernità, ha perduto la sua centralità come luogo della vita comunitaria e politica della popolazione urbana (anche perché praticamente non esiste più una vita comunitaria e politica). Le piazze d’Italia, nella loro magnificenza ereditata dal passato, sono state riadattate a luogo di semplice transito pedonale, “appoggio” per i locali, i bar e i ristoranti che vi si affacciano invadendola con i loro tavolini, cartoline turistiche, parcheggi (a pagamento) dove depositare l’auto per recarsi a lavorare o a consumare. Non più centri del pubblico, del collettivo e del politico, ma propaggini del mercato, del profitto e dell’individualistico.
Non bastano, quindi, le sacrosante rivendicazione lavorative, soltanto simulate dai sindacati e di cui oggi ci sarebbe bisogno urgente; per sfuggire alla morte civile e ripensare a un’autentica ribellione alla costellazione capitalistica odierna bisogna ridefinire gli spazi e i tempi, modellati dalle esigenze del profitto e del consumo, sulla base di istanze non consumistiche e non capitalistiche, di vita associata e di politica intesa nel suo più alto significato.









*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente

31 mag 2017

Carità di Stato*

Lo hanno chiamato “Reddito di inclusione” il contributo del governo per le famiglie al di sotto della soglia di povertà assoluta, che dovrà sostituire il precedente “Sostegno per l’inclusione attiva”. Al di là del lessico, si tratta di qualche leggero ritocco che lascia inalterata la sostanza.
Rimane la concezione dell’assistenza pubblica come “carità di Stato” che ha sostituito lo Stato sociale. Si tratta di un contributo che potrà servire soltanto, nel migliore dei casi, ad alleviare la condizione di sofferenza di una parte ristretta di popolazione, senza però mutare di una virgola gli equilibri economici.
Già il nome tradisce una falsa coscienza dei suoi propugnatori, infatti l’“inclusione” che viene proclamata come scopo del sussidio, il quale dovrebbe mirare al reinserimento nel lavoro, non si dà poi concretamente; sono del tutto assenti politiche per il lavoro, per la riduzione della disoccupazione e per l’aumento dei salari. Se permangono le condizioni che determinano uno dei livelli di disoccupazione più alti di tutta la storia dell’Italia repubblicana non si capisce in che modo il contributo dovrebbe “includere” i poveri a cui sarebbe destinato.
Per di più, nel frattempo, il governo intende tagliare la spesa: quindi da un lato si dà denaro ai poveri, dall’altro glielo si toglie attraverso la contrazione dei servizi pubblici. È il solito gioco a somma zero (se non addirittura in positivo per il bilancio pubblico e in negativo per l’economia, in ossequio alle norme del Patto di Stabilità e del Fiscal Compact) che sposta fondi da una parte all’altra.
Il “Reddito di inclusione” è solo una delle tante varianti di integrazione del reddito. Questa si basa su tre impliciti assunti, ovvero: a) che permarrà sempre un certo livello di disoccupazione, b) che ci sarà sempre una fascia di popolazione con un reddito insufficiente e c) che la povertà e la disoccupazione saranno, per questa fascia di popolazione, caratteri cronici.
Poiché i suddetti tre punti sono considerati “naturali” e imprescindibili, lo Stato deve rinunciare a contrastarli, limitandosi ad attutirne gli effetti. È più o meno lo stesso concetto alla base dei cosiddetti “ammortizzatori sociali” del social-liberismo: invece che garantire la sicurezza e condizioni minime per i lavoratori lo Stato può solo “ammortizzare” i danni provocati dal mercato sregolato. Si osservi che ciascuno dei precedenti tre punti corrisponde a un preciso interesse delle classi capitalistiche, cui lo Stato dichiara implicitamente di non opporsi e anzi di dare pieno spazio: per quanto riguarda a), infatti, come sapeva bene Marx, il capitale ha bisogno di un “esercito industriale di riserva”, una massa enorme di disoccupati cui attingere all’occorrenza. Inoltre un alto livello di disoccupazione rende i lavoratori deboli contrattualmente di fronte alle richieste dei capitalisti. Infine b) e c) corrispondono a rapporti economici totalmente sbilanciati a favore del profitto in assenza di tutele giuridiche per i lavoratori e le fasce più deboli e quindi di costrizioni per il capitale. In altre parole, l’integrazione del reddito è l’accettazione dei rapporti capitalistici, in particolare nella loro versione neoliberista.
Un altro esempio di integrazione del reddito è la Legge Hartz tedesca, voluta dai socialdemocratici e applicata anche dai conservatori. Essa prevede l’obbligo per il sussidiato di accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione, pena la perdita del sussidio. In questo caso la variante tedesca determina anche, oltre che la sanzione di dati rapporti capitalistici a favore del capitale, l’arretramento delle condizioni salariali, poiché mina ulteriormente il potere negoziale dei lavoratori: l’imprenditore è libero di rifiutare di assumere il prestatore di lavoro, ma quest’ultimo è costretto ad accettare qualsiasi impiego; il lavoratore è sempre esposto alla costrizione del bisogno, ma in questo caso si aggiunge una nuova costrizione, cioè il ricatto dello Stato.
Questo punto della legge Hartz, bisogna notare, è ripreso in numerose formulazioni del Reddito di Cittadinanza, che è la variante più famosa e punto principale del programma economico del Movimento Cinque Stelle (ma non solo). Il Reddito di Cittadinanza è un sussidio che dovrebbe estendersi o a tutti, oppure, un po’ meno irrealisticamente, a tutti i disoccupati. Tuttavia nella sua essenza non muta e prevede sempre l’accettazione del quadro economico dato. Non è un caso se il dibattito pubblico sull’integrazione del reddito, soprattutto sul Reddito di Cittadinanza, è diventato centrale solo in una fase storica in cui il capitale è in una condizione di massima forza e il lavoro in una di massima debolezza.
Può sembrare strano, oggi che anche la sinistra ha assunto l’integrazione de reddito, in tutte le sue varie forme, come il faro del proprio orientamento programmatico sull’economia e sul lavoro, ma Friedrich Von Hayek, il massimo teorico del neoliberismo, ne parlava già e ne auspicava l’introduzione, non per scopi filantropici (che in realtà, come si è visto, nascondono una falsa coscienza)  ma perché “i poveri non raggiungano un grado di disperazione tale da rappresentare un pericolo fisico per le classi ricche”. Quello che spinge Hayek a proporre un sussidio di povertà è una concezione integralmente di classe. Non si tratta di eliminare la povertà, cui Hayek, come qualsiasi liberista (che sia col suffisso liberal- o social-) non è interessato, ma di impedire che i poveri sprofondino in una condizione tale da alimentare un malcontento sociale foriero di instabilità politica, quando non addirittura di una rivoluzione o un “pericolo fisico” per le classi dominanti.
E qui veniamo all’ultimo scopo dell’integrazione del reddito, che è, come gli altri tre, di classe, ma a differenza di essi principalmente politico: il controllo delle classi subalterne e la difesa delle condizioni politiche di conservazione del capitalismo.
Da quanto detto emerge come l’integrazione del reddito, in tutte le sue forme, non miri affatto a ridurre la disoccupazione o la povertà come dichiara, ma serva soltanto a sancire rapporti economici capitalistici in una condizione di forza per il capitale, sia dal punto di vista economico che politico. Che più o meno tutte le grandi formazioni politiche italiane lo abbiano incluso nel loro programma dovrebbe essere un dato molto indicativo.















*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



6 mag 2017

Marx risponde a Briatore*

Con la legge di bilancio è stata approvata la cosiddetta "flat tax", l’imposta fissa per i grandi patrimoni per attrarre ricchi nel nostro paese. A quale scopo? Per comprendere il modo di pensare che ispira questa norma bisogna ascoltare le parole di Flavio Briatore, il quale ha commentato “Finalmente una legge che serve a fare arrivare in Italia un po' di gente ricca. Farà girare soldi e lavoro”. Il milionario aggiunge sprezzantemente: “in Italia di poveri ce ne sono già abbastanza e a quanto mi risulta non hanno mai creato lavoro”. Ovviamente egli non è certo un giudice imparziale sul tema, tuttavia non ha fatto che esprimere in modo forse un po’ più urtante ciò che viene spacciato dagli opinionisti dei quotidiani e dai media come verità indiscutibile. L’idea, cioè, che il capitalista “crei lavoro”. È un’idea che ha avuto particolare successo in Italia dall’inizio della carriera politica di Berlusconi, i cui sostenitori, per giustificarla, solevano dire: “ha creato milioni di posti di lavoro” in contrapposizione a una “casta” politica descritta come parassitaria. Questa idea era alla base anche delle privatizzazioni dei governi di centrosinistra e della precarizzazione del lavoro, che avrebbe dovuto, a loro dire, indurre ad assumere e attrarre i capitali esteri. Eppure, nonostante tutte queste norme a favore dei “creatori di lavoro”, la disoccupazione in questi anni è aumentata, registrando il suo massimo storico per quella giovanile.
Certo, pensare al lavoro come a un “posto”, quasi si trattasse di una poltroncina di un teatro, non aiuta un corretto modo di intenderlo. Induce a credere, quasi inconsciamente, che il lavoro sia un luogo fisico, che quindi possa essere “costruito” come una cosa: eppure il lavoro non è una cosa, ma una attività umana, ovvero una relazione tra cose; però non una relazione qualsiasi, bensì tale da essere predisposta secondo scopi umani. È una differenza ontologica non secondaria. Perché se il lavoro è una relazione e non una cosa la sua esistenza dipende da un certo contesto preordinato e da un certo interagire tra gli individui prolungato nel tempo. Se uno di questi fattori muta o scompare è possibile che il lavoro come attività cessi di esistere, mentre le cose una volta create continuano ad esserci indipendentemente da tutto il resto (a meno che un agente esterno deliberatamente non le distrugga).
Se dovessimo considerare una concezione del lavoro che possa piacere a Briatore e ai suoi simili, quella liberale, il lavoro è il risultato dell’incontro di due variabili: la domanda (quella dell’imprenditore) e l’offerta (quella del lavoratore). L’imprenditore mette a disposizione del lavoratore i mezzi per produrre e gli corrisponde un salario, in cambio terrà per sé una parte del ricavato (profitto). Come si può facilmente notare non c’è in questa concezione, la più favorevole a quelli come Briatore, niente che possa far pensare al capitalista come a un “creatore” di lavoro. Per la stessa ragione per cui l’acquirente di un paio di scarpe o di un chilo di pane non è il creatore delle scarpe o del pane. Dal punto di vista fisico e materiale, in base a questa interpretazione, il creatore del lavoro è il lavoratore stesso. Ma volendo estendere la definizione di “creare” a un significato più sociologico, si potrebbe dire che il lavoro sia il risultato dell’incontro di domanda e offerta. Ma anche in questo caso l’imprenditore non crea alcunché, il lavoro è l’intersezione di due interessi diversi e convergenti.
Questo secondo l’idea non di chi scrive ma dei liberali. Qualcuno potrebbe obiettare che il lavoratore non potrebbe lavorare senza che il capitalista gli metta a disposizione i mezzi di produzione e un salario per vivere (o per sopravvivere). Ciò è in parte vero, ma non ancora dimostra che sia il capitalista a creare lavoro. Infatti non bisogna confondere la predisposizione delle condizioni per la creazione con la creazione stessa: l’allevatore fa ingrassare l’animale, il macellaio seleziona il taglio, ma è soltanto il cuoco a creare il piatto di bistecca alla fiorentina. Senza la preparazione dell’allevatore e del macellaio quest’ultimo non avrebbe potuto, certo, creare il suo piatto; ma resta il fatto che è lui, e non gli altri, ad averlo creato.
Tuttavia, potrebbe insistere il nostro critico, seppure egli non è il creatore autentico, resta il fatto che la sua opera è indispensabile per la creazione stessa, dato che egli mette a disposizione del lavoratore gli strumenti per lavorare. Quindi l’espressione “creare lavoro” potrebbe essere intesa come “creare le condizioni per il lavoro”.
Ma quali sono queste condizioni? I mezzi di produzione e il salario. Cioè, in sostanza, il capitale. A questo punto però, se si vuole essere onesti, bisogna portare l’indagine fino in fondo e domandarsi da dove provenga il capitale. A tale domanda rispose già, nel modo più completo ed elegante, Karl Marx. Marx distingue tra capitale costante, costituito dai mezzi di produzione, e il capitale variabile, cioè i salari. Dato che il capitale costante è, per definizione, costante, l’unico modo per espandere il profitto o plusvalore è ridurre l’incidenza del capitale variabile, cioè, in sintesi, far lavorare più ore il lavoratore o, il che è lo stesso, abbassargli il salario. Al lavoro necessario per produrre il proprio salario, infatti, il lavoratore dovrà aggiungere un pluslavoro per retribuire il capitalista.
Sono i lavoratori stessi a produrre il capitale. Del resto, da cosa sono prodotti i mezzi di produzione se non da altri lavoratori, siano essi tecnici e ingegneri o manodopera? In fin dei conti si può pensare al lavoro senza il capitale, ma non si può pensare al capitale senza il lavoro. Ribaltando la frase di Briatore, perciò, si può dire che non sono i ricchi a creare lavoro, ma è il lavoro a creare i ricchi.
E allora perché una tale errata convinzione è così diffusa nella nostra società? A questa domanda risponde sempre Marx ricordandoci che le idee dominanti sono le idee della classe dominante, alla quale appartiene Briatore. La classe dominante ha tutto l’interesse a pensarsi e a farsi pensare come indispensabile e benefica. Essa deve in qualche modo giustificare le immense ricchezze che ha concentrato ed è per questo che asserisce – attraverso i media che possiede – che di una tale concentrazione c’è bisogno per il bene di tutti.
E allora ecco che invece di dire che il capitalista si appropria del lavoro, si dirà che egli lo crea! Invece di dire che il lavoratore retribuisce i suoi profitti si dirà che egli retribuisce il lavoratore! Invece di dire che non crea nessuna ricchezza ma la sposta soltanto nelle proprie mani, si dirà che egli la produce!
E così i politici ridurranno loro le tasse, perché così, dicono, ci saranno più investimenti, privatizzeranno perché così, assicurano, ci sarà più efficienza, aboliranno le tutele dei lavoratori perché così, promettono, ci sarà più lavoro. E gli elettori ci crederanno, temendo che se non si facesse tutto ciò sarebbe il disastro.
“Bisogna attrarre i capitali esteri”: è questa la più comune formulazione della frase di Briatore. Fare dell’Italia un paradiso per ricchi di tutto il mondo non renderà l’Italia ricca; Non è migliorando le finanze già eccellenti dell’1% che si migliorano le condizioni di vita dei suoi cittadini. Esiste solo un mezzo che può essere adatto allo scopo e quel mezzo è lo Stato, lo “spettro” più temuto. Non a caso sentiamo ripetere, da quelli stessi che invocano la venuta dei capitalisti di ogni dove, che di esso ci si deve sbarazzare.
















*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



Immagine tratta da: https://socialhistory.org/en/news/marx-engels-papers-completely-available-online

27 feb 2017

Uomini e robot nella società contemporanea*

Nel corso di un recente discorso, il Presidente Mattarella ha fatto riferimento al cosiddetto “Modello 4.0”, intendendo l’introduzione di nuovo tecnologie nell’economia per rendere più veloce ed efficiente la produzione. Il Capo dello Stato ha detto che un simile modello potrebbe creare “forme di dualismo nella nostra società”. Ha sottolineato, pur riconoscendone i benefici, che “Mentre, da un lato, vi sarà un impatto positivo sulla produttività del lavoro, con un ampliamento anche di opportunità per i lavori più qualificati, dall'altro lato è del tutto verosimile doversi attendere un effetto riduttivo sulla occupazione totale, per la probabile diminuzione di posti di lavoro ripetitivo a vantaggio della robotica. Il saldo netto tra posti di lavoro perduti e posti di lavoro creati non è una variabile indifferente”.
La questione di cui si occupa Mattarella non è inedita, e interessa tutte le società moderne. La meccanizzazione e computerizzazione della produzione hanno ridotto le ore di lavoro necessarie per unità di prodotto, questo però non ha determinato, in passato, perlomeno nelle società europee, forti squilibri e cali occupazionali. Anzi, nel corso degli anni Settanta l’introduzione delle tecnologie si è accompagnata a un aumento dell’occupazione e dei redditi da lavoro. Questo fondamentalmente per due ragioni.
Innanzitutto perché questo processo è avvenuto in un contesto politico-economico nel quale gli stati e le aziende esigevano un aumento del capitale investito e un incremento generalizzato dei consumi. Inoltre, si è avuto entro una cornice legislativa di forte tutela dei ceti medio-bassi e dei lavoratori.
Occorre sottolinearlo, perché i mutamenti tecnologici e lo sviluppo della tecnica, per quanto repentini, non provocano necessariamente disagi e “dualismi”. Questi si verificano solo entro un certo tipo di scenario politico, economico, giuridico e anche culturale, nel quale non vi è spazio per i due fattori di cui si è detto: ovvero investimenti (sostenuti spesso dalla mano pubblica) e tutele del lavoro.
È evidente che nell'assetto attuale un simile scenario sia del tutto venuto meno, sostituito dalla deregolamentazione dei mercati e dall'abolizione delle tutele. Le imprese tendono a disinvestire, non a investire e gli stati non fanno nulla per opporsi a questa tendenza e ansi spesso la agevolano. Inoltre gli sviluppi della tecnica sono giunti al punto da far prevedere in tempi relativamente brevi la scomparsa di interi settori della manodopera e aree di impiego del lavoro umano sostituiti da processi produttivi interamente meccanizzati. Il lavoro sembra spostarsi sempre più dalla manodopera alle attività tecnico-intellettuali, e anche per queste ultime si può prevedere una riduzione del monte ore necessarie.
Sembrerebbe quindi inevitabile la crescita di una massa enorme di disoccupati esclusi dal lavoro e sostituiti dalle macchine, con tutte le ricadute sociale che ciò può comportare.
In realtà, una simile eventualità non è affatto una necessità “intrinseca” dell'evoluzione dei mezzi produttivi. La tecnica non è mai una componente “neutra” e una variabile indipendente, essa opera sempre in combinazione con altre, che ne determinano gli effetti.
In un contesto di liberalizzazione totale dei mercati e dei capitali, di deregolamentazione, di cancellazione delle tutele e di implosione del controllo statale sull'economia le conseguenze della meccanizzazione e digitalizzazione sembrano andare nella direzione paventata dai pessimisti.
Considerare, però, un simile scenario come inevitabile, ha gli stessi effetti di una “profezia autoavverante”, la sottovalutazione del potenziale delle altre componenti (politica, economia, diritto, cultura, tensioni sociali, ecc.) conduce a sopravvalutare quello della tecnica. Ciò vale sia per i profeti “pessimisti” che vedono la tecnica come una potenza distruttrice autonoma da tutto il resto, sia per gli “ottimisti” che invece ne auspicano la continua evoluzione come fatto intrinsecamente benefico.
Si può invece comprendere il ruolo della tecnica nella nostra società, in rapporto al lavoro, come ad altri aspetti, solo se lo si considera come interdipendente e sempre combinato con altri. La disoccupazione “tecnologica”, non è in realtà il risultato del semplice progresso della conoscenza scientifica e dall'applicazione su larga scala di mezzi efficienti. È, invece, la conseguenza dell'interazione del progresso tecnico con lo scenario sociale complessivo. Più che essere gli assetti sociali determinati dalla tecnica, è anche e soprattutto quest'ultima a essere orientata dai primi. Questo significa che l'incontrollabilità della tecnica è una forma di superstizione che deriva dall'inconsapevolezza del ruolo giocato dalle altre componenti. Se queste ultime ultime sono considerate, magari implicitamente e acriticamente, come date una volta per tutte, è chiaro che la tecnica emerge come potenza inarrestabile e insensata.
Questo errore emerge anche nel discorso di Mattarella, il quale vuole mettere in guardia dalle “logiche protezionistiche del proprio mercato” e dalla “illusoria difesa dei propri apparati produttivi”, quasi che la rinuncia alla “sollecitazione della concorrenza” sia impensabile e inconcepibile.
Prima si afferma l'immutabilità dell'unico mondo possibile dell'economia globalizzata, e poi si presentano come problematici i risvolti del progresso tecnico, ignorando, e ostinandosi a ignorare, che questi ultimi non sussistono nel nulla, ma operano in una cornice che si è già definita come inalterabile e indiscutibile. La politica, al contrario, dovrebbe adoperare un approccio “laico”, ai problemi sociali, che cioè sia libero da dogmi e assunti acritici, quali quelli della religione del libero mercato.













*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



Immagine tratta da: http://www.ansamed.info/motori/notizie/rubriche/industriamercato/2012/08/02/Renault-piu-25-produzione-motori-Brasile_7282651.html

31 gen 2017

Dall'entusiasmo edonistico al disincanto rinunciatario*

Un recente sondaggio dell'Agenzia SWG rileva un dato molto interessante. Il 32% degli italiani si definisce anticapitalista, mentre solo un quarto degli intervistati si dice pro-capitalista. Inoltre il 36% si dichiara per “un modello post-capitalista basato su un economia più armonica, solidale e condivisa”, il 26 a favore di “un modello comunitario basato su forme di impresa meno incentrate sul profitto” e soltanto il 23 si dice favorevole a un modello capitalistico; ma anche tra questi il 13 vorrebbe un maggior controllo dell'economia da parte dello Stato. È un risultato sorprendente considerato il contesto nel quale è maturato.
Questa sfiducia nel sistema economico dominante, mai così egemonico dal punto di vista politico e culturale, prolifera nella pressoché totale assenza di una proposta alternativa, con i vari partiti di opposizione occupati in questioni più o meno irrilevanti (le unioni civili quelli “di sinistra”, i campi nomadi e i centri di accoglienza quelli “di destra”, i vitalizi quelli “né di destra né di sinistra”). In ogni caso mai nessun attore politico osa mettere in discussione l'economia nel suo complesso o accenna una qualche critica al capitalismo, cosa invece piuttosto comune fino a trenta o quarant'anni fa.
Lo scenario può apparire per molti versi paradossale. In una fase di massima debolezza economica del capitalismo dal dopoguerra a oggi, si ha una situazione di massima forza dal punto di vista politico. Ovvero, nonostante una crisi senza precedenti in Italia e in Europa, e per intensità e per durata, mai si è stati così lontani come oggi dalla possibilità di un rovesciamento dei rapporti economici e del modo di produzione in vigore. Nello stesso tempo però non c'è un consenso alla base di questa egemonia: non è la sanzione del successo degli apparati di propaganda del potere, se con ciò si intende la persuasione collettiva della bontà del sistema. Questo ci dice due cose: innanzitutto è l'ulteriore conferma che tra fattori economici ed esiti politici non c'è un rapporto meccanico di necessità. Una disfunzione economica del sistema può tradursi in funzione politica, e viceversa. Se si guarda alla caduta dello storico avversario del capitalismo occidentale, ovvero l'Unione sovietica si scopre un andamento inverso: a una stabilità e funzionalità sul piano economico è corrisposta una crisi politica, che in seguito (ma solo in seguito!) è andata a intaccare anche la sfera materiale della produzione. La crisi economica non apre necessariamente nuovi spazi per le forze di dissenso (dissenso ovviamente “sistemico”) come a lungo ha creduto un anticapitalismo ingenuo. Ma la grande novità di questi tempi è che non è il consenso ideologico a consolidare l'egemonia. Questo, lungi dall'essere cresciuto, si è costantemente ridotto negli ultimi vent'anni. Risulta evidente il fallimento del capitalismo sul piano delle promesse di affrancamento dell'individuo. Il mito del successo individuale, che fino agli anni Ottanta poteva ancora sedurre, nonostante l'opposizione culturale allora ben presente, ha oggi perduto mordente. Non che l'individualismo non sia ancora, e forse persino meglio, radicato nella società. Ma non porta più con sé quell'ottimismo, quella spinta vitale, quella fede quasi religiosa nell'individualità desocializzata. È invece un individualismo del “si salvi chi può”, accompagnato dalla rassegnazione, dallo sconforto, dalla depressione. La competizione spietata non avviene più tanto, per le classi medie, all'insegna dell'ambizione personale, ma della paura. È il terrore dell'esclusione sociale e della perdita il vero motore, non la fiducia in un avvenire migliore attraverso l'affermazione individuale.
La mutazione del paradigma può essere rappresentata da due figure che hanno segnato il consolidamento politico del capitalismo negli anni Ottanta. Da una parte il Presidente americano Ronald Reagan, dall'altro il Primo Ministro britannico Margaret Tahtcher. Entrambi sono dei sostenitori dell'economia neoliberista, entrambi propugnano uno “Stato minimo” e un mercato deregolamentato, entrambi esaltano l'iniziativa individuale e screditano la cooperazione sociale, ma c'è una differenza. Mentre Reagan è il cantore dell'edonismo capitalista che esala il suo ultimo respiro, il “colpo di coda” dell'individualismo ottimista, spensierato e spietato, che ha il suo punto di riferimento nei giovani arrivisti agenti di borsa di Wall Steet, la Thatcher è invece a pieno titolo profeta del nuovo capitalismo postmoderno, che fa della rassegnazione e dell'accettazione passiva il proprio perno ideologico. Non a caso lo slogan della campagna elettorale di Reagn era “Make America Great Again”, “Rendere l'America di nuovo grande”, mentre il motto del Capo di Governo inglese è espresso dall'acronimo TINA, “There Is No Alternative”, non esiste alternativa al liberal-capitalismo, piaccia o non piaccia. Non si tratta più di convincere circa presunti benefici del perseguire una piena restaurazione neoliberale, ma di affermare che sia l'unica possibile, che non sia data altra scelta. Il consenso, ammesso che consenso debba e possa esserci, è un consenso passivo, che nutre poche illusioni riguardo al modello di società esistente, ma che lo considera come ineluttabile, alla stregua di una catastrofe naturale cui non c'è rimedio ma a cui bisogna adattarsi.
In Italia questo “passaggio di consegne” può essere individuato nel periodo che va dall'ascesa di Silvio Berlusconi alla nomina di Mario Monti. Il Berlusconi del primo periodo, l'imprenditore televisivo e l'esordiente politico atipico (da distinguere da quello degli anni Duemila) è un entusiasta fautore delle liberalizzazioni e della “libertà” dagli apparati burocratici e dallo Stato, che promette un risveglio gioioso dal grigiore dei burocrati, è il Berlusconi delle reti commerciali e del “milione di posti di lavoro”, con la sua personalità esuberante ed egocentrica; Monti, al contrario, arriva quando si è già consumato il fallimento di un simile paradigma cui egli dà il colpo di grazia: non promette amenità, ma “sacrifici”, non benessere, ma “austerità” e “rigore”, non più lavoro bensì impieghi peggiori eppure inevitabili; “i giovani devono abituarsi all'idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita” furono le sue parole. Significativo è anche il modo in cui queste due differenti figure sono giunte ai vertici del governo. L'imprenditore milanese attraverso una campagna elettorale condotta con le armi del marketing e del venditore astuto, arrivando a gestire il consenso in modo quasi plebiscitario, l'economista bocconiano, invece, per mezzo di una nomina “dall'alto” delle istituzioni europee e della finanza, senza riscuotere successo alle elezioni.
Anche quelle forze che vorrebbero proporre un'alternativa al modello socio-economico dominante, hanno finito per cadere nella rete della rassegnazione e del consenso passivo. O si sono adagiate in una nicchia culturale, nutrendo la retorica del “meno peggiore” (Meglio Prodi che Berlusconi, più recentemente negli Stati Uniti meglio Clinton che Trump, come ha sostenuto il candidato “socialista” Sanders) o non sono state in grado di perseguire, con la coerenza estrema richiesta in questi casi, i principi che si erano dati, come è il caso della parabola di Syriza in Grecia che ha finito per giustificare la tirannia finanziaria della Troika dopo averla per anni osteggiata.
L'obiettivo delle forze anticapitaliste, che hanno un potenziale notevole come testimonia il sondaggio, non può essere quello di scegliere tra due profili quasi identici, i quali dichiarano a gran voce una contrapposizione radicale sulle minuzie, ma che presuppongono un tacito accordo sulle questioni fondamentali, evitando di mettere in discussione il liberal-capitalismo, né quello di limitarsi alla denuncia degli orrori e delle promesse non mantenute di quest'ultimo, di cui ormai forse neppure i suoi più irriducibili propugnatori si curano, ma di tornare a ciò che hanno smesso di fare, ripensare a un nuovo tipo di società e mostrarne la concreta realizzabilità. Ribaltando l'argomento del capitalismo postmoderno che, irridente, elude il confronto ideologico e bolla come utopistici i progetti antiliberisti e anticapitalistici di rifondazione della società, bisogna palesare l'elemento superstizioso nella credenza dell'ineluttabilità “naturalistica” di un prodotto umano e sostenere il realismo di un progetto politico che non si rassegna al dato e che invece di concepire l'agire umano come un risultato esclusivo delle forze economiche impersonali, sottolinea come anche queste ultime siano la risultante del primo, e perciò tutt'altro che immutabili.











*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



30 dic 2016

Dal PCI berlingueriano al PD renziano. Nel segno della continuità*

Tanto la nostalgia quanto la demonizzazione del passato sono atteggiamenti inadatti a comprenderlo. Se con la prima, infatti, si rischia di mitizzare un periodo trascorso, caricandolo di un valore che storicamente non gli è proprio, con l'altra si proiettano le ansie e le paure tipiche del presente nel passato allo scopo di scongiurarle. In entrambi i casi si tratta di un processo di transfert, più che di una lucida analisi storica, che confonde i caratteri propri di un'epoca con quelli di un'altra. Il problema non è da poco. Lo sguardo retrospettivo non è mai neutro; esso non solo è commisto alle determinazioni ideologiche del soggetto che lo compie, fosse anche il più lucido osservatore, ma spesso è contaminato dai sentimenti che gli sono propri e che sono tipici di quella data epoca dalla quale egli si volta indietro a guardare. Ciò vale in particolar modo per quel passato più prossimo, quello, cioè, che si fa ancora fatica a distinguere dal presente e che in esso trascolora. Questo passato così contiguo interroga direttamente l'attualità, in un modo così chiaro e diretto che spesso è facile confondere l'una con l'altro.
Il trascorso della sinistra italiana appartiene a quei temi che, spesso, per il modo in cui vengono trattati, rivelano più sui soggetti che sugli oggetti della trattazione. Il Partito Comunista Italiano, in particolare quello del periodo che va dalla segreteria di Berlinguer al suo scioglimento e di cui qui ci occupiamo, è per molti versi ancora un oggetto sconosciuto. Ritardo della sinistra in Italia che non è mai riuscita ad adattarsi alla mutata cornice storica, se non troppo tardi, o momento della massima espressione e del massimo traguardo di questa sinistra, inopinatamente interrotto per gli errori grossolani dei suoi ultimi dirigenti; oppure: è stato giustamente interrotto, ma non si è riusciti a porre le basi per qualcosa che ne conservasse il motivo progressista a causa della nascita del PD, il quale ha bloccato qualsiasi tentativo in tal senso; o ancora, la nascita del PD era anch'essa necessaria, la sua conduzione da parte dei suoi capi del tutto sbagliata.
Queste sono, più o meno, le convinzioni più diffuse in merito. Diverse, ma tutte accomunate tra loro dall'idea che la storia italiana degli ultimi decenni (e, forse, nell'opinione dei loro sostenitori, la storia in generale) proceda a balzi e singhiozzi, sia fatta di rotture e virate improvvise, e dipenda in sostanza quasi esclusivamente dalle decisioni di singoli. “Svolta” è, non a caso, una parola che ricorre spesso quando si tenta di raccontare questi avvenimenti. Ma non si afferra che anche queste “svolte” hanno dietro di sé un processo preparatorio fatto di tante altre piccole "svolte" meno visibili.
La storia della sinistra italiana da Berlinguer a Renzi, per quanta differenza possa esserci tra questi due punti estremi se considerati isolatamente, è una transizione continua e graduale, che segue due direttive principali, sempre quelle per tutto questo periodo, e che non contempla brusche sterzate.
Queste due direttive sono: accreditamento presso le potenze straniere e i poteri economici; slittamento dalla questione sociale alla questione morale. A ben vedere queste due direttive possono essere comprese in una sola: fuga dal conflitto o, qualora questo sia inevitabile, sua attenuazione. La seconda direttiva può essere sussunta sotto la prima, la moralizzazione della politica è funzionale proprio alla sanzione della tregua, una tregua da perseguire a tutti i costi – e che infine è divenuta un'alleanza – con i poteri ostili.
A seguito del colpo di stato in Cile, con il quale il generale Pinochet rovesciò il governo di Allende, Berlinguer espose la tesi secondo cui i comunisti non avrebbero potuto governare da soli, ma avrebbero dovuto ricercare l'accordo con le altre “forze democratiche”. Ciò in ragione del fatto che nell'area atlantica non era possibile per i partiti socialisti e comunisti governare senza subire forti pressioni e tensioni destabilizzanti che avrebbero portato a una situazione simile a quella cilena.
La strategia berlingueriana era pertanto fin dall'inizio improntata alla ricerca dell'accordo “con il nemico”, e all'abbandono di una prospettiva rivoluzionaria (che il PCI, nei fatti, aveva abbandonato da tempo, ma che ora veniva teorizzata, seppure non esclusa del tutto o rimandata ad altri momenti).
Berlinguer cercava di ottenere dagli americani il riconoscimento di interlocutore affidabile. Escludendo la possibilità di una transizione socialista in Italia, e quindi accettando come inalterabili gli assetti internazionali e l'egemonia atlantica sull'Europa occidentale (l'eurocomunismo avrebbe dovuto servire proprio a questo scopo) pensava di rassicurare gli americani e di permettere in questo modo l'esordio del PCI al governo. Tre anni più tardi, infatti, nel 1976, Berlinguer riconobbe la NATO come “scudo” protettivo e fattore di stabilità rendendo ancor più espliciti i suoi intenti.
In questo modo sperava di preparare il compromesso con l'avversario interno, la Democrazia Cristiana. Sia l'opposizione politica che quella sociale del PCI fu pertanto attenuata. Ciò però avvenne in una fase di avanzamento del movimento operaio. Il “contenimento” delle lotte sindacali che in quella fase pareva accettabile, si sarebbe rivelato fatale quando, nel decennio successivo, sarebbe cominciata la restaurazione sociale. Stati Uniti sul fronte estero, DC su quello interno e capitale industriale su quello sociale erano i tre interlocutori-avversari con i quali il PCI di Berlinguer cercava l'attenuazione del conflitto, per poter approdare stabilmente al governo. La strategia di Berlinguer, come sappiamo, fallì su tutta la linea. Gli americani non si fidarono mai del PCI, il compromesso storico non si concretizzò, i comunisti rimasero esclusi dal governo e da lì a poco si sarebbe assistito alla controffensiva padronale che sarebbe infine culminata in una piena restaurazione neoliberale. Ciò nonostante essa rimase praticamente invariata negli anni successivi.
Ciò che Berlinguer aveva (suo malgrado) dimostrato è che gli americani (come i poteri economici) non avrebbero mai accettato un partito comunista al governo in Italia, per quante garanzie si potesse dar loro. La vera svolta sarebbe avvenuta solo nel caso in cui si fosse abbandonata la strategia berlingueriana, cosa che non avvenne. Al contrario, essa fu portata alle estreme conseguenza. Se l'esistenza di un partito comunista conduceva alla scontro diretto bisognava cambiare il partito e rinunciare al comunismo. Il mezzo finisce per distruggere il fine: l'occasione si presentò con il crollo dell'URSS.
Nonostante l'evidente fallimento, Berlinguer non mutò la sua strategia. La sua idea, rimasta invariata, era quella di creare le condizioni per permettere al PCI di accedere al governo, a qualunque costo, rimuovendo tutti gli ostacoli che si frapponevano davanti a questo obiettivo. La conquista del potere politico avrebbe ripagato tutti i sacrifici e avrebbe inaugurato un'era di progresso e di migliorie sociali. Questo era il senso della spostamento dalla questione sociale alla questione morale operato da Berlinguer: i partiti occupavano lo Stato e se ne spartivano il controllo; questa occupazione non solo era un fatto deprecabile, ma impediva il rinnovamento del Paese, perché qualsiasi programma di riforma sarebbe stato ostacolato da questa situazione. Pertanto diventava prioritario e urgente affrontare il cuore della questione morale, cioè il rapporto tra i partiti e lo stato, la classe politica e la società civile. La questione sociale, veniva retrocessa o rimandata. Essa non avrebbe potuto essere affrontata con successo se non avesse trovato prima soluzione la questione morale, allo stesso modo in cui il PCI non avrebbe potuto compiere la sua scalata al governo senza l'appoggio o quanto meno la non interferenza dei poteri interni e internazionali.
Siamo nel 1981 e già sono abbozzati – e forse qualcosa di più che abbozzati – tutti i caratteri della sinistra post-comunista: atlantismo e moralismo, cioè accettazione degli assetti internazionali e del dominio NATO (che avrebbe significato partecipazione alle guerre imperialiste) e moralizzazione della politica, che tradotto dal lessico berlingueriano significa ridimensionamento e contenimento del ruolo della politica e dei partiti, ma sostanziale accettazione dell'egemonia del capitale, “lotta alla corruzione” al posto della lotta contro le iniquità sociali. Il PDS di Occhetto ereditò integralmente queste caratteristiche, potendo contare in più su una maggiore libertà di azione, essendosi sbarazzato dell'ingombrante appellativo di “comunista”.
Innanzitutto, infatti, il neonato partito accettava acriticamente la cornice internazionale, la fine dell'Unione Sovietica e il dominio mondiale degli Stati Uniti, e anzi lo celebrava come fine del giogo dei popoli dell'est e della divisione tra Oriente e Occidente. Il crollo del Muro di Berlino veniva riprodotto in piccolo, per così dire, in Italia. La liquidazione del comunismo sanciva la conciliazione della sinistra (almeno della parte maggioritaria di essa) con i poteri economici e con i centristi, dando avvio alle coalizioni di centrosinistra.
L'indagine di “Mani Pulite” rappresentò un'opportunità unica per il PDS. Essa fece piazza pulita dei suoi avversari politici più temibili. La questione morale in questa contingenza, pertanto, fu lo strumento con cui il PDS poteva porsi come guida moralizzatrice dell'Italia e proposta di rinnovamento. Questa opportunità non venne colta a causa di un incidente di percorso: Berlusconi.
Ma la strategia berlingueriana rimase immutata. Anzi, la questione morale, dagli anni dei DS dalemiani, riceveva una nuova coloritura e trovava nuovo vigore; poteva contare su un profilo politico più netto, cioè sull'opposizione al berlusconismo. Il moralismo dell'antiberlusconismo – a cui il libertinismo berlusoniano era perfettamente simmetrico e funzionale – svolse lo stesso ruolo di sempre: la subordinazione della giustizia sociale (quando non la sua totale rimozione) al contrasto alla corruzione e all'immoralità. La corruzione è sempre intesa, si badi bene – in pieno stile berlingueriano – come ingerenza della politica sulla società, come un eccesso di politica che causa connivenze e nepotismo, la quale deve essere ridimensionata, e mai, ma proprio mai, come corruzione dei privati e come mercificazione della vita pubblica quale dinamica congenita al capitalismo. In altri termini, la politica doveva lasciar spazio alla “società civile”, ovvero al mercato, al “libero gioco” della concorrenza. È seguendo questa direttiva che i DS dalemiani furono i più convinti sostenitori delle privatizzazioni, come neanche la destra sarebbe mai stata.
Il moralismo ebbe in questa fase una funzione importante nel sostegno all'europeismo. L'Unione Europea appariva come garanzia contro “gli sprechi” e le ingerenze della classe politica italiana corrotta, ovvero l'espansione della spesa pubblica che aveva consentito la crescita dei redditi, e un limite alla gestione dei bilanci pubblici.
Per quanto riguarda l'atlantismo D'Alema ne è stato uno dei più fedeli interpreti, egli sostituì Prodi che era ancora troppo tiepido nel suo americanismo (e troppo multilaterale) in un momento in cui non erano ammesse esitazioni: il bombardamento della Serbia.
La fondazione del PD vide questo scenario sostanzialmente inalterato. Anzi, i caratteri del berlinguerismo vennero ulteriormente accentuati. L'alleanza con gli ex democristiani diventava una fusione, l'americanismo veniva spinto quasi fino a livelli parodistici, con l'imitazione dello slogan di Obama durante la campagna elettorale di Veltroni. La gestione di Bersani apparve divisa tra il coerente prosieguo della direttiva berlingueriana, il composto di moralismo e atlantismo, e il tentativo di conservare una vaga simbologia di sinistra e un richiamo a un'anima “sociale”, peraltro inesistente: operazione impossibile dopo la fondazione del PD, che aveva precisamente il proposito di liquidare definitivamente queste componenti, e che infatti fallì.
Ma il vero liquidatore sarà soltanto Renzi. La liquidazione di sé è un processo intrapreso proprio da Berlinguer, con la sostituzione dell'atlantismo passivo (che diventerà poi attivo) all'antimperialismo e del moralismo al socialismo e in generale della convivenza al conflitto. Renzi non ne è che l'ultimo esecutore e neanche uno dei più importanti. Se il compito di Berlinguer era di operare la sostituzione nella sostanza della linea d'azione del PCI lasciando inalterata la simbologia, quello di Renzi è di lasciare inalterata la sostanza del PD (ormai già definitivamente acquisita) e cambiare la simbologia, cioè quel che rimane del progressismo sociale e dei valori passati cui fa subentrare un entusiasmo cieco nel mercato e un'ossessione del “nuovo”, da intendere come continua mutazione apparente ma sempre seguendo la direttiva tradizionale.
L'accordo e la compiacenza con i poteri economici e finanziari in particolare sono un connotato tipico di Renzi che egli non si preoccupa di nascondere. Anche qui abbiamo una radicalizzazione della strategia berlingueriana dell'accettazione del contesto economico e internazionale e del tentativo di aggredire la politica. La rapida ascesa di Renzi è avvenuta all'insegna della cosiddetta “rottamazione”, che è un'ulteriore declinazione della questione morale. Si tratta di rottamare la “vecchia politica” che non è più, come ai tempi di Berlinguer, quella che “assedia” la società civile, dalla quale è stata cacciata del tutto, ma quella che cerca di conservare una simbologia antica, seppure estremamente diluita, e che ripropone le procedure politiche classiche, cioè la mediazione e la dialettica. A questa “vecchia politica” da rottamare deve subentrarne una “nuova” del tutto nichilista, priva di ogni nostalgia, che persegue a tutti i costi la “modernizzazione”, cioè l'adattamento della società al mercato, e che ripudia le mediazioni tipiche della forma partito considerate come inutili perdite di tempo, avvalendosi dei media in maniera spregiudicata.
Il PDS di Occhetto, i DS di D'Alema, il Pd di Veltroni, quello di Bersani e infine quello di Renzi, non sono delle svolte, delle improvvise mutazioni genetiche, ma delle tappe di un processo che prosegue secondo la stessa linea del PCI di Berlinguer. Esse sono state la manifestazione, più chiara ed evidente che in altri momenti, dei risultati raggiunti da questa strategia. Tanto è sbagliato, quindi, l'atteggiamento di chi ricorda mestamente l'epoca berlingueriana come “l'età dell'oro” contrapponendola alla decadenza attuale, quanto quello di chi individua in Renzi un innovatore, l'autore di una rottura senza precedenti. Sarebbe invece più utile e sensato cercare di scovare nel passato i germogli delle tendenze attuali. In questo caso si scoprirebbe che quella pretesa discontinuità è soltanto frutto dell'immaginazione dell'osservatore contemporaneo.










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30 nov 2016

Contro la meritocrazia*

Quello della meritocrazia è un mito del capitalismo che diventa uno slogan politico buono per tutti i partiti. Ne ha fatto un vessillo la stampa con i suoi giornalisti di punta che periodicamente lanciano campagne per chiedere “più merito”; gli economisti ne esaltano le presunte virtù salvifiche per l'economia e i politici ne promettono ad ogni comizio. Ne è stato promotore Renzi che ha ripetuto queste due parole, “merito” e “meritocrazia”, in modo quasi ossessivo nel corso della sua ascesa politica.
L'istanza della meritocrazia è semplice: gli incarichi direttivi siano affidati ai più capaci! Siano premiati i migliori! La scuola selezioni gli allievi più meritevoli! Si faccia questo e tutto andrà per il meglio!
La parola meritocrazia è in realtà sinonimo di un'altra, che i suoi alfieri preferiscono non usare: aristocrazia. Aristocrazia significa proprio “governo dei migliori” e indica una società in cui il potere è affidato agli individui considerati più validi. Un'aristocrazia non deve essere per forza ereditaria, come anche lo è stata in passato, ma può essere anche elettiva, o, infine, meritocratica, cioè selezionante sulla base di alcuni sistemi di valutazione. La meritocrazia è la forma moderna di aristocrazia. Forse l'unica differenza tra quella attuale e quella antica è che mentre quest'ultima premiava di più il coraggio e le virtù morali, la meritocrazia ha un'accezione quasi esclusivamente tecnica, mira cioè a valutare le abilità professionali degli individui e il loro rendimento indipendentemente dal loro profilo psicologico.
Nella definizione di meritocrazia (o di aristocrazia) è già contenuta la domanda cui è difficile (se non addirittura impossibile) dare una risposta valida: chi sono i migliori? Quali caratteristiche devono essere premiate? Per alcuni potrebbe essere il coraggio, per altri l'onestà, per altri ancora l'intelligenza o magari l'affidabilità. Dato che si tratta di caratteri personali molto diversi non possono essere paragonati e misurati in modo oggettivo. È preferibile un uomo intelligente ma vile, o uno sciocco ma coraggioso? È preferibile un dirigente estremamente preparato nel suo campo ma egoista o uno poco preparato ma altruista? È difficile trarre una regola generale. Ma anche presupponendo che si possano isolare una o poche qualità sulla base delle quali si sceglie di valutare i vari candidati, è tutt'altro che semplice trovare un metodo certo a questo scopo. Probabilmente le nozioni teoriche acquisite possono essere misurabili, ma come fare per l'intelligenza? Solo questa, infatti, permette di applicare queste nozioni ai casi pratici con profitto. A cosa serve, ad esempio, un avvocato che conosce tutto il codice a memoria, ma non sa tenere un'arringa?
Il sistema di misurazione dell'intelligenza più accreditato è il Q. I. I fautori della meritocrazia si avvalgono di esso per selezionare tra allievi o candidati. Questo criterio però valuta solo una parte dell'intelligenza, quella di tipo logico e matematico. Ma cosa dire di tutte le altre facoltà intellettive? L'abilità nelle relazioni umane, le capacità comunicative, l'intuito nel comprendere stati d'animo propri e altrui, la fantasia (che non ha a che fare tanto con la pura logica matematica, ma con la logica associativa) sono tutte particolari forme di intelligenza che il Q. I. non è in grado di valutare. Eppure esse sono necessarie per svolgere molti compiti nella quotidianità. Ogni individuo le possiede, seppure a diversi gradi. In realtà la mente umana non funziona a compartimenti stagni, ma queste diverse facoltà si intersecano tra di loro e al momento di esprimersi diventano quasi indistinguibili. Uno scienziato, ad esempio, deve poter contare anche su una buona dose di fantasia, se vuole trovare soluzioni efficaci ai problemi e fare nuove scoperte. Ma un pittore, che è associato all'immaginazione artistica, deve conoscere le regole della prospettiva, che riguardano la logica “classica”. La separazione tra le varie facoltà è astratta e un prodotto dell'evoluzione culturale, non qualcosa di “naturale”. Di conseguenza, il Q. I. non solo fallisce nel valutare l'intelligenza considerata nel suo complesso, ma potrebbe persino nella misurazione di quella parte specifica che gli è più congeniale, perché anche questa si avvale di tutte le altre.
Se quindi è impossibile valutare oggettivamente l'intelligenza (figuriamoci altre qualità come la lealtà, il coraggio, la bontà ecc.) le fondamenta stesse della meritocrazia sono alquanto instabili.
Sarebbe sicuramente più onesto, da parte dei sostenitori della meritocrazia, ammettere che ciò che essi vogliono premiare è un particolare tipo di merito, in genere quello che ha a che fare con capacità tecniche e professionali. Sfortunatamente per loro (e fortunatamente per il genere umano) un metodo certo e obbiettivo per farlo non esiste e non potrà mai esistere, perché quasi tutte le attività richiedono un'interazione di diverse qualità. Ma anche se esistesse, questo metodo dovrebbe considerare una certa facoltà a scapito di tutte le altre. Anche ammesso, quindi, e non concesso, che la valutazione di questa facoltà possa essere oggettiva, non lo sarebbe affatto la preferenza accordata a essa rispetto a tutte le altre. Questa preferenza scaturisce da un pregiudizio e da una motivazione ideologica, invece che da una presunta imparzialità. L'intento che si cela dietro l'ideologia artistocratico-meritocratica è quello di promuovere una data idea di società e di respingerne altre. Gli individui selezionati non sono perciò “i migliori” o “i meritevoli” (parole che, di per sé, non hanno alcun significato) ma quelli giudicati più idonei a realizzare una certa organizzazione sociale. La meritocrazia promuove un produttivismo esasperato e sottopone tutti i bisogni umani alla tirannia dell'economia e del mercato. Il fine deve essere quello di produrre più ricchezza, concepita soltanto in termini di beni commerciabili e di denaro – quindi tutto quello che non è misurabile dal denaro viene giudicato privo di valore: gli affetti, l'empatia umana, ecc. Gli individui devono essere appetibili per gli acquirenti (le imprese) e come le merci devono possedere certi requisiti che ne determinano il valore. Chi non si accorda con le necessità della produzione e del mercato viene escluso, e su di esso peserà, come se non bastasse, il marchio infamante di “inetto”.
I dettami della meritocrazia sono stati applicati con grande solerzia nell'educazione, proprio lì dove hanno fatto più danni. Negli Stati Uniti è usato il sistema del Q. I., dei cui gravi difetti si è già detto. In Italia, per fortuna, esso non si è affermato, e tuttavia sentiamo ripetere dal Ministro Giannini, come da molti suoi predecessori, che ci vuole “più merito” nella sistema scolastico. Le direttive del Ministero, da diversi anni ormai, tendono a “collegare scuola e impresa”, snaturando completamente il nostro sistema educativo, instillando l'idea che la scuola debba servire non a permettere lo sviluppo di ogni persona secondo le sue attitudini e le sue scelte in armonia con la società, ma a “formare” nuovi tecnici e dirigenti per le imprese; i pedagogisti ormai hanno smesso di parlare di “conoscenza” come uno dei fini principali della scuola e ripetono ossessivamente la parola “competenze”, o il suo corrispettivo inglese, “skills”. La scuola, per la pedagogia meritocratica, deve produrre le competenze che servono al produttore-consumatore per adattarsi al mercato globalizzato.
Questo genere di organizzazione sociale più che premiare il merito incoraggia il conformismo, la furbizia, il cinismo, l'individualismo, l'avidità, il disincanto. Questo, in definitiva, è il merito che gli illuminati sostenitori della meritocrazia si affannano a elogiare e la cui promozione il governo ha fissato come proprio obiettivo prioritario.
Ci piace concludere con le parole del sociologo inglese Michael Young:

La società senza classi sarà quella che avrà in sé e agirà secondo una pluralità di valori. Giacché se noi valutassimo le persone non solo per la loro intelligenza e cultura, per la loro occupazione e il loro potere, ma anche per la loro bontà e il loro coraggio, per la loro fantasia e sensibilità, la loro amorevolezza e generosità, le classi non potrebbero più esistere. Chi si sentirebbe più di sostenere che lo scienziato è superiore al facchino che ha ammirevoli qualità di padre, che il funzionario statale straordinariamente capace a guadagnar premi è superiore al camionista straordinariamente capace a far crescere rose? La società senza classi sarà anche la società tollerante, in cui le differenze individuali verranno attivamente incoraggiate e non solo passivamente tollerate, in cui finalmente verrà dato il suo pieno significato alla dignità dell'uomo. [...] Il bambino, ogni bambino, è un individuo prezioso, e non soltanto un potenziale funzionario della società. Le scuole non devono essere vincolate alla struttura occupazionale, non debbono limitarsi a fornire individui idonei a svolgere le mansioni considerate importanti in un particolare momento, ma debbono dedicarsi a incoraggiare lo sviluppo di tutte le qualità umane, siano o non siano queste del tipo richiesto da un mondo scientifico. Alle arti e alle abilità manuali deve essere dato altrettanto risalto che alla scienza e alla tecnologia. (M. Young, L'avvento della meritocrazia, Edizioni di Comunità, Roma, 2014, pp. 194-195).









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