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30 set 2017

Tangentopoli venticinque anni dopo*

“Credo sia molto importante ricordare che, nonostante un impegno durato 13 anni, la corruzione non è diminuita in questo Paese”. Queste parole di Gherardo Colombo, recentemente pronunciate, possono riassumere l’esito delle indagini di Mani Pulite. 
Il 17 febbraio 1992, veniva arrestato il socialista Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, per via di tangenti su un appalto. Era l’inizio ufficiale di quel fenomeno entrato nella storia italiana con il nome di “Tangentopoli”. Un pool di magistrati condusse l’inchiesta di Mani Pulite che rivelò un sistema di tangenti diffuso gestito dai partiti e che coinvolgeva tutti i settori della società civile.
Le speranze di molti furono concentrate sui magistrati inquirenti, osannati come gli eroi di una rigenerazione della società italiana, di una “rivoluzione civile” che avrebbe dovuto estirpare la corruzione considerata l’origine di tutti i mali che affliggevano l’Italia. A distanza di venticinque anni si può dire quanto queste fossero nient’altro che pie illusioni.
“Forse la corruzione oggi” afferma Colombo “è meno organizzata di un tempo, perché in quel periodo esisteva proprio un sistema di corruzione legato al finanziamento illecito dei partiti politici. Oggi la corruzione è sempre agli stessi livelli di diffusione, ma è un pochino più anarchica, meno sistematica”. E questo è il cambiamento più rilevante del fenomeno corruttivo, mutato nella qualità, non nella quantità; nella Prima Repubblica esso era gestito dai partiti che se ne servivano per alimentare le costose macchine di propaganda di cui necessitavano nel periodo di un durissimo scontro ideologico manifestatosi in Italia con particolare virulenza. Con il crollo del Muro di Berlino, quel sistema di finanziamento diventava superfluo. Il capitalismo emergeva come unico sistema sociale e non aveva più bisogno di tenere in piedi enormi macchine da guerra ideologiche per fronteggiare un nemico oramai agonizzante. Ma veniva meno soltanto una particolare conformazione della corruzione, non la corruzione in quanto tale, che, come ha notato l’ex magistrato, oggi è decentrata ma non meno presente. Era possibile aggredire e sbarazzarsi, questo sì, dei pesanti apparati burocratici capaci di mobilitare una quantità considerevole di persone; tali apparati, non solo non servivano più, ma erano d’intralcio alla nuova epoca che esigeva la depoliticizzazione della società e un ripiegamento nella sfera privata (o, per meglio dire, un dispiegamento del privato a fronte dell’erosione del pubblico). E tale è stato il vero ruolo di Tangentopoli; si è trattato di una guerra contro i partiti e contro la politica, non di una guerra contro la corruzione.
Quest’ultima è fenomeno strutturale alla società capitalistica, e pertanto in essa ineliminabile. L’espansione del capitalismo significa adeguamento alla forma merce e diffusione del denaro quale mezzo di scambio universale, ovvero introduzione dell’economia di mercato in tutti i meandri della società. Le cariche politiche, come qualsiasi altra carica, non sono immuni – perché dovrebbero? – dal processo di mercatizzazione, legale o illegale che sia (esiste anche una corruzione legalizzata: quella delle “donazioni” delle aziende ai politici, sistema da sempre diffusissimo negli Stati Uniti e ora approdato anche in Italia) e anch’esse diventano una merce.
Pertanto non sarà certo un’indagine dei magistrati, una campagna stampa o una serie di leggi, tutti interventi che restano a livello sovrastrutturale, che potranno debellare un fenomeno strutturale. Tali interventi potranno, nel migliore dei casi, contenerlo, mai sradicarlo. È, in realtà, faccenda molto più antropologica che politica o giudiziaria, come sembra intuisca vagamente anche Colombo. La rigenerazione sociale, pertanto, non potrà mai partire dalla lotta alla corruzione; all’opposto, sarà soltanto un’autentica rigenerazione sociale che condurrà all’estirpazione della corruzione da una realtà sulla quale non sarà più in grado di attecchire. 
Le campagne moralistiche non potranno mai intaccare, se non superficialmente, il fenomeno. Ne è la prova Tangentopoli, che è stata il risultato di un miscuglio di diversi fattori, non soltanto giudiziari, ma anche politici, mediatici, geopolitici ed economici. Ma queste campagne potranno ottenere risultati diversi da quelli dichiarati. Il risultato ottenuto in Italia è stato la liquidazione della “vecchia politica”, cioè della politica che godeva ancora di un discreto livello di autonomia e di facoltà direttiva. 
L’autonomia della politica era necessaria in un contesto nel quale si fronteggiavano due attori, il lavoro e il capitale. Il ceto politico rappresentava un medium tra i due, che consentiva ai lavoratori da un lato di veder riconosciute alcune istanze, e ai capitalisti dall’altro di conservare il controllo sui processi di produzione. Con la destrutturazione e decentralizzazione degli apparati produttivi e la fine del modello fordista il lavoro smetteva di essere un blocco sociale omogeneo, mentre il capitale si finanziarizzava e si internazionalizzava. Questo mutamento fu intuito già da Berlinguer, che spostò il baricentro del PCI dalla questione sociale alla questione morale, inaugurando il moralismo della sinistra, con il quale, essa, più tardi, proprio a partire dallo scoppio di Tangentopoli, poté proporsi come elemento politico non più “progressivo”, ma di adeguamento alle mutate esigenze del capitalismo. Furono proprio le linee dirigenti post-PCI a essere risparmiate dalle inchieste, o soltanto sfiorate, dovendo esse assumere il ruolo del “liquidatore” dell’autonomia della politica. 
Il crollo dell’Unione sovietica, poi, forniva una spinta ulteriore a questo processo, che altrimenti avrebbe rischiato di arenarsi. 
Ciò che ha dimostrato Tangentopoli è che la “lotta alla corruzione” non colpisce in realtà la corruzione ma la politica. Alcuni recenti avvenimenti internazionali sembrano confermarlo, ad esempio la destituzione di un governo in Brasile attraverso un colpo di stato mediatico-giudiziario, che presenta molte somiglianze con il periodo di Mani Pulite, la protesta “popolare” in Romania contro un governo non proprio entusiasta delle direttive europee, l’uso della retorica moralista in molte campagne elettorali, come quella del banchiere Gulliermo Lasso in Ecuador contro l’avversario erede del governo progressista in carica, e infine si potrebbe citare l’esagerazione del fenomeno corruttivo in Grecia spacciato come causa della crisi economica per giustificare il commissariamento del Paese da parte della Troika.
In tutti questi casi le oligarchie sembrano servirsi delle campagne moralistiche come mezzo per destabilizzare governi non graditi, colpire esponenti politici avversi o imporre la propria agenda politica. Le vicende di Tangentopoli, in ciò, hanno fatto “scuola”, hanno segnato l’elaborazione e la sperimentazione di una nuova strategia.












*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente

31 lug 2017

Un gioco truccato*

Un cadavere è stato riesumato, quello del bipolarismo. Sepolto sotto le ceneri della Seconda Repubblica, l’archeologia politica ha deciso di riportarlo alla luce. Si cerca così di riassemblare i due blocchi dissolti. 
Da una parte, Berlusconi tenta di ridare la scintilla vitale al centrodestra, cercando un accordo con Salvini. Il vecchio centrodestra era tenuto assieme dalla figura carismatica di Berlusconi; adesso che questa figura ha perduto forza sembra molto più difficile ritornare ai fasti del passato. Il progetto originario di Berlusconi, in più, è oggi definitivamente superato. Questo progetto, che vide l’imprenditore di Arcore affermarsi nella costellazione di partiti distrutti da Tangentopoli, si basava su una promessa di successo individuale che sarebbe arrivato dopo il ripudio del ceto dirigente statalista della Prima Repubblica (che veniva a torto identificato con i postcomunisti) e l’apertura al mercato e all’impresa privata; una sorta di “via italiana al reaganismo” che però si sarebbe rivelata presto nulla più che propaganda. La promessa di arricchimento individuale era incarnata dalla sua figura di imprenditore vincente e dall’affermazione delle reti Fininvest che interrompevano il monopolio televisivo di stato e portavano in Italia una televisione commerciale ed edonista, poco interessata alle preoccupazioni pedagogiche della vecchia RAI. Il progetto di “reaganismo italiano” sarebbe più tardi naufragato per un’essenziale ragione: l’evidenza che l’edonismo berlusconiano e la sua seduzione erano solo una finzione dietro cui si celava la realtà amara della stagnazione, della disoccupazione crescente e della cancellazione dei diritti. Da questo punto di vista il linguaggio del centrosinistra era molto più al passo con il tempi. Se il berlusconismo era reganiano, l’antiberlusconismo era thatcheriano[4], prometteva poco, ma esigeva implacabilmente “sacrifici” e “conti in ordine” come necessità improrogabili. Fu proprio di fronte a questa versione più aggiornata del neoliberismo – che sarà rappresentata poi dal “commissario” Monti incaricato dalla Troika – che l’imprenditore milanese, pur avendo resistito per molto grazie al suo plebiscitarismo, dovette capitolare. Il nuovo neoliberismo, avrebbe imparato Berlusconi a sue spese, non è plebiscitario e non cerca un rapporto entusiastico con le masse, che redarguisce invece di tentare di sedurre. Piuttosto si avvale di gruppi di pressione, di think tank, per penetrare in circoli ristretti e nelle università, ma assume un profilo sobrio e misurato sui grandi media.
Sull’altro fronte, invece, i fuoriusciti del PD, una parte del PD non renziano e figure a sinistra del PD tentano di ricostituire il centrosinistra. Anche qui si tratta di un processo difficilmente reversibile. La fine del centrosinistra, come quella del centrodestra, non è stata accidentale, frutto dell’incapacità o della litigiosità dei suoi capi, ma strutturale. Il progetto del centrosinistra consisteva nel raccogliere il bacino elettorale del vecchio PCI e di parte della DC per traghettarlo verso l’orientamento neoliberale che ormai soppiantava la socialdemocrazia presso tutti i maggiori partiti della sinistra europea. Questo progetto si basava sulla capacità di far accettare il mondo globalizzato e la modernità liquida, la flessibilità per ogni lavoratore e l’incertezza del futuro. Questa, che era la realtà che si stava delineando, veniva considerata come un dato immutabile cui tutti dovevano adeguarsi senza indugio. A tale scopo, il centrosinistra proponeva alcune parziali compensazioni – comunque inferiori al male da ingoiare – come, ad esempio, gli “ammortizzatori sociali”, ovvero sussidi per i lavoratori precarizzati e i disoccupati; ma soprattutto usava una retorica moralistica che si avvaleva di alcuni canovacci sperimentati e luoghi comuni: “non rubare il futuro alle prossime generazioni”, “ridurre il debito che pesa sulle spalle dei nostri figli”, “responsabilità e bilanci virtuosi”, ecc. e che faceva perno sull’idiosincrasia rispetto alla figura carismatica di Berlusconi. Ma presto ci si accorse che la cura era peggiore del male, per non dire che era essa stessa il male da cui avrebbe dovuto mettere in guardia.  Ed è così che la narrazione neoliberista neo-thatcheriana, e con essa il centrosinistra che vi si era identificato, iniziava ad attraversare una crisi di consenso. Crisi che verrà trasferita direttamente al PD, erede e rinnovatore di quel progetto. 
La ricostruzione di centrodestra e centrosinistra si basa su su un tentativo di restaurare un momento della storia italiana non più ripetibile: non solo per la presenza di un terzo incomodo, il Movimento Cinque Stelle, che per sua natura non può essere piegato al gioco bipolare e non si presta ad alleanze; ma soprattutto perché questa resurrezione apparente, contrariamente all’operazione originale dei primi anni Novanta, si svolge nel deserto elettorale, come testimonia il livello inedito di astensionismo ad ogni elezione. Non esiste nessuna possibilità di coinvolgere le masse che sono ormai completamente disilluse circa la vera natura dei due blocchi. E non sarà certo una legge elettorale, nemmeno la più maggioritaria, ad arginare questo fenomeno.
Il dualismo destra/sinistra della Seconda Repubblica doveva essere il surrogato del conflitto capitalismo/socialismo, abbandonato dopo il crollo del Muro di Berlino, per la credenza fideistica dell’eternità del capitalismo, e il bipolarismo centrodestra/centrosinistra era il surrogato del surrogato. Ma a questo gioco oggi la gran massa del corpo elettorale rifiuta di giocare, perché ha scoperto che è un gioco truccato, che appena dietro la vernice del conflitto mediatico conclamato si cela la realtà delle leggi di mercato, dell’adesione incondizionata a esse, della capitolazione dello stato e della modernità liquida. Per questo l’antirenzismo non è che una nuova declinazione dell’antiberlusconismo: l’opposizione a una persona e alla forma del suo linguaggio, ma con la tacita approvazione della sostanza condivisa.
L’ammiccamento di Renzi a Berlusconi, quindi, lungi dal rappresentare un qualche tradimento, è soltanto lo svelamento della essenziale complicità dei due poli opposti e simmetrici come due facce della stessa medaglia e dell’adesione acritica di tutti i maggiori partiti al capitalismo neoliberale.










*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente

31 mag 2017

La sinistra in Italia e la questione nazionale*

A sinistra c’è l’ennesimo assembramento, le ennesime ricollocazioni, scissioni e unificazioni, nuovi nomi e nuove liste. Si tratta di un sottobosco estremamente fluido, in continua mutazione. Si direbbe che nessuno sia in grado di portare avanti un raggruppamento per più di un quinquennio, forse perché si tratta di costruzioni improvvisate che non si fondano su un’analisi articolata del presente e su una filosofia politica, ma su accordi tattici, appelli all’unificazione di una sinistra generica e astratta, “post-ideologica”, ovvero che respinge tutte le ideologie tranne quella del mercato globale, assunta in maniera quasi inconsapevole.
Con gli ultimi recenti rivolgimenti, destinati probabilmente a non durare, nel migliore dei casi, più di qualche anno, è nato il “Campo Progressista” di Giuliano Pisapia, poi c’è stata la costituente di Sinistra Italiana, infine il congresso di Rifondazione comunista segnato dalla fine della segreteria di Paolo Ferrero (oltre che dalla consueta emorragia di iscritti).
Le tante mutazioni, in realtà più nominali che sostanziali, non sono la risoluzione della crisi, ma sono esse stesse dentro la crisi della sinistra che dura ormai da tre decenni. È un crisi non solo italiana, ma che in Italia si avverte con particolare virulenza. Tutte queste “rifondazioni” segnalano proprio l’incapacità della sinistra di interpretare la fase storica attuale e di elaborare un progetto di società alternativo rispetto al capitalismo postmoderno e quindi una corretta strategia di opposizione a esso. La crisi in corso deriva proprio da questa difficoltà.
Dove la sinistra ha mostrato le sue più gravi lacune è nella concettualizzazione del rapporto tra differenti comunità territoriali. Questa è una conseguenza dell’ostracizzazione del marxismo rigoroso sul piano teorico, in favore di quello che Guido Viale definisce “sinistrese”, un miscuglio caotico di linguaggi diversi. La deturpazione del marxismo ha provocato la sostituzione del cosmopolitismo all’internazionalismo (spesso confuso col primo). Questa sostituzione ha indotto la sinistra alla demonizzazione della nazione. Si tratta di un fenomeno inedito e tradizionalmente estraneo alla sinistra. Il marxismo non ha mai disgiunto la lotta di classe dalla lotta per la liberazione nazionale, anzi, le ha sempre concepite come strettamente legate tra loro. Si potrebbero citare diversi passi in cui Lenin considera il perseguimento dell’autodeterminazione delle nazioni come una necessità nella lotta contro le potenze imperialiste. Arriva addirittura a esaltare il sentimento di orgoglio nazionale per la “Grande Russia”, ovviamente su una condizione di equità con tutte le altre nazioni. Per non parlare di altri “mostri sacri” come Ho Chi Min o Che Guevara (tutti ricorderanno il motto “Patria o muerte!” dei rivoluzionari cubani). La nazione è sempre stata un’idea di sinistra, per quello che la sinistra è stata in Europa, ovvero prima democratico-repubblicana e poi socialista (i comunardi, i sostenitori della Comune di Parigi del 1871, cantavano “l’Internazionale” sulle note della Marsigliese). Spesso viene citata a sproposito la frase di Marx “gli operai non hanno patria”, dimenticando però di aggiungere il seguito: “Poiché la prima cosa che il proletario deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, è anch'esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia”.
L’identificazione della nazione con un’ideologia di destra o di estrema destra si è avuta con l’equiparazione al fascismo, considerando l’istanza nazionale, erroneamente, come caratteristica del fascismo. In realtà ciò che connota il fascismo è altro, una determinazione imperialista o “suprematista”, che è cosa diversa dal nazionalismo. L’errore discende da una mancata comprensione del fascismo come fenomeno storico, ovvero dall’approccio post-moderno e deleuziano che descrive il fascismo astrattamente e da un punto di vista meramente ideologico, contrariamente all’approccio marxista, che invece concepisce il fascismo come esito degli interessi capitalistici in una data situazione politico-sociale. Fascista è, secondo il “sinistrese” di oggi, chiunque “costruisce muri” e ammette una gerarchia nell’organizzazione politica. In questo modo, ad esempio, il crollo del Muro di Berlino viene visto come una liberazione dei popoli soggiogati da stati totalitari, anche se questo ha significato l’invasione totale del mercato, il liberismo e il completamento del processo di mondializzazione.
Avendo perduto l’internazionalismo e avendo identificato la nazione col fascismo, la sinistra si è gettata nelle braccia del cosmopolitismo, che è invece proprio del liberalismo e del neoliberismo. Il cosmopolitismo vuole sradicare persone e comunità, renderli individui-consumatori apolidi che viaggiano continuamente per il mondo in cerca di un impiego, secondo quanto esige il mercato globale. In questo modo la sinistra non si è opposta, quando non addirittura ha favorito, la perdita di sovranità degli stati, il soggiogamento dei popoli da parte di entità sovranazionali e della tirannia capitalistico-finanziaria. Ha visto con favore la moneta unica europea e la costruzione dell’Unione Europea, non capendo quanto esse fossero uno strumento delle élite capitalistiche, e questo perché ha sostituito all’analisi tipicamente marxiana e marxista – che lega ideologie a moventi politico-economici – la visione postmoderna che, seppure proclama la fine delle ideologie, è radicalmente ideologizzante, cioè oscura le cause “strutturali”, come direbbe Marx, ed evidenzia soltanto la cortina ideologica. Per quanto l’errore sia stato grave, e ormai palese, la sinistra non è riuscita (fatte salvo apprezzabili eccezioni) a divincolarsi da questo cosmopolitismo da cui continua a essere influenzata. È rimasta vittima di quello che si potrebbe definire “il paradosso di Tsipras”.
Il partito di Syriza, infatti, aveva avanzato un programma che si potrebbe chiamare“progressista” e “socialista-democratico” con il quale ha vinto le elezioni. Questo programma però non prevedeva di mettere in discussione l’euro e l’Unione Europea, di cui si auspicava un’improbabile riforma. Una volta che il programma sociale si è rivelato irrealizzabile all’interno dell’Unione Europea (come del resto era chiaro già prima a ogni osservatore obiettivo) il governo greco e il suo partito hanno preferito rinunciare al programma piuttosto che considerare l’uscita dalla UE e la rinazionalizzazione della moneta, finendo così per applicare le richieste della Troika.
La sinistra italiana è vittima dello stesso paradosso. Dichiara la sua opposizione al liberismo, ma il suo pregiudizio anti-nazionale le impedisce di proporre un programma realistico. Questo pregiudizio anti-nazionale, si direbbe, è stato portato troppo avanti e si è troppo radicato per poter essere ora abbandonato. Il problema, però, è ormai ineludibile. È difficile negare come l’euro e i Trattati siano uno strumento dell’oligarchia per destrutturare lo stato sociale e operare una “restaurazione”. Così si avanzano ipotesi improbabili, come una riforma dei Trattati che è di fatto impossibile (chi è che convince 27 governi doversi?) oppure la “disobbedienza”, senza capire o voler capire che uno Stato che non dispone della propria moneta non è in grado di opporre un rifiuto ai diktat di Bruxelles.
La sinistra, o quel che ne rimane, se vuole salvarsi da un’estinzione altrimenti inevitabile, deve cambiare il proprio punto di vista, recuperare l’approccio marxiano (che non vuol dire ripetere mnemonicamente gli scritti di Marx, ma adottarne il metodo) nella spiegazione dei fenomeni sociali e troncare col pregiudizio anti-nazionale. In altri paesi esistono esempi in questo senso, il Partito Comunista Portoghese si è già avviato su questa strada, l’unica strada percorribile.













*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



6 mag 2017

Quale femminismo?

L’8 marzo scorso si è tenuto lo “sciopero generale delle donne”, la manifestazione internazionale delle femministe, in Italia vi hanno aderito diversi sindacati, con lo scopo di contrastare la violenza contro le donne e altre forme di discriminazione. Questa manifestazione ne richiama altre e si colloca sull’onda di una serie di iniziative per i diritti delle donne in Italia come all’estero (si ricorderà, negli Stati uniti, la marcia contro Trump).
Negli ultimi anni il femminismo ha ricevuto molta attenzione da parte dei media, così come alcuni suoi temi sono stati pubblicamente dibattuti e, in alcuni casi, hanno dettato anche l’agenda politica.
La domanda che ci porremo in questa sede è: il femminismo, oggi, è ancora un interprete affidabile non soltanto delle esigenze delle donne, ma anche delle questioni sociali più urgenti, come aspira ad essere?

Femminismo e questione sociale
Si tratta di un rapporto coltivato assiduamente, in passato, dal femminismo di matrice marxista. Tuttavia l’epoca attuale ha visto le femministe sempre più allontanarsi dalle questioni che allora venivano definite “di classe”. In altre parole, a un certo momento della storia, è fuoriuscito da più ampi movimenti di emancipazione delle classi sfruttate e ha finito per legittimare, implicitamente quando non apertamente, il modo di produzione e la struttura economica.
Dagli anni Settanta un filone del movimento femminista decise di rifiutare il marxismo e il socialismo, all’interno dei quali si era sviluppato; questa scelta, si deve al separatismo e in Italia è stata teorizzata soprattutto da Carla Lonzi, determinando gli esiti attuali.
Se il femminismo rompeva col socialismo accadeva, nel frattempo, una mutazione della società: il trionfo “definitivo” del capitalismo (non perché fosse realmente tale, come nulla è nella storia, ma perché come tale si rappresentava) e la rinuncia alle istanze anticapitaliste. Mentre questo avveniva, culminando con la caduta del Muro di Berlino, il femminismo aveva già distinto se stesso dalla lotta contro il Capitale e aveva designato come proprio nemico esclusivo il Patriarcato. Il problema è che ciò veniva affermato proprio in una fase di declino del Patriarcato e di una nuova “rivoluzione capitalistica”, quella del dominio oligarchico non mediato e del mercato globale, una rivoluzione che trovava per la prima volta pieno compimento dopo aver abbattuto tutti gli ostacoli politici, ideologici e culturali.
In questa “rivoluzione”, le formazioni ideologiche capitalistiche mutavano. Il capitalismo si sbarazzava (o perlomeno cominciava a farlo e oggi vediamo come questo processo sia giunto a compimento) di certi suoi strumenti repressivi, in particolare della inibizione e della castrazione del corpo e del desiderio sessuale. Se, infatti, nella fase precedente aveva bisogno di trattenere almeno in parte energie potenzialmente sovversive e di reprimere le pulsioni per includere gli individui nell’irregimentazione produttiva (magari permettendo, per altra via, uno “sfogo” controllato delle pulsioni represse) nella fase postmoderna esso deve, invece, modellare l’individuo consumatore, quindi svincolarlo dal corpo sociale e lasciare libero sfogo alle pulsioni; anzi, deve eccitare, provocare, amplificare e manipolare i desideri. Il Patriarcato, che in passato era servito a riprodurre le strutture sociali capitalistiche, diventa ora, perciò, strumento inservibile, di cui disfarsi.
Ecco, dunque, che il Capitale trova, a questo scopo, un utile alleato nel femminismo separatista e “post-ideologico”, che gli consente, per di più, di incanalare la protesta a proprio favore.
Le femministe hanno finito per far proprie istanze propriamente pro-capitalistiche, ne è un esempio la rivendicata aspirazione delle donne a ricoprire i massimi gradi della gerarchia sociale. Se il capitalismo a uno stadio di “arretratezza” escludeva le donne, prima come produttrici e poi come consumatrici, il suo nuovo movimento tende sempre più a includerle. Il femminismo si è allineato a questa tendenza generale, considerandola fattore di emancipazione per le donne nella lotta contro il Patriarcato. Tuttavia, non è più in grado di cogliere – proprio perché si è ormai distaccato dai mezzi ideologici adeguati – il carattere di classe di questa “emancipazione”. Mentre si celebra la “liberazione” delle donne dalle catene della castrazione maschilista, lo sfruttamento delle donne, come degli uomini, delle classi inferiori si inasprisce, venendo a mancare tutte le protezioni sociali.
Il femminismo assume un profilo “progressivo” solo di fronte a configurazioni arcaiche del potere (quelle repressive e castranti) ma accetta nella sostanza e supporta la restaurazione postmoderna (de-inibita e sessualizzante). E ciò si deve al fatto che il femminismo si è troppo concentrato nel contrasto e nell’analisi dei mezzi del potere, che, in quanto mezzi, possono essere sostituiti, ma non sulla critica della struttura del potere. Il potere, infatti, non si esercita soltanto negativamente, ma anche in positivo: “un dispositivo molto diverso dalla legge, anche se poggia localmente su procedure d’interdizione, assicura, attraverso una rete di meccanismi connessi gli uni agli altri, la proliferazione di piaceri specifici e la moltiplicazione di sessualità disparate”*.
Le femministe, nelle loro rivendicazioni, affermano “Scioperiamo contro l’immaginario misogino sessista, razzista, che discrimina lesbiche, gay e trans”. Nulla viene detto, però, sulla principale discriminazione della nostra epoca, ovvero quella di classe che distingue le persone in base al loro accesso alle merci. Una “assenza rivelatrice”, che dice quanto il femminismo, come del resto molti movimenti di protesta, sia oggi compromesso col sistema sociale di sfruttamento.

La mediatizzazione del femminismo
Le femministe combattono il Patriarcato, e non si può negare quanto quest’ultimo abbia oppresso e talvolta tutt’ora ancora opprime, nonostante sia in declino irreversibile, le donne.
Ma esiste una nuova forma di oppressione che, come si è detto, non reprime e non castra il corpo femminile, ma lo manipola e lo espone. Questo accade nella comunicazione, e non riguarda “il linguaggio sessista”, la vocale finale maschile al posto di quella femminile, ma qualcosa di molto più potente e colonizzante. Ed è l’esposizione del corpo della donna la sua iper-sessualizzazione e la sua mercificazione. La pubblicità tratta il corpo della donna come “merce universale”, ovvero un particolare tipo di merce che rende appetibile qualsiasi altra merce. Se si vuole vendere una merce le si attribuiscono caratteri sessuali femminili.
Il capitalismo consumista manipola il corpo della donna per renderlo universalmente fruibile (altro che “il corpo è mio e lo gestisco io”!) esso deve essere sempre mostrato e deve sempre sedurre e attirare, provocare ed eccitare. Il corpo della donna deve essere sempre, costantemente, desiderato e deve quindi farsi desiderare. Le femministe non sembrano essere consapevoli di ciò, anzi, esse hanno spesso contribuito a rendere il corpo e l’immagine della donna sempre più fruibile per la società dei consumi, sempre più merce universale, partecipando al processo di mediatizzazione della figura femminile.
“Agiamo” scrivono le promotrici della manifestazione “con ogni media e in ogni media per comunicare le nostre parole, i nostri volti, i nostri corpi ribelli, non stereotipati e ricchi di inauditi desideri”. Inneggiano alla mostra del corpo e all’eccitazione dei desideri di cui si serve il potere postmoderno, un potere manipolatore seppure non patriarcale. In numerose proteste le troviamo in atti provocatori a incitare e mostrare, a scandalizzare, quando lo scandalo (che per essendo inflazionato deve spostare l’asticella della provocazione sempre più in alto) serve proprio a eccitare il desiderio della donna e per la donna venditrice di se stessa.

Riformulare il femminismo
È inutile farsi illusioni, il femminismo non può operare oggi con le stesse strategie di ieri. Bisognerebbe innanzitutto prendere atto che la corrente del femminismo oggi prevalente non si è rivelata fruttuosa. Ha partecipato di una tendenza già dominante, quella di rendere la donna consumatrice e oggetto di consumo, e ha esaurito il suo carattere dissidente.
Se il femminismo intende, oggi, farsi interprete della questione femminile, per come può oggi essere intesa, non può esimersi dalla critica della struttura economica e dai processi di esclusione non soltanto dei sessi – come conseguenza delle incrostazioni del passato – ma anche delle classi. Deve altresì rimodulare la sua strategia, esigendo non la mostra, l’esposizione e l’esibizione di sé, “diritto” già ampiamente concesso, quando non vero e proprio obbligo e metodo di inclusione della donna nei processi di riproduzione dell’ordine sociale. Hanno bisogno, le donne, di “rilassare” la propria immagine, desessualizzarsi, celarsi, sfuggire all’esibizione del corpo. Solo in questo modo potranno sganciarsi dal sistema di sfruttamento pubblicitario e rivendicare un’autentica emancipazione.




*Michel Foucault, La volontà di sapere – Storia della sessualità 1, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 48




30 mar 2017

Egemonia e dissenso: quali prospettive?*

La sconfitta di Renzi al referendum costituzionale avrebbe dovuto indurre a una riflessione non soltanto il segretario del PD e la sua cerchia, ma tutto quanto il ceto dirigente italiano che ha tenuto il governo politico in questi anni, anche se un governo più simbolico che reale, svuotato delle sue effettive prerogative, diventato un mero esecutore della strategia delle oligarchie e della tirannia di mercato.
Questa sconfitta, e le conseguenti dimissioni di Renzi da Presidente del Consiglio, segnalano due fatti di cui non si può non prendere atto: a) l’incapacità attuale della strategia neoliberale e dei suoi deboli referenti politici di attrarre consenso e b) il fallimento storico del Partito Democratico e dell’idea sulla quale è stato fondato.


  1. L’illusione e il disincanto: il tramonto dell’egemonia culturale attiva

L’esaurimento dello slancio delle lotte sociali del Novecento, che hanno raggiunto l’apice del loro successo nel corso degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, trascinata dall’avanzata del “blocco socialista” (col quale si vuole qui intendere tutto l’insieme di partiti, sindacati e movimenti di ispirazione marxiano-keynesiana, comunisti, socialisti, socialdemocratici, laburisti) aveva visto il ritorno del liberalismo e la restaurazione capitalista. In appena tre decenni, le tutele sociali sono state rapidamente cancellate, i mercati ampiamente liberalizzati, gli stati-nazione indeboliti, proprio grazie alla partecipazione del nuovo ceto dirigente erede di quello socialista.
Questo processo di restaurazione liberale è stato possibile grazie alla crisi ideologica del blocco socialista, cui il crollo dell’Unione Sovietica ha dato il colpo di grazia. Il capitalismo è apparso come l’unico universo possibile e il neoliberalismo è riuscito a instaurare un’egemonia culturale come forse mai prima di allora. La novità era che questa egemonia non riguardava soltanto le classi dominanti, ma anche quelle dominate, che hanno creduto nella promessa di emancipazione individuale del liberalismo post-moderno. Questa egemonia ha potuto esercitarsi grosso modo incontrastata per un trentennio. Qui però occorre integrare la proficua categoria gramsciana; bisogna infatti distinguere tra un’egemonia culturale attiva e un’egemonia culturale passiva. Con la prima si intende la persuasione ideologica consapevole e la conscia rappresentazione di una certa idea di società sottesa da tale ideologia. Con la seconda invece ci si vuole riferire all’introiezione inconsapevole delle forme ideologiche e alla loro riproduzione inconscia e automatica nel sistema sociale. Per molto tempo le due categorie sono, in linea di massima, coincise. Ciò è accaduto anche con la restaurazione neoliberale degli anni Ottanta, Novanta e Duemila. Ma all’inizio di questo decennio vi è stata una divaricazione. L’egemonia attiva è entrata in crisi e sta andando via via dissipandosi, mentre è rimasta in vigore inalterata quella passiva. Ciò ha significato che le masse hanno cominciato a rifiutare la formulazione esplicita dell’ideologia neoliberale, ma continuano a subire le forme di integrazione implicite che essa propone nei comportamenti individuali e collettivi. Questa inedita divaricazione ha provocato conseguenze altrettanto inedite; a livello politico, infatti, l’ideologia neoliberale non riesce più a produrre consenso, non riesce più a sedurre come in epoca reaganiana (il neoliberismo seduce, il progetto socialista affascina). Quel ceto dirigente, quindi, che si è fatto interprete politico della strategia neoliberale, è entrato in una crisi di consenso profonda che non sembra trovare sbocchi: si pensi alla situazione del partito socialista francese, o di entrambi i partiti statunitensi (costretti a integrare figure “esterne”, come Sanders da una parte e Trump dall’altra) oppure del PD in Italia affetto da cronica emorragia di iscritti. Tuttavia, a questa crisi della proposta politica neoliberale, non ha fatto seguito una capacità di elaborare una efficace strategia contrapposta delle altre forze. In questo modo le oligarchie hanno perduto il consenso politico, ma senza che il loro dominio di classe fosse scalfito. Se manca il consenso, il dissenso non riesce a organizzarsi e a proporre una contrapposta idea di società, arenandosi in rivendicazioni del tutto secondarie e sterili, finendo per disperdersi in mille rivoli. È il cosiddetto “populismo”, come quello di formazioni quali Podemos in Spagna o il Movimento Cinque Stelle in Italia. Essi hanno inconsapevolmente introiettato l’ideologia neoliberale che impedisce loro di trovare una valida struttura organizzativa e un progetto politico adeguato. Senza addentrarci in un argomento che meriterebbe una trattazione separata, basterà citare a titolo esemplificativo il caso greco. Qui, il ceto politico referente dell’oligarchia è entrato in crisi, rimpiazzato dal partito di Syriza che ha raccolto la protesta delle classi greche impoverite ed esasperate, ma non è riuscito a tradurla in un progetto politico realistico, a causa del pregiudizio anti-sovranista e della accettazione acritica dell’euro e dell’Unione Europea.


  1. Il Partito Democratico: un peccato originale

La crisi di consenso ha riguardato tutti i partiti d’Occidente promotori della globalizzazione e della mercatizzazione della società, coloro che, al netto delle varie e secondarie differenze nazionali, hanno svolto il ruolo di portare le classi popolari ad accettare l’ideologia neoliberale, in altre parole, quel ceto politico che ha cercato di produrre egemonia culturale attiva in favore delle oligarchie capitalistiche. In Italia questo compito è stato assunto da vari partiti e formazioni, in particolare quelli creatisi con l’epilogo traumatico della Prima Repubblica; ma con la fine del decennio scorso e l’inizio di quello attuale, un nuovo partito ha monopolizzato un tale compito, il Partito Democratico.
Il Partito Democratico nasceva su una tesi: le ideologie sono morte; tradotto: le ideologie alternative al capitalismo e al liberalismo sono morte e può esistere l’unica ideologia dell’assenza di ideologie, cioè dell’ineluttabilità del processo capitalistico di adeguamento delle strutture sociali al mercato globale. Il Partito Democratico doveva quindi unificare quel ceto politico italiano che più coerentemente si era proposto come referente accreditato delle oligarchie neoliberali. In questo modo, secondo i fondatori, sarebbe stato possibile raccogliere il consenso delle classi dominate, che rischiava di disperdersi a causa delle divisioni politiche (anche se non ideologiche) di quel ceto dirigente. Sembrava dovesse funzionare, ma i fondatori non avevano fatto i conti con la Storia. Proprio allora, infatti, l’egemonia culturale attiva, che il PD come altri partiti in Europa, si incaricava di produrre, veniva a mancare. Il Partito Democratico faceva il suo esordio proprio quando i suoi omologhi occidentali (i socialisti francesi, i socialdemocratici tedeschi, oppure i laburisti blairiani britannici) subivano un tracollo di consensi. Un tracollo che si sarebbe rivelato non puramente contingente, ma strutturale, perché era lo stesso modello dell’egemonia attiva che si era deteriorato.


Essendo costruito su questa tesi, ormai superata, il PD è un partito che attraversa un lungo, ininterrotto e strutturale calo di consensi, come si nota se si guardano i voti assoluti ottenuti alle varie elezioni e l’incapacità di attrarre le classi popolari disilluse. Esso continua a gestire il potere politico (formale) per una sorta di inerzia delle procedure rappresentative e per quella disorganizzazione del dissenso di cui si diceva. Tuttavia la sua egemonia delle istituzioni rappresentative (che non è mai stata egemonia culturale) è sempre precaria, appesa a un filo. Tutti i segretari avvicendatisi hanno, finora, fallito il loro compito. Da Veltroni sconfitto da Berlusconi a Renzi mai eletto, passando per Bersani.
Il ceto politico del PD, tuttavia, non riesce ancora a comprendere questa nuova fase storica nella quale si è entrati e a ciò si deve la sua incapacità di analisi. Si accampano, allora, ragioni collaterali, eventi scarsamente influenti per spiegare la sconfitta.
Renzi, nel corso di un’intervista a Repubblica, alla domanda su quali siano stati i suoi errori, ha risposto: “avrei dovuto metterci più cuore, più valori, più ideali. Insomma, meno efficienza e più qualità”. Non ha messo in discussione il programma politico del suo governo, che ha anzi difeso, ma il modo di comunicarlo. Renzi crede ancora nel progetto di egemonia attiva, crede che sia ancora possibile coinvolgere attivamente le masse nella strategia neoliberista che esse subiscono. Ciò è stato vero per un certo tempo, ma oggi rischia di rivelarsi clamorosamente anacronistico.
Del resto, la cecità del ceto politico neoliberale è la stessa di quello intellettuale. Ad esempio, molti hanno creduto di attribuire la vittoria di Trump a una differenza di comunicazione rispetto alla Clinton, al linguaggio semplice, diretto e “populista” del miliardario. Ciò può essere in parte vero, ma è soltanto una causa collaterale e secondaria. La vera ragione della vittoria di Trump non è in una comunicazione efficace, ma nella disillusione delle classi impoverite, degli Stati Uniti, come di tutto l’Occidente (come dimostrano la “Brexit” e l’avanzata delle formazioni populiste) rispetto all’ideologia neoliberale e alla sua promessa di liberazione dell’individuo dalle strutture oppressive dello stato e della burocrazia. Le classi popolari hanno sperimentato sulla loro pelle le contraddizioni del neoliberismo e hanno pagato e stanno pagando un prezzo altissimo. È quantomeno dubbio che una efficace campagna pubblicitaria possa far dimenticare l’austerità, la disoccupazione, la crisi economica e la sfiducia nel ceto politico che i dominati hanno davanti agli occhi tutti i giorni, pur non essendo capaci di comprenderlo con lucidità intellettuale, ma percependolo in quella famosa “durezza del vivere” sperimentata quotidianamente. Che si possa riottenere il consenso delle masse disilluse con una campagna pubblicitaria, senza cambiare di una virgola la strategia politica, restando quindi nella dimensione neoliberale, segnala che mentre le masse si disilludono (senza però riacquistare la capacità di riaffascinarsi) il ceto politico si illude.
Il ceto politico neoliberale, sembra, ad oggi, uno spettatore impotente e balbettante; la questione centrale, attualmente, non è la possibilità da parte dell’oligarchia di esercitare un’egemonia attiva, ma la capacità o l’incapacità del dissenso di organizzarsi. Sarà possibile che l’integrazione capitalistica prosegua incontrastata rinunciando al consenso e avvalendosi soltanto dell’egemonia culturale passiva, quindi dei modelli di consumo, dell’individualismo, della sfiducia in un progetto alternativo di società e dell’afasia del dissenso? E il dissenso, da parte sua, per quanto potrà essere orientato verso partiti populisti destrutturati incapaci di formulare un progetto politico anticapitalista senza che presto maturi un disincanto anche nei loro confronti? E sarà possibile ripensare a una politica, marxianamente, come “movimento che abolisce lo stato di cose presente” e progetto di rifondazione sociale? Queste sono, oggi, le domande alle quali solo la Storia saprà rispondere.















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La sinistra postmoderna è nata morta*

“Unire la sinistra” è il vecchio appello da Seconda Repubblica caduto in disgrazia, che talvolta qualcuno tenta di riportare in auge. Adesso è la volta di Giuliano Pisapia che propone un cartello elettorale dai contorni vaghi e sfumati, il “Campo progressista”, l’ennesima riedizione delle tante “sinistre unite” fallite. Già prima Bertinotti e poi Ferrero e Vendola provarono a inventarsi nuovi marchi da apporre all’aggregazione multiforme che chiamavano “sinistra”. Tutti questi schieramenti hanno fatto la stessa triste fine.
L’ostracismo contro le ideologie, in particolare contro la teoria marxista, diede vita a una creatura deforme, la sinistra postmoderna, una fazione eterogenea, senza contorni definiti, priva di una tradizione politica – considerata un pesante fardello di cui disfarsi – con un’organizzazione evanescente e senza una solida struttura di partito. Tenuta assieme dal generico appellativo di “sinistra”, non ha un fine universale, un ideale di rifondazione della società, ma tanti piccoli scopi particolari da perseguire all’interno della struttura sociale vigente che non viene mai criticata. Per questo assumono un ruolo primario i diritti civili, mentre vengono trascurati, fin quasi a dimenticarli, quelli sociali, sacrificabili sull’altare delle “alleanze progressiste”. I diritti civili, infatti, possono essere perseguiti all’interno dei rapporti sociali esistenti, senza la necessità di giungere a uno scontro con le classi dominanti, con le quali, anzi, ci si allea.
Non a caso Pisapia intende proporre questa “unificazione” per poi allearsi col PD, per “tirarlo” a sinistra. Uno schema tipico della Seconda Repubblica, e a livello globale del mondo appena dopo la caduta del Muro di Berlino; il conflitto tra socialismo e capitalismo doveva essere surrogato dal dualismo destra/sinistra, nel quale entrambi appartenevano non al “campo progressista” o a quello conservatore, ma all’orizzonte capitalista da “fine della storia”, visto come irreversibile e accettato acriticamente da ambedue gli schieramenti teoricamente contrapposti.
Ma ormai anche lo schema destra/sinistra è entrato in crisi, per essersi manifestato per quello che è: una maschera. La “destra” e la “sinistra” della Seconda Repubblica non corrispondono alla “destra” e alla “sinistra” della Prima, le quali non erano soggetti giuridici e politici, ma indicazioni “geografiche” che dovevano essere opportunamente connotate da aggettivi (socialista, liberale, comunista, democristiano, ecc.). Lo schema destra/sinistra postnovecentesco è entrato in crisi in seguito al progressivo distacco popolare, non essendo possibile scorgervi un’alternativa reale al capitalismo neoliberale e quindi rivelandosi in farsa, puro spettacolo.
Ad esso non è ancora subentrata una rappresentazione politica adeguata, ma va delineandosi un nuovo conflitto tra il globalismo liberista e le resistenze nazionali, statali e antioligarchiche le quali però presentano diverse contraddizioni e sono ancora in embrione.
Compito della politica, oggi, è dare voce a queste ultime, non attraverso l’uso demagogico e “populistico” proprio di alcuni capi partito, ma interrogandole, chiarificandole, criticandole e traducendole in una teoria, una prassi strategica e un progetto di società.
La proposta di Pisapia, invece, ignora tutto questo e si limita a rispolverare uno schema vecchio e superato, tutto interno alla risonanza mediatica, incapace di fare i conti con le recenti tendenze sociali. Il vero scopo (che egli ne sia consapevole o meno) è quello di ricondurre il dissenso entro il recinto controllato dalle oligarchie. Ed è questo infatti il vero significato del “progressismo” postmoderno: a sinistra del PD, ma col PD, ovvero, la periferia del capitalismo.














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27 feb 2017

Uomini e robot nella società contemporanea*

Nel corso di un recente discorso, il Presidente Mattarella ha fatto riferimento al cosiddetto “Modello 4.0”, intendendo l’introduzione di nuovo tecnologie nell’economia per rendere più veloce ed efficiente la produzione. Il Capo dello Stato ha detto che un simile modello potrebbe creare “forme di dualismo nella nostra società”. Ha sottolineato, pur riconoscendone i benefici, che “Mentre, da un lato, vi sarà un impatto positivo sulla produttività del lavoro, con un ampliamento anche di opportunità per i lavori più qualificati, dall'altro lato è del tutto verosimile doversi attendere un effetto riduttivo sulla occupazione totale, per la probabile diminuzione di posti di lavoro ripetitivo a vantaggio della robotica. Il saldo netto tra posti di lavoro perduti e posti di lavoro creati non è una variabile indifferente”.
La questione di cui si occupa Mattarella non è inedita, e interessa tutte le società moderne. La meccanizzazione e computerizzazione della produzione hanno ridotto le ore di lavoro necessarie per unità di prodotto, questo però non ha determinato, in passato, perlomeno nelle società europee, forti squilibri e cali occupazionali. Anzi, nel corso degli anni Settanta l’introduzione delle tecnologie si è accompagnata a un aumento dell’occupazione e dei redditi da lavoro. Questo fondamentalmente per due ragioni.
Innanzitutto perché questo processo è avvenuto in un contesto politico-economico nel quale gli stati e le aziende esigevano un aumento del capitale investito e un incremento generalizzato dei consumi. Inoltre, si è avuto entro una cornice legislativa di forte tutela dei ceti medio-bassi e dei lavoratori.
Occorre sottolinearlo, perché i mutamenti tecnologici e lo sviluppo della tecnica, per quanto repentini, non provocano necessariamente disagi e “dualismi”. Questi si verificano solo entro un certo tipo di scenario politico, economico, giuridico e anche culturale, nel quale non vi è spazio per i due fattori di cui si è detto: ovvero investimenti (sostenuti spesso dalla mano pubblica) e tutele del lavoro.
È evidente che nell'assetto attuale un simile scenario sia del tutto venuto meno, sostituito dalla deregolamentazione dei mercati e dall'abolizione delle tutele. Le imprese tendono a disinvestire, non a investire e gli stati non fanno nulla per opporsi a questa tendenza e ansi spesso la agevolano. Inoltre gli sviluppi della tecnica sono giunti al punto da far prevedere in tempi relativamente brevi la scomparsa di interi settori della manodopera e aree di impiego del lavoro umano sostituiti da processi produttivi interamente meccanizzati. Il lavoro sembra spostarsi sempre più dalla manodopera alle attività tecnico-intellettuali, e anche per queste ultime si può prevedere una riduzione del monte ore necessarie.
Sembrerebbe quindi inevitabile la crescita di una massa enorme di disoccupati esclusi dal lavoro e sostituiti dalle macchine, con tutte le ricadute sociale che ciò può comportare.
In realtà, una simile eventualità non è affatto una necessità “intrinseca” dell'evoluzione dei mezzi produttivi. La tecnica non è mai una componente “neutra” e una variabile indipendente, essa opera sempre in combinazione con altre, che ne determinano gli effetti.
In un contesto di liberalizzazione totale dei mercati e dei capitali, di deregolamentazione, di cancellazione delle tutele e di implosione del controllo statale sull'economia le conseguenze della meccanizzazione e digitalizzazione sembrano andare nella direzione paventata dai pessimisti.
Considerare, però, un simile scenario come inevitabile, ha gli stessi effetti di una “profezia autoavverante”, la sottovalutazione del potenziale delle altre componenti (politica, economia, diritto, cultura, tensioni sociali, ecc.) conduce a sopravvalutare quello della tecnica. Ciò vale sia per i profeti “pessimisti” che vedono la tecnica come una potenza distruttrice autonoma da tutto il resto, sia per gli “ottimisti” che invece ne auspicano la continua evoluzione come fatto intrinsecamente benefico.
Si può invece comprendere il ruolo della tecnica nella nostra società, in rapporto al lavoro, come ad altri aspetti, solo se lo si considera come interdipendente e sempre combinato con altri. La disoccupazione “tecnologica”, non è in realtà il risultato del semplice progresso della conoscenza scientifica e dall'applicazione su larga scala di mezzi efficienti. È, invece, la conseguenza dell'interazione del progresso tecnico con lo scenario sociale complessivo. Più che essere gli assetti sociali determinati dalla tecnica, è anche e soprattutto quest'ultima a essere orientata dai primi. Questo significa che l'incontrollabilità della tecnica è una forma di superstizione che deriva dall'inconsapevolezza del ruolo giocato dalle altre componenti. Se queste ultime ultime sono considerate, magari implicitamente e acriticamente, come date una volta per tutte, è chiaro che la tecnica emerge come potenza inarrestabile e insensata.
Questo errore emerge anche nel discorso di Mattarella, il quale vuole mettere in guardia dalle “logiche protezionistiche del proprio mercato” e dalla “illusoria difesa dei propri apparati produttivi”, quasi che la rinuncia alla “sollecitazione della concorrenza” sia impensabile e inconcepibile.
Prima si afferma l'immutabilità dell'unico mondo possibile dell'economia globalizzata, e poi si presentano come problematici i risvolti del progresso tecnico, ignorando, e ostinandosi a ignorare, che questi ultimi non sussistono nel nulla, ma operano in una cornice che si è già definita come inalterabile e indiscutibile. La politica, al contrario, dovrebbe adoperare un approccio “laico”, ai problemi sociali, che cioè sia libero da dogmi e assunti acritici, quali quelli della religione del libero mercato.













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Immagine tratta da: http://www.ansamed.info/motori/notizie/rubriche/industriamercato/2012/08/02/Renault-piu-25-produzione-motori-Brasile_7282651.html

31 gen 2017

Dall'entusiasmo edonistico al disincanto rinunciatario*

Un recente sondaggio dell'Agenzia SWG rileva un dato molto interessante. Il 32% degli italiani si definisce anticapitalista, mentre solo un quarto degli intervistati si dice pro-capitalista. Inoltre il 36% si dichiara per “un modello post-capitalista basato su un economia più armonica, solidale e condivisa”, il 26 a favore di “un modello comunitario basato su forme di impresa meno incentrate sul profitto” e soltanto il 23 si dice favorevole a un modello capitalistico; ma anche tra questi il 13 vorrebbe un maggior controllo dell'economia da parte dello Stato. È un risultato sorprendente considerato il contesto nel quale è maturato.
Questa sfiducia nel sistema economico dominante, mai così egemonico dal punto di vista politico e culturale, prolifera nella pressoché totale assenza di una proposta alternativa, con i vari partiti di opposizione occupati in questioni più o meno irrilevanti (le unioni civili quelli “di sinistra”, i campi nomadi e i centri di accoglienza quelli “di destra”, i vitalizi quelli “né di destra né di sinistra”). In ogni caso mai nessun attore politico osa mettere in discussione l'economia nel suo complesso o accenna una qualche critica al capitalismo, cosa invece piuttosto comune fino a trenta o quarant'anni fa.
Lo scenario può apparire per molti versi paradossale. In una fase di massima debolezza economica del capitalismo dal dopoguerra a oggi, si ha una situazione di massima forza dal punto di vista politico. Ovvero, nonostante una crisi senza precedenti in Italia e in Europa, e per intensità e per durata, mai si è stati così lontani come oggi dalla possibilità di un rovesciamento dei rapporti economici e del modo di produzione in vigore. Nello stesso tempo però non c'è un consenso alla base di questa egemonia: non è la sanzione del successo degli apparati di propaganda del potere, se con ciò si intende la persuasione collettiva della bontà del sistema. Questo ci dice due cose: innanzitutto è l'ulteriore conferma che tra fattori economici ed esiti politici non c'è un rapporto meccanico di necessità. Una disfunzione economica del sistema può tradursi in funzione politica, e viceversa. Se si guarda alla caduta dello storico avversario del capitalismo occidentale, ovvero l'Unione sovietica si scopre un andamento inverso: a una stabilità e funzionalità sul piano economico è corrisposta una crisi politica, che in seguito (ma solo in seguito!) è andata a intaccare anche la sfera materiale della produzione. La crisi economica non apre necessariamente nuovi spazi per le forze di dissenso (dissenso ovviamente “sistemico”) come a lungo ha creduto un anticapitalismo ingenuo. Ma la grande novità di questi tempi è che non è il consenso ideologico a consolidare l'egemonia. Questo, lungi dall'essere cresciuto, si è costantemente ridotto negli ultimi vent'anni. Risulta evidente il fallimento del capitalismo sul piano delle promesse di affrancamento dell'individuo. Il mito del successo individuale, che fino agli anni Ottanta poteva ancora sedurre, nonostante l'opposizione culturale allora ben presente, ha oggi perduto mordente. Non che l'individualismo non sia ancora, e forse persino meglio, radicato nella società. Ma non porta più con sé quell'ottimismo, quella spinta vitale, quella fede quasi religiosa nell'individualità desocializzata. È invece un individualismo del “si salvi chi può”, accompagnato dalla rassegnazione, dallo sconforto, dalla depressione. La competizione spietata non avviene più tanto, per le classi medie, all'insegna dell'ambizione personale, ma della paura. È il terrore dell'esclusione sociale e della perdita il vero motore, non la fiducia in un avvenire migliore attraverso l'affermazione individuale.
La mutazione del paradigma può essere rappresentata da due figure che hanno segnato il consolidamento politico del capitalismo negli anni Ottanta. Da una parte il Presidente americano Ronald Reagan, dall'altro il Primo Ministro britannico Margaret Tahtcher. Entrambi sono dei sostenitori dell'economia neoliberista, entrambi propugnano uno “Stato minimo” e un mercato deregolamentato, entrambi esaltano l'iniziativa individuale e screditano la cooperazione sociale, ma c'è una differenza. Mentre Reagan è il cantore dell'edonismo capitalista che esala il suo ultimo respiro, il “colpo di coda” dell'individualismo ottimista, spensierato e spietato, che ha il suo punto di riferimento nei giovani arrivisti agenti di borsa di Wall Steet, la Thatcher è invece a pieno titolo profeta del nuovo capitalismo postmoderno, che fa della rassegnazione e dell'accettazione passiva il proprio perno ideologico. Non a caso lo slogan della campagna elettorale di Reagn era “Make America Great Again”, “Rendere l'America di nuovo grande”, mentre il motto del Capo di Governo inglese è espresso dall'acronimo TINA, “There Is No Alternative”, non esiste alternativa al liberal-capitalismo, piaccia o non piaccia. Non si tratta più di convincere circa presunti benefici del perseguire una piena restaurazione neoliberale, ma di affermare che sia l'unica possibile, che non sia data altra scelta. Il consenso, ammesso che consenso debba e possa esserci, è un consenso passivo, che nutre poche illusioni riguardo al modello di società esistente, ma che lo considera come ineluttabile, alla stregua di una catastrofe naturale cui non c'è rimedio ma a cui bisogna adattarsi.
In Italia questo “passaggio di consegne” può essere individuato nel periodo che va dall'ascesa di Silvio Berlusconi alla nomina di Mario Monti. Il Berlusconi del primo periodo, l'imprenditore televisivo e l'esordiente politico atipico (da distinguere da quello degli anni Duemila) è un entusiasta fautore delle liberalizzazioni e della “libertà” dagli apparati burocratici e dallo Stato, che promette un risveglio gioioso dal grigiore dei burocrati, è il Berlusconi delle reti commerciali e del “milione di posti di lavoro”, con la sua personalità esuberante ed egocentrica; Monti, al contrario, arriva quando si è già consumato il fallimento di un simile paradigma cui egli dà il colpo di grazia: non promette amenità, ma “sacrifici”, non benessere, ma “austerità” e “rigore”, non più lavoro bensì impieghi peggiori eppure inevitabili; “i giovani devono abituarsi all'idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita” furono le sue parole. Significativo è anche il modo in cui queste due differenti figure sono giunte ai vertici del governo. L'imprenditore milanese attraverso una campagna elettorale condotta con le armi del marketing e del venditore astuto, arrivando a gestire il consenso in modo quasi plebiscitario, l'economista bocconiano, invece, per mezzo di una nomina “dall'alto” delle istituzioni europee e della finanza, senza riscuotere successo alle elezioni.
Anche quelle forze che vorrebbero proporre un'alternativa al modello socio-economico dominante, hanno finito per cadere nella rete della rassegnazione e del consenso passivo. O si sono adagiate in una nicchia culturale, nutrendo la retorica del “meno peggiore” (Meglio Prodi che Berlusconi, più recentemente negli Stati Uniti meglio Clinton che Trump, come ha sostenuto il candidato “socialista” Sanders) o non sono state in grado di perseguire, con la coerenza estrema richiesta in questi casi, i principi che si erano dati, come è il caso della parabola di Syriza in Grecia che ha finito per giustificare la tirannia finanziaria della Troika dopo averla per anni osteggiata.
L'obiettivo delle forze anticapitaliste, che hanno un potenziale notevole come testimonia il sondaggio, non può essere quello di scegliere tra due profili quasi identici, i quali dichiarano a gran voce una contrapposizione radicale sulle minuzie, ma che presuppongono un tacito accordo sulle questioni fondamentali, evitando di mettere in discussione il liberal-capitalismo, né quello di limitarsi alla denuncia degli orrori e delle promesse non mantenute di quest'ultimo, di cui ormai forse neppure i suoi più irriducibili propugnatori si curano, ma di tornare a ciò che hanno smesso di fare, ripensare a un nuovo tipo di società e mostrarne la concreta realizzabilità. Ribaltando l'argomento del capitalismo postmoderno che, irridente, elude il confronto ideologico e bolla come utopistici i progetti antiliberisti e anticapitalistici di rifondazione della società, bisogna palesare l'elemento superstizioso nella credenza dell'ineluttabilità “naturalistica” di un prodotto umano e sostenere il realismo di un progetto politico che non si rassegna al dato e che invece di concepire l'agire umano come un risultato esclusivo delle forze economiche impersonali, sottolinea come anche queste ultime siano la risultante del primo, e perciò tutt'altro che immutabili.











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