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31 mag 2017

La sinistra in Italia e la questione nazionale*

A sinistra c’è l’ennesimo assembramento, le ennesime ricollocazioni, scissioni e unificazioni, nuovi nomi e nuove liste. Si tratta di un sottobosco estremamente fluido, in continua mutazione. Si direbbe che nessuno sia in grado di portare avanti un raggruppamento per più di un quinquennio, forse perché si tratta di costruzioni improvvisate che non si fondano su un’analisi articolata del presente e su una filosofia politica, ma su accordi tattici, appelli all’unificazione di una sinistra generica e astratta, “post-ideologica”, ovvero che respinge tutte le ideologie tranne quella del mercato globale, assunta in maniera quasi inconsapevole.
Con gli ultimi recenti rivolgimenti, destinati probabilmente a non durare, nel migliore dei casi, più di qualche anno, è nato il “Campo Progressista” di Giuliano Pisapia, poi c’è stata la costituente di Sinistra Italiana, infine il congresso di Rifondazione comunista segnato dalla fine della segreteria di Paolo Ferrero (oltre che dalla consueta emorragia di iscritti).
Le tante mutazioni, in realtà più nominali che sostanziali, non sono la risoluzione della crisi, ma sono esse stesse dentro la crisi della sinistra che dura ormai da tre decenni. È un crisi non solo italiana, ma che in Italia si avverte con particolare virulenza. Tutte queste “rifondazioni” segnalano proprio l’incapacità della sinistra di interpretare la fase storica attuale e di elaborare un progetto di società alternativo rispetto al capitalismo postmoderno e quindi una corretta strategia di opposizione a esso. La crisi in corso deriva proprio da questa difficoltà.
Dove la sinistra ha mostrato le sue più gravi lacune è nella concettualizzazione del rapporto tra differenti comunità territoriali. Questa è una conseguenza dell’ostracizzazione del marxismo rigoroso sul piano teorico, in favore di quello che Guido Viale definisce “sinistrese”, un miscuglio caotico di linguaggi diversi. La deturpazione del marxismo ha provocato la sostituzione del cosmopolitismo all’internazionalismo (spesso confuso col primo). Questa sostituzione ha indotto la sinistra alla demonizzazione della nazione. Si tratta di un fenomeno inedito e tradizionalmente estraneo alla sinistra. Il marxismo non ha mai disgiunto la lotta di classe dalla lotta per la liberazione nazionale, anzi, le ha sempre concepite come strettamente legate tra loro. Si potrebbero citare diversi passi in cui Lenin considera il perseguimento dell’autodeterminazione delle nazioni come una necessità nella lotta contro le potenze imperialiste. Arriva addirittura a esaltare il sentimento di orgoglio nazionale per la “Grande Russia”, ovviamente su una condizione di equità con tutte le altre nazioni. Per non parlare di altri “mostri sacri” come Ho Chi Min o Che Guevara (tutti ricorderanno il motto “Patria o muerte!” dei rivoluzionari cubani). La nazione è sempre stata un’idea di sinistra, per quello che la sinistra è stata in Europa, ovvero prima democratico-repubblicana e poi socialista (i comunardi, i sostenitori della Comune di Parigi del 1871, cantavano “l’Internazionale” sulle note della Marsigliese). Spesso viene citata a sproposito la frase di Marx “gli operai non hanno patria”, dimenticando però di aggiungere il seguito: “Poiché la prima cosa che il proletario deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, è anch'esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia”.
L’identificazione della nazione con un’ideologia di destra o di estrema destra si è avuta con l’equiparazione al fascismo, considerando l’istanza nazionale, erroneamente, come caratteristica del fascismo. In realtà ciò che connota il fascismo è altro, una determinazione imperialista o “suprematista”, che è cosa diversa dal nazionalismo. L’errore discende da una mancata comprensione del fascismo come fenomeno storico, ovvero dall’approccio post-moderno e deleuziano che descrive il fascismo astrattamente e da un punto di vista meramente ideologico, contrariamente all’approccio marxista, che invece concepisce il fascismo come esito degli interessi capitalistici in una data situazione politico-sociale. Fascista è, secondo il “sinistrese” di oggi, chiunque “costruisce muri” e ammette una gerarchia nell’organizzazione politica. In questo modo, ad esempio, il crollo del Muro di Berlino viene visto come una liberazione dei popoli soggiogati da stati totalitari, anche se questo ha significato l’invasione totale del mercato, il liberismo e il completamento del processo di mondializzazione.
Avendo perduto l’internazionalismo e avendo identificato la nazione col fascismo, la sinistra si è gettata nelle braccia del cosmopolitismo, che è invece proprio del liberalismo e del neoliberismo. Il cosmopolitismo vuole sradicare persone e comunità, renderli individui-consumatori apolidi che viaggiano continuamente per il mondo in cerca di un impiego, secondo quanto esige il mercato globale. In questo modo la sinistra non si è opposta, quando non addirittura ha favorito, la perdita di sovranità degli stati, il soggiogamento dei popoli da parte di entità sovranazionali e della tirannia capitalistico-finanziaria. Ha visto con favore la moneta unica europea e la costruzione dell’Unione Europea, non capendo quanto esse fossero uno strumento delle élite capitalistiche, e questo perché ha sostituito all’analisi tipicamente marxiana e marxista – che lega ideologie a moventi politico-economici – la visione postmoderna che, seppure proclama la fine delle ideologie, è radicalmente ideologizzante, cioè oscura le cause “strutturali”, come direbbe Marx, ed evidenzia soltanto la cortina ideologica. Per quanto l’errore sia stato grave, e ormai palese, la sinistra non è riuscita (fatte salvo apprezzabili eccezioni) a divincolarsi da questo cosmopolitismo da cui continua a essere influenzata. È rimasta vittima di quello che si potrebbe definire “il paradosso di Tsipras”.
Il partito di Syriza, infatti, aveva avanzato un programma che si potrebbe chiamare“progressista” e “socialista-democratico” con il quale ha vinto le elezioni. Questo programma però non prevedeva di mettere in discussione l’euro e l’Unione Europea, di cui si auspicava un’improbabile riforma. Una volta che il programma sociale si è rivelato irrealizzabile all’interno dell’Unione Europea (come del resto era chiaro già prima a ogni osservatore obiettivo) il governo greco e il suo partito hanno preferito rinunciare al programma piuttosto che considerare l’uscita dalla UE e la rinazionalizzazione della moneta, finendo così per applicare le richieste della Troika.
La sinistra italiana è vittima dello stesso paradosso. Dichiara la sua opposizione al liberismo, ma il suo pregiudizio anti-nazionale le impedisce di proporre un programma realistico. Questo pregiudizio anti-nazionale, si direbbe, è stato portato troppo avanti e si è troppo radicato per poter essere ora abbandonato. Il problema, però, è ormai ineludibile. È difficile negare come l’euro e i Trattati siano uno strumento dell’oligarchia per destrutturare lo stato sociale e operare una “restaurazione”. Così si avanzano ipotesi improbabili, come una riforma dei Trattati che è di fatto impossibile (chi è che convince 27 governi doversi?) oppure la “disobbedienza”, senza capire o voler capire che uno Stato che non dispone della propria moneta non è in grado di opporre un rifiuto ai diktat di Bruxelles.
La sinistra, o quel che ne rimane, se vuole salvarsi da un’estinzione altrimenti inevitabile, deve cambiare il proprio punto di vista, recuperare l’approccio marxiano (che non vuol dire ripetere mnemonicamente gli scritti di Marx, ma adottarne il metodo) nella spiegazione dei fenomeni sociali e troncare col pregiudizio anti-nazionale. In altri paesi esistono esempi in questo senso, il Partito Comunista Portoghese si è già avviato su questa strada, l’unica strada percorribile.













*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



30 mar 2017

La sinistra postmoderna è nata morta*

“Unire la sinistra” è il vecchio appello da Seconda Repubblica caduto in disgrazia, che talvolta qualcuno tenta di riportare in auge. Adesso è la volta di Giuliano Pisapia che propone un cartello elettorale dai contorni vaghi e sfumati, il “Campo progressista”, l’ennesima riedizione delle tante “sinistre unite” fallite. Già prima Bertinotti e poi Ferrero e Vendola provarono a inventarsi nuovi marchi da apporre all’aggregazione multiforme che chiamavano “sinistra”. Tutti questi schieramenti hanno fatto la stessa triste fine.
L’ostracismo contro le ideologie, in particolare contro la teoria marxista, diede vita a una creatura deforme, la sinistra postmoderna, una fazione eterogenea, senza contorni definiti, priva di una tradizione politica – considerata un pesante fardello di cui disfarsi – con un’organizzazione evanescente e senza una solida struttura di partito. Tenuta assieme dal generico appellativo di “sinistra”, non ha un fine universale, un ideale di rifondazione della società, ma tanti piccoli scopi particolari da perseguire all’interno della struttura sociale vigente che non viene mai criticata. Per questo assumono un ruolo primario i diritti civili, mentre vengono trascurati, fin quasi a dimenticarli, quelli sociali, sacrificabili sull’altare delle “alleanze progressiste”. I diritti civili, infatti, possono essere perseguiti all’interno dei rapporti sociali esistenti, senza la necessità di giungere a uno scontro con le classi dominanti, con le quali, anzi, ci si allea.
Non a caso Pisapia intende proporre questa “unificazione” per poi allearsi col PD, per “tirarlo” a sinistra. Uno schema tipico della Seconda Repubblica, e a livello globale del mondo appena dopo la caduta del Muro di Berlino; il conflitto tra socialismo e capitalismo doveva essere surrogato dal dualismo destra/sinistra, nel quale entrambi appartenevano non al “campo progressista” o a quello conservatore, ma all’orizzonte capitalista da “fine della storia”, visto come irreversibile e accettato acriticamente da ambedue gli schieramenti teoricamente contrapposti.
Ma ormai anche lo schema destra/sinistra è entrato in crisi, per essersi manifestato per quello che è: una maschera. La “destra” e la “sinistra” della Seconda Repubblica non corrispondono alla “destra” e alla “sinistra” della Prima, le quali non erano soggetti giuridici e politici, ma indicazioni “geografiche” che dovevano essere opportunamente connotate da aggettivi (socialista, liberale, comunista, democristiano, ecc.). Lo schema destra/sinistra postnovecentesco è entrato in crisi in seguito al progressivo distacco popolare, non essendo possibile scorgervi un’alternativa reale al capitalismo neoliberale e quindi rivelandosi in farsa, puro spettacolo.
Ad esso non è ancora subentrata una rappresentazione politica adeguata, ma va delineandosi un nuovo conflitto tra il globalismo liberista e le resistenze nazionali, statali e antioligarchiche le quali però presentano diverse contraddizioni e sono ancora in embrione.
Compito della politica, oggi, è dare voce a queste ultime, non attraverso l’uso demagogico e “populistico” proprio di alcuni capi partito, ma interrogandole, chiarificandole, criticandole e traducendole in una teoria, una prassi strategica e un progetto di società.
La proposta di Pisapia, invece, ignora tutto questo e si limita a rispolverare uno schema vecchio e superato, tutto interno alla risonanza mediatica, incapace di fare i conti con le recenti tendenze sociali. Il vero scopo (che egli ne sia consapevole o meno) è quello di ricondurre il dissenso entro il recinto controllato dalle oligarchie. Ed è questo infatti il vero significato del “progressismo” postmoderno: a sinistra del PD, ma col PD, ovvero, la periferia del capitalismo.














*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



27 feb 2017

Uomini e robot nella società contemporanea*

Nel corso di un recente discorso, il Presidente Mattarella ha fatto riferimento al cosiddetto “Modello 4.0”, intendendo l’introduzione di nuovo tecnologie nell’economia per rendere più veloce ed efficiente la produzione. Il Capo dello Stato ha detto che un simile modello potrebbe creare “forme di dualismo nella nostra società”. Ha sottolineato, pur riconoscendone i benefici, che “Mentre, da un lato, vi sarà un impatto positivo sulla produttività del lavoro, con un ampliamento anche di opportunità per i lavori più qualificati, dall'altro lato è del tutto verosimile doversi attendere un effetto riduttivo sulla occupazione totale, per la probabile diminuzione di posti di lavoro ripetitivo a vantaggio della robotica. Il saldo netto tra posti di lavoro perduti e posti di lavoro creati non è una variabile indifferente”.
La questione di cui si occupa Mattarella non è inedita, e interessa tutte le società moderne. La meccanizzazione e computerizzazione della produzione hanno ridotto le ore di lavoro necessarie per unità di prodotto, questo però non ha determinato, in passato, perlomeno nelle società europee, forti squilibri e cali occupazionali. Anzi, nel corso degli anni Settanta l’introduzione delle tecnologie si è accompagnata a un aumento dell’occupazione e dei redditi da lavoro. Questo fondamentalmente per due ragioni.
Innanzitutto perché questo processo è avvenuto in un contesto politico-economico nel quale gli stati e le aziende esigevano un aumento del capitale investito e un incremento generalizzato dei consumi. Inoltre, si è avuto entro una cornice legislativa di forte tutela dei ceti medio-bassi e dei lavoratori.
Occorre sottolinearlo, perché i mutamenti tecnologici e lo sviluppo della tecnica, per quanto repentini, non provocano necessariamente disagi e “dualismi”. Questi si verificano solo entro un certo tipo di scenario politico, economico, giuridico e anche culturale, nel quale non vi è spazio per i due fattori di cui si è detto: ovvero investimenti (sostenuti spesso dalla mano pubblica) e tutele del lavoro.
È evidente che nell'assetto attuale un simile scenario sia del tutto venuto meno, sostituito dalla deregolamentazione dei mercati e dall'abolizione delle tutele. Le imprese tendono a disinvestire, non a investire e gli stati non fanno nulla per opporsi a questa tendenza e ansi spesso la agevolano. Inoltre gli sviluppi della tecnica sono giunti al punto da far prevedere in tempi relativamente brevi la scomparsa di interi settori della manodopera e aree di impiego del lavoro umano sostituiti da processi produttivi interamente meccanizzati. Il lavoro sembra spostarsi sempre più dalla manodopera alle attività tecnico-intellettuali, e anche per queste ultime si può prevedere una riduzione del monte ore necessarie.
Sembrerebbe quindi inevitabile la crescita di una massa enorme di disoccupati esclusi dal lavoro e sostituiti dalle macchine, con tutte le ricadute sociale che ciò può comportare.
In realtà, una simile eventualità non è affatto una necessità “intrinseca” dell'evoluzione dei mezzi produttivi. La tecnica non è mai una componente “neutra” e una variabile indipendente, essa opera sempre in combinazione con altre, che ne determinano gli effetti.
In un contesto di liberalizzazione totale dei mercati e dei capitali, di deregolamentazione, di cancellazione delle tutele e di implosione del controllo statale sull'economia le conseguenze della meccanizzazione e digitalizzazione sembrano andare nella direzione paventata dai pessimisti.
Considerare, però, un simile scenario come inevitabile, ha gli stessi effetti di una “profezia autoavverante”, la sottovalutazione del potenziale delle altre componenti (politica, economia, diritto, cultura, tensioni sociali, ecc.) conduce a sopravvalutare quello della tecnica. Ciò vale sia per i profeti “pessimisti” che vedono la tecnica come una potenza distruttrice autonoma da tutto il resto, sia per gli “ottimisti” che invece ne auspicano la continua evoluzione come fatto intrinsecamente benefico.
Si può invece comprendere il ruolo della tecnica nella nostra società, in rapporto al lavoro, come ad altri aspetti, solo se lo si considera come interdipendente e sempre combinato con altri. La disoccupazione “tecnologica”, non è in realtà il risultato del semplice progresso della conoscenza scientifica e dall'applicazione su larga scala di mezzi efficienti. È, invece, la conseguenza dell'interazione del progresso tecnico con lo scenario sociale complessivo. Più che essere gli assetti sociali determinati dalla tecnica, è anche e soprattutto quest'ultima a essere orientata dai primi. Questo significa che l'incontrollabilità della tecnica è una forma di superstizione che deriva dall'inconsapevolezza del ruolo giocato dalle altre componenti. Se queste ultime ultime sono considerate, magari implicitamente e acriticamente, come date una volta per tutte, è chiaro che la tecnica emerge come potenza inarrestabile e insensata.
Questo errore emerge anche nel discorso di Mattarella, il quale vuole mettere in guardia dalle “logiche protezionistiche del proprio mercato” e dalla “illusoria difesa dei propri apparati produttivi”, quasi che la rinuncia alla “sollecitazione della concorrenza” sia impensabile e inconcepibile.
Prima si afferma l'immutabilità dell'unico mondo possibile dell'economia globalizzata, e poi si presentano come problematici i risvolti del progresso tecnico, ignorando, e ostinandosi a ignorare, che questi ultimi non sussistono nel nulla, ma operano in una cornice che si è già definita come inalterabile e indiscutibile. La politica, al contrario, dovrebbe adoperare un approccio “laico”, ai problemi sociali, che cioè sia libero da dogmi e assunti acritici, quali quelli della religione del libero mercato.













*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



Immagine tratta da: http://www.ansamed.info/motori/notizie/rubriche/industriamercato/2012/08/02/Renault-piu-25-produzione-motori-Brasile_7282651.html

30 dic 2016

Dal PCI berlingueriano al PD renziano. Nel segno della continuità*

Tanto la nostalgia quanto la demonizzazione del passato sono atteggiamenti inadatti a comprenderlo. Se con la prima, infatti, si rischia di mitizzare un periodo trascorso, caricandolo di un valore che storicamente non gli è proprio, con l'altra si proiettano le ansie e le paure tipiche del presente nel passato allo scopo di scongiurarle. In entrambi i casi si tratta di un processo di transfert, più che di una lucida analisi storica, che confonde i caratteri propri di un'epoca con quelli di un'altra. Il problema non è da poco. Lo sguardo retrospettivo non è mai neutro; esso non solo è commisto alle determinazioni ideologiche del soggetto che lo compie, fosse anche il più lucido osservatore, ma spesso è contaminato dai sentimenti che gli sono propri e che sono tipici di quella data epoca dalla quale egli si volta indietro a guardare. Ciò vale in particolar modo per quel passato più prossimo, quello, cioè, che si fa ancora fatica a distinguere dal presente e che in esso trascolora. Questo passato così contiguo interroga direttamente l'attualità, in un modo così chiaro e diretto che spesso è facile confondere l'una con l'altro.
Il trascorso della sinistra italiana appartiene a quei temi che, spesso, per il modo in cui vengono trattati, rivelano più sui soggetti che sugli oggetti della trattazione. Il Partito Comunista Italiano, in particolare quello del periodo che va dalla segreteria di Berlinguer al suo scioglimento e di cui qui ci occupiamo, è per molti versi ancora un oggetto sconosciuto. Ritardo della sinistra in Italia che non è mai riuscita ad adattarsi alla mutata cornice storica, se non troppo tardi, o momento della massima espressione e del massimo traguardo di questa sinistra, inopinatamente interrotto per gli errori grossolani dei suoi ultimi dirigenti; oppure: è stato giustamente interrotto, ma non si è riusciti a porre le basi per qualcosa che ne conservasse il motivo progressista a causa della nascita del PD, il quale ha bloccato qualsiasi tentativo in tal senso; o ancora, la nascita del PD era anch'essa necessaria, la sua conduzione da parte dei suoi capi del tutto sbagliata.
Queste sono, più o meno, le convinzioni più diffuse in merito. Diverse, ma tutte accomunate tra loro dall'idea che la storia italiana degli ultimi decenni (e, forse, nell'opinione dei loro sostenitori, la storia in generale) proceda a balzi e singhiozzi, sia fatta di rotture e virate improvvise, e dipenda in sostanza quasi esclusivamente dalle decisioni di singoli. “Svolta” è, non a caso, una parola che ricorre spesso quando si tenta di raccontare questi avvenimenti. Ma non si afferra che anche queste “svolte” hanno dietro di sé un processo preparatorio fatto di tante altre piccole "svolte" meno visibili.
La storia della sinistra italiana da Berlinguer a Renzi, per quanta differenza possa esserci tra questi due punti estremi se considerati isolatamente, è una transizione continua e graduale, che segue due direttive principali, sempre quelle per tutto questo periodo, e che non contempla brusche sterzate.
Queste due direttive sono: accreditamento presso le potenze straniere e i poteri economici; slittamento dalla questione sociale alla questione morale. A ben vedere queste due direttive possono essere comprese in una sola: fuga dal conflitto o, qualora questo sia inevitabile, sua attenuazione. La seconda direttiva può essere sussunta sotto la prima, la moralizzazione della politica è funzionale proprio alla sanzione della tregua, una tregua da perseguire a tutti i costi – e che infine è divenuta un'alleanza – con i poteri ostili.
A seguito del colpo di stato in Cile, con il quale il generale Pinochet rovesciò il governo di Allende, Berlinguer espose la tesi secondo cui i comunisti non avrebbero potuto governare da soli, ma avrebbero dovuto ricercare l'accordo con le altre “forze democratiche”. Ciò in ragione del fatto che nell'area atlantica non era possibile per i partiti socialisti e comunisti governare senza subire forti pressioni e tensioni destabilizzanti che avrebbero portato a una situazione simile a quella cilena.
La strategia berlingueriana era pertanto fin dall'inizio improntata alla ricerca dell'accordo “con il nemico”, e all'abbandono di una prospettiva rivoluzionaria (che il PCI, nei fatti, aveva abbandonato da tempo, ma che ora veniva teorizzata, seppure non esclusa del tutto o rimandata ad altri momenti).
Berlinguer cercava di ottenere dagli americani il riconoscimento di interlocutore affidabile. Escludendo la possibilità di una transizione socialista in Italia, e quindi accettando come inalterabili gli assetti internazionali e l'egemonia atlantica sull'Europa occidentale (l'eurocomunismo avrebbe dovuto servire proprio a questo scopo) pensava di rassicurare gli americani e di permettere in questo modo l'esordio del PCI al governo. Tre anni più tardi, infatti, nel 1976, Berlinguer riconobbe la NATO come “scudo” protettivo e fattore di stabilità rendendo ancor più espliciti i suoi intenti.
In questo modo sperava di preparare il compromesso con l'avversario interno, la Democrazia Cristiana. Sia l'opposizione politica che quella sociale del PCI fu pertanto attenuata. Ciò però avvenne in una fase di avanzamento del movimento operaio. Il “contenimento” delle lotte sindacali che in quella fase pareva accettabile, si sarebbe rivelato fatale quando, nel decennio successivo, sarebbe cominciata la restaurazione sociale. Stati Uniti sul fronte estero, DC su quello interno e capitale industriale su quello sociale erano i tre interlocutori-avversari con i quali il PCI di Berlinguer cercava l'attenuazione del conflitto, per poter approdare stabilmente al governo. La strategia di Berlinguer, come sappiamo, fallì su tutta la linea. Gli americani non si fidarono mai del PCI, il compromesso storico non si concretizzò, i comunisti rimasero esclusi dal governo e da lì a poco si sarebbe assistito alla controffensiva padronale che sarebbe infine culminata in una piena restaurazione neoliberale. Ciò nonostante essa rimase praticamente invariata negli anni successivi.
Ciò che Berlinguer aveva (suo malgrado) dimostrato è che gli americani (come i poteri economici) non avrebbero mai accettato un partito comunista al governo in Italia, per quante garanzie si potesse dar loro. La vera svolta sarebbe avvenuta solo nel caso in cui si fosse abbandonata la strategia berlingueriana, cosa che non avvenne. Al contrario, essa fu portata alle estreme conseguenza. Se l'esistenza di un partito comunista conduceva alla scontro diretto bisognava cambiare il partito e rinunciare al comunismo. Il mezzo finisce per distruggere il fine: l'occasione si presentò con il crollo dell'URSS.
Nonostante l'evidente fallimento, Berlinguer non mutò la sua strategia. La sua idea, rimasta invariata, era quella di creare le condizioni per permettere al PCI di accedere al governo, a qualunque costo, rimuovendo tutti gli ostacoli che si frapponevano davanti a questo obiettivo. La conquista del potere politico avrebbe ripagato tutti i sacrifici e avrebbe inaugurato un'era di progresso e di migliorie sociali. Questo era il senso della spostamento dalla questione sociale alla questione morale operato da Berlinguer: i partiti occupavano lo Stato e se ne spartivano il controllo; questa occupazione non solo era un fatto deprecabile, ma impediva il rinnovamento del Paese, perché qualsiasi programma di riforma sarebbe stato ostacolato da questa situazione. Pertanto diventava prioritario e urgente affrontare il cuore della questione morale, cioè il rapporto tra i partiti e lo stato, la classe politica e la società civile. La questione sociale, veniva retrocessa o rimandata. Essa non avrebbe potuto essere affrontata con successo se non avesse trovato prima soluzione la questione morale, allo stesso modo in cui il PCI non avrebbe potuto compiere la sua scalata al governo senza l'appoggio o quanto meno la non interferenza dei poteri interni e internazionali.
Siamo nel 1981 e già sono abbozzati – e forse qualcosa di più che abbozzati – tutti i caratteri della sinistra post-comunista: atlantismo e moralismo, cioè accettazione degli assetti internazionali e del dominio NATO (che avrebbe significato partecipazione alle guerre imperialiste) e moralizzazione della politica, che tradotto dal lessico berlingueriano significa ridimensionamento e contenimento del ruolo della politica e dei partiti, ma sostanziale accettazione dell'egemonia del capitale, “lotta alla corruzione” al posto della lotta contro le iniquità sociali. Il PDS di Occhetto ereditò integralmente queste caratteristiche, potendo contare in più su una maggiore libertà di azione, essendosi sbarazzato dell'ingombrante appellativo di “comunista”.
Innanzitutto, infatti, il neonato partito accettava acriticamente la cornice internazionale, la fine dell'Unione Sovietica e il dominio mondiale degli Stati Uniti, e anzi lo celebrava come fine del giogo dei popoli dell'est e della divisione tra Oriente e Occidente. Il crollo del Muro di Berlino veniva riprodotto in piccolo, per così dire, in Italia. La liquidazione del comunismo sanciva la conciliazione della sinistra (almeno della parte maggioritaria di essa) con i poteri economici e con i centristi, dando avvio alle coalizioni di centrosinistra.
L'indagine di “Mani Pulite” rappresentò un'opportunità unica per il PDS. Essa fece piazza pulita dei suoi avversari politici più temibili. La questione morale in questa contingenza, pertanto, fu lo strumento con cui il PDS poteva porsi come guida moralizzatrice dell'Italia e proposta di rinnovamento. Questa opportunità non venne colta a causa di un incidente di percorso: Berlusconi.
Ma la strategia berlingueriana rimase immutata. Anzi, la questione morale, dagli anni dei DS dalemiani, riceveva una nuova coloritura e trovava nuovo vigore; poteva contare su un profilo politico più netto, cioè sull'opposizione al berlusconismo. Il moralismo dell'antiberlusconismo – a cui il libertinismo berlusoniano era perfettamente simmetrico e funzionale – svolse lo stesso ruolo di sempre: la subordinazione della giustizia sociale (quando non la sua totale rimozione) al contrasto alla corruzione e all'immoralità. La corruzione è sempre intesa, si badi bene – in pieno stile berlingueriano – come ingerenza della politica sulla società, come un eccesso di politica che causa connivenze e nepotismo, la quale deve essere ridimensionata, e mai, ma proprio mai, come corruzione dei privati e come mercificazione della vita pubblica quale dinamica congenita al capitalismo. In altri termini, la politica doveva lasciar spazio alla “società civile”, ovvero al mercato, al “libero gioco” della concorrenza. È seguendo questa direttiva che i DS dalemiani furono i più convinti sostenitori delle privatizzazioni, come neanche la destra sarebbe mai stata.
Il moralismo ebbe in questa fase una funzione importante nel sostegno all'europeismo. L'Unione Europea appariva come garanzia contro “gli sprechi” e le ingerenze della classe politica italiana corrotta, ovvero l'espansione della spesa pubblica che aveva consentito la crescita dei redditi, e un limite alla gestione dei bilanci pubblici.
Per quanto riguarda l'atlantismo D'Alema ne è stato uno dei più fedeli interpreti, egli sostituì Prodi che era ancora troppo tiepido nel suo americanismo (e troppo multilaterale) in un momento in cui non erano ammesse esitazioni: il bombardamento della Serbia.
La fondazione del PD vide questo scenario sostanzialmente inalterato. Anzi, i caratteri del berlinguerismo vennero ulteriormente accentuati. L'alleanza con gli ex democristiani diventava una fusione, l'americanismo veniva spinto quasi fino a livelli parodistici, con l'imitazione dello slogan di Obama durante la campagna elettorale di Veltroni. La gestione di Bersani apparve divisa tra il coerente prosieguo della direttiva berlingueriana, il composto di moralismo e atlantismo, e il tentativo di conservare una vaga simbologia di sinistra e un richiamo a un'anima “sociale”, peraltro inesistente: operazione impossibile dopo la fondazione del PD, che aveva precisamente il proposito di liquidare definitivamente queste componenti, e che infatti fallì.
Ma il vero liquidatore sarà soltanto Renzi. La liquidazione di sé è un processo intrapreso proprio da Berlinguer, con la sostituzione dell'atlantismo passivo (che diventerà poi attivo) all'antimperialismo e del moralismo al socialismo e in generale della convivenza al conflitto. Renzi non ne è che l'ultimo esecutore e neanche uno dei più importanti. Se il compito di Berlinguer era di operare la sostituzione nella sostanza della linea d'azione del PCI lasciando inalterata la simbologia, quello di Renzi è di lasciare inalterata la sostanza del PD (ormai già definitivamente acquisita) e cambiare la simbologia, cioè quel che rimane del progressismo sociale e dei valori passati cui fa subentrare un entusiasmo cieco nel mercato e un'ossessione del “nuovo”, da intendere come continua mutazione apparente ma sempre seguendo la direttiva tradizionale.
L'accordo e la compiacenza con i poteri economici e finanziari in particolare sono un connotato tipico di Renzi che egli non si preoccupa di nascondere. Anche qui abbiamo una radicalizzazione della strategia berlingueriana dell'accettazione del contesto economico e internazionale e del tentativo di aggredire la politica. La rapida ascesa di Renzi è avvenuta all'insegna della cosiddetta “rottamazione”, che è un'ulteriore declinazione della questione morale. Si tratta di rottamare la “vecchia politica” che non è più, come ai tempi di Berlinguer, quella che “assedia” la società civile, dalla quale è stata cacciata del tutto, ma quella che cerca di conservare una simbologia antica, seppure estremamente diluita, e che ripropone le procedure politiche classiche, cioè la mediazione e la dialettica. A questa “vecchia politica” da rottamare deve subentrarne una “nuova” del tutto nichilista, priva di ogni nostalgia, che persegue a tutti i costi la “modernizzazione”, cioè l'adattamento della società al mercato, e che ripudia le mediazioni tipiche della forma partito considerate come inutili perdite di tempo, avvalendosi dei media in maniera spregiudicata.
Il PDS di Occhetto, i DS di D'Alema, il Pd di Veltroni, quello di Bersani e infine quello di Renzi, non sono delle svolte, delle improvvise mutazioni genetiche, ma delle tappe di un processo che prosegue secondo la stessa linea del PCI di Berlinguer. Esse sono state la manifestazione, più chiara ed evidente che in altri momenti, dei risultati raggiunti da questa strategia. Tanto è sbagliato, quindi, l'atteggiamento di chi ricorda mestamente l'epoca berlingueriana come “l'età dell'oro” contrapponendola alla decadenza attuale, quanto quello di chi individua in Renzi un innovatore, l'autore di una rottura senza precedenti. Sarebbe invece più utile e sensato cercare di scovare nel passato i germogli delle tendenze attuali. In questo caso si scoprirebbe che quella pretesa discontinuità è soltanto frutto dell'immaginazione dell'osservatore contemporaneo.










*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



31 ott 2016

Lavorare meno, lavorare meglio, vivere di più*

Secondo una ricerca australiana lavorare meno sarebbe più produttivo. Confrontando un campione di persone che lavorano per 55 ore alla settimana con chi ne lavora 25, questi ultimi hanno ottenuto risultati migliori. Se ciò è vero, come questa e altre ricerche dimostrano, ciò significa che esiste una parte del tempo di lavoro durante il quale i lavoratori non producono niente. Più passa il tempo più il rendimento decresce, diventando infine nullo. Ciò non è naturalmente colpa dei lavoratori, perché si tratta di un fenomeno fisiologico dovuto alla limitatezza dell’essere umano. Ma se ciò è vero come mai, verrebbe allora da chiedersi, le aziende non riducono l’orario di lavoro? Perché ridurre le ore lavorate richiederebbe maggiori investimenti, e le imprese piccole difficilmente riuscirebbero a ottenere i finanziamenti dalle banche soprattutto in un periodo di crisi. Per le grandi aziende, invece, la questione è più complessa.
Michal Kalecki sosteneva che i capitalisti preferiscono rinunciare a una parte di profitto nell’immediato pur di non rafforzare la classe operaia. La riduzione dell’orario lavorativo (a parità di ore lavorate, ovviamente, altrimenti sarebbe un semplice disinvestimento) rafforzerebbe sicuramente i lavoratori, ecco perché difficilmente se ne parla ed è il vero tabù delle controversie sindacali. Del resto, come aveva capito Marx, per ottenere maggiore plusvalore il capitalista tende ad aumentare il tempo di lavoro, non a ridurlo. Se ci fosse un limite, quindi, sarebbe un problema serio per il capitale, che non riuscirebbe a espandersi in questa direzione, poiché è evidente che una possibile riduzione dei salari (eventualmente al di sotto del livello di sussistenza, come avviene spesso oggi) sarebbe ostacolata da tale limite.
I sindacati portarono avanti, almeno in Italia, la lotta per la riduzione dell’orario di lavoro fino a un certo punto, cioè fino alle otto ore, poi abbandonarono quasi del tutto questa strada per concentrarsi quasi unicamente sull’aumento delle paghe. E cosa dire dell’orario “generazionale”, questione mai seriamente presa in considerazione? Perché chi ha cinquant’anni deve lavorare quanto chi ne ha trenta? Sarebbe più logico pensare a una graduale riduzione del tempo di lavoro col progredire dell’età.
In tempi più recenti, CGIL, CISL e UIL hanno insistito sulla riduzione delle tasse sul lavoro, abdicando di fatto al loro ruolo conflittuale nei confronti del capitale e rivolgendosi come questuanti ai governi di volta in volta succedutisi. Anche una riduzione delle tasse, però, è pur sempre un aumento delle retribuzioni, seppure non va a incidere sui rapporti di forza col capitale. In entrambi i casi, tuttavia, si tratta di una visione economicistica. L’idea è che guadagnare di più significhi sempre vivere meglio, pertanto si deve lavorare di più per guadagnare di più. Raggiunto l’obiettivo minimo delle otto ore, l’unico miglioramento della vita dei lavoratori può venire dall’aumento del loro reddito. In realtà il reddito è solo una delle componenti, alla quale però i sindacati hanno sacrificato tutto il resto. Altre componenti sono la soddisfazione per l’ambiente di lavoro (cioè i rapporti con i colleghi e con i capi, la sicurezza e l’adeguatezza dei luoghi fisici di lavoro, non dover subire minacce e angherie…) la certezza del proprio impiego (non dover temere di perdere il lavoro all’improvviso e quindi norme che impediscano la precarietà) l’assenza di eccessivo logoramento psico-fisico, la possibilità di avere una vita extra-lavorativa soddisfacente e che non sia pregiudicata dal lavoro (turni concordati tra dipendenti e azienda, trasferimenti non obbligatori…). Riguarda queste ultime due anche un orario di lavoro accettabile e compatibile con la situazione personale e familiare di chi lavora.
Il tempo è una componente fondamentale dell’esistenza umana. Esso è irreversibile e irriducibile: non si può “rimettere indietro la lancetta” e non si può convertito in qualcos’altro. Monetizzare il tempo è un’illusione. Lavorare di più per guadagnare di più è sempre una perdita per il lavoratore (seppure, a volte, può essere una triste necessità, ma proprio questo dovrebbe cercare di evitare un sindacato). Infatti quella ricchezza in più che si riceve viene “bruciata” dal minor tempo a disposizione. Un’altra caratteristica del tempo è che esso è una cornice universale dell’agire umano; nessuna attività può avvenire al di fuori del tempo e per fare qualunque cosa si impiega un certo tempo. Se il lavoro comporta più tempo, quindi, vuol dire che se ne avrà di meno per fare tutto il resto, cioè si faranno meno cose, quindi si sarà “più poveri”, anche se si guadagna di più (o comunque il reddito monetario è solo un reddito al lordo del tempo a disposizione, per così dire). Ecco perché il tempo è la componente fondamentale della condizione lavorativa, a torto spesso trascurata dai sindacati (e a volte dagli stessi lavoratori).
Abbassare il tempo di lavoro avrebbe diversi vantaggi per i lavoratori e per la società in generale:

  • Farebbe aumentare l’occupazione, perché le aziende sarebbero costrette ad assumere di più.
  • Farebbe crescere i redditi da lavoro: sia la paga oraria direttamente, che il salario complessivo indirettamente, perché aumentando la domanda di lavoro da parte delle imprese aumenterebbe anche il prezzo.
  • Rafforzerebbe i lavoratori e i sindacati, perché un alto livello di occupazione assicurerebbe un elevato potere di contrattazione.
  • Obbligherebbe le imprese a investire, rendendo possibile un ciclo economico favorevole.
  • Una “progressione inversa” dell’orario di lavoro al crescere dell’anzianità permetterebbe un precoce ingresso dei giovani nel mondo del lavoro senza dover costringere i più anziani che vogliono restare al pensionamento anticipato e quindi ridurrebbe la disoccupazione giovanile che nel nostro paese è tra le più alte al mondo
  • Aumentando l’occupazione giovanile aumenterebbe anche la capacità produttiva della società, perché permetterebbe di lavorare a individui nel pieno delle energie psichiche e fisiche e che oggi sono esclusi.
  • Dai punti precedenti si deduce anche che, con un incremento significativo dell’occupazione giovanile e di quella complessiva, si potrebbe abbassare l’età pensionabile e aumentare le pensioni, perché aumenterebbe sia la produttività di tutta la società che quella individuale.

Date le attuali condizioni, non è più possibile percorrere questa strada per via sindacale. Con la flessibilità creata da leggi ultra-liberiste, infatti, i lavoratori non hanno la forza per rivendicare orari più accettabili. In effetti il tempo di lavoro si è ridotto, ma a danno del reddito. A causa della disoccupazione in molti casi si lavora di meno, ma naturalmente la condizione dei lavoratori non è migliorata, perché vengono loro tolti anche i mezzi di sostentamento. Se prima il rapporto tra reddito monetario e tempo di lavoro era squilibrato a favore del primo, oggi è squilibrato a favore del secondo (in media). La situazione è indubbiamente peggiorata, dato l’alto livello della disoccupazione e la deflazione dei salari. Si tratta di trovare un nuovo equilibrio che assicuri paghe accettabili, ma senza allungare il tempo di lavoro. Vista però la neutralizzazione dei sindacati, questo equilibrio può essere conseguito solo per via politica. Esso deve essere lo scopo primario di quella forza (che a oggi non esiste ancora) che volesse difendere gli interessi del lavoro.
È necessario soprattutto, in questo momento storico, cambiare un certo modo di pensare. L’idea che ogni individuo debba lavorare tanto per permettere il funzionamento della società. Ciò è falso, meno si lavora individualmente, più si lavora collettivamente, più saranno gli occupati e migliori saranno le paghe. Bisogna superare, inoltre, quella concezione moralistica che vede come qualcosa di eticamente disdicevole lavorare poco, come se non si facesse il proprio dovere fino in fondo. Nella nostra società la stanchezza (a causa dell’eccessivo carico del peso della produzione che grava interamente su pochi individui) impedisce di fare “il proprio dovere” molto più della pigrizia. Si devono anche riconsiderare i sistemi di retribuzione. Non esistono solo quelli monetari; questi sono validi soprattutto fino a una certa soglia, quella che permette un’esistenza socialmente accettabile; oltre questa soglia, al crescere della retribuzione, non cresce la felicità, ma soltanto il potere consumistico. Sarebbe semmai importante retribuire i lavoratori non soltanto in denaro, ma in tempo di vita. È il tempo la vera ricchezza, quella che consente di svolgere qualsiasi attività in modo sereno e appagante e anche di lavorare nelle migliori condizioni, senza il peso di una stanchezza eccessiva e logorante o della monotonia di azioni ripetute troppo a lungo.
È essenziale, soprattutto, archiviare una concezione fatalistica e superstiziosa, oggi purtroppo in voga, secondo cui non vi è alternativa all’attuale assetto socio-economico di tipo liberal-capitalistico, in cui il mercato è il sovrano assoluto. Al contrario, è solo la volontà dei soggetti, o la loro passiva rassegnazione e il loro cinico disinteresse, a rendere il contesto nel quale essi agiscono irrimediabile. L’agire dei soggetti coalizzati non può non mutare anche il contesto, qualora sia orientato in questo senso.
È un modo di pensare che va profondamente mutato, e che troppo spesso viene accettato acriticamente, quello che induce a vedere la realizzazione dell’individuo nel denaro, nel consumo e in un moralismo del lavoro.
Si parla molto di libertà. La si esalta come il bene più prezioso e il valore supremo della nostra società. Ma cos’è la libertà se non tempo libero (nel senso letterale e non come semplice periodo complementare a quello lavorativo)? Il tempo libero è il tempo impiegato nella realizzazione di se stessi, del proprio io (e quindi anche di quello degli altri, perché le due cose sono congiunte) che sia tempo di lavoro o meno. Lavorare poco non significa soltanto vivere meglio quando non si lavora, ma anche rendere il lavoro una delle attività appaganti per l’individuo, togliergli quella centralità di cui gode attualmente, ma restituirgli l’umanità che ha perso nel momento in cui è diventato attività alienante perché sottomesso alle necessità del profitto. Significa cominciare (o ricominciare) a pensare una società diversa, nella quale la moneta sia soltanto un segno e non un valore, nella quale il lavoro sia solo una delle attività che contribuiscono al bene sociale, nella quale la pienezza dell’esistenza individuale si misura col tempo e non col consumo.








*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



29 feb 2016

La sinistra italiana dall'antimperialismo al pacifismo*

Gli eventi siriani hanno svelato per l'ennesima volta l'inadeguatezza della politica del nostro paese sul piano dell'interpretazione degli accadimenti internazionali. Un'interpretazione dipendente dalla versione dei media e degli interessi atlantici.
Inizialmente il terrorismo, che è stata l'ossessione dell'Occidente dall'attentato del 2001 a New York, è stato di molto sottovalutato. Tutta l'attenzione è stata concentrata sul governo siriano, un governo fino ad allora perfino “amico” dell'Italia, elogiato pubblicamente dall'allora Presidente della Repubblica Napolitano, prima che i diktat d'oltreoceano imponessero un'inversione nelle relazioni diplomatiche.
Da quel momento il Presidente siriano Bashar al-Assad è diventato un nuovo satana mediorientale (dopo che Saddam e Gheddafi erano stati eliminati) descritto come un carnefice del suo stesso popolo, sulla base di accuse che ben presto si sarebbero rivelate inconsistenti. Tutto il quadro politico italiano, da destra a sinistra, si è levato compatto a chiedere la testa di Assad, considerato il nemico principale da abbattere. Tutto il quadro politico si è inoltre schierato con i cosiddetti “ribelli”, ovvero quei gruppi che combattono fianco a fianco con i fondamentalisti dell'Isis e di Al-Nusra. Nel frattempo questi ultimi sono cresciuti di dimensioni e di forza (o, per meglio dire, è stato loro permesso di crescere). È ormai sempre più evidente come il problema della Siria sia il terrorismo salafita e wahabita e non Assad e il suo esercito che anzi lo combattono. Questo ha costretto ai salti mortali i paesi occidentali che dicono di contrastare il terrorismo, ma nello stesso tempo fanno di tutto per rimuoverne il principale ostacolo nella regione, cioè appunto il governo siriano.
In tutto ciò qual è stata la posizione della sinistra, quella cosiddetta “radicale” che cioè dovrebbe farsi portatrice di una interpretazione alternativa degli eventi e della storia? La stessa della destra, la stessa degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, la stessa di Israele. In altre parole la politica estera della sinistra italiana, salvo rare e lodevoli eccezioni, è totalmente allineata ai dettami di Washington. Ciò non vale solo per il caso siriano. Con la Libia accadde lo stesso; si gridò contro il despota Gheddafi, che in modo del tutto dispotico si era deciso dovesse essere spodestato. “Dobbiamo impedire che Gheddafi completi la sua macelleria civile” tuonava Nichi Vendola nel 2011. Tutta questa campagna servì a giustificare l'aggressione americana e francese contro la Libia, con le conseguenze che tutti sappiamo, conseguenze prevedibili ma di cui le anime belle della sinistra italiana non sembrano essersi preoccupate. E cosa dire della campagna anti-russa, in cui i “diritti civili” vengono usati come pretesto per attaccare il principale avversario della Casa Bianca? Qual è stata la posizione della cosiddetta sinistra radicale da SEL a Rifondazione, fino a un paio di anni fa, su Putin considerato come un “dittatore omofobo” che opprime le libertà civili?
Certo ci si può aspettare che in questi anni di sudditanza del nostro paese l'establishment politico si accodi fedelmente ai suoi alleati-padroni. Ma dovrebbe sorprendere che lo stesso accada a chi si presenta come “rivoluzionario” o “radicale”.
Nella sinistra italiana è mancata del tutto la comprensione della situazione internazionale. A cosa si deve questa completa cecità? La sua origine è probabilmente molto profonda. Affonda le radici in questioni irrisolte. Quale doveva essere il rapporto con i paesi non allineati? Quale il giudizio complessivo sul blocco sovietico e sul cosiddetto “socialismo reale” che ha svolto nel secolo scorso il ruolo di fondamentale oppositore dell'impero americano?
A queste domande non si è riusciti a dare risposte coerenti. La critica del socialismo sovietico – da parte di chi, occorre ricordarlo, diceva di ispirarsi al socialismo – ha finito per allinearsi alla propaganda atlantista e anticomunista, soprattutto con il crollo del Muro di Berlino, anche se già da anni ormai il PCI aveva archiviato l'esperienza sovietica (la Rivoluzione d'Ottobre aveva esaurito la sua “spinta propulsiva” aveva detto Berlinguer già nell'81) mostrando di preferire il blocco atlantico.
Certo, il marxismo occidentale era riuscito a formulare analisi interessanti, e si ricorderà in proposito la critica marcusiana, ma è sempre mancata, nella maggior parte dei casi, la capacità evidenziare gli errori e le contraddizioni del modello sovietico senza per questo doverlo condannare in modo inappellabile e, come si suol dire, buttar l'acqua sporca con tutto il bambino.
L'esperienza sovietica, invece, pur essendo, è bene ripeterlo, emendabile sotto molti aspetti, presenta lati interessanti e acquista valore soprattutto oggi. Oltre alle conquiste nel campo dei diritti sociali – non è questa la sede per discuterne – ha infatti mostrato l'importanza dell'esistenza e della resistenza di nazioni non allineate all'imperialismo e al colonialismo occidentali, non solo sul piano dei rapporti di forza internazionali, ma anche su quello delle lotte interne, politiche e sociali, a singoli stati imperialisti e colonialisti. Dovrebbe essere chiaro, infatti, come il crollo dell'URSS abbia segnato una battuta d'arresto per il marxismo a livello mondiale, abbia contribuito alla sconfitta delle istanze sindacali e del movimento dei lavoratori in paesi dove questi erano molto avanzati (come l'Italia), alla trasformazione della sinistra maggioritaria in una coalizione di partiti pro-capitalisti e liberisti e alla costituzione di una “sinistra radicale” come estrema propaggine dell'impero, ridotta al ruolo di mera e ininfluente testimonianza.
Un fattore che si accompagna a queste circostanze è stata l'estinzione dell'antimperialismo della sinistra. Avendo ripudiato del tutto l'unico blocco capace effettivamente di contrastare la potenza statunitense, avendo rinunciato a un sostengo, sia pur critico e dialettico, ad esso, avendo accettato e salutato con gioia il disfacimento di quel blocco e interpretandolo erroneamente come l'inizio di un processo di liberazione, avendo infine ripudiato, in molti casi, anche quelle sacche di resistenza che ancora restavano (Cuba per esempio), pareva del tutto prevedibile che la sinistra finisse per ricadere nello stesso “modello di sviluppo” cui diceva di opporsi. Un volta, infatti, che si ritenga preferibile, per quanto si possa detestarlo, il sistema capitalistico occidentale a qualsiasi altro sperimentato, si ricadrà, seppure involontariamente, sotto i suoi vessilli. “La democrazia” diceva Churchill intendendo ovviamente il sistema liberal-parlamentare dei paesi capitalisti “è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora”. I sostenitori di questa “democrazia” (magari “esportabile” a suon di “bombe intelligenti”) non ci tengono tanto a farne l'apologia, quanto a screditare qualsiasi altra alternativa esistente. Nella guerra tra paesi imperialisti e antimperialisti (socialisti, ma non solo) la sinistra maggioritaria ha finito per schierarsi con i primi, e a nulla valgono tutte le ulteriori postille e precisazioni.
La categoria dell'antimperialismo fu quindi completamente abbandonata dalle forze che si definivano “radicali”. A contribuire a ciò intervenne un'altra componente della neonata “radicalità” proprio per sostituire tale categoria: il pacifismo: non era certa un fenomeno inedito, ma ora veniva assunto organicamente come modo di pensare della sinistra in sostituzione dell'antimperialismo. Ciò valse in Italia dagli anni '90 con Fausto Bertinotti alla segreteria di Rifondazione, ma fu una costante di molti altri movimenti “informali” come i no-global, ma anche il movimento contro la guerra in Iraq.
L'antimperialismo (assieme all'anticolonialismo) in fondo, era il vero discrimine sulle questioni internazionali tra la sinistra europea e un progressismo “liberal”. Con il suo rigetto e l'accettazione di un mondo unipolare quale si era venuto a creare negli anni Novanta, l'area “radicale” si trovava sprovvista di paradigmi adatti a rigettare il nuovo espansionismo statunitense, dalla Serbia all'Iraq.
Fu così che il pacifismo si affacciò sempre più come surrogato che permetteva alla sinistra di differenziarsi. Le guerre degli Stati Uniti e della NATO venivano criticate non tanto in quanto aggressione militare contro popoli e nazioni come momento culminante dell'aggressione economica, ma piuttosto come “violenza” atto da disapprovare eticamente ed emotivamente. Naturalmente non si negavano gli interessi in gioco, ma non si afferrava come la guerra fosse un fattore intrinseco, necessario e non occasionale tanto al sistema economico capitalistico quanto al contesto dei rapporti di forza che vedevano in quel momento storico gli Stati Uniti senza un rivale all'altezza. Di conseguenza, la sinistra scopertasi pacifista finiva per bollare, assieme ai suoi avversari politici, tutti quegli atti di resistenza come “terroristi” e “violenti”, mettendo sullo stesso piano l'aggressore e il resistente. Si rigettava moralmente la guerra, ma praticamente e storicamente la si sosteneva perché si biasimava qualunque resistenza possibile ad essa. Era un'opposizione, per così dire, “metafisica”, alla Guerra in quanto tale, come archetipo e simbolo di brutalità, non alla guerra specifica e alle reali ragioni che la determinano. Un'opposizione velleitaria, fatta di bandiere arcobaleno e di fiori nei cannoni che spianava la strada agli invasori; in che modo potevano resistere il popolo serbo, quello iracheno o quello palestinese? Probabilmente questi “radicali” si illudevano puerilmente di poter fermare il conflitto con una manifestazione, oppure erano rassegnati e soddisfatti del loro ruolo di pura testimonianza, quale era ormai proprio della sinistra.
Il pacifismo contribuì a fare della guerra una questione meramente etica, destoricizzandola, sganciandola dalla realtà per renderla un evento mediatico sul cui palcoscenico si scatenava il chiacchiericcio compulsivo dei talk-show. Il disorientamento attuale della sinistra ha origine da ciò. Le “primavere arabe” sono state acclamate come rivolte pacifiche contro regimi tirannci, senza rendersi conto a quali interessi rispondessero. Il colpo di stato di Majdan è apparso come ribellione dell'Ucraina all'ingerenza russa, il caos generato dalla caduta di Gheddafi come una “liberazione”, i terroristi e i filo-terroristi siriani come “ribelli” che cercano di rovesciare un governo giudicato dittatoriale perché non rispondente ai canoni occidentali. La posizione della sinistra finisce per essere scritta così direttamente alla Casa Bianca o al Pentagono, senza che essa ne abbia consapevolezza.
Smarrita la cognizione del quadro geo-politico e del contesto economico, non restano che astratti e inutili “diritti umani” istanze che si possono rivendicare sul piano puramente giuridico e morale, ma che rimangono escluse dal divenire della storia.







*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



29 gen 2016

Il dramma del crollo del Muro e la sua eco in Italia*

Quando l'Unità esultava per il crollo del socialismo.
Ventisei anni fa crollava il Muro di Berlino, lo storico spartiacque che separava l'Ovest dall'Est, il capitalismo dal socialismo. Il socialismo soccombeva e il capitalismo si affermava pressoché ovunque incontrastato. Quest'evento fu salutato dai paesi occidentali come simbolo dell'avvenuta libertà e dell'apertura di una nuova era mondiale di pace e prosperità. Anche i popoli dell'ex Patto di Varsavia furono colti da un'euforia improvvisa, convinti che si aprissero a loro chissà quali squisite meraviglie fino ad allora negate da una grigia burocrazia.
Il Muro buttato giù veniva inoltre considerato una promessa di concordia universale tra tutte le genti: non si doveva ricongiungere soltanto la Germania, ma il mondo intero, già lontano dalle tensioni della Guerra Fredda. In più, non essendoci ormai alcun ostacolo, le persone sarebbero state finalmente libere di spostarsi ovunque e il mercato avrebbe reso qualsiasi merce accessibile in ogni parte del pianeta, unendo individui fisicamente distanti migliaia di chilometri e rendendoli “cittadini del mondo”.
La storia ha confutato una per una tutte queste ottimistiche supposizioni. I paesi dell'est europeo sono stati economicamente devastati dall'invasione del mercato. Tutte le tutele sociali garantite dal tanto denigrato socialismo venivano liquidate e la libertà promessa in realtà era soltanto la libertà di sfruttare, di speculare e di arricchirsi per una nuova oligarchia locale e per il capitale straniero.
Dietro la favola della riunificazione tedesca si nascondeva il dramma della colonizzazione interna degli apparati e delle aziende pubbliche dell'ex DDR che venivano svenduti, permettendo ai capitalisti della Germania Occidentale di realizzare immensi profitti. L'Unione Sovietica subiva un colpo di stato. Veniva lacerata e scissa in tante repubbliche teoricamente indipendenti (ma che in realtà erano protettorati statunitensi). La Russia, da potenza economica e militare, sprofondava nella depressione economica.
Quella pace che veniva promessa si rivelò essere invece un'egemonia militare unipolare. Iraq, 1991; Jugoslavia, 1992; Kosovo, 1996; Afghanistan, 2001; Iraq, 2003; Siria, oggi. Basterebbe questa scarna cronologia a dimostrare l'inconsistenza delle illusioni circa una pax mondiale. Gli Stati Uniti e i paesi della NATO non trovando più alcun avversario in grado di competere potevano stabilire la loro supremazia assoluta anche sul piano militare, a suon di bombe e carri armati ove fosse stato necessario.
L'internazionalizzazione dell'economia, l'espansione e la deregolamentazione dei mercati e il crollo delle barriere doganali, quel processo insito nel capitalismo e che oggi viene chiamato “globalizzazione”, non trovando più l'ostacolo delle frontiere e del Muro, poteva affermarsi con una forza e una portata fino ad allora inedite. Ma ciò rappresentò tutt'altro che il regno della libertà e del cosmopolitismo. Quello che accadde davvero fu la comparsa di un'altra forma di sfruttamento, che metteva in concorrenza i lavoratori europei e americani con quelli asiatici e africani, permettendo una riduzione dei salari senza eguali dal Dopoguerra in Europa. Il capitale finanziario poteva invadere ormai qualsiasi paese senza che nessun governo osasse contrastarlo.
La libertà promessa all'epoca è in verità la libertà del capitale di espandersi senza limiti, oltre qualsiasi muro.
Ma quell'evento destinato a segnare la fine di un'epoca e, secondo Hobsbawm di un secolo, non ha avuto effetti solo sui paesi al di là dei confini del cosiddetto “Mondo libero” ma anche per quelli al di qua. I diritti sociali che parevano ormai acquisiti per sempre in Italia, Germania, Francia o Gran Bretagna, venivano cancellati, spesso proprio da parte di quelle stesse forze e componenti politiche che se ne erano fatti promotrici.
Il Muro in effetti costituiva un monito per i paesi occidentali, un avvertimento; esso era il limite, non solo fisico, del capitalismo. L'eventualità di un'insurrezione popolare o di un governo non filo-statunitense era sempre la spada di Damocle che pendeva sui paesi atlantici. L'Unione Sovietica avrebbe potuto appoggiare nuove rivolte ovunque queste fossero avvenute. Cuba e Vietnam, stavano a dimostrare che l'impero poteva scricchiolare e che nuove enclavi socialiste potevano sorgere all'interno dell'impero stesso. L'esistenza del muro fu il fattore internazionale che costrinse le classi capitaliste nazionali in Europa a cercare un compromesso con il movimento operaio e i partiti della sinistra.
In Italia questo compromesso assunse i contorni dello Statuto dei Lavoratori – una delle legislazioni più avanzate nel campo del diritto del lavoro – della crescita salariale, della bassa disoccupazione, del servizio sanitario migliore al mondo, checché se ne dica.
Già la mera esistenza del blocco sovietico, costituiva un fattore di slancio per i partiti socialisti e comunisti e per le rivendicazioni sindacali nei paesi dell'Europa occidentale; la crisi e poi il crollo dell'URSS si sarebbero trascinati con sé anche quelli.
La svolta della Bolognina del 1991 avrebbe ufficialmente consegnato il PCI, e di fatto la sinistra italiana, al capitalismo. In effetti la fase discendente della sinistra italiana era cominciata molto prima. Nel '76 il PCI divenne atlantista, nel '77 spostò l'attenzione dalla questione sociale a quella morale, iniziò cioè ad abbandonare gradualmente il marxismo e il campo socialista in favore di un moralismo puramente funzionale a una lotta interna ai ceti dirigenti italiani. Il Partito Socialista invece si era avviato per primo su questa strada e per primo aveva segnato la rottura con Marx.
Il “suicidio” del PCI fu dunque la logica conseguenza di un processo storico già preparato nel tempo, e che tuttavia forse non sarebbe potuto avvenire, o comunque non in modo così rapido e clamoroso, se non ci fosse stata nello stesso anno la fine dell'Unione Sovietica e del cosiddetto “socialismo reale”. Come si spiegherebbe altrimenti la celerissima trasformazione del principale partito comunista occidentale in un comitato di affari della finanza internazionale e in una fucina di leggi neoliberiste che porta sarcasticamente il nome di Partito Democratico?
I dirigenti dell'ultimo PCI si limitarono a prendere atto della scomparsa del gigante sovietico e della caduta del Muro, senza pensare di dover contrastare il nuovo corso di eventi, ma anzi facendo opportunisticamente buon viso a cattivo gioco e aggregandosi al coro di coloro che magnificavano quella catastrofe come la supposta vittoria della libertà sulla tirannia. Mancò, tra le file della dirigenza della sinistra italiana, una consapevolezza critica degli eventi in corso, come anche degli errori commessi in passato responsabili della mancata vittoria del PCI, errori che non avevano nulla a che fare con gli ideali socialisti che si affrettavano a liquidare sbrigativamente, ma che invece dipendevano da scelte e interpretazioni erronee dei suoi dirigenti.
Scomparso qualsiasi riferimento storico concreto per il socialismo gli ex comunisti fecero presto a convertirsi in avvoltoi del capitale, seguiti, senza entusiasmo ma pur sempre seguiti, da masse attonite rese ciniche e disincantate, animate soltanto dalla ferocia moralistica con la quale perseguitavano gli ultimi residui della Prima Repubblica.





*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente