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28 mar 2016

I veri padri del populismo*

La vittoria di Marine Le Pen e del Front National in Francia ha suscitato lo scandalo generale. In particolare di quella sinistra neoliberale che ne è la principale responsabile.
Al di là della capacità della Le Pen di raccogliere i voti dei francesi delusi, è evidente che questa vittoria va messa in stretta relazione con la frustrazione della base elettorale dei socialisti.
In tutta Europa, comunque, si assiste a un'avanzata del populismo “di destra” e l'Italia non fa eccezione. La Lega Nord, nel nostro paese, è il partito che si fa interprete di questa tendenza. Nato come soggetto regionalista, la Lega si è trasformata nell'ultimo periodo in una forza che aspira ad essere nazionale.
Come il FN, e altri partiti europei della stessa tendenza, la Lega ha catalizzato consenso soprattutto attraverso le sue posizioni anti-immigrazioniste, esprimendo un sentimento diffuso. Bisogna dire però che contrariamente a ciò che avviene in altri paesi a rappresentare il populismo italiano c'è anche un altro partito, il Movimento Cinque Stelle, che invece esprime l'anima “anti-politica”, l'insofferenza nei confronti del gruppo politico dirigente.
Secondo Renzi “i populisti vinceranno prima o poi anche alcune politiche nazionali.
In Italia no. In Italia vinciamo noi perché le riforme stanno finalmente dando frutti: la maggioranza degli italiani sta con chi vuole cambiare”. In verità, sono proprio quelle “riforme” l'aiuto migliore per i populisti italiani. È proprio questo il punto che i cosiddetti “progressisti” si ostinano a non voler afferrare. Intellettuali e politici che aderiscono a questo finto progressismo continuano a gridare al fascismo, senza comprendere di essere la causa principale della situazione che si sta creando in Europa. Negli ultimi decenni non si è fatto che ripetere che la sinistra dovesse cambiare, abbandonare ideologie superate e consegnarsi alle “magnifiche sorti e progressive” del mercato. La sinistra ha gradualmente abbandonato il suo terreno di lotta, le condizioni dei lavoratori e dei ceti subalterni, l'intervento statale nell'economia; al contrario ha condotto campagne di privatizzazione di servizi essenziali come mai la destra aveva fatto, ha abolito le tutele del lavoro e introdotto la flessibilità, cioè la forma contemporanea di schiavitù; infine ha tolto ai lavoratori e ai ceti popolari anche la possibilità di incidere qualcosa nella vita pubblica, esautorando il Parlamento delle sue funzioni che sono state assunte dalla burocrazia sovranazionale e autocratica europea e dalle corporazioni finanziarie. Ognuno ricorderà con quale entusiasmo da parte dei dirigenti della sinistra in Italia è stato accolto l'ingresso nell'euro e nei Trattati di Maastricht. Ognuno ricorderà quali meravigliose opportunità sono state promesse ai lavoratori con l'entrata in vigore della Riforma Treu. E quanto sarebbero dovuti migliorare i “carrozzoni” inefficienti privatizzati? La sinistra in Italia ha avuto il compito di abolire le garanzie sociali illudendo che i meccanismi di mercato avrebbero compensato la perdita, magari aggiungendo qualche “carità di stato” per rendere la pillola meno amara.
Nel frattempo l'odio nei confronti dell'immigrazione è andato montando. Quando i flussi migratori sono cominciati a divenire consistenti l'Italia si è trovata con una struttura socio-economica e giuridica inadeguata. La liberalizzazione dei mercati e dei contratti lavorativi, l'indebolimento dei sindacati, scioglieva il vincolo di classe dei lavoratori, isolandoli. Il loro potere contrattuale era perciò praticamente azzerato e ognuno di loro si trovava esposto individualmente e senza protezione al ricatto dei capitalisti. Una volta che il basso costo della manodopera straniera rispetto a quella locale ebbe creato un afflusso della prima nel nostro paese le conseguenze a livello sociale furono chiare. Mancando del tutto un sistema di protezione giuridico e sindacale capace di assorbire le differenze e di livellare il costo del lavoro, mancando, inoltre, una forza politica “di classe” capace di farsi portatrice degli interessi dei ceti oppressi, il rancore non poteva che essere rivolto nei confronti degli incolpevoli immigrati.
È stato così che il populismo “di destra” ha potuto attecchire. In questo modo da un lato il conflitto sociale si è sempre più etnicizzato, perché erano assenti categorie intellettuali e apparati politici per gestirlo adeguatamente, dall'altro, si è assistito a uno slittamento dalla questione sociale alla questione morale, portata avanti dai Cinque Stelle.
Contrariamente a quanto pensa Renzi l'Italia è tutt'altro che lontana dal caso francese. Ma quel populismo che egli condanna è la conseguenza delle scelte del suo stesso partito e delle politiche che l'attuale governo si ostina a perseguire.
Coloro che sono all'origine dell'attuale crisi non piangano lacrime ipocrite. Se c'è davvero un pericolo fascista, quel pericolo viene da loro stessi.




*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



Immagine tratta da: http://www.ilgiornaleditalia.org/news/esteri/853794/Marine-Le-Pen---Ne.html

20 set 2014

Dal sistema rappresentativo al sistema autocratico

Già in un precedente articolo (Renzi, ovvero la notte della politica) avevamo formulato la tesi secondo cui la nostra è un'epoca in cui si assiste al passaggio da un sistema di tipo rappresentativo a un sistema di tipo autocratico. Cerchiamo ora di darne una formulazione più compiuta.
Innanzitutto cosa si intende con sistema rappresentativo e con sistema autocratico?
Con la prima espressione si vuol designare un'organizzazione politica, sociale, economica, in cui il gruppo che comanda riceve l'incarico da individui o organismi esterni al gruppo stesso; ovvero in cui il potere si legittima attraverso un'istituzione esterna rispetto al potere stesso. L'esempio che ci balza subito alla mente è quello delle cosiddette democrazie liberali occidentali, in cui i governi sorgono in seguito a (e in ragione di) un'elezione a suffragio universale. Spesso, infatti, nella vulgata politica corrente, si è soliti contrapporre democrazia (ovvero il sistema di governo occidentale) e dittatura (tutti i regimi non liberali e privi di meccanismi elettivi a suffragio universale). Chi scrive non condivide l'assunzione di questa presunta dicotomia. Innanzitutto non è corretto definire il sistema di governo occidentale come democratico. La democrazia, se l'etimologia ha un senso, è il governo del popolo. Mentre i sistemi occidentali sono governi in nome del popolo, ovvero legittimati da forme istituzionalizzate di partecipazione del popolo alla vita pubblica. Le moltitudini, quelle che legittimano il potere in Occidente, non governano. Semplicemente vengono riconosciuti loro determinati diritti politici, come esprimere il proprio voto per eleggere un'assemblea legislativa e farsi promotrici, attraverso vari canali istituzionali, di determinate istanze. Chiamare tutto ciò democrazia ci sembra improprio. La democrazia nel senso pieno del termine in effetti non è sinora mai esistita nella storia, se non in piccole comunità autogestite. Anche nella Atene Antica, considerata la culla di questo sistema, in realtà, alla stragrande maggioranza della popolazione (donne e schiavi) era interdetto qualsiasi diritto politico.
Si tratta, invece, più propriamente, di un sistema rappresentativo tribunizio, quindi più accostabile a quello dell'Antica Roma Repubblicana, ma in cui alle masse popolari è concesso il diritto di eleggere l'assemblea legislativa.
Altra caratteristica del sistema rappresentativo è quella di riconoscere diversi centri di potere, formali (nel caso degli stati rappresentativi occidentali potere esecutivo, legislativo, giudiziario, costituzionale, economico-finanziario come nel caso di banche centrali indipendenti, ecc.) e informali (organizzazioni politiche ed economiche, gruppi di pressione, associazioni corporative e sindacali ecc.). Il processo decisionale non è dato da un indirizzo univoco, ma dall'interazione dei diversi centri in cui la decisione scaturisce dal riconoscimento e dal confronto delle diverse istanze. Ciascun potere cerca nell'altro il proprio riconoscimento attraverso una strategia di conflitti e alleanze, e nello stesso tempo è costretto a riconoscerne questi altri (e le relative istanze). Il compromesso applicativo è la risultante di questa prassi decisionale.
Possiamo quindi definire il sistema rappresentativo come una forma di legittimazione dall'esterno del potere e di equilibrio tra i diversi centri riconosciuti.
Il sistema autocratico, invece, si legittima da sé stesso, ovvero l'elemento egemone non ricerca un potere esterno che lo riconosca, e che a sua volta esso riconosce, ma delegittima qualsiasi autorità che non sia sua propria emanazione, entrando con essa in conflitto fino ad annientarla o a cooptarla. Il meccanismo non funziona tanto sulla divisione dei poteri e la loro interazione strategica, quanto sulla delega delle funzioni (ovvero l'intermediazione tra la precisa e inalterabile volontà del governo e la fedele esecuzione di questa volontà) e sul controllo dell'esecuzione. Tanto più l'esecuzione corrisponde alla decisione e alla volontà del governo, tanto più il sistema è funzionale. Il processo decisionale avviene nella selezione delle migliori tecniche applicative per raffinare l'efficienza del sistema. Una volta stabiliti gli strumenti tecnici della prassi esecutiva il momento decisionale è esaurito.
Se nel sistema rappresentativo, dunque, il fine non è conosciuto prima, ma soltanto dopo, il processo decisionale, nel sistema autocratico esso è già noto in anticipo (e risiede nella volontà di chi governa) e il processo serve solo a stabilire la tecnica più efficiente per la sua realizzazione.
La razionalità che muove il sistema rappresentativo è di tipo poli-strategico, ovvero ogni centro, con proprie finalità, individua autonomamente la propria strategia di conflitto e di alleanze, e la decisione emerge come risultante dell'interazione pratica tra i diversi agenti e le rispettive strategie. Un sistema di questo tipo, dunque, tende a favorire un sapere di tipo dialettico-escatologico, che studia le strategie migliori per il riconoscimento delle proprie istanze e la realizzazione delle proprie finalità. Esempi di discipline fiorenti in questo contesto sono la retorica, la filosofia, la sociologia, la psicanalisi.
La razionalità, invece, dell'autocrazia è mono-funzionale, ovvero presuppone un'unica finalità già implicita e riconosciuta, che deve essere realizzata dalla ricerca degli strumenti pratici più idonei. Le discipline da esso favorite sono quelle tecnico-scientifiche, come la logica, la matematica, la fisica, l'economia.
Un sistema rappresentativo tende a essere instabile per sua natura, perché si basa su un equilibrio tra i diversi agenti di volta in volta ridefinibile e soggetto a oscillazioni. Per questo, esso può ribaltarsi nella sua antitesi, ovvero nell'autocrazia, quando si crea un squilibrio nei rapporti di forza tale per cui un centro prevalga nettamente sugli altri. In questo caso il potere egemone non ha più bisogno di riconoscere gli altri per essere riconosciuto a sua volta. Di conseguenza gli altri centri vengono o cooptati, mutandosi in funzioni e consolati del potere egemone, oppure, se sono in conflitto, combattuti e infine distrutti. Il sistema autocratico così sorto dallo squilibrio di quello rappresentativo, diventa invece stabile, perché non si fonda sulla dialettica tra poteri eterogenei, ma sulla propria autoaffermazione. Se infatti nel sistema rappresentativo ogni agente per affermare le proprie istanze deve, dialetticamente, affermare quelle del proprio concorrente (nemico o alleato) l'autocrazia si afferma nella negazione dell'altro da sé. Al contrario quello autocratico è un meccanismo meno flessibile, e una volta soggetto a squilibri, anche piccoli, come la resistenza prolungata di un oppositore in conflitto, rischia di crollare o di evolversi nuovamente in rappresentativo (oppure in una nuova autocrazia).
Tuttavia, bisogna precisare a scanso di equivoci, un sistema non è mai perfetto, ovvero mai completamente autocratico e mai completamente rappresentativo. Anche in un sistema rappresentativo esistono meccanismi autocratici, come per la nomina del dictator dell'Antica Roma, oppure, senza andare tanto lontano, nel commissariamento di organismi elettivi in casi particolari. In regime rappresentativo, ovviamente, il dispositivo autocratico ha una durata limitata nel tempo e generalmente breve ed è circoscritto a casi eccezionali.
Viceversa, anche nelle autocrazie esistono meccanismi rappresentativi. Anche durante il fascismo Mussolini non poteva fare a meno di una certa rappresentatività informale dovendo tenere in qualche conto la gerarchia fascista o riconoscere la Chiesa, né poteva del tutto ignorare la Monarchia. Un esempio di meccanismo formale invece è l'elezione ad opera dei Cardinali del Pontefice della Chiesa Cattolica, un apparato assolutamente autocratico, e che tuttavia ammette una pratica elettiva. Generalmente, infatti, l'elezione è il meccanismo di investimento di una carica di ogni sistema rappresentativo, mentre la nomina è tipica dell'autocrazia (o di un dispositivo autocratico).
Un'altra precisazione necessaria riguarda la distinzione tra sistema rappresentativo e sistema tribunizio (o democratico come spesso viene impropriamente chiamato). Un sistema rappresentativo non è necessariamente tribunizio. Può escludere una gran parte della popolazione da qualsiasi diritto politico ma questo non lo rende per forza autocratico. Lo Stato Liberale basato sul censo del Secondo Ottocento ne è un tipico esempio. Naturalmente però non è vero il contrario; un sistema tribunizio, con diritto elettivo per tutti i governati, non può non essere rappresentativo.
Ma allora la democrazia (quella autentica, non il tribunato odierno) è rappresentativa? Non esattamente. Se il popolo governa direttamente non ha bisogno di essere rappresentato. Esso governa a nome proprio e non a nome di qualcun altro né lascia governarsi da altri e le sue istanze sono perciò realizzate da esso stesso. In questo, dunque, è autocratica, per quanto egualitaria. Tuttavia, se consideriamo il popolo non come un unico sovrano, ma come un insieme di individui distinti, allora ciascuno si limita a promuovere le proprie istanze cercandone il riconoscimento di altri individui con una strategia di conflitti/alleanze. E in questo senso la democrazia è la forma più compiuta di rappresentatività, perché ciascuno rappresenta direttamente le proprie istanze, senza dover demandare a qualcun altro. Quindi, la democrazia autentica non è un'autocrazia né un sistema rappresentativo, ma la sintesi e il superamento dialettico di entrambi.
La democrazia autentica è la forma più alta di rappresentatività perché ogni singolo individuo della comunità viene riconosciuto dagli altri, e, nello stesso tempo, la massima forma di autocrazia, perché il sovrano (inteso come il popolo nel suo complesso) non ha bisogno di alcun tipo di riconoscimento, né in una fase iniziale (Anche Cesare dovette farsi eleggere dictator perpetuus dal Senato) né durante il suo governo. Anzi, qualunque riconoscimento esterno al monarca popolare è vietato, perché esso assomma su di sé tutti i poteri.
Il sistema rappresentativo occidentale, quale si è formato dal dopoguerra fino al finire degli anni '80, era improntato dal punto di vista formale sull'estensione alle masse dei diritti dello Stato liberale, e dal punto di vista informale sull'interazione di tre settori autonomi, quello economico (formato dai gruppi industriali e finanziari, ma anche associazioni di categoria e sindacati) quello culturale (la stampa, i media, le università, l'intellighenzia) quello politico (i partiti di massa e i movimenti spontanei). In ciascun settore ovviamente vi si trovavano diverse fazioni, e una fazione di un settore si alleava con quella di un altro per combatterne una terza.
In un capitalismo avanzato come quello della seconda metà del Novecento, tuttavia, il settore economico assume una preminenza particolare. Accade così che i centri di potere economici tendono a inglobare quelli degli altri due tipi. Una volta che questo accade si crea un squilibrio per cui sono le fazioni legate ai centri economici più forti (finanziari e industriali) a prevalere. Il risultato di una simile mutazione può essere così riassunto:
  • I centri economici, industriali e finanziari in particolare, tendono ad adottare strategie simili e coincidenti, quelli legati al grande Capitale sopratutto, divengono consapevoli della loro influenza sugli altri settori e tendono ad istituire alleanze tra di loro
  • I centri politici si adeguano presto a questa mutazione, ma avendo perduto autonomia finiscono per replicare le strategie dei primi, finendo per esserne inglobati
  • I centri culturali, in alcuni casi, resistono inizialmente a questa tendenza, conservando in parte, in alcune enclavi, una certa autonomia, ma infine finiscono o per soccombere, oppure per omologarsi ai centri politici e a farsi anch'essi cooptare.
Il risultato di ciò è l'egemonia completa dei grandi centri economici e la fine del sistema rappresentativo. Le istituzioni rappresentative formali rimangono inalterate, ma sul piano informale i centri economici esercitano un governo autocratico sulla società. Successivamente anche sul piano informale si assisterà a una dissoluzione dei meccanismi rappresentativi (leggi e carte costituzionali) e a uno svuotamento progressivo degli organi che assicurano la rappresentatività (parlamenti, governi nazionali e tutte le cariche elettive) in favore di istituzioni formali autocratiche (quelle sovranazionali come il Fondo Monetario, la Banca Centrale Europea e i Trattati commerciali internazionali). La natura tecnico-economica di queste istituzioni autocratiche testimonia del progressivo inglobamento dei centri politici nelle strategie e nei fini di quelli economici.
Se prima i centri economici avevano bisogno di istituire alleanze e conflitti con quelli politici e culturali per ottenere riconoscimento e mirare a estendere la loro egemonia, con la transizione dell'ultimo ventennio questi ultimi sono diventati mere funzioni dei primi. I centri economici hanno così finito di spogliarli di ogni autonomia, e quindi sostanzialmente di annientarne la vera essenza. Questo non poteva portare che ha un declino dei meccanismi rappresentativi formali e all'affermazione di istituzioni sempre più autocratiche.


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15 giu 2014

Non c'è antifascismo senza anticapitalismo

Non si può dire che oggi la gloriosa tradizione dell'antifascismo non sia screditata, per colpa, soprattutto, degli stessi antifascisti.
In passato l'antifascismo ha svolto un ruolo importante, non solo nell'opposizione ai regimi fascisti tradizionali come si sono venuti a creare in seguito al primo conflitto bellico mondiale – ovvero al nazi-fascismo mussoliniano e hitleriano – culminata nella Resistenza; ma anche come risposta all'estrema destra golpistica e terroristica sviluppatasi nella seconda metà del Novecento.
All'antifascismo sono state mosse diverse critiche, anche da parte di alcuni pensatori marxisti e anticapitalisti. Ne sono un esempio quelle di Costanzo Preve e di Diego Fusaro, che vedono nell'antifascismo una strategia del Capitale finalizzata a dividere le masse popolari in uno scontro ideologico per allontanarle da un'opposizione al capitalismo. Questa tesi vede nell'antifascismo un retaggio ideologico ormai inservibile per gli anticapitalisti che viene usato per fini egemonici dalle élite. Una simile critica si estende anche alla sinistra nel suo complesso, come principale forza antifascista divenuta completamente organica al Capitale. Occorre abolire, dicono, le divisioni tra fascisti e antifascisti, come tra destra e sinistra, perché superate e utili solo a perpetuare divisioni dell'unico fronte che dovrebbe combattere unitamente il capitalismo.
Una simile lettura non deve essere demonizzata né superbamente ignorata dalla sinistra. Essa coglie un punto fondamentale: la degenerazione che l'antifascismo (e con esso tutta la sinistra) ha subito; questo ha finito per diventare una mera discriminante ideologica senza nessuna prospettiva critica dell'esistente, ma nel migliore dei casi acritica e nel peggiore apologetica. Questa deriva si inscrive in quella più ampia della sinistra di cui si è parlato su questo blog (v. La parabola discendente della sinistra. Da Marx a Tsipras).
Da una parte vi è chi usa la discriminante antifascista per portare l'acqua al mulino del neoliberismo, ovvero per giustificare l'erosione della sovranità nazionale operata dal globalismo economico. In questa narrazione gli stati sono ridotti ad apparato dei nazionalismi e dunque portatori di conflitti e di pratiche oppressive. Dall'altra vi è invece la sinistra odierna che, rigettato Marx, l'anticapitalismo e l'antimperialismo, ha abbracciato un progressismo astratto costruito su un'“etica dei diritti” astorica e disarticolata, sganciata dal reale contesto socio-economico. Questa specie di sinistra motiva le sue rivendicazioni affermando dei diritti generici, con una ragionamento di tipo circolare. Così tutti i soggetti vengono astrattamente equiparati, asserendone le libertà individuali, ma senza includerli in un progetto di emancipazione collettiva.
Venuto a mancare l'anticapitalismo, questa sinistra ha sentito il bisogno di individuare un discrimine con la destra che potesse motivare ancora la propria esistenza. E questo è stato appunto l'antifascismo. Ma tale antifascismo è stato del tutto sottratto alla dialettica storica, per diventare una opposizione ideologica a un fascismo altrettanto ideologico. Più che porsi sul piano del reale divenire storico e contestare il fascismo alla radice, la sinistra è rimasta al livello della sovrastruttura superficiale, in un'opposizione frontale alle “parole d'ordine” dell'estrema destra. Così al militarismo ha opposto il pacifismo, al tradizionalismo religioso il laicismo, all'autoritarismo un individualismo libertario, al nazionalismo un generico multiculturalismo.
Non ha saputo, questa sinistra, comprendere le mutate condizioni storico-sociali, e il diverso ruolo che ha assunto il fascismo nel corso del tempo. Così, essa si è armata contro quei reperti archeologici del tutto superati e ridotti al ruolo di mera testimonianza simbolica. Il risultato è stato, di conseguenza, che essa stessa è diventata un reperto archeologico. Ma, paradossalmente, ha resuscitato un cadavere; essa, infatti, doveva tenere in vita quel nemico per tenere in vita se stessa. Senza comprendere, e non volendo comprendere, quanto quel nemico rappresentasse un fascismo ormai superato ed esposto nei musei. Non si poteva, non si può andare oltre, perché ciò vorrebbe dire andare oltre quell'astratto progressismo che si è assunto alla base della propria rappresentazione. È stato pertanto facile per il neoliberalismo globalista reclutare questa sinistra nelle proprie guerre. Qualsiasi opposizione al globalismo dei mercati è stata presentata come reazionaria. Qualsiasi difesa della sovranità degli stati è stata descritta come nazionalistica. Qualsiasi stato che si opponesse all'imperialismo occidentale come fascista o dispotico.
E non è un caso se spesso la sinistra (anche se non senza voci di dissenso interno, bisogna dirlo) ha marciato al fianco del neoliberismo, come nel sostegno alle “rivoluzioni colorate” ovvero al tentativo di penetrazione degli Usa nell'est europeo; o nella mistificante esaltazione dei neonazisti ucraini (paradosso dell'antifascismo astratto) presentati come dei partigiani in lotta contro il tiranno Putin; nella glorificazione dei monaci tibetani anticinesi in nome di un candido irenismo come sempre a senso unico (ovvero quello dei piani imperialistici dell'Occidente); nell'avversione ai regimi arabo-isalmici, in nome della difesa della dignità femminile. Non che la Russia, la Cina, l'Iran, siano nazioni prive di contraddizioni e dotate di un assetto interno desiderabile. Ma il risveglio delle coscienze che giunge puntuale sempre quando fa comodo ai padroni americani, e mai, ovviamente, contro di essi (per lo meno quando alla Casa Bianca c'è un Obama o un Clinton) dovrebbe come minimo destare sospetto. Invece la sinistra, essendo diventata antistoricista, non comprende il particolare contesto nel quale maturano e si evolvono i conflitti su scala mondiale, finendo per ridursi al servizio, in nome dei “diritti”, del Capitale.
Quale più vivido esempio può essere portato a sostegno di questa analisi se non il modo in cui la sinistra, italiana in particolare, ha difeso a oltranza l'Euro e l'Unione Europea, ovvero i principali strumenti del capitalismo finanziario e del neoliberismo dominante? Limitata dal suo universalismo antistorico e individualista ha creduto all'ideologia del cosmopolitismo europeista. La sinistra si è così resa complice della “globalizzazione” (parola anch'essa mistificatoria) che a parole contestava.
In questo la critica di Preve e Fusaro è corretta. L'antifascismo della sinistra è oggi un mero gingillo ideologico che serve a ravvivare un conflitto puramente immaginario, il quale finisce per essere funzionale alle strategie delle élite dominanti.
Ma riconoscere questo, non significa che si debba gettare il bambino con l'acqua sporca, e rinunciare del tutto a una connotazione antifascista. La tesi di Preve e Fusaro trascura un evidente fatto storico. Ovvero il ruolo che hanno giocato i fascismi nella difesa dell'ordine capitalistico. Il loro compito è stato quello di fermare l'avanzata del proletariato, del socialismo e del comunismo in Occidente. Nel momento in cui il Capitale si è sentito minacciato da queste forze popolari non ha esitato a ricorrere a metodi duramente repressivi e tirannici. Il fascismo è stato il “sicario” del capitalismo in questa fase. Il quale non ha esitato nemmeno a sbarazzarsene una volta raggiunti i suoi scopi e quando il fascismo ha cominciato a diventare un alleato un po' troppo ingombrante. Questo è soltanto il primo fascismo. Esso ha una connotazione nazionalistica, statalista e colonialista.
Il secondo stadio del fascismo, che si afferma nel secondo Dopoguerra, si salda con l'imperialismo americano e il neoliberismo (l'uno o l'altro o entrambi). La sua più esemplare manifestazione è il Cile di Pinochet, teatro degli “esperimenti sociali” della Scuola di Chicago. Esso è stato lo strumento con cui gli apparati americani hanno ribaltato regimi o contrastato movimenti e partiti politici ad essi non graditi, al fine di conservare la propria egemonia geopolitica e militare, oltreché economica, in Occidente, inserendosi nel contesto del conflitto con l'Unione Sovietica.
Vi è, poi, un terzo stadio di fascismo, il quale si afferma in seguito al crollo del Muro di Berlino, ed è per certi versi la continuazione del secondo. É caratterizzato da una ancor più spiccata saldatura con il neoliberismo e un ormai dichiarato atlantismo. In Sud America è sostenuto dalle élite locali in funzione anticastrista e antichavista, in opposizione ai governi di socialismo “ibrido” dell'America latina. Nell'Europa dell'Est, in particolare in Ucraina, è invece antirusso e rappresenta il tentativo dell'imperialismo di conquistare i territori oltre l'ex cortina di ferro e di ridimensionare il peso geopolitico della Russia.
Vi è infine un quarto stadio, il quale non è più tanto funzionale agli interessi dell'Impero nordamericano, quanto ai disegni dell'aristocrazia finanziaria che domina l'Europa. Esso ha una impronta fortemente neomercantilista, antinazionale, antistatale, economicista. Ha lo scopo di demolire gli stati nazionali europei, abolire qualunque limite ai movimenti di merci e di capitali e concentrare il potere politico in istituzioni sovranazionali e oligarchiche. Gli strumenti di questo fascismo sono l'Euro e l'Unione Europea. Si rivela in un'ideologia segreta delle classi dominanti europee che è elitista, moralistica, antipopolare, anticonsumistica e contraria alla democrazia sotto qualsiasi forma. Gli ideologi e gli individui di questa aristocrazia sono a volte legati al vecchio nazi-fascismo e ad apparati massonici.
Quest'ultimo stadio del fascismo si caratterizza per il fatto che non si avvale di un consenso popolare diretto, non è dichiarato, e non ha un ruolo oppositivo, cioè puramente antimarxista, anticomunista e antioperaio, ma mira a piegare qualsiasi resistenza all'egemonia capitalistica e a sottomettere del tutto l'autorità politica ai suoi progetti economici. Esso si identifica del tutto con le élite, senza nessuna mediazione politica (come il vecchio fascismo).
Il fascismo oggi, dunque, non è soltanto un fossile, ma è un fenomeno reale, capace di riciclarsi e di adattarsi alle mutate condizioni storiche. Perciò tentare di liquidare l'antifascismo sarebbe un errore.
È necessario, semmai, attualizzarlo. Per far questo però la sinistra deve prima recuperare la sua tradizione anticapitalista e marxista, magari avvalendosi degli orizzonti aperti dalle teorie economiche antiliberiste degli ultimi decenni, in particolare keynesiane e post-keynesiane. In seconda istanza ha bisogno di comprendere come l'attuale fascismo si innesti nella odierna struttura socio-economica e il suo ruolo nel difendere ed estendere il dominio capitalistico. Infine, deve trovare un modo efficace di contrastarlo, che parta quindi da un'analisi della realtà sociale ed economica, invece che da un'“etica dei diritti”.
Da questo punto di vista, quindi, la tesi “post-antifascista” e “post-sinistra” di Fusaro e Preve presenta gli stessi limiti di coloro che accusano: ovvero di concepire il fascismo come una mera patologia avulsa dal contesto storico, senza vedere il suo ruolo di supporto del capitalismo, nelle diverse epoche. Essa, anzi, presta il fianco al travisamento della storia operato del post-modernismo da loro stessi criticato, il quale proclama la fine delle “grandi narrazioni” e dei “pensieri forti”. La tesi della fine della dicotomia destra/sinistra, come di quella fascismo/antifascismo, viene usata proprio da coloro che decretano frettolosamente la “morte delle ideologie” e con essa di qualsiasi pensiero anticapitalista e realmente emancipativo, e che infatti sono i più incalliti sostenitori dell'ordinamento economico attuale, al più perfezionato da qualche miglioria estemporanea. Non è un caso che la principale manifestazione politica del presunto superamento di questa dicotomia è un partito, il Movimento Cinque Stelle, che più che porsi entro un orizzonte “altro” ha accatastato in modo poco coerente proposte di destra e proposte di sinistra, dichiarandosi a favore, nello stesso tempo, ad esempio, della campagna a favore dell'acqua pubblica, come della drastica riduzione della spesa dello stato (v. I finti keynesiani). Un miscuglio poco coerente di chi è vittima di un astrattismo non meno nocivo di quello della sinistra odierna. Questo movimento, con la sua protesta pulsionale e disarticolata, è ben lontano dall'incarnare una critica al capitalismo.
Vanno allora distinti quei fenomeni di “folclore” fascista esclusivamente dediti all'esercizio di una memoria rituale e del tutto marginali, dal fascismo vero e proprio che opera attivamente e che è funzionale al Capitale e alle strategie delle élite. In questo senso si può e si deve tenere in vita una sinistra antifascista, ma solo a condizione che essa sia una declinazione di un maturo e consapevole anticapitalismo e non una mero momento autocelebrativo.


Immagine tratta da:
http://en.wikipedia.org/wiki/National_Liberation_Committee

1 giu 2014

Non chiamateli fascisti

La vittoria del Front National alle elezioni europee, che lo consacrano primo partito francese, legittimano la forza guidata da Marine Le Pen a capo dell'opposizione politica all'establishment europeo.
Non che lo schieramento anti-euro e anti-troika sia omogeneo e coalizzato. In esso vi confluiscono gruppi di diversa vocazione: identitari e anti-immigrazione come il PVV olandese, regionalisti e federalisti come la Lega Nord italiana, neoliberisti e securitari come l'UKIP di Nigel Farage, nazionalisti come il Danish People Party, ma anche socialdemocratici come il Partito Socialista Portoghese e di sinistra e anticapitalisti come PODEMOS in Spagna o il Partito Comunista Greco.
In questo scenario estremamente variegato il partito di Marine Le Pen si pone, per sua natura, come una sintesi tra le varie anime. In esso, infatti, si può dire confluiscano tutti gli aspetti e i principi dei partiti euroscettici.
Si possono enumerare tre anime che rappresentano questo schieramento:
Una sovranista e democratica. Ovviamente la fondamentale. Essa esprime la richiesta di ritorno a valute nazionali e al recupero del potere degli stati ormai di fatto esautorati dai trattati, quindi il recupero della democraticità e rappresentatività delle istituzioni nazionali. Quest'anima accomuna tutte le forze euroscettiche.
Una antiliberista e statalista, che rivendica la necessità da parte degli stati di dirigere l'economia anche attraverso la possibilità di nazionalizzare importanti comparti strategici. Quest'anima non appartiene alle forze più liberali, come l'UKIP di Frage che hanno una linea di politica economica di stampo “thatcheriano”.
Una identitaria e anti-immigrazione, che contraddistingue quelle forze che vogliono porre forti limiti all'immigrazione e rivalutare la cultura e le tradizioni locali e nazionali. Quest'anima ovviamente non è propria, o lo è solo in parte, dei partiti della “sinistra euroscettica”.
Ma tutte e tre queste anime si ritrovano nel Front National.
Sebbene i media abbiano etichettato il partito francese come fascista o di estrema destra, in esso convivono diverse culture e istanze. La stessa Marine Le Pen si rifiuta di identificare il proprio partito come iscrivibile in una determinata area politica posta sull'asse destra-sinistra.
Non è un mistero che, sebbene la base tradizionale del FN sia conservatrice e ai tempi di Le Pen padre potesse essere collocata in un'area di destra radicale, ad oggi buona parte dell'elettorato è rappresentato da lavoratori ed ex socialisti delusi dal PS al governo.
Inoltre diversi importanti esponenti provengono da un'area marxista, come l'ideologo Jacques Sapir, o la deputata comunista Anne Rosso-Roig.
Il Front National unisce quindi diverse anime, è una sorta di sintesi dell'euroscetticismo e della protesta anti-austerità che avanza in Europa. Uno schieramento eterogeneo sarebbe infatti difficilmente unificabile, come testimonia il fatto che i partiti ad esso riferibili militano in gruppi parlamentari diversi e spesso opposti.
Ma il Front National, pur con tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti innegabili, incarna la funzione strategica di rappresentare e di portare avanti gli interessi di tutta quest'area. Esso è un baluardo anti-austerità, poiché svolge un efficace ruolo di destabilizzazione della zona euro. Una eventuale uscita della Francia dall'euro renderebbe infatti molto probabile il crollo della moneta unica.
I media e i partiti politici eurofili gridano l'allarme paventando una possibile deriva fascista dell'Europa in caso di successo dei partiti euroscettici come quello di Marine Le Pen.
Effettivamente esiste questo pericolo, ed anzi esso sta già diventando realtà, ma non ad opera del Front National, ma proprio a causa della piega autoritaria che ha preso il processo di unificazione europeo. Esso non è proceduto di pari passo con il volere popolare, ma malgrado questo, ed anzi è stato possibile proprio privando gli stati nazionali e le istituzioni democratiche di qualsiasi potere ed “espropriandoli” della loro sovranità in modo illegittimo e contro le costituzioni democratiche di tutti i paesi. Accanto a questa perdita di sovranità si è assistito a un'acquisizione sempre crescente di potere giuridico ed economico da parte di organismi oligarchici totalmente sganciati dal controllo democratico come la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea. La politica economica imposta da queste istituzioni ha altresì creato una situazione di recessione e di impoverimento dei popoli europei rendendo impossibile qualsiasi inversione di rotta e politica anti-ciclica all'interno del sistema Euro. Quello che è stato un vero e proprio “golpe silenzioso” è stato sottaciuto dai media che continuano (come fanno tutti gli apparati di propaganda dei regimi autoritari) a elogiare e difendere l'unificazione monetaria e l'Unione Europea anche adesso che la manifestazione degli effetti nefasti risulta incontrovertibile.
Non è un caso che i governi che entusiasticamente sostengono l'Euro sono stati allestiti non dal voto popolare, ma da un colpo di stato finanziario a tutti gli effetti, come avvenuto in Grecia e in Italia.
Nella nostra penisola, in particolare, gli ultimi tre governi succedutisi non sono mai passati per il voto popolare, nonostante l'appellativo del partito che più li ha sostenuti, che si fa chiamare, vien da dire sarcasticamente, “democratico”.
In questo scenario appare quantomeno surreale che si rivolga alla Le Pen e al suo partito l'accusa di fascismo, quando essi si richiamano, invece, ai principi democratici e alla legittimità del voto popolare contro l'autoritarismo economico della tecnocrazia europea.
L'accusa di estremismo di destra appare tanto più ridicola se si considera il processo storico di affermazione dei fascismi. Questa è avvenuta con il ricorso a mezzi illeciti e alla coercizione, con la repressione e la eliminazione anche fisica degli avversari e incutendo un clima di terrore tra la popolazione. Circostanze che mancano del tutto nel risultato del partito di Marine Le Pen il cui successo è frutto del solo voto popolare, di contro al governo fantoccio dei socialisti tenuto in piedi per volontà degli interessi corporativi del grande capitale.
Il fascismo storico, inoltre, si avvale della collaborazione o della non interferenza dei capitalisti e delle forze politiche fino ad allora dominanti. Queste, per scongiurare il pericolo di una rivoluzione, o quanto meno di una svolta storica favorevole alle masse, avvertita come possibile in seguito all'avanzata del movimento operaio e delle organizzazioni socialiste, anarchiche, comuniste e rivoluzionarie, hanno “chiuso un occhio” sui soprusi perpetrati dai fascisti, illudendosi che questi, una volta annientato il “pericolo rosso”, avrebbero rinunciato al controllo delle istituzioni, o quanto meno lo avrebbero con loro condiviso.
Ma quello che avviene ora è che il capitale internazionale e i partiti dell'establishment (raccolti nei gruppi europei del PPE e del PSE) hanno dichiarato una guerra senza quartiere a tutti coloro che si oppongono al progetto egemonico delle élite tecnocratiche, compreso ovviamente il FN.
Nessun fascismo può affermarsi senza l'alleanza col grande capitale e l'accordo con il ceto politico egemone. Sarebbe un macroscopico errore di valutazione per Marine Le Pen e i suoi pensare di poter seguire lo stesso percorso. Al contrario, la funzione storica di questo partito è quello di dar voce ai popoli europei e di difendere la democrazia parlamentare (tipico obiettivo polemico dei fascisti, di ieri e di oggi) contro le oligarchie internazionali che vogliono privare i popoli dei loro diritti politici de facto. Chi è che invece si avvale dell'appoggio delle classi capitalistiche? Di sicuro i i partiti egemoni principali responsabili politici della crisi, sebbene si facciano chiamare “democratici” o “socialdemocratici”. Chi asserisce la necessità di delegare i poteri dei governi e dei parlamenti nazionali a delle istituzioni sovranazionali per eliminare l'“inefficienza”, o la “corruzione”? Quegli stessi partiti, per le stesse ragione per cui i fascisti di un tempo sostenevano la necessità di una gestione autoritaria del potere politico. E chi sono, invece, coloro che si oppongono a questi sedicenti democratici e a questa sorta di “tecno-moralismo”? Proprio quei gruppi euroscettici, e soprattutto uno, delegittimati da una feroce campagna stampa.
L'apposizione di questo marchio infamante sul Front National è funzionale invece a un disegno egemonico delle élite che cercano di dividere lo schieramento sovranista. In questo modo essi, infatti, possono fare appello a quelle forze che più sono sensibili all'avversione nei confronti del fascismo.
Non a caso, quelle stesse élite, come quelle stesse forze politiche che le spalleggiano, non si fanno alcuno scrupolo a sostenere i fascisti e i neonazisti autodichiaratisi tali, laddove, come in Ucraina, sono funzionali ai loro stessi interessi. Foraggiando i neonazisti ucraini che aggrediscono e terrorizzano il popolo russofono essi sperano infatti di strappare l'Ucraina dalla sfera di influenza russa e di permetterne l'ingresso nella NATO e nell'Euro.
In questo caso quei politici che accusano la Le Pen di fascismo non si fanno problemi ad offrire pubblicamente sostegno ai veri fascisti.
La critica che invece si può rivolgere, dopo aver fatto giustizia di tutte le polemiche opportunistiche, è sicuramente in merito alla posizione sull'immigrazione del FN, come di altri partiti. Invece che limitarsi a denunciare il problema di ordine pubblico scaturito dalla gestione dei flussi migratori, ed affrontare la questione da una prospettiva puramente negativa e sanzionatoria, bisognerebbe porre le basi perché l'immigrazione non rappresenti più un problema, attraverso una politica tanto di tutela nei confronti della specificità culturale “autoctona” quanto di rottura di quella spirale che porta alla ghettizzazione delle minoranze etniche come conseguenza degli squilibri sociali ed economici.
Se l'idealismo multiculturale del blocco eurocratico pecca nel voler difendere un cosmopolitismo astratto, auspicando un processo di integrazione e di contaminazione culturale ma senza preoccuparsi di garantire le basi materiali ed economiche indispensabili a un tale processo, l'identitarismo del FN non fa che stigmatizzare una situazione di etnicizzazione del conflitto prendendola per assoluta e inevitabile, senza vedere che quella etnicizzazione cela in realtà un più profondo conflitto di classe e una strategia di dominio delle élite capitalistiche.
Ma sono senz'altro le politiche sciagurate delle classi dominanti e dei loro alfieri politici a causare una reazione xenofoba, laddove queste politiche favoriscono la mobilità di persone come fossero merci ma senza assicurare una base sociale ed economica che permetta di assorbire senza tensioni un afflusso di immigrati.


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18 mag 2014

Vecchio Conio

La nascita di questo blog è debitrice del tentativo di recuperare due tradizioni di pensiero economico e politico tagliate fuori dall'egemonia culturale neoliberale, e quelle che più hanno contribuito, nei decenni passati, al progresso politico e sociale. L'abbandono di queste tradizioni ha comportato l'erosione del potere d'acquisto delle classi popolari, una drastica compressione salariale, la deregolamentazione del settore giuslavoristico e lo smantellamento delle tutele del lavoro; la fine, in sostanza, di un sistema di welfare sociale sostituito da un vago e debole assistenzialismo; lo svuotamento, non di meno, delle istituzioni democratiche e dei principi costituzionali.
Da una parte, tutta la scuola marxista, il suo contributo, teorico e pratico, alle lotte sociali, alla presa di coscienza da parte dei lavoratori della natura strutturalmente e inevitabilmente conflittuale della società capitalistica, facendosi strumento del proletariato di tutto il mondo per modificare quando non rovesciare i rapporti di produzione. Così il lavoro si è trovato tutelato sul piano giuridico, oltre che su quello sindacale, grazie all'azione politica di quelle forze socialiste o comuniste che hanno portato i suoi interessi all'interno della dialettica istituzionale e parlamentare.
Dall'altra il pensiero economico keynesiano, che ha esercitato grande influenza sulle azioni dei governi europei e occidentali dal dopoguerra fino alla fine degli anni '70. Esso ha permesso politiche espansive della domanda, di sostegno ai redditi e all'occupazione e tendenzialmente votate alla riduzione delle diseguaglianze sociali. Ha permesso di piegare la logica del capitale privato, attenta ai risultati di breve termine, a un compromesso accettabile tra le classi dirigenti, il Capitale e il Lavoro, che ha consentito per alcuni decenni un'espansione economica ordinata.
Pur non mancando i tentativi di conciliare sul piano teorico queste due “anime” della società capitalistica tardo-novecentesca, come testimonia la riflessione di pensatori come Piero Sraffa o di un precursore come Michal Kalecki, è sul terreno pratico che si è vista una loro integrazione.
Proprio le politiche espansive della spesa pubblica e di direzione dello Stato della programmazione industriale hanno permesso una consistente riduzione della disoccupazione, quando non, in alcuni momenti e in alcune aree geografiche, il raggiungimento della piena occupazione preconizzata da Keynes, quindi la crescita del potere d'acquisto dei salari, e dunque il rafforzamento del potere contrattuale della classe lavoratrice. La quale sul terreno sindacale e politico ha così potuto concretizzare questa posizione con adeguati strumenti legislativi e contrattuali.
La crescita degli investimenti legata al livello occupazionale e salariale era resa possibile non tanto dalla contingenza dei mercati e delle condizioni economiche extra-politiche, come vorrebbe una certa lettura neoliberale, quanto dall'intervento del capitale pubblico e dal patto “silenzioso” sancito dalle classi dirigenti politiche con il Capitale nazionale privato e con il Lavoro.
Ovviamente questo patto è ben lungi dall'essere stato così fluido e privo di tensioni come potrebbe apparire. Senza un adeguato coordinamento del conflitto sociale e una idonea organizzazione a livello sindacale e politico della classe operaia, ben difficilmente si sarebbe potuto realizzare. Le politiche di sostegno al reddito e di tutela del lavoro, andavano di pari passo con l'avanzare delle rivendicazioni, del progredire della forza e della coscienza dei lavoratori.
Il più insoddisfatto di questa situazione era il Grande Capitale. Non tanto per un mero calcolo economico. Come ci insegna Kalecki, il capitalista spesso è disposto a sacrificare una parte del profitto pur di non scontrarsi con una forte classe operaia. La bassa disoccupazione, le tutele giuridiche, gli alti livelli salariali, addirittura l'indicizzazione di questi all'inflazione, creavano le premesse per rivolte e scioperi sempre più diffusi, oltre a minare quell'“esercito industriale di riserva” descritto da Marx, situazione che i capitalisti non vedevano certo di buon occhio. Quel compromesso, in effetti, che pur aveva dato i suoi buoni frutti e che aveva portato le società occidentali, ed europee in particolare, forse all'apice del progresso sociale e politico, si reggeva su un filo sottilissimo. I suoi limiti risiedevano nella natura stessa del modo capitalistico di produzione, che vedono il Capitale inevitabilmente contrapposto al Lavoro, come spiega la teoria marxiana del plusvalore. La sapienza tattica delle classi dirigenti politiche, quantomeno nei suoi elementi più illuminati, non poteva bastare a tenere assieme più a lungo due mondi in conflitto permanente.
Si doveva giungere a un bivio: o sarebbe prevalsa la spinta rivoluzionaria della classe lavoratrice, e quindi l'inaugurazione di un era post-capitalistica, attraverso una forma di governo di tipo socialista, oppure, avrebbero vinto gli interessi politici, oltreché meramente economici, del Capitale, con una conseguente epoca di restaurazione.
Sappiamo quale delle due strade ha prevalso. La prima alternativa era improbabile potesse verificarsi, non solo in virtù della “socialdemocratizzazione” dei partiti marxisti e dell'esaurirsi della spinta propulsiva delle lotte, ma anche a causa del contesto geo-politico internazionale che non permetteva sbocchi rivoluzionari, come fu chiaro fin da subito (forse in maniera fin troppo speculativamente disincantata) al Partito Comunista Italiano.
Certo, forse sarebbe stato possibile rinnovare quel compromesso, come si provò a fare ad esempio in Italia, con la partecipazione del PCI a un governo di coalizione. Ma quell'esperienza fu troncata troppo presto per avere un riscontro fattuale di questa ipotesi, e in modo persino violento, a dimostrazione della chiusura di quella prospettiva.
L'entrata dell'Italia nel Sistema Monetario Europeo, ne avrebbe sancito ufficialmente la fine nel paese del più grande partito comunista d'occidente, e non solo in quello. L'avvicendamento ai vertici della Banca d'Italia, e il nuovo corso inaugurato dalla linea Ciampi-Andreatta, con la ribalta di una politica economica di tipo monetarista e anti-inflazionistico, costituivano la prova più lampante della svolta favorevole al Capitale appena avvenuta.
L'eliminazione sistematica e scientifica (per via giudiziaria quando non in modo terroristico come nel caso Moro) di quella classe dirigente che aveva in un modo o nell'altro, e non senza contraddizioni, sostenuto il compromesso, fece tabula rasa di ogni velleità di opporsi al nuovo corso. Ciò che ne rimase furono gli elementi più funzionali al nuovo progetto, ovvero quelli che nei vecchi partiti erano rimasti fino ad allora nell'ombra, e che potevano ora occupare le principali cariche istituzionali senza nessun ostacolo effettivo. Stesso percorso subirono le organizzazioni sindacali, fagocitate dai nuovi ricorsi storici, incapaci di reagire, al massimo posizionate su una linea stancamente difensiva. Il risultato fu quello che oggi vediamo. Ovvero l'erosione inarrestabile dei salari, la cancellazione delle tutele giuridiche e contrattuali, la disoccupazione galoppante, il disincanto e la perdita di coscienza di classe dei lavoratori, la fine delle politiche keynesiane, e il dominio dell'“austerità” di cui oggi vediamo i malaugurati frutti.
Venuta a mancare un'opposizione sociale, oltreché politica, alla restaurazione capitalistica, anche la dialettica democratica e istituzionale non poteva non risentirne. Tutto lo spettro parlamentare doveva appiattirsi sulla visione noeliberale e sedicente “tecnica” o “post-ideologica”.
Lo svuotamento delle istituzioni democratiche fu perseguito anche sul piano formale, attraverso la cessione di sovranità degli stati nazionali a un organismo sovra-nazionale europeo totalmente privo di meccanismi di controllo democratico o persino di bilanciamento dei poteri.
La moneta unica, salutata dalle ex seconde linee di dirigenti come foriera di pace e benessere, non avrebbe fatto altro che inasprire le diseguaglianze, istituzionalizzando le annose pratiche neoliberali improntate ad un contenimento, sganciato da qualsiasi logica macroeconomica, dell'inflazione in un contesto deflazionistico, e al rigore di bilancio in un contesto di asfissia della domanda.
A tutto questo è da aggiungersi l'incapacità della sinistra (al netto del cosiddetto “centrosinistra” fraudolentemente presentato come schieramento progressista), e di quelle forze votate alla difesa degli interessi della classe lavoratrice, di leggere i rivolgimenti in corso e la portata dell'ondata restauratrice; di comprendere gli strumenti adoperati dal Grande Capitale industriale e finanziario; di intercettare il malcontento popolare e tradurlo in una proposta politica adeguata alla realtà capitalistica contemporanea.
La dimostrazione di ciò è l'incomprensione da parte della sinistra del ruolo della moneta unica. Ci si è illusi che questa potesse convivere con un diverso tipo di politica monetaria, non capendo che è stata progettata dalle élite dominanti proprio per impedire qualsiasi tipo di governo alternativo al monetarismo imperante.
Le élite capitalistiche hanno ottenuto non solo la protezione dei loro capitali grazie al tasso di cambio fisso, esigenza maturata a seguito della estrema mobilità internazionale di essi favorita dal processo di deregolamentazione dei mercati dell'Unione Europea, ma la moneta unica è stato anche un efficace strumento di controllo politico sulle masse. Con essa e con i trattati che la regolano è aumentato il tasso di disoccupazione, permettendo di ricostituire quell'“esercito industriale di riserva” funzionale al dominio capitalistico. Inoltre la rigidità del cambio (sottratto al governo degli stati che si sono visti privati di strumenti valutari per proteggere la produzione nazionale) rendendo inattuabile una svalutazione monetaria ha costretto a una deflazione salariale senza precedenti.
Diventando impossibile – in virtù dei vincoli di bilancio imposti dai trattati – dare stimolo alla domanda interna, diventando impossibile – in virtù della moneta unica sottratta al governo degli stati – deprezzare il cambio, l'unica strada praticabile diveniva quella della competizione su scala globale sul costo del lavoro, e dunque l'ingresso in una spirale di continua contrazione dei salari reali. Questi fatti, accertati dalla ricerca economica oltre che dall'evidenza empirica, sono stati inspiegabilmente tralasciati dalla sinistra (quella cosiddetta “radicale”) la quale continua a inseguire il “sogno” dell'integrazione europea, senza capire che esso è un vestito cucito su misura per le élite capitalistiche. È altresì evidente come le istituzioni europee siano prive di qualsiasi meccanismo democratico, essendo lo stesso parlamento, l'unico organo eletto a suffragio universale, privo di un reale potere legislativo e persino di veto rispetto alle decisioni della Commissione Europea. Altrettanto improbabile appare riformare queste istituzioni proprio a causa della loro completa indipendenza dagli stati e dalle leggi nazionali come da qualsiasi meccanismo di controllo democratico. Anzi, la burocrazia europea ha finito per fagocitare gli stati, rendendoli delle mere propaggini dei suoi poteri e dei suoi scopi.
Grazie a questo “golpe silenzioso” le élite hanno potuto esautorare gli stati nazionali e le carte costituzionali e accelerare il processo restaurativo senza curarsi minimamente della volontà popolare.
La sinistra incapace di avanzare una proposta politica di rottura rispetto allo status quo politico ed economico si è perduta in un astratto riformismo privo di qualsiasi aggancio alla realtà concreta. Ha finito per riproporre magari con diversi accenti, le stesse riforme degli apparati europei delle altre forze politiche, che sempre più appaiono come il pretesto per non cambiare nulla, più che la realizzazione della dichiarata volontà di cambiare tutto.
La sinistra ha abbracciato il sogno europeo forse vedendolo come surrogato dell'internazionalismo proletario ormai abbandonato; forse credendo di usarlo contro i nazionalismi. Non comprendendo, in realtà, quanto questo nuovo internazionalismo capitalistico fosse il più efficace strumento di oppressione nella società contemporanea. E che l'unico modo per difendere il lavoro a livello planetario fosse non assecondarlo, quanto combatterlo con l'arma degli stati nazionali. Solo partendo da una prospettiva nazionale è possibile portare avanti un vero internazionalismo di classe.
Quale miglior esempio della direttiva Bolkestein, che esautora le leggi e i contratti nazionali, permettendo di sfruttare il lavoratore privandolo degli strumenti di protezione disposti nel proprio paese?
Non è certo l'internazionalismo del Capitale che aprirà la strada al socialismo (uno dei pochi errori di Marx) ma soltanto la capacità delle classi popolari di usare lo strumento stato per difendersi dall'aggressione del Capitale internazionale.
Quello che occorre è ricostruire ciò che Gramsci chiamava “volontà collettiva nazional-popolare” che permetta alle classi popolari di proteggersi non solo dalle tensioni interne create dalle élite nazionali, ma anche da quelle esterne, che esercitano oggi la più potente, efficace e pervasiva forma di oppressione.
Questa lotta deve unire non solo le classi operaie nazionali, ma anche quei settori della piccola borghesia anch'essi soggetti alla selvaggia aggressione dell'internazionalismo capitalista.
In particolare la battaglia contro la moneta unica e l'Unione Europea, strumenti di tirannia contro tutti i popoli europei, i quali possono risollevarsi soltanto recuperando uno spazio di dialettica democratica all'interno dei confini nazionali. Va ricostituito una sorta di nuovo Comitato di Liberazione Nazionale che unisca tutte le anime democratiche e popolari della nazione opposte a questo nuovo fascismo europeo.
Ciò non significa, tuttavia, che vada abbandonata una prospettiva rivoluzionaria. Rinunciare alla volontà di rovesciamento dei rapporti sociali sarebbe la peggiore vittoria che si possa concedere al dominio capitalistico.
Va invece ripensato il ruolo delle classi sfruttate e la funzione dello stato-nazione.
È soltanto, infatti, con una legislazione favorevole e una politica keynesiana, come si è prima mostrato, che la classe lavoratrice può difendersi e strappare importanti vittorie.
Ma queste da sole non bastano. Abbiamo prima visto come un compromesso sociale può reggere per un certo periodo ma è destinato presto a rompersi. La conflittualità lavoro-capitale è inestricabile ed essa prima o poi presenterà il conto. Tanto più oggi, quando un nuovo patto col Capitale nazionale è difficilmente riproponibile. Occorre che allora la classe lavoratrice sappia farsi trovare preparata per affrontare questa più difficile battaglia.
Il keynesismo, sebbene spesso sottovalutato dai marxisti, può essere un mezzo per collegare un governo che opera a favore del lavoro, sia pure in un contesto capitalistico, con la transizione verso una forma di stato e di governo socialista.
Proprio infatti il maggior potere che acquisirebbe la classe operaia, e quindi la migliorata capacità di organizzarsi, a seguito delle politiche espansive della domanda (e quindi di tutela dei redditi e di piena occupazione) le darebbe quella forza anche politica perché da egemone possa diventare dominante.
Occorre qui sgombrare il campo da tutte quelle visioni utopistiche e auto-consolatorie che predicano la rivoluzione come effetto quasi automatico di una crisi del capitalismo. È vero piuttosto il contrario, e le vicende di questi anni dovrebbero confermarcelo. Il peso delle crisi capitalistiche viene scaricato quasi interamente sulle classi subalterne, le quali perciò possono soltanto indebolirsi, invece che rafforzarsi, e incapaci di reagire in modo organizzato restano in balia dei loro aggressori.
Risulta chiaro infatti come la distruzione degli strumenti giuridici di tutela del lavoro sia stata perseguita assieme all'“alleggerimento” del ruolo dello stato e della sua azione economica di stimolo alla domanda e di sostegno ai redditi medio-bassi. Questa circostanza, frutto di una chiara volontà politica delle élite, ha posto le basi per una crisi di portata storica, assurdamente attribuita alla onerosità dei debiti pubblici degli stati e invece effetto dell'indebitamento privato.
Per questo, soltanto in una fase espansiva del capitalismo (cioè quella in cui lo stato sostiene salari e occupazione) è possibile realizzare una transizione verso una forma di governo socialista. Essa sarebbe l'unica possibilità per scongiurare derive restauratrici come quella che attualmente si sta verificando. Il monito di Rosa Luxemburg “Socialismo o barbarie” è perciò ancora valido, ma sul medio e lungo periodo, quando il conflitto sociale non può più essere contenuto da un intervento keynesiano e urge passare a forme più avanzate di governo. L'unico modo per garantire una pace sociale duratura rimane quello di eliminare le vere cause del conflitto, ovvero le differenze di classe e lo sfruttamento capitalista.