La nascita di questo blog è debitrice
del tentativo di recuperare due tradizioni di pensiero economico e
politico tagliate fuori dall'egemonia culturale neoliberale, e quelle
che più hanno contribuito, nei decenni passati, al progresso
politico e sociale. L'abbandono di queste tradizioni ha comportato
l'erosione del potere d'acquisto delle classi popolari, una drastica
compressione salariale, la deregolamentazione del settore
giuslavoristico e lo smantellamento delle tutele del lavoro; la fine,
in sostanza, di un sistema di welfare sociale
sostituito da un vago e debole assistenzialismo; lo svuotamento, non
di meno, delle istituzioni democratiche e dei principi
costituzionali.
Da una parte, tutta
la scuola marxista, il suo contributo, teorico e pratico, alle lotte
sociali, alla presa di coscienza da parte dei lavoratori della natura
strutturalmente e inevitabilmente conflittuale della società
capitalistica, facendosi strumento del proletariato di tutto il mondo
per modificare quando non rovesciare i rapporti di produzione. Così
il lavoro si è trovato tutelato sul piano giuridico, oltre che su
quello sindacale, grazie all'azione politica di quelle forze
socialiste o comuniste che hanno portato i suoi interessi all'interno
della dialettica istituzionale e parlamentare.
Dall'altra il
pensiero economico keynesiano, che ha esercitato grande influenza
sulle azioni dei governi europei e occidentali dal dopoguerra fino
alla fine degli anni '70. Esso ha permesso politiche espansive della
domanda, di sostegno ai redditi e all'occupazione e tendenzialmente
votate alla riduzione delle diseguaglianze sociali. Ha permesso di
piegare la logica del capitale privato, attenta ai risultati di breve
termine, a un compromesso accettabile tra le classi dirigenti, il
Capitale e il Lavoro, che ha consentito per alcuni decenni
un'espansione economica ordinata.
Pur non mancando i
tentativi di conciliare sul piano teorico queste due “anime”
della società capitalistica tardo-novecentesca, come testimonia la
riflessione di pensatori come Piero Sraffa o di un precursore come
Michal Kalecki, è sul terreno pratico che si è vista una loro
integrazione.
Proprio le
politiche espansive della spesa pubblica e di direzione dello Stato
della programmazione industriale hanno permesso una consistente
riduzione della disoccupazione, quando non, in alcuni momenti e in
alcune aree geografiche, il raggiungimento della piena occupazione
preconizzata da Keynes, quindi la crescita del potere d'acquisto dei
salari, e dunque il rafforzamento del potere contrattuale della
classe lavoratrice. La quale sul terreno sindacale e politico ha così
potuto concretizzare questa posizione con adeguati strumenti
legislativi e contrattuali.
La crescita degli
investimenti legata al livello occupazionale e salariale era resa
possibile non tanto dalla contingenza dei mercati e delle condizioni
economiche extra-politiche, come vorrebbe una certa lettura
neoliberale, quanto dall'intervento del capitale pubblico e dal patto
“silenzioso” sancito dalle classi dirigenti politiche con il
Capitale nazionale privato e con il Lavoro.
Ovviamente questo
patto è ben lungi dall'essere stato così fluido e privo di tensioni
come potrebbe apparire. Senza un adeguato coordinamento del conflitto
sociale e una idonea organizzazione a livello sindacale e politico
della classe operaia, ben difficilmente si sarebbe potuto realizzare.
Le politiche di sostegno al reddito e di tutela del lavoro, andavano
di pari passo con l'avanzare delle rivendicazioni, del progredire
della forza e della coscienza dei lavoratori.
Il più
insoddisfatto di questa situazione era il Grande Capitale. Non tanto
per un mero calcolo economico. Come ci insegna Kalecki, il
capitalista spesso è disposto a sacrificare una parte del profitto
pur di non scontrarsi con una forte classe operaia. La bassa
disoccupazione, le tutele giuridiche, gli alti livelli salariali,
addirittura l'indicizzazione di questi all'inflazione, creavano le
premesse per rivolte e scioperi sempre più diffusi, oltre a minare
quell'“esercito industriale di riserva” descritto da Marx,
situazione che i capitalisti non vedevano certo di buon occhio. Quel
compromesso, in effetti, che pur aveva dato i suoi buoni frutti e che
aveva portato le società occidentali, ed europee in particolare,
forse all'apice del progresso sociale e politico, si reggeva su un
filo sottilissimo. I suoi limiti risiedevano nella natura stessa del
modo capitalistico di produzione, che vedono il Capitale
inevitabilmente contrapposto al Lavoro, come spiega la teoria
marxiana del plusvalore. La sapienza tattica delle classi dirigenti
politiche, quantomeno nei suoi elementi più illuminati, non poteva
bastare a tenere assieme più a lungo due mondi in conflitto
permanente.
Si
doveva giungere a un bivio: o sarebbe prevalsa la spinta
rivoluzionaria della classe lavoratrice, e quindi l'inaugurazione di
un era post-capitalistica, attraverso una forma di governo di tipo
socialista, oppure, avrebbero vinto gli interessi politici, oltreché
meramente economici, del Capitale, con una conseguente epoca di
restaurazione.
Sappiamo quale
delle due strade ha prevalso. La prima alternativa era improbabile
potesse verificarsi, non solo in virtù della
“socialdemocratizzazione” dei partiti marxisti e dell'esaurirsi
della spinta propulsiva delle lotte, ma anche a causa del contesto
geo-politico internazionale che non permetteva sbocchi rivoluzionari,
come fu chiaro fin da subito (forse in maniera fin troppo
speculativamente disincantata) al Partito Comunista Italiano.
Certo, forse
sarebbe stato possibile rinnovare quel compromesso, come si provò a
fare ad esempio in Italia, con la partecipazione del PCI a un governo
di coalizione. Ma quell'esperienza fu troncata troppo presto per
avere un riscontro fattuale di questa ipotesi, e in modo persino
violento, a dimostrazione della chiusura di quella prospettiva.
L'entrata
dell'Italia nel Sistema Monetario Europeo, ne avrebbe sancito
ufficialmente la fine nel paese del più grande partito comunista
d'occidente, e non solo in quello. L'avvicendamento ai vertici della
Banca d'Italia, e il nuovo corso inaugurato dalla linea
Ciampi-Andreatta, con la ribalta di una politica economica di tipo
monetarista e anti-inflazionistico, costituivano la prova più
lampante della svolta favorevole al Capitale appena avvenuta.
L'eliminazione
sistematica e scientifica (per via giudiziaria quando non in modo
terroristico come nel caso Moro) di quella classe dirigente che aveva
in un modo o nell'altro, e non senza contraddizioni, sostenuto il
compromesso, fece tabula rasa
di ogni velleità di opporsi al nuovo corso. Ciò che ne rimase
furono gli elementi più funzionali al nuovo progetto, ovvero quelli
che nei vecchi partiti erano rimasti fino ad allora nell'ombra, e che
potevano ora occupare le principali cariche istituzionali senza
nessun ostacolo effettivo. Stesso percorso subirono le organizzazioni
sindacali, fagocitate dai nuovi ricorsi storici, incapaci di reagire,
al massimo posizionate su una linea stancamente difensiva. Il
risultato fu quello che oggi vediamo. Ovvero l'erosione inarrestabile
dei salari, la cancellazione delle tutele giuridiche e contrattuali,
la disoccupazione galoppante, il disincanto e la perdita di coscienza
di classe dei lavoratori, la fine delle politiche keynesiane, e il
dominio dell'“austerità” di cui oggi vediamo i malaugurati
frutti.
Venuta a mancare
un'opposizione sociale, oltreché politica, alla restaurazione
capitalistica, anche la dialettica democratica e istituzionale non
poteva non risentirne. Tutto lo spettro parlamentare doveva
appiattirsi sulla visione noeliberale e sedicente “tecnica” o
“post-ideologica”.
Lo
svuotamento delle istituzioni democratiche fu perseguito anche sul
piano formale, attraverso la cessione di sovranità degli stati
nazionali a un organismo sovra-nazionale europeo totalmente privo di
meccanismi di controllo democratico o persino di bilanciamento dei
poteri.
La moneta unica,
salutata dalle ex seconde linee di dirigenti come foriera di pace e
benessere, non avrebbe fatto altro che inasprire le diseguaglianze,
istituzionalizzando le annose pratiche neoliberali improntate ad un
contenimento, sganciato da qualsiasi logica macroeconomica,
dell'inflazione in un contesto deflazionistico, e al rigore di
bilancio in un contesto di asfissia della domanda.
A tutto questo è
da aggiungersi l'incapacità della sinistra (al netto del cosiddetto
“centrosinistra” fraudolentemente presentato come schieramento
progressista), e di quelle forze votate alla difesa degli interessi
della classe lavoratrice, di leggere i rivolgimenti in corso e la
portata dell'ondata restauratrice; di comprendere gli strumenti
adoperati dal Grande Capitale industriale e finanziario; di
intercettare il malcontento popolare e tradurlo in una proposta
politica adeguata alla realtà capitalistica contemporanea.
La dimostrazione di
ciò è l'incomprensione da parte della sinistra del ruolo della
moneta unica. Ci si è illusi che questa potesse convivere con un
diverso tipo di politica monetaria, non capendo che è stata
progettata dalle élite dominanti proprio per impedire
qualsiasi tipo di governo alternativo al monetarismo imperante.
Le élite
capitalistiche hanno ottenuto non solo la protezione dei loro
capitali grazie al tasso di cambio fisso, esigenza maturata a seguito
della estrema mobilità internazionale di essi favorita dal processo
di deregolamentazione dei mercati dell'Unione Europea, ma la moneta
unica è stato anche un efficace strumento di controllo politico
sulle masse. Con essa e con i trattati che la regolano è aumentato
il tasso di disoccupazione, permettendo di ricostituire
quell'“esercito industriale di riserva” funzionale al dominio
capitalistico. Inoltre la rigidità del cambio (sottratto al governo
degli stati che si sono visti privati di strumenti valutari per
proteggere la produzione nazionale) rendendo inattuabile una
svalutazione monetaria ha costretto a una deflazione salariale senza
precedenti.
Diventando
impossibile – in virtù dei vincoli di bilancio imposti dai
trattati – dare stimolo alla domanda interna, diventando
impossibile – in virtù della moneta unica sottratta al governo
degli stati – deprezzare il cambio, l'unica strada praticabile
diveniva quella della competizione su scala globale sul costo del
lavoro, e dunque l'ingresso in una spirale di continua contrazione
dei salari reali. Questi fatti, accertati dalla ricerca economica
oltre che dall'evidenza empirica, sono stati inspiegabilmente
tralasciati dalla sinistra (quella cosiddetta “radicale”) la
quale continua a inseguire il “sogno” dell'integrazione europea,
senza capire che esso è un vestito cucito su misura per le élite
capitalistiche. È altresì evidente come le istituzioni europee
siano prive di qualsiasi meccanismo democratico, essendo lo stesso
parlamento, l'unico organo eletto a suffragio universale, privo di un
reale potere legislativo e persino di veto rispetto alle decisioni
della Commissione Europea. Altrettanto improbabile appare riformare
queste istituzioni proprio a causa della loro completa indipendenza
dagli stati e dalle leggi nazionali come da qualsiasi meccanismo di
controllo democratico. Anzi, la burocrazia europea ha finito per
fagocitare gli stati, rendendoli delle mere propaggini dei suoi
poteri e dei suoi scopi.
Grazie a questo
“golpe silenzioso” le élite hanno potuto esautorare gli stati
nazionali e le carte costituzionali e accelerare il processo
restaurativo senza curarsi minimamente della volontà popolare.
La sinistra
incapace di avanzare una proposta politica di rottura rispetto allo
status quo politico ed economico si è perduta in un astratto
riformismo privo di qualsiasi aggancio alla realtà concreta. Ha
finito per riproporre magari con diversi accenti, le stesse riforme
degli apparati europei delle altre forze politiche, che sempre più
appaiono come il pretesto per non cambiare nulla, più che la
realizzazione della dichiarata volontà di cambiare tutto.
La sinistra ha
abbracciato il sogno europeo forse vedendolo come surrogato
dell'internazionalismo proletario ormai abbandonato; forse credendo
di usarlo contro i nazionalismi. Non comprendendo, in realtà, quanto
questo nuovo internazionalismo capitalistico fosse il più efficace
strumento di oppressione nella società contemporanea. E che l'unico
modo per difendere il lavoro a livello planetario fosse non
assecondarlo, quanto combatterlo con l'arma degli stati nazionali.
Solo partendo da una prospettiva nazionale è possibile portare
avanti un vero internazionalismo di classe.
Quale miglior
esempio della direttiva Bolkestein, che esautora le leggi e i
contratti nazionali, permettendo di sfruttare il lavoratore
privandolo degli strumenti di protezione disposti nel proprio paese?
Non è certo
l'internazionalismo del Capitale che aprirà la strada al socialismo
(uno dei pochi errori di Marx) ma soltanto la capacità delle classi
popolari di usare lo strumento stato per difendersi dall'aggressione
del Capitale internazionale.
Quello che occorre
è ricostruire ciò che Gramsci chiamava “volontà collettiva
nazional-popolare” che permetta alle classi popolari di proteggersi
non solo dalle tensioni interne create dalle élite nazionali, ma
anche da quelle esterne, che esercitano oggi la più potente,
efficace e pervasiva forma di oppressione.
Questa lotta deve
unire non solo le classi operaie nazionali, ma anche quei settori
della piccola borghesia anch'essi soggetti alla selvaggia aggressione
dell'internazionalismo capitalista.
In particolare la
battaglia contro la moneta unica e l'Unione Europea, strumenti di
tirannia contro tutti i popoli europei, i quali possono risollevarsi
soltanto recuperando uno spazio di dialettica democratica all'interno
dei confini nazionali. Va ricostituito una sorta di nuovo Comitato di
Liberazione Nazionale che unisca tutte le anime democratiche e
popolari della nazione opposte a questo nuovo fascismo europeo.
Ciò non significa,
tuttavia, che vada abbandonata una prospettiva rivoluzionaria.
Rinunciare alla volontà di rovesciamento dei rapporti sociali
sarebbe la peggiore vittoria che si possa concedere al dominio
capitalistico.
Va invece ripensato
il ruolo delle classi sfruttate e la funzione dello stato-nazione.
È soltanto,
infatti, con una legislazione favorevole e una politica keynesiana,
come si è prima mostrato, che la classe lavoratrice può difendersi
e strappare importanti vittorie.
Ma queste da sole
non bastano. Abbiamo prima visto come un compromesso sociale può
reggere per un certo periodo ma è destinato presto a rompersi. La
conflittualità lavoro-capitale è inestricabile ed essa prima o poi
presenterà il conto. Tanto più oggi, quando un nuovo patto col
Capitale nazionale è difficilmente riproponibile. Occorre che allora
la classe lavoratrice sappia farsi trovare preparata per affrontare
questa più difficile battaglia.
Il keynesismo,
sebbene spesso sottovalutato dai marxisti, può essere un mezzo per
collegare un governo che opera a favore del lavoro, sia pure in un
contesto capitalistico, con la transizione verso una forma di stato e
di governo socialista.
Proprio infatti il
maggior potere che acquisirebbe la classe operaia, e quindi la
migliorata capacità di organizzarsi, a seguito delle politiche
espansive della domanda (e quindi di tutela dei redditi e di piena
occupazione) le darebbe quella forza anche politica perché da
egemone possa diventare dominante.
Occorre qui
sgombrare il campo da tutte quelle visioni utopistiche e
auto-consolatorie che predicano la rivoluzione come effetto quasi
automatico di una crisi del capitalismo. È vero piuttosto il
contrario, e le vicende di questi anni dovrebbero confermarcelo. Il
peso delle crisi capitalistiche viene scaricato quasi interamente
sulle classi subalterne, le quali perciò possono soltanto
indebolirsi, invece che rafforzarsi, e incapaci di reagire in modo
organizzato restano in balia dei loro aggressori.
Risulta chiaro
infatti come la distruzione degli strumenti giuridici di tutela del
lavoro sia stata perseguita assieme all'“alleggerimento” del
ruolo dello stato e della sua azione economica di stimolo alla
domanda e di sostegno ai redditi medio-bassi. Questa circostanza,
frutto di una chiara volontà politica delle élite, ha posto le basi
per una crisi di portata storica, assurdamente attribuita alla
onerosità dei debiti pubblici degli stati e invece effetto
dell'indebitamento privato.
Per questo,
soltanto in una fase espansiva del capitalismo (cioè quella in cui
lo stato sostiene salari e occupazione) è possibile realizzare una
transizione verso una forma di governo socialista. Essa sarebbe
l'unica possibilità per scongiurare derive restauratrici come quella
che attualmente si sta verificando. Il monito di Rosa Luxemburg
“Socialismo o barbarie” è perciò ancora valido, ma sul medio e
lungo periodo, quando il conflitto sociale non può più essere
contenuto da un intervento keynesiano e urge passare a forme più
avanzate di governo. L'unico modo per garantire una pace sociale
duratura rimane quello di eliminare le vere cause del conflitto,
ovvero le differenze di classe e lo sfruttamento capitalista.