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30 giu 2017

La teologia delle privatizzazioni*

La Prima Repubblica era fondata sulla partecipazione statale. Non era possibile altrimenti, perché lo sviluppo che si è avuto nel dopoguerra non era concepibile senza l’apporto decisivo dei finanziamenti pubblici. Era lo stesso capitalismo in embrione che, per crescere, aveva bisogno dell’intervento dello Stato. Ma quando il capitalismo è cambiato, quando non ha avuto più necessità di appoggiarsi alla mano pubblica, e anzi questa diventava un ostacolo all’ulteriore espansione dei profitti, ecco che ciò che fino a quel momento veniva considerato come necessario, diventava improvvisamente superato e “inefficiente”.
Così, dagli anni Novanta, nel nostro paese si è incominciato a parlare di privatizzazioni. Ciò è avvenuto anche a causa di una mutata cornice politica nazionale e internazionale: non c’era più il PCI, come tutti i partiti maggiori della Prima Repubblica, i quali erano, almeno in parte, statalisti (DC e PSI); non c’era più l’Unione Sovietica che serviva da monito e avvertimento per il capitalismo occidentale. La sinistra era diventata liberista e si trovava in prima fila nel promuovere la dismissione dei beni pubblici. Le ragioni della sua urgenza venivano individuate nella necessità di ridurre il debito pubblico, di  rendere le aziende statali (“carrozzoni”, come venivano chiamate) più efficienti e competitive e, infine, di contrastare fenomeni di corruzione e clientelismo.
A distanza di oltre vent’anni si può dire che nessuno di questi scopi è stato raggiunto. Il debito pubblico non è diminuito (se non di poco per un breve periodo, per poi tornare di nuovo a crescere più di prima) le aziende privatizzate non sono più efficienti, anzi, presentano numerosi disservizi e hanno rischiato il fallimento, l’illegalità esiste nel privato tanto quanto nel pubblico. Gli effetti delle privatizzazioni, senza il bisogno di scomodare dati tra l’altro inoppugnabili, sono evidenti empiricamente a chiunque. Se si prende il caso dell’Enel, i costi per l’utenza sono aumentati, a fronte di un peggioramento nella qualità del servizio. Subito dopo la privatizzazione dell’energia elettrica gli investimenti industriali impegnano solo il 30% dei fondi dal 59 del quinquennio precedente. Stesso discorso per le Autostrade, dove crollano i cavalcavia perché la società risparmia sulla manutenzione e le tariffe hanno raggiunto livelli inediti noti a qualsiasi automobilista, mentre i ricavi sono cresciuti in misura considerevole.
Ma ciò non è bastato e si è continuato ossessivamente a ripetere il mantra delle privatizzazioni, alimentato dai sacerdoti delle facoltà di economia (quelli che hanno sbagliato tutte le previsioni) che sono giunte all’ultima tranche con la quotazione in borsa delle Poste e di una parte delle Ferrovie (nessuno si domanda cos’altro ci si venderà quando si sarà venduto tutto).
Che cos’è che non funziona nella privatizzazioni? Non si tratta del “modo” in cui si è privatizzato: gli stessi effetti si notano infatti in tutti i settori, anche in quelli maggiormente liberalizzati, come la telefonia (contrariamente alla filastrocca della liberalizzazione del mercato come passo successivo alla privatizzazione per renderla benefica). Non si tratta di una qualche tara nazionale, che come spesso avviene, nasconde le vere cause dietro un pregiudizio autorazzista. Gli stessi disagi, infatti, si possono osservare in molti altri paesi, anche quelli considerati dalla retorica autorazzista come “virtuosi” (basti pensare all’Olanda dove la privatizzazione delle poste ha causato la chiusura del 90% degli uffici). Il vero problema è strutturale, e riguarda la differenza tra utilità privata e aziendale e benessere pubblico e sociale. Le due cose non coincidono. Non si tratta affatto di un assunto banale, perché molti economisti hanno teorizzato il contrario. Secondo l’ideologia liberista se ogni individuo privato agisce per il proprio interesse personale, questo, per una sorta di congiunzione astrale, dovrebbe assicurare il benessere collettivo. L’individuo è l’unico a conoscere il proprio interesse e l’unico a sapere come soddisfarlo, ma così facendo, egli, collaborerebbe senza volerlo al benessere di tutti. Questa credenza religiosa (perché tale è) prima ancora che filosofica – e solo conseguentemente economica – è il vero fondamento del liberismo. Per questo i liberisti credono nelle virtù salvifiche del mercato, dove ogni operatore ricercando il proprio guadagno lavorerebbe per il bene collettivo. Questa teoria è stata sviluppata nel XVIII secolo per un’unica ragione: contrastare il potere dello Stato; lo Stato non sarebbe “per natura” in grado di assicurare il bene né per l’individuo, né (e questa è la vera innovazione del liberismo) per la società. L’unica possibilità è che lo Stato sia ridotto alle funzioni essenziali e il resto venga lasciato alla libera contrattazione dei privati (che in realtà, poi, tanto “libera” non è). Così per i liberisti privatizzare è un imperativo ideologico e religioso, non “tecnico” e scientifico. Per loro la gestione statale è sempre sbagliata e quella privata sempre corretta.
Fatta questa parentesi, torniamo alla distinzione tra interesse privato e interesse collettivo. Poiché per i liberisti le due cose coincidono – in quanto, come si è detto, agendo il soggetto privato per il proprio interesse agisce anche, involontariamente, per l’interesse di tutti – l’utile aziendale vuol dire sempre un beneficio per la società. Peccato però che i fatti, come diceva qualcuno, “hanno la testa dura” e non ne vogliono sapere delle teorie dei liberisti. Si possono aumentare i profitti, certo, investendo, assumendo nuovi lavoratori, ampliando la produzione, migliorando il prodotto, persino aumentando i salari. Ma questa non è la via comunemente scelta, soprattutto nell’attuale periodo storico nel quale si tende a tagliare investimenti, posti di lavoro, salari e a risparmiare sulla qualità del prodotto. Ciò assicura guadagni agli azionisti, ma non si può certo dire che comporti un bene per la società, poiché fa crescere la disoccupazione, rende beni e servizi più costosi e riduce i salari dei lavoratori. Il bene privato non coincide con il bene pubblico, e questa è una verità difficilmente contestabile.
Perché allora i liberisti si ostinano a sostenere il contrario? Sicuramente in parte lo fanno per fede: piuttosto che rimettere l’ideologia in discussione preferiscono negare la realtà: è una difesa psicologica abbastanza comune e diffusa. Ma questo non basta a spiegare la ragione per cui una teoria errata (e, in questo caso, palesemente e clamorosamente errata) continua a resistere. C’è un altro motivo, che va ricercato non nelle idee e nelle credenze, ma nel fatto materiale “nudo e crudo”. La domanda che bisognerebbe porsi ogni volta che si valuta la fondatezza di una teoria è: “a chi giova e a chi nuoce?” ovvero: “a quale gruppo sociale conviene e quale gruppo sociale penalizza?”. Rispondere a questa domanda significa aver fatto luce su buona parte dei fondamenti della teoria. Nel nostro caso, quindi, chiedendoci a chi giovino il liberismo e le privatizzazioni, la risposta non può che essere: ai grandi colossi industriali e finanziari. Le privatizzazioni sono state una irrinunciabile opportunità di guadagno per le multinazionali, che hanno potuto acquisire ex aziende pubbliche indebitate, ristrutturarle e rivenderle realizzando così immensi profitti. In una fase del capitalismo di saturazione dei mercati, le aziende pubbliche hanno rappresentato la “gallina dalle uova d’oro”. Questa e soltanto questa è la ragione del persistere delle privatizzazioni compulsive e delle mistiche che hanno il compito di giustificarle. L’elemento ideologico, come insegna Marx, è sempre unito all’elemento economico. Una certa visione del mondo può imporsi solo laddove si saldi con gli interessi materiali di un gruppo sociale abbastanza forte.










*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente

27 feb 2017

Uomini e robot nella società contemporanea*

Nel corso di un recente discorso, il Presidente Mattarella ha fatto riferimento al cosiddetto “Modello 4.0”, intendendo l’introduzione di nuovo tecnologie nell’economia per rendere più veloce ed efficiente la produzione. Il Capo dello Stato ha detto che un simile modello potrebbe creare “forme di dualismo nella nostra società”. Ha sottolineato, pur riconoscendone i benefici, che “Mentre, da un lato, vi sarà un impatto positivo sulla produttività del lavoro, con un ampliamento anche di opportunità per i lavori più qualificati, dall'altro lato è del tutto verosimile doversi attendere un effetto riduttivo sulla occupazione totale, per la probabile diminuzione di posti di lavoro ripetitivo a vantaggio della robotica. Il saldo netto tra posti di lavoro perduti e posti di lavoro creati non è una variabile indifferente”.
La questione di cui si occupa Mattarella non è inedita, e interessa tutte le società moderne. La meccanizzazione e computerizzazione della produzione hanno ridotto le ore di lavoro necessarie per unità di prodotto, questo però non ha determinato, in passato, perlomeno nelle società europee, forti squilibri e cali occupazionali. Anzi, nel corso degli anni Settanta l’introduzione delle tecnologie si è accompagnata a un aumento dell’occupazione e dei redditi da lavoro. Questo fondamentalmente per due ragioni.
Innanzitutto perché questo processo è avvenuto in un contesto politico-economico nel quale gli stati e le aziende esigevano un aumento del capitale investito e un incremento generalizzato dei consumi. Inoltre, si è avuto entro una cornice legislativa di forte tutela dei ceti medio-bassi e dei lavoratori.
Occorre sottolinearlo, perché i mutamenti tecnologici e lo sviluppo della tecnica, per quanto repentini, non provocano necessariamente disagi e “dualismi”. Questi si verificano solo entro un certo tipo di scenario politico, economico, giuridico e anche culturale, nel quale non vi è spazio per i due fattori di cui si è detto: ovvero investimenti (sostenuti spesso dalla mano pubblica) e tutele del lavoro.
È evidente che nell'assetto attuale un simile scenario sia del tutto venuto meno, sostituito dalla deregolamentazione dei mercati e dall'abolizione delle tutele. Le imprese tendono a disinvestire, non a investire e gli stati non fanno nulla per opporsi a questa tendenza e ansi spesso la agevolano. Inoltre gli sviluppi della tecnica sono giunti al punto da far prevedere in tempi relativamente brevi la scomparsa di interi settori della manodopera e aree di impiego del lavoro umano sostituiti da processi produttivi interamente meccanizzati. Il lavoro sembra spostarsi sempre più dalla manodopera alle attività tecnico-intellettuali, e anche per queste ultime si può prevedere una riduzione del monte ore necessarie.
Sembrerebbe quindi inevitabile la crescita di una massa enorme di disoccupati esclusi dal lavoro e sostituiti dalle macchine, con tutte le ricadute sociale che ciò può comportare.
In realtà, una simile eventualità non è affatto una necessità “intrinseca” dell'evoluzione dei mezzi produttivi. La tecnica non è mai una componente “neutra” e una variabile indipendente, essa opera sempre in combinazione con altre, che ne determinano gli effetti.
In un contesto di liberalizzazione totale dei mercati e dei capitali, di deregolamentazione, di cancellazione delle tutele e di implosione del controllo statale sull'economia le conseguenze della meccanizzazione e digitalizzazione sembrano andare nella direzione paventata dai pessimisti.
Considerare, però, un simile scenario come inevitabile, ha gli stessi effetti di una “profezia autoavverante”, la sottovalutazione del potenziale delle altre componenti (politica, economia, diritto, cultura, tensioni sociali, ecc.) conduce a sopravvalutare quello della tecnica. Ciò vale sia per i profeti “pessimisti” che vedono la tecnica come una potenza distruttrice autonoma da tutto il resto, sia per gli “ottimisti” che invece ne auspicano la continua evoluzione come fatto intrinsecamente benefico.
Si può invece comprendere il ruolo della tecnica nella nostra società, in rapporto al lavoro, come ad altri aspetti, solo se lo si considera come interdipendente e sempre combinato con altri. La disoccupazione “tecnologica”, non è in realtà il risultato del semplice progresso della conoscenza scientifica e dall'applicazione su larga scala di mezzi efficienti. È, invece, la conseguenza dell'interazione del progresso tecnico con lo scenario sociale complessivo. Più che essere gli assetti sociali determinati dalla tecnica, è anche e soprattutto quest'ultima a essere orientata dai primi. Questo significa che l'incontrollabilità della tecnica è una forma di superstizione che deriva dall'inconsapevolezza del ruolo giocato dalle altre componenti. Se queste ultime ultime sono considerate, magari implicitamente e acriticamente, come date una volta per tutte, è chiaro che la tecnica emerge come potenza inarrestabile e insensata.
Questo errore emerge anche nel discorso di Mattarella, il quale vuole mettere in guardia dalle “logiche protezionistiche del proprio mercato” e dalla “illusoria difesa dei propri apparati produttivi”, quasi che la rinuncia alla “sollecitazione della concorrenza” sia impensabile e inconcepibile.
Prima si afferma l'immutabilità dell'unico mondo possibile dell'economia globalizzata, e poi si presentano come problematici i risvolti del progresso tecnico, ignorando, e ostinandosi a ignorare, che questi ultimi non sussistono nel nulla, ma operano in una cornice che si è già definita come inalterabile e indiscutibile. La politica, al contrario, dovrebbe adoperare un approccio “laico”, ai problemi sociali, che cioè sia libero da dogmi e assunti acritici, quali quelli della religione del libero mercato.













*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



Immagine tratta da: http://www.ansamed.info/motori/notizie/rubriche/industriamercato/2012/08/02/Renault-piu-25-produzione-motori-Brasile_7282651.html

31 ott 2016

Lavorare meno, lavorare meglio, vivere di più*

Secondo una ricerca australiana lavorare meno sarebbe più produttivo. Confrontando un campione di persone che lavorano per 55 ore alla settimana con chi ne lavora 25, questi ultimi hanno ottenuto risultati migliori. Se ciò è vero, come questa e altre ricerche dimostrano, ciò significa che esiste una parte del tempo di lavoro durante il quale i lavoratori non producono niente. Più passa il tempo più il rendimento decresce, diventando infine nullo. Ciò non è naturalmente colpa dei lavoratori, perché si tratta di un fenomeno fisiologico dovuto alla limitatezza dell’essere umano. Ma se ciò è vero come mai, verrebbe allora da chiedersi, le aziende non riducono l’orario di lavoro? Perché ridurre le ore lavorate richiederebbe maggiori investimenti, e le imprese piccole difficilmente riuscirebbero a ottenere i finanziamenti dalle banche soprattutto in un periodo di crisi. Per le grandi aziende, invece, la questione è più complessa.
Michal Kalecki sosteneva che i capitalisti preferiscono rinunciare a una parte di profitto nell’immediato pur di non rafforzare la classe operaia. La riduzione dell’orario lavorativo (a parità di ore lavorate, ovviamente, altrimenti sarebbe un semplice disinvestimento) rafforzerebbe sicuramente i lavoratori, ecco perché difficilmente se ne parla ed è il vero tabù delle controversie sindacali. Del resto, come aveva capito Marx, per ottenere maggiore plusvalore il capitalista tende ad aumentare il tempo di lavoro, non a ridurlo. Se ci fosse un limite, quindi, sarebbe un problema serio per il capitale, che non riuscirebbe a espandersi in questa direzione, poiché è evidente che una possibile riduzione dei salari (eventualmente al di sotto del livello di sussistenza, come avviene spesso oggi) sarebbe ostacolata da tale limite.
I sindacati portarono avanti, almeno in Italia, la lotta per la riduzione dell’orario di lavoro fino a un certo punto, cioè fino alle otto ore, poi abbandonarono quasi del tutto questa strada per concentrarsi quasi unicamente sull’aumento delle paghe. E cosa dire dell’orario “generazionale”, questione mai seriamente presa in considerazione? Perché chi ha cinquant’anni deve lavorare quanto chi ne ha trenta? Sarebbe più logico pensare a una graduale riduzione del tempo di lavoro col progredire dell’età.
In tempi più recenti, CGIL, CISL e UIL hanno insistito sulla riduzione delle tasse sul lavoro, abdicando di fatto al loro ruolo conflittuale nei confronti del capitale e rivolgendosi come questuanti ai governi di volta in volta succedutisi. Anche una riduzione delle tasse, però, è pur sempre un aumento delle retribuzioni, seppure non va a incidere sui rapporti di forza col capitale. In entrambi i casi, tuttavia, si tratta di una visione economicistica. L’idea è che guadagnare di più significhi sempre vivere meglio, pertanto si deve lavorare di più per guadagnare di più. Raggiunto l’obiettivo minimo delle otto ore, l’unico miglioramento della vita dei lavoratori può venire dall’aumento del loro reddito. In realtà il reddito è solo una delle componenti, alla quale però i sindacati hanno sacrificato tutto il resto. Altre componenti sono la soddisfazione per l’ambiente di lavoro (cioè i rapporti con i colleghi e con i capi, la sicurezza e l’adeguatezza dei luoghi fisici di lavoro, non dover subire minacce e angherie…) la certezza del proprio impiego (non dover temere di perdere il lavoro all’improvviso e quindi norme che impediscano la precarietà) l’assenza di eccessivo logoramento psico-fisico, la possibilità di avere una vita extra-lavorativa soddisfacente e che non sia pregiudicata dal lavoro (turni concordati tra dipendenti e azienda, trasferimenti non obbligatori…). Riguarda queste ultime due anche un orario di lavoro accettabile e compatibile con la situazione personale e familiare di chi lavora.
Il tempo è una componente fondamentale dell’esistenza umana. Esso è irreversibile e irriducibile: non si può “rimettere indietro la lancetta” e non si può convertito in qualcos’altro. Monetizzare il tempo è un’illusione. Lavorare di più per guadagnare di più è sempre una perdita per il lavoratore (seppure, a volte, può essere una triste necessità, ma proprio questo dovrebbe cercare di evitare un sindacato). Infatti quella ricchezza in più che si riceve viene “bruciata” dal minor tempo a disposizione. Un’altra caratteristica del tempo è che esso è una cornice universale dell’agire umano; nessuna attività può avvenire al di fuori del tempo e per fare qualunque cosa si impiega un certo tempo. Se il lavoro comporta più tempo, quindi, vuol dire che se ne avrà di meno per fare tutto il resto, cioè si faranno meno cose, quindi si sarà “più poveri”, anche se si guadagna di più (o comunque il reddito monetario è solo un reddito al lordo del tempo a disposizione, per così dire). Ecco perché il tempo è la componente fondamentale della condizione lavorativa, a torto spesso trascurata dai sindacati (e a volte dagli stessi lavoratori).
Abbassare il tempo di lavoro avrebbe diversi vantaggi per i lavoratori e per la società in generale:

  • Farebbe aumentare l’occupazione, perché le aziende sarebbero costrette ad assumere di più.
  • Farebbe crescere i redditi da lavoro: sia la paga oraria direttamente, che il salario complessivo indirettamente, perché aumentando la domanda di lavoro da parte delle imprese aumenterebbe anche il prezzo.
  • Rafforzerebbe i lavoratori e i sindacati, perché un alto livello di occupazione assicurerebbe un elevato potere di contrattazione.
  • Obbligherebbe le imprese a investire, rendendo possibile un ciclo economico favorevole.
  • Una “progressione inversa” dell’orario di lavoro al crescere dell’anzianità permetterebbe un precoce ingresso dei giovani nel mondo del lavoro senza dover costringere i più anziani che vogliono restare al pensionamento anticipato e quindi ridurrebbe la disoccupazione giovanile che nel nostro paese è tra le più alte al mondo
  • Aumentando l’occupazione giovanile aumenterebbe anche la capacità produttiva della società, perché permetterebbe di lavorare a individui nel pieno delle energie psichiche e fisiche e che oggi sono esclusi.
  • Dai punti precedenti si deduce anche che, con un incremento significativo dell’occupazione giovanile e di quella complessiva, si potrebbe abbassare l’età pensionabile e aumentare le pensioni, perché aumenterebbe sia la produttività di tutta la società che quella individuale.

Date le attuali condizioni, non è più possibile percorrere questa strada per via sindacale. Con la flessibilità creata da leggi ultra-liberiste, infatti, i lavoratori non hanno la forza per rivendicare orari più accettabili. In effetti il tempo di lavoro si è ridotto, ma a danno del reddito. A causa della disoccupazione in molti casi si lavora di meno, ma naturalmente la condizione dei lavoratori non è migliorata, perché vengono loro tolti anche i mezzi di sostentamento. Se prima il rapporto tra reddito monetario e tempo di lavoro era squilibrato a favore del primo, oggi è squilibrato a favore del secondo (in media). La situazione è indubbiamente peggiorata, dato l’alto livello della disoccupazione e la deflazione dei salari. Si tratta di trovare un nuovo equilibrio che assicuri paghe accettabili, ma senza allungare il tempo di lavoro. Vista però la neutralizzazione dei sindacati, questo equilibrio può essere conseguito solo per via politica. Esso deve essere lo scopo primario di quella forza (che a oggi non esiste ancora) che volesse difendere gli interessi del lavoro.
È necessario soprattutto, in questo momento storico, cambiare un certo modo di pensare. L’idea che ogni individuo debba lavorare tanto per permettere il funzionamento della società. Ciò è falso, meno si lavora individualmente, più si lavora collettivamente, più saranno gli occupati e migliori saranno le paghe. Bisogna superare, inoltre, quella concezione moralistica che vede come qualcosa di eticamente disdicevole lavorare poco, come se non si facesse il proprio dovere fino in fondo. Nella nostra società la stanchezza (a causa dell’eccessivo carico del peso della produzione che grava interamente su pochi individui) impedisce di fare “il proprio dovere” molto più della pigrizia. Si devono anche riconsiderare i sistemi di retribuzione. Non esistono solo quelli monetari; questi sono validi soprattutto fino a una certa soglia, quella che permette un’esistenza socialmente accettabile; oltre questa soglia, al crescere della retribuzione, non cresce la felicità, ma soltanto il potere consumistico. Sarebbe semmai importante retribuire i lavoratori non soltanto in denaro, ma in tempo di vita. È il tempo la vera ricchezza, quella che consente di svolgere qualsiasi attività in modo sereno e appagante e anche di lavorare nelle migliori condizioni, senza il peso di una stanchezza eccessiva e logorante o della monotonia di azioni ripetute troppo a lungo.
È essenziale, soprattutto, archiviare una concezione fatalistica e superstiziosa, oggi purtroppo in voga, secondo cui non vi è alternativa all’attuale assetto socio-economico di tipo liberal-capitalistico, in cui il mercato è il sovrano assoluto. Al contrario, è solo la volontà dei soggetti, o la loro passiva rassegnazione e il loro cinico disinteresse, a rendere il contesto nel quale essi agiscono irrimediabile. L’agire dei soggetti coalizzati non può non mutare anche il contesto, qualora sia orientato in questo senso.
È un modo di pensare che va profondamente mutato, e che troppo spesso viene accettato acriticamente, quello che induce a vedere la realizzazione dell’individuo nel denaro, nel consumo e in un moralismo del lavoro.
Si parla molto di libertà. La si esalta come il bene più prezioso e il valore supremo della nostra società. Ma cos’è la libertà se non tempo libero (nel senso letterale e non come semplice periodo complementare a quello lavorativo)? Il tempo libero è il tempo impiegato nella realizzazione di se stessi, del proprio io (e quindi anche di quello degli altri, perché le due cose sono congiunte) che sia tempo di lavoro o meno. Lavorare poco non significa soltanto vivere meglio quando non si lavora, ma anche rendere il lavoro una delle attività appaganti per l’individuo, togliergli quella centralità di cui gode attualmente, ma restituirgli l’umanità che ha perso nel momento in cui è diventato attività alienante perché sottomesso alle necessità del profitto. Significa cominciare (o ricominciare) a pensare una società diversa, nella quale la moneta sia soltanto un segno e non un valore, nella quale il lavoro sia solo una delle attività che contribuiscono al bene sociale, nella quale la pienezza dell’esistenza individuale si misura col tempo e non col consumo.








*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



29 giu 2016

Conflitto generazionale o conflitto di classe?*

Le riforme delle pensioni negli ultimi vent'anni in Italia sono state un fattore decisivo nel processo di smantellamento dello Stato sociale, di polarizzazione della società e di privatizzazione delle funzioni statali. Con il passaggio al sistema contributivo e la parziale privatizzazione del sistema previdenziale si è avuta una riconfigurazione dei rapporti di forza a vantaggio del capitale, in particolare di quello finanziario.
Questo processo, che è passato attraverso una certa gestione del consenso politico, ha imposto un fatalismo diffuso che vedeva la ristrutturazione del sistema previdenziale (che rientra nel più ampio fenomeno di compressione dell'apparato statale) come necessità derivante da tendenze incontrollabili dell'economia e dall'indebitamento pubblico.
Per quanto si sia cercato di mascherare questo fatalismo dietro un velo di tecnicismo risulta evidente in esso l'elemento ideologico; in realtà non è l'economia a essere di per sé incontrollabile, ma è la rinuncia della politica alle sue prerogative di intervento che la fa apparire tale. Neanche l'indebitamento pubblico è un problema insolvibile, qualora lo Stato conservi gli strumenti di azione politico-economica (la cui dismissione, invece, è stata spinta fino alla rinuncia del monopolio della moneta).
Ma una mitologia in particolare è servita allo scopo di creare consenso attorno a questo nuovo dominio economico, soprattutto per ciò che riguarda il sistema pensionistico.
Le pensioni, si è detto, sono eccessive, perché sottraggono ricchezza alle generazioni future, che non potranno ricevere un reddito accettabile quando saranno diventate inattive. Inoltre, la “generosità” dello Stato verso i pensionati dilapiderebbe le ricchezze disponibili per gli anni avvenire. Pertanto, il ridimensionamento del sistema previdenziale sarebbe una questione di etica pubblica, ispirato a un “principio di responsabilità”, come direbbe Hans Jonas, verso il futuro.
Il carattere ideologico di queste proposizioni si evince dalla totale assenza dal discorso invalso presso i mezzi di comunicazione di massa di un analogo criterio nella distribuzione della ricchezza tra le classi. Ammesso che questa sia strutturalmente ridotta rispetto al passato, che quindi non possa essere incrementata e che si renda necessario un suo razionamento, perché non si richiede un'identica redistribuzione dai ceti privilegiati (in particolare l'aristocrazia finanziaria) verso quelli più deboli?
Oltre a questo c'è, peraltro, una mistificazione anche sul piano tecnico. L'attuale generazione, da questo punto di vista, non ha alcun debito con la prossima, giacché quest'ultima dipenderà soltanto dalla ricchezza che sarà in grado di produrre (eccetto per le “fondamenta” del sistema economico, come la rete infrastrutturale e per il risparmio privato che non è legato direttamente a scelte di politica economica). Ciò vuol dire che i futuri pensionati percepiranno un reddito solo dai futuri lavoratori e non da “riserve” monetarie accumulate attraverso i contributi. Tutto dipenderà, quindi, dalla capacità dell'apparato produttivo dei prossimi anni di generare ricchezza sufficiente. Il sistema pensionistico non comporta alcuna “ipoteca” sul futuro, ma è soltanto un metodo di ripartizione della ricchezza prodotta tra la popolazione attiva e quella inattiva.
Pertanto la mitologia del “conflitto generazionale” è una finzione che serve a mascherare il conflitto reale di classe, quello che vede un'aristocrazia finanziaria, coadiuvata dal grande capitale industriale, muovere guerra alla classe media risparmiatrice e agli strati popolari già impoveriti.
“Conflitto generazionale” è, in un certo senso, una contradictio in adjecto, esso può darsi, al più, sul piano culturale, ma non su quello economico. L'elemento conflittuale della società continua ad essere quello di classe, come dimostrano le tendenze polarizzatrici che riemergono (dopo che, negli anni dello stato keynesiano, sembravano superabili in favore di un tendenziale livellamento) e che interessano tanto le generazioni più giovani quanto quelle più anziane.
Può darsi piuttosto una competizione tra generazioni limitata al controllo di alcune posizioni di potere (inserita nella polemica dei media come scontro tra meritocrazia e gerontocrazia) come si dà competizione nel capitalismo, ma essa non è interclassista e non riguarda la struttura o la conformazione particolare dell'organizzazione sociale nel suo complesso, i rapporti di forza e la distribuzione della ricchezza.
Il principio generazionale resta un artificio retorico e ideologico che cerca di occupare il vuoto lasciato nei discorsi dalla scomparsa del principio di classe, il quale tuttavia continua ancora ad essere il più adatto a spiegare i fenomeni socio-economici.






*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



29 feb 2016

La dogmatica liberista e il declino economico italiano*

La fine dell'espansione dell'economia italiana, che si rende palese negli anni Novanta, ma di cui si riscontrano le prime avvisaglie negli Ottanta, è stata usata per giustificare quegli interventi di tipo liberista che oggi vediamo all'opera in tutta la loro tragica portata.
Inizialmente l'attenzione è stata posta sul lavoro e sui salari. Questi, si è detto, sono causa di inflazione, quindi bisogna porre un freno alla loro crescita. Il risultato è stato di invertire una tendenza generale di crescita dei redditi da lavoro e dunque causare una perdita del potere d'acquisto dei lavoratori con un conseguente impoverimento delle classi più deboli.
Ancora oggi assistiamo al tentativo di scaricare sul lavoro le responsabilità di decenni di politiche economiche fallimentari, contribuendo così ad aggravare ulteriormente la situazione. Si continua infatti a sostenere che la disoccupazione sia causata da una carenza di flessibilità del diritto del lavoro, che peserebbe sulle assunzioni. La realtà ha mostrato esattamente il contrario. Nonostante tutti i massicci interventi legislativi che hanno ridimensionato o del tutto cancellato le tutele giuridiche del lavoro, la disoccupazione ha continuato a crescere sul lungo periodo, registrando livelli inediti per il nostro paese. Nonostante questo si è continuato a ripetere il mantra della flessibilità, come necessaria e improrogabile e praticamente tutti i governi dagli anni Novanta ad oggi sono andati in questa direzione. Ha prevalso l'idea che la legislazione sia di intralcio al mercato, e il convincimento, più o meno esplicito, che alla fine il mercato tenda a raggiungere un equilibrio benefico per tutti.
Di conseguenza, secondo questo ragionamento, bisognava eliminare tutte quelle protezioni giudicate come un freno alla crescita. In realtà, sono state proprio quelle norme “rigide” e “ingessate” – come spesso le ha definite una certa pubblicistica – a permettere ai redditi di crescere e alle famiglie italiane di accumulare un'alta quota di risparmio privato. Nel corso del rallentamento dell'economia, poi, la cancellazione delle tutele ha contribuito alla crisi occupazionale, poiché ha favorito il disinvestimento delle aziende.
Accanto alla retorica della flessibilità, si è fatto largo il retaggio delle liberalizzazioni e delle “aperture” al mercato. Bisognava permettere a investitori privati di accedere a settori che finora gli erano stati preclusi, perché esclusivo monopolio statale, e quindi bisognava privatizzare.
Dopo la massiccia opera di vendita di grandi aziende in precedenza controllate dallo Stato, si può constatare come che né la qualità dell'offerta, né il costo per l'utenza siano migliorati, non fosse altro per un fatto di elementare contabilità, dato che il privato ha la necessità di realizzare un profitto, necessità che non ha la gestione pubblica (sebbene a questo spesso sia stata costretta dai trattati europei che subordinano il benessere sociale al pareggio di bilancio).
Secondo i fanatici del mercato l'Italia doveva disfarsi dei monopoli pubblici – magari dopo averli scorporati e quotati in borsa in modo da renderli “vendibili” – per lasciarli al libero gioco della concorrenza che li avrebbe, secondo la dogmatica liberista, resi migliori e più efficienti.
I media hanno contribuito a diffondere presso il pubblico un certo risentimento nei confronti della gestione statale di beni e servizi essenziali, tacciandola di gravare sui contribuenti e di costituire dei “carrozzoni” inefficienti, nonostante proprio grazie a questi “carrozzoni” l'Italia ha potuto diventare una potenza economica di livello mondiale.
Sulla gestione pubblica, quale essa fosse, gravava inoltre il sospetto di costituire un bacino di clientele e di spartizione del potere politico. Questo sospetto finì per coinvolgere non solo le aziende dello Stato, ma anche lo Stato stesso, nelle sue massime istituzioni rappresentative.
Per quanto un certo grado corruzione delle cariche pubbliche fosse innegabile (cominciava la stagione di “Mani Pulite”) esso è stato gonfiato dalla stampa e da politicanti rampanti che hanno opportunisticamente sfruttato quella campagna. Si sono così poste le basi per la riduzione dei poteri del Governo e del Parlamento, trasferiti a istituzioni sovranazionali autocratiche. Poiché la “casta” burocratica era corrotta, doveva essere esautorata dalla gestione della cosa pubblica, per affidare quest'ultima a un'altra casta, ma privata e incontrollabile. Furono così posti quegli assurdi vincoli di bilancio che impediscono qualsiasi intervento pubblico nell'economia, che solo potrebbe invertire il ciclo economico. Dopo che persino la moneta è stata sottratta al controllo dello Stato, il Fondo Monetario e l'Unione Europea si prendono la briga di decidere cosa è bene e cosa è giusto per la nostra economia, scavalcando le cariche nazionali eleggibili e la Costituzione italiana.
Per giustificare l'espropriazione dei poteri dello Stato, attraverso la demolizione dei codici sul lavoro, le privatizzazioni e le cessioni di sovranità verso l'esterno, è stata utile quella teologia liberista la quale può essere sintetizzata nel motto reaganiano: “lo Stato non è la soluzione ma il problema”. Tutti i mali devono essere attribuiti allo Stato il quale perciò deve essere limitato il più possibile nelle sue funzioni e prerogative. Al contrario il privato sarebbe per sua natura “virtuoso” e la somma di interessi egoistici contrastanti lasciati a se stessi, per qualche strana ragione, garantirebbe l'interesse collettivo.
Accecati dalla loro fiducia assoluta nel mercato, i liberisti non vedono come, invece, proprio la sua carenza abbia portato il nostro paese verso un declino che sembra inarrestabile (al netto di tutte le false “riprese” annunciate periodicamente e sempre smentite dai fatti) e che continuerà a essere tale finché non sarà arrestato il paradigma economico che lo ha prodotto.






*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



30 nov 2015

L'“onestà” politica, il cavallo di Troia delle oligarchie*

La vicenda che ha coinvolto il sindaco Marino è solo l'ultimo caso in cui i sospetti nei confronti dell'integrità morale di un politico vengono usati come pretesto per esautorarlo da una carica o persino determinare la fine della sua carriera.
L'esempio più clamoroso è probabilmente l'indagine di “Manipulite” e la cosiddetta “tangentopoli”, una poderosa campagna mediatico-giudiziaria attraverso la quale un intero ceto politico è stato letteralmente spazzato via.
L'origine del processo che ha portato a un vero e proprio colpo di stato giudiziario, va rintracciata nella strategia di una parte dell'opposizione politica, in particolare quella delle linee dirigenti miglioriste e berlingueriane, assieme ai “riciclati” di tutti gli altri partiti, che per rovesciare il potere governativo fino ad allora vigente hanno “personalizzato” il conflitto politico. Non si trattava più, quindi, di affermare un diverso modello di società contrapposto a quello in vigore, ma di sostituire i singoli individui che controllavano lo Stato. In altre parole, il PCI (poi PDS) non mirava più al rovesciamento dei rapporti economici e nemmeno (lo si vedrà nel corso dei governi di centrosinistra) alle migliorie sociali della più tiepida socialdemocrazia. Entrambi questi appartenevano al passato del Partito Comunista Italiano. La nuova mira delle future classi politiche dirigenti era la conquista del potere politico. La sinistra doveva scrollarsi di dosso quell'aura di sconfitta onorevole e tentare con ogni mezzo la scalata. La storia, perciò, non doveva essere più interpretata, ma osservata in modo passivo, limitandosi a prendere atto degli avvenimenti senza cercare di criticarli. Questo processo, va detto, interessò anche la sinistra socialdemocratica di altri paesi europei. Ma in Italia esso assunse una coloritura particolare, moralistica. Poiché il capitalismo si affermava come unico sistema sociale esistente, la critica sociale doveva essere sostituita dalla denuncia degli abusi del potere. Ma non una denuncia che comportasse una critica sociale, e che quindi contestasse le fondamenta stesse di tale sistema, bensì che si limitasse ad accuse personali contro certi esponenti del ceto dirigente. Questi esponenti erano quelli poco graditi al capitale globale, il quale aveva tutto l'interesse a sbarazzarsene. Le accuse personali, volte a screditare e a distruggere la reputazione del malcapitato, erano di natura morale. La moralità privata diveniva il metro attraverso il quale si giudicava l'operato politico.
La moralità, però, deve interessare solo le cariche pubbliche. Al potere economico non viene chiesta, invece, nessuna certificazione della propria onestà. Ecco che, di conseguenza, tutti gli atti del ceto politico “moralizzato” sono giustificati in quanto provenienti da “persone al di sopra di ogni sospetto”. Non importa, poi, se questa “etica di governo” serve ad assicurare i profitti dei capitalisti.
Le conseguenze della “rivoluzione” moralistica sono sotto gli occhi di tutti. Le classi dirigenti della Prima Repubblica (corrotta, sprecona, inefficiente, e altre varie invettive) garantivano un sistema di protezione sociale diffuso e alti redditi da lavoro. I loro successori riuscirono a distruggere tutto ciò, creare disoccupazione, impoverimento e a svendere il patrimonio pubblico al capitale straniero.
Ma la resistenza a questa strategia di spoliazione mancò del tutto. Gli italiani erano stati convertiti alla retorica moralistica, che avevano prontamente sostituito agli ideali del passato. Avendo perduto, dunque, gli strumenti per comprendere il disastro sociale consumatosi sotto i loro occhi, e opporvisi efficacemente, essi hanno sostenuto entusiasticamente la strategia delle oligarchie che li stava strangolando.
Come spiegare la recessione, la disoccupazione, il crollo dei salari e delle sicurezze sociali? Attraverso la disonestà dei politici, cioè attribuendo moventi particolari e contingenti a fenomeni storici e sociali globali. Ma proprio questa isteria moralistica, ossessionata dalle auto blu e dalle paghe di un manipolo di parlamentari, impedisce di individuare correttamente le reali cause delle questioni più drammatiche. Pone l'attenzione su un fattore secondario, l'onestà del ceto politico, privato di ogni reale potere e ridotto al vassallaggio nei confronti del capitale. In questo modo la spoliazione ha potuto proseguire incontrastata, mentre intorno infuriava la ignara rivolta savonaroliana in nome del “mandiamoli tutti a casa”.
Anzi, la restaurazione che ha distrutto il sistema di tutele sociali ha potuto giovarsi proprio della pubblicistica antipolitica o “anticasta” del “giornalismo civile” sostenuta con moti di indignazione da un pubblico onestamente infuriato. Se il ceto politico è inaffidabile e corrotto, va messo nelle condizioni di non nuocere e quindi il suo potere deve essere il più possibile limitato. Di conseguenza tutti gli interventi della politica in ambito economico vanno drasticamente ridimensionati.
Un tale moralismo antipolitico è stato un ottimo alleato per i sostenitori delle privatizzazioni (contro i “carrozzoni” pubblici visti come fucine di clientele e nepotismo) dell'autonomia aziendalista, quindi della sottrazione di istituzioni sociali come la scuola al controllo statale (gli istituti “responsabili” si amministrerebbero da soli, senza dipendere dall'“assistenzialismo” dello stato, vendendosi sul mercato come qualsiasi azienda privata) e dell'austerità dei bilanci governativi (“abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”) che devono essere rigidamente controllati da autorità esterne, magari anche sovranazionali, per evitare gli sprechi e le ruberie del ceto politico irresponsabile.
L'inettitudine del ceto politico attuale non si deve alla sua immoralità. Semmai, il contrario: la sua immoralità si deve proprio all'incapacità del politico di fare politica, e di non limitarsi alla semplice testimonianza nel migliore dei casi e alla dipendenza da altri soggetti nel peggiore. Ma non si tratta di un'incapacità individuale, dovuta all'esperienza particolare e all'identità personale del singolo, né tanto meno a una sorta di intrinseca proprietà nell'esercizio del potere, ma alle condizioni storiche oggettive nei quali si esercita l'attività politica.
Smarrita ogni categoria concettuale adatta a interpretare i fenomeni sociali, smarrito ogni ideale, se non quello puramente astratto e perciò di per sé senza significato (giustizia, libertà, democrazia ecc.) rimosso qualsiasi fine dall'orizzonte dell'azione, eccetto la perpetuazione dell'ordine dato e l'amministrazione dell'esistente, non rimaneva al “potere” politico che ripiegarsi su stesso, essere usato come mero trampolino per carriere e interessi personali.
Anche la politica, per così dire, si “privatizza”, non è più l'attività organizzata dei gruppi sociali in conflitto in una dimensione pubblica, ma un coacervo di guerre personali a suon di scontrini, ricevute fiscali e avvisi di garanzia, nel quale dei tifosi sostengono l'una o l'altra parte.
La vera questione per i ceti oppressi non riguarda certo la moralizzazione della politica entro un quadro socio-economico immutato (non lo è mai stata, in realtà, nella storia) bensì la restituzione alla politica dei mezzi per contrastare il potere economico, mezzi che non possono che essere, inizialmente, culturali: la reintroduzione nel dibattito pubblico, oggi ridotto a un valore meramente retorico, della critica al capitalismo e del discorso sui fini collettivi.




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31 mag 2015

Dal compromesso sociale alla nuova alleanza possibile*

Il nuovo Stato italiano sorto dalla Resistenza si fondava sul compromesso sociale di due componenti. Il capitale nazionale e la classe lavoratrice. Il ceto politico che veniva dalla lotta partigiana (e successivamente quello della seconda generazione) fu il medium per realizzare tale compromesso. I contenuti di quest'ultimo trovarono sanzione giuridica nella Costituzione e in seguito, pur tra varie contraddizioni, concreta applicazione nella società italiana e nei rapporti di produzione.
Sostanzialmente questa situazione nacque dall'emergere di una nuova consapevolezza tra le classi dirigenti: non era più possibile tacitare le rivendicazioni del lavoro e bloccare l'avanzamento del movimento operaio. Accanto a questa consapevolezza si profilava la necessità per il capitalismo italiano, in un paese devastato dalla guerra, della protezione e del sostegno diretto dell'apparato statale. Ma questa protezione non poteva avvenire in modo da scontentare i lavoratori, sia perché il loro potere politico era accresciuto e nel nuovo regime godeva di più ampie libertà sindacali rispetto al ventennio fascista, sia perché il capitalista aveva bisogno di espandere i consumi e i mercati interni e quindi i salari dovevano crescere necessariamente.
La soluzione fu trovata dall'opera della nuova classe politica, seppure in modo non lineare e talora ostacolata da spinte più o meno conservatrici. Essa fu attuata attraverso un interventismo dello Stato nell'economia e nella produzione. L'intervento pubblico consentiva al capitale nazionale di crescere a patto però che ciò collimasse con il miglioramento del benessere generale della società e con l'avanzamento delle condizioni dei lavoratori. Il profitto privato poteva essere garantito solo se non si scontrava con il progresso sociale. Fu in quest'ottica che si possono leggere la creazione di monopoli pubblici o gli investimenti statali nelle cosiddette “partecipate”. Ciò permise la crescita industriale in settori molto costosi e ad alto rischio (come i trasporti nazionali o l'energia) laddove il capitale difficilmente avrebbe investito massicciamente.
Negli anni '60 e '70 un'Italia in piena crescita economica vedeva un importante aumento dei salari e l'acquisizione di nuove e avanzate forme di tutela giuridica per il lavoro. Questo compromesso resse, tra alti e bassi, all'incirca fino alla fine degli anni '80, quando le mutate condizione storico-economiche crearono la premesse per una rottura. Le prime avvisaglie si ebbero però già con la disputa sulla questione della scala mobile, quando la classe operaia esigeva il mantenimento del potere di acquisto e il grande capitale richiedeva a gran voce una moderazione dei salari per vedersi garantiti certi margini di crescita del profitto. La classe politica dirigente si spaccò. In passato, pur tra notevoli differenze e un'accesa dialettica, i termini del compromesso non erano stati mai violati o messi seriamente in discussione nella sostanza. Il capitalismo italiano seppe far leva su questa spaccatura della classe politica, riuscendo anche a guadagnare il consenso di alcuni settori della media borghesia.
Negli anni '90 accadde il definitivo crollo del paradigma sul quale si era fondata la politica italiana. Ciò si deve alla progressiva internazionalizzazione del capitale da un lato, che varca i confini nazionali e che si va finanziarizzando sempre più, e alla perdita per il lavoro di adeguati strumenti politici e della capacità del ceto politico di rappresentarne gli interessi.
È su queste basi che si fonda la Seconda Repubblica. A essere recepite dalla nuova dirigenza politica sono soltanto le spinte neoliberiste che hanno portato a una rapido ritiro dello Stato dall'economica, quindi alle privatizzazioni e alla deindustrializzazione e all'abolizione delle più avanzate forme di tutela del lavoro, che erano accettate dal capitalismo industriale a base nazionale nel contesto dei primi decenni dell'Italia post-bellica, ma che venivano ora del tutto respinte dall'irrompere del capitale finanziario internazionale. Quest'ultimo non accetta alcun tipo di compromessi e dunque la sua progressiva intrusione nella società italiana lo poneva in aperto contrasto con le forze che avevano rappresentato quel compromesso; ovvero la classe lavoratrice (contro cui è stata scatenata una guerra di classe mai così virulenta), il vecchio ceto politico (spazzato via da “selettive” indagini giudiziarie) e la piccola impresa che nella vecchia realtà della Prima Repubblica prosperò e che ora si vede sommergere dall'incombenza degli interessi bancari. Il grande capitale industriale italiano, da parte sua, che per primo aveva cominciato a defilarsi dal compromesso, ha saputo adattarsi alle mutate condizioni, prendendo parte al processo di internazionalizzazione finanziaria.
In questa nuova realtà è ovviamente impossibile pensare a un ritorno al passato e riproporre nostalgicamente soluzioni non più attuabili. Un compromesso col grande capitale non è più proponibile perché questo non è più nazionale; opera ormai su scala mondiale e secondo logiche che trascendono le frontiere politiche. Si tratta semmai, per le componenti sociali subalterne, di trovare una efficace strategia di opposizione sia sociale che politica. Questa strategia deve partire da un fatto. Le classi lavoratrici e la piccola impresa – una realtà, nonostante il declino economico, ancora presente e diffusa sul territorio italiano – sono state le più duramente colpite dal capitale transnazionale. Viene quindi spontaneo pensare che un'alleanza possa rappresentare l'unica alternativa realistica al neoliberismo della finanza e del capitale transnazionale, e di quel nuovo ceto intellettuale e politico che ne legittima gli interessi, purché trovino uno strumento per tradurre politicamente le loro richieste. Questo strumento non può che essere una nuova classe politica dirigente antiliberista e antiglobalista e un nuovo ceto intellettuale contrapposto a quello attuale culturalmente dominante che sappia leggere la mutata realtà e comprendere la sfida delle classi subalterne del nuovo millennio.


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30 apr 2015

La destatalizzazione dell'Italia*

Così può essere definito quel processo che tende ad espropriare lo Stato delle sue funzioni, per attribuirle ad altri enti, pubblici o privati, locali, nazionali o sovranazionali. In Italia esso si è manifestato con particolare virulenza a partire dagli anni '90, ed è poi proseguito e prosegue tutt'ora senza alcuna discontinuità.
A livello politico esso è stato favorito dalla conversione dei partiti di sinistra (in particolare l'ex PCI) all'ideologia neoliberale, dall'affermazione di una destra liberista, in parte da sempre, in parte anch'essa convertitasi, e dall'apparizione di istanze, soggetti e movimenti regionalisti e localistici il più importante dei quali è stato senz'altro rappresentato dalla Lega Nord.
A livello culturale sono due le caratteristiche di questi partiti che hanno permesso il nuovo corso anti-statalista della politica italiana. Da un lato l'imporsi di una presenza egemonica delle teorie economiche neoclassiche non solo in ambito accademico, ma anche nel dibattito presso i grandi media aperto al più ampio pubblico. Nonostante l'approccio keynesiano o post-keynesiano, al pari di quello marxiano, agli studi macroeconomici, sia piuttosto raffinato ed evoluto, oltre a poter contare sulla forza di un maggiore riscontro empirico, al grande pubblico vengono sempre proposte in maniera quasi esclusiva le visioni delle vecchie proposte liberiste, le stesse che portarono alla crisi del '29 e a quella più recente attualmente ancora in corso in Europa. Dall'altro lato è stata messa in atto una strategia di delegittimazione nei confronti del concetto di nazione. Quest'ultima è stata disconosciuta come portatrice di progresso nelle società contemporanee e identificata con una concezione dello Stato necessariamente autoritaria e dispotica, quando non apertamente totalitaria e fascista. Tutti coloro che cercano di difendere un concetto di Stato forte vengono pertanto criminalizzati con l'accusa infamante di fascismo o stalinismo.
La destatalizzazione consiste nel dislocamento centrifugo delle attività e delle funzioni burocratiche dallo Stato verso tre direttive. Una è quella della burocrazia internazionale, che è stata rappresentata dall'europeizzazione del diritto e della pianificazione della politica economica. Il controllo della moneta e delle politiche fiscali e valutarie è stato trasferito dallo Stato nazionale all'Unione Europea e alla Banca Centrale Europea. Il Parlamento italiano è stato completamente privato del proprio potere legislativo in materia economica. Esso si limita a ratificare decisioni prese altrove o a tradurre nel diritto italiano norme europee. In questo modo lo Stato ha perduto del tutto il potere di modificare il ciclo economico ed è stato azzerato qualsiasi sistema rappresentativo, funzionando le istituzioni europee secondo meccanismi per lo più autocratici.
La seconda direttiva verso la quale viene disperso il potere statale è quella del localismo amministrativo e dell'autonomismo aziendalista. I poteri amministrativi sono stati affidati alle Regioni e ai Comuni, in nome della gestione federalista della cosa pubblica. I fautori del federalismo sostengono che questo processo renderebbe l'ente pubblico più efficiente e “avvicinerebbe” i cittadini alla sua amministrazione. Nella realtà, tuttavia, il decentramento è servito a creare diseguaglianze e sperequazioni tra diverse aree. La regionalizzazione della sanità, ad esempio, ha creato rilevanti differenze nella qualità e nella quantità dei servizi, come nel loro costo, in violazione dell'articolo 3 della Costituzione che garantisce la parità di trattamento tra tutti i cittadini e impegna lo Stato a promuovere una effettiva eguaglianza. Il federalismo non serve a democratizzare l'amministrazione dei territori, ma soltanto a rafforzare le signorie e le reti clientelari di chi li amministra. Un ente locale non dispone di tutte le facoltà che gli permettano di esercitare un governo efficace e socialmente soddisfacente, se non isolatamente e a costo di notevoli scompensi e differenze tra le diverse aree. Esso infatti non dispone di alcune funzioni che sarebbero indispensabili, quali il controllo delle forze armate, il diritto di battere moneta, la pianificazione di una politica industriale e fiscale. Queste facoltà possono essere proprie soltanto di uno Stato centrale. Gli enti locali sono funzionali quando servono a ramificare e a diffondere il controllo dello Stato. Non quando tentano di sostituirsi ad esso.
La politica moderna, del resto, si basa proprio su questo concetto. Ovvero accentramento, piuttosto che decentramento; dalla periferia al centro e non dispersione dal centro verso la periferia. L'affermazione delle monarchie nazionali sui potentati e sulle signorie locali è stato uno dei fattori che hanno contribuito allo sviluppo politico, giuridico ed economico dei paesi europei. La sua mancanza, per lungo tempo, ha causato gravi ritardi nello sviluppo della Penisola, nonostante l'intraprendenza della nascente industria capitalistica che vide proprio in Italia la sua precoce fioritura. Le federazioni sono servite, ad ogni modo, ad accentrare, ad unire diverse entità territoriali non diversamente unificabili, e a permettere un migliore controllo amministrativo in un'epoca in cui le reti viarie e i mezzi di comunicazione non consentivano una trasmissione immediata delle informazioni. Diventa pertanto un reperto storico in un'epoca in cui le comunicazioni viaggiano alla velocità della rete internet, tanto più in un paese come l'Italia che ha sempre avuto, dalla sua unificazione, una tradizione centralista.
La stessa logica centrifuga – ancorché radicalizzata – è quella che giustifica l'autonomia delle cellule di alcuni settori strategici come la sanità e l'istruzione. Ospedali e scuole diventano simili ad aziende indipendenti, il cui scopo non è più quello di provvedere al benessere sociale, ma di mettere un prodotto sul mercato, secondo la logica capitalistica. Le aziende formative e quelle sanitarie si comportano come unità produttive autonome che hanno il compito di reperire capitali e di mantenere i bilanci in attivo. Non è una privatizzazione classica, ma di fatto questi settori vengono sottratti al governo dello Stato e consegnati alla infernale macchina del profitto che sostituisce il valore di scambio al valore umano e sociale.
La terza direttiva, invece, è quella delle privatizzazioni vere e proprie. Essa è sostenuta da una ideologia che vuole lo Stato sempre corrotto e inefficiente e l'agente privato come valido operatore selezionato dalla “mano invisibile” del mercato. L'Italia è stato il paese che ha compiuto la più imponente opera di privatizzazione. Ma in questo modo ogni servizio e ogni apparato industriale è stato sottoposto alle leggi di mercato e strappato agli interessi strategici nazionali. L'agente privato è vincolato alla necessità di realizzare un profitto. Questo vuol dire che il valore guadagnato dovrà essere sottratto a un altro agente di mercato. Inoltre, per realizzare un guadagno, l'azienda dovrà necessariamente sottrarre una parte del valore al compratore; cioè o il prezzo sarà troppo alto o la qualità del servizio più bassa. L'impresa pubblica di uno stato centralista e sovrano, invece, non sarà vincolata all'attivo di bilancio, e potrà fornire beni e servizi nell'interesse non del proprio profitto, ma del beneficio collettivo e della strategia macroeconomica nazionale.
Internazionalizzazione burocratica, localismo e autonomismo, privatizzazioni, sono le tre direttive verso le quali si sta cercando di destrutturare lo Stato per permettere a determinati gruppi economici di liberarsi dei vincoli sociali e di esercitare un'egemonia assoluta. La crisi politica, economica e sociale dell'Italia può essere fermata soltanto invertendo questa tendenza, con la ricostruzione di uno Stato nazionale, centralista, indipendente, che intervenga attivamente in economia, che diriga direttamente almeno i settori strategicamente più importanti della produzione e che pianifichi una politica industriale sul breve e sul lungo periodo. Solo così l'attività e il lavoro umani potranno essere sottratti alla mercificazione totale della società neoliberale e alle disumane esigenze del profitto.


*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



29 apr 2015

I colpi di stato in Italia e la strategia delle élite internazionali*

Spesso, quando si parla di “colpo di stato”, si intende il rovesciamento di un governo manu militari, ovvero avvalendosi dell'uso della forza e della minaccia delle armi.
Ma quello militare non è l'unica forma di colpo di stato possibile. Qualsiasi azione che abbia come fine la sostituzione delle cariche pubbliche o la caduta di un governo, può essere considerata golpista, anche se non si avvale della forza bellica.
In Italia ne esistono alcuni esempi, seppure inscritti dalle cronache nel normale corso storico “legittimo” delle istituzioni.
Nella storia repubblicana, dalla Costituzione del '48 ad oggi, si possono enumerare tre colpi di stato, differenti nella forma, ma tutti uniti da un identico filo rosso.

  • Il golpe del biennio '78-'79
  • quello giudiziario del '92
  • infine, quello economico-finanziario del novembre 2011

Il primo colpo di stato della storia Repubblica italiana (riuscito) è cominciato con un omicidio politico, quello di Aldo Moro. I fatti sono più o meno noti. Il rapimento dell'allora Presidente della Democrazia Cristiana da parte delle Brigate Rosse fino al suo assassinio e la conseguente chiusura del dialogo con i comunisti e della possibilità di un governo con il PCI voluto da Moro. La seconda fase del “biennio golpista” avvenne con l'incriminazione del Governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi nel marzo del '79. Sebbene sarebbe stato presto prosciolto da tutte le accuse dovette dimettersi e, ad ottobre, il Presidente del Consiglio Cossiga suggerì come successore Carlo Azeglio Ciampi.
Che cosa hanno in comune questi due eventi? Nel 1979 l'Italia sarebbe entrata a far parte del Sistema Monetario Europeo, che avrebbe fissato il cambio valutario in una forbice di oscillazione. Moro era contrario a un'entrata nello SME immediata e sine conditio. Successivamente al suo omicidio, dopo un colloquio col cancelliere tedesco Helmut Schmidt, nel marzo del 1979, il Capo del Governo Giulio Andreotti ufficializzerà l'entrata dell'Italia nello SME. Paolo Baffi aveva una posizione moderata sul sistema di cambi ed era favorevole ad una banda di oscillazione molto ampia. Proprio nel marzo di quell'anno egli venne incriminato e costretto a dimettersi sei mesi dopo, durante il governo Cossiga, il quale nominò ai vertici della Banca Centrale Carlo Azeglio Ciampi, europeista convinto e monetarista. La linea Baffi, che assicurava la competitività dell'industria italiana e un cambio favorevole a quest'ultima, venne sconvolta. Ciampi inaugurò una nuova linea di direzione anti-inflazionistica e monetarista. Nel 1981, in accordo col Ministro Andreatta, verrà sancito il cosiddetto “divorzio” della Banca d'Italia col Tesoro in nome del principio neoliberale dell'indipendenza delle banche centrali. Nel 1987 verrà stabilito un cambio più rigido, riducendo la banda di oscillazione. Ciò provocherà la crisi speculativa del '92 e il crollo dello SME.
Questa successione di eventi, abbastanza serrata ('78, '79, '81, '87) testimonia di un cambiamento ai vertici delle istituzioni italiane. La linea Moro-Baffi, pro-industria, anti-deflazionistica, con una saggia politica monetaria, aveva accompagnato la crescita dell'Italia come potenza economica, la quale surclassò l'Inghilterra, preparandosi ad affiancare Francia e Germania. L'omicidio Moro e l'incriminazione di Baffi capitarono al culmine della crescita di competitività dell'industria italiana. Baffi aveva bene affrontato e risolto la crisi del '76 in un paio d'anni, con il deprezzamento della lira rispetto al marco e l'apprezzamento sul dollaro. La nuova linea Ciampi fu segnata invece da un irrigidimento del cambio che avrebbe poi portato nel '92 a bruciare le riserve valutarie italiane nel vano tentativo di salvare il sistema monetario. Dopo il biennio '78-'79 comincerà un lento declino dell'economia italiana. I salari smisero di crescere (in nome della lotta anti-inflazionistica) e le potenzialità del sistema economico nazionale vennero imbrigliate dal tasso di cambio fisso.
Già nel '79 con l'affaire Baffi era stata inaugurata una strategia golpistica che successivamente sarebbe stata ampiamente usata: ovvero le indagini giudiziarie come mezzo per “disinnescare” una classe politica non funzionale a certi interessi economici internazionali. Nel '92, infatti, si aprì la stagione di Manipulite, una “rivoluzione mediatico-giudiziaria” che avrebbe ottenuto l'azzeramento della classe politica dirigente della Prima Repubblica. Ovvero quella classe dirigente che, pur tra contraddizioni ed episodi di corruzione (molto esagerati dalla narrazione giornalistica) aveva permesso la crescita economica, la riduzione della disoccupazione e la crescita salariale. Quello che l'economista Marcello De Cecco ha definito, con una formula non priva di efficacia, “keynesismo criminale” fu sostituito da – potremmo dire – un “hayekismo virtuoso”. Ovvero contenimento dei disavanzi pubblici, moderazione salariale, crescita della disoccupazione e stagnazione economica.
L'ultimo colpo di stato si realizzò nel novembre del 2011, quando Silvio Berlusconi, allora Presidente del Consiglio, venne costretto alle dimissioni e sostituito da Mario Monti. I governi Berlusconi erano contraddistinti da un deficit di bilancio non accettato dalla burocrazia europea e dalla Banca Centrale Europea. Nonostante i tentativi di Berlusconi di rientrare nei parametri verso la fine del suo mandato, la banche tedesche iniziarono a vendere massicciamente titoli di stato italiani, provocando una crollo del rendimento di questi ultimi e di conseguenza una carenza di compratori. Con l'euro questo significava andare incontro al default. Subito dopo l'insediamento di Mario Monti (noto per i suoi ottimi rapporti con la cancelleria tedesca) i rendimenti dei titoli tornarono a salire. Ma era iniziata la cosiddetta “austerità” per l'Italia. Ovvero la ricezione delle richieste delle lobby in favore di privatizzazioni, tagli della spesa pubblica e aumento della pressione fiscale.
In questi tre golpe (o unica strategia svoltosi in tre atti) sono stati raggiunti diversi scopi: la politica monetaria fu sottratta ai governi, la finanza pubblica venne imbrigliata da accordi internazionali, l'industria di stato frammentata e privatizzata e la disoccupazione tenuta al di sopra di una certa soglia. Tutto ciò andò ovviamente a vantaggio delle élite finanziarie.
È possibile notare anche un intersecarsi di due diverse strategie: quelle dei servizi segreti e del governo americani, che cercavano di indebolire chiunque non si accordasse ottimamente con l'egemonia atlantica degli Stati Uniti sull'Occidente, e quelle dell'industria e della finanza tedesca, che miravano a indebolire il loro principale concorrente. L'assassinio di Moro serviva per impedire un governo con la partecipazione dei comunisti che, nonostante la svolta berlingueriana a favore della NATO del '76, non erano giudicati alleati affidabili dagli USA; ma di ciò giovò anche il progetto dell'area valutaria europea (prima SME e poi Maastricht) quindi la cancelleria tedesca e la Francia che poterono trovare un'Italia indebolita. Così, le dimissioni di Berlusconi nel 2011, fortemente volute e ricercate dalla Germania, ottennero il via libera da Obama, che poteva ottenere la fine del multilateralismo della politica estera italiana e dell'apertura a paesi che Washington intendeva sfidare apertamente, ovvero Russia e Libia (nonostante Berlusconi si fosse rimangiato la parola con Gheddafi).
L'Italia pagò un prezzo altissimo. L'azzeramento della sua classe politica dirigente, la perdita di settori industriali fondamentali, la perdita della sovranità sotto tutte le forme (economica, monetaria, politica). Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.


*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente