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31 lug 2017

Un gioco truccato*

Un cadavere è stato riesumato, quello del bipolarismo. Sepolto sotto le ceneri della Seconda Repubblica, l’archeologia politica ha deciso di riportarlo alla luce. Si cerca così di riassemblare i due blocchi dissolti. 
Da una parte, Berlusconi tenta di ridare la scintilla vitale al centrodestra, cercando un accordo con Salvini. Il vecchio centrodestra era tenuto assieme dalla figura carismatica di Berlusconi; adesso che questa figura ha perduto forza sembra molto più difficile ritornare ai fasti del passato. Il progetto originario di Berlusconi, in più, è oggi definitivamente superato. Questo progetto, che vide l’imprenditore di Arcore affermarsi nella costellazione di partiti distrutti da Tangentopoli, si basava su una promessa di successo individuale che sarebbe arrivato dopo il ripudio del ceto dirigente statalista della Prima Repubblica (che veniva a torto identificato con i postcomunisti) e l’apertura al mercato e all’impresa privata; una sorta di “via italiana al reaganismo” che però si sarebbe rivelata presto nulla più che propaganda. La promessa di arricchimento individuale era incarnata dalla sua figura di imprenditore vincente e dall’affermazione delle reti Fininvest che interrompevano il monopolio televisivo di stato e portavano in Italia una televisione commerciale ed edonista, poco interessata alle preoccupazioni pedagogiche della vecchia RAI. Il progetto di “reaganismo italiano” sarebbe più tardi naufragato per un’essenziale ragione: l’evidenza che l’edonismo berlusconiano e la sua seduzione erano solo una finzione dietro cui si celava la realtà amara della stagnazione, della disoccupazione crescente e della cancellazione dei diritti. Da questo punto di vista il linguaggio del centrosinistra era molto più al passo con il tempi. Se il berlusconismo era reganiano, l’antiberlusconismo era thatcheriano[4], prometteva poco, ma esigeva implacabilmente “sacrifici” e “conti in ordine” come necessità improrogabili. Fu proprio di fronte a questa versione più aggiornata del neoliberismo – che sarà rappresentata poi dal “commissario” Monti incaricato dalla Troika – che l’imprenditore milanese, pur avendo resistito per molto grazie al suo plebiscitarismo, dovette capitolare. Il nuovo neoliberismo, avrebbe imparato Berlusconi a sue spese, non è plebiscitario e non cerca un rapporto entusiastico con le masse, che redarguisce invece di tentare di sedurre. Piuttosto si avvale di gruppi di pressione, di think tank, per penetrare in circoli ristretti e nelle università, ma assume un profilo sobrio e misurato sui grandi media.
Sull’altro fronte, invece, i fuoriusciti del PD, una parte del PD non renziano e figure a sinistra del PD tentano di ricostituire il centrosinistra. Anche qui si tratta di un processo difficilmente reversibile. La fine del centrosinistra, come quella del centrodestra, non è stata accidentale, frutto dell’incapacità o della litigiosità dei suoi capi, ma strutturale. Il progetto del centrosinistra consisteva nel raccogliere il bacino elettorale del vecchio PCI e di parte della DC per traghettarlo verso l’orientamento neoliberale che ormai soppiantava la socialdemocrazia presso tutti i maggiori partiti della sinistra europea. Questo progetto si basava sulla capacità di far accettare il mondo globalizzato e la modernità liquida, la flessibilità per ogni lavoratore e l’incertezza del futuro. Questa, che era la realtà che si stava delineando, veniva considerata come un dato immutabile cui tutti dovevano adeguarsi senza indugio. A tale scopo, il centrosinistra proponeva alcune parziali compensazioni – comunque inferiori al male da ingoiare – come, ad esempio, gli “ammortizzatori sociali”, ovvero sussidi per i lavoratori precarizzati e i disoccupati; ma soprattutto usava una retorica moralistica che si avvaleva di alcuni canovacci sperimentati e luoghi comuni: “non rubare il futuro alle prossime generazioni”, “ridurre il debito che pesa sulle spalle dei nostri figli”, “responsabilità e bilanci virtuosi”, ecc. e che faceva perno sull’idiosincrasia rispetto alla figura carismatica di Berlusconi. Ma presto ci si accorse che la cura era peggiore del male, per non dire che era essa stessa il male da cui avrebbe dovuto mettere in guardia.  Ed è così che la narrazione neoliberista neo-thatcheriana, e con essa il centrosinistra che vi si era identificato, iniziava ad attraversare una crisi di consenso. Crisi che verrà trasferita direttamente al PD, erede e rinnovatore di quel progetto. 
La ricostruzione di centrodestra e centrosinistra si basa su su un tentativo di restaurare un momento della storia italiana non più ripetibile: non solo per la presenza di un terzo incomodo, il Movimento Cinque Stelle, che per sua natura non può essere piegato al gioco bipolare e non si presta ad alleanze; ma soprattutto perché questa resurrezione apparente, contrariamente all’operazione originale dei primi anni Novanta, si svolge nel deserto elettorale, come testimonia il livello inedito di astensionismo ad ogni elezione. Non esiste nessuna possibilità di coinvolgere le masse che sono ormai completamente disilluse circa la vera natura dei due blocchi. E non sarà certo una legge elettorale, nemmeno la più maggioritaria, ad arginare questo fenomeno.
Il dualismo destra/sinistra della Seconda Repubblica doveva essere il surrogato del conflitto capitalismo/socialismo, abbandonato dopo il crollo del Muro di Berlino, per la credenza fideistica dell’eternità del capitalismo, e il bipolarismo centrodestra/centrosinistra era il surrogato del surrogato. Ma a questo gioco oggi la gran massa del corpo elettorale rifiuta di giocare, perché ha scoperto che è un gioco truccato, che appena dietro la vernice del conflitto mediatico conclamato si cela la realtà delle leggi di mercato, dell’adesione incondizionata a esse, della capitolazione dello stato e della modernità liquida. Per questo l’antirenzismo non è che una nuova declinazione dell’antiberlusconismo: l’opposizione a una persona e alla forma del suo linguaggio, ma con la tacita approvazione della sostanza condivisa.
L’ammiccamento di Renzi a Berlusconi, quindi, lungi dal rappresentare un qualche tradimento, è soltanto lo svelamento della essenziale complicità dei due poli opposti e simmetrici come due facce della stessa medaglia e dell’adesione acritica di tutti i maggiori partiti al capitalismo neoliberale.










*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente

30 mar 2017

La sinistra postmoderna è nata morta*

“Unire la sinistra” è il vecchio appello da Seconda Repubblica caduto in disgrazia, che talvolta qualcuno tenta di riportare in auge. Adesso è la volta di Giuliano Pisapia che propone un cartello elettorale dai contorni vaghi e sfumati, il “Campo progressista”, l’ennesima riedizione delle tante “sinistre unite” fallite. Già prima Bertinotti e poi Ferrero e Vendola provarono a inventarsi nuovi marchi da apporre all’aggregazione multiforme che chiamavano “sinistra”. Tutti questi schieramenti hanno fatto la stessa triste fine.
L’ostracismo contro le ideologie, in particolare contro la teoria marxista, diede vita a una creatura deforme, la sinistra postmoderna, una fazione eterogenea, senza contorni definiti, priva di una tradizione politica – considerata un pesante fardello di cui disfarsi – con un’organizzazione evanescente e senza una solida struttura di partito. Tenuta assieme dal generico appellativo di “sinistra”, non ha un fine universale, un ideale di rifondazione della società, ma tanti piccoli scopi particolari da perseguire all’interno della struttura sociale vigente che non viene mai criticata. Per questo assumono un ruolo primario i diritti civili, mentre vengono trascurati, fin quasi a dimenticarli, quelli sociali, sacrificabili sull’altare delle “alleanze progressiste”. I diritti civili, infatti, possono essere perseguiti all’interno dei rapporti sociali esistenti, senza la necessità di giungere a uno scontro con le classi dominanti, con le quali, anzi, ci si allea.
Non a caso Pisapia intende proporre questa “unificazione” per poi allearsi col PD, per “tirarlo” a sinistra. Uno schema tipico della Seconda Repubblica, e a livello globale del mondo appena dopo la caduta del Muro di Berlino; il conflitto tra socialismo e capitalismo doveva essere surrogato dal dualismo destra/sinistra, nel quale entrambi appartenevano non al “campo progressista” o a quello conservatore, ma all’orizzonte capitalista da “fine della storia”, visto come irreversibile e accettato acriticamente da ambedue gli schieramenti teoricamente contrapposti.
Ma ormai anche lo schema destra/sinistra è entrato in crisi, per essersi manifestato per quello che è: una maschera. La “destra” e la “sinistra” della Seconda Repubblica non corrispondono alla “destra” e alla “sinistra” della Prima, le quali non erano soggetti giuridici e politici, ma indicazioni “geografiche” che dovevano essere opportunamente connotate da aggettivi (socialista, liberale, comunista, democristiano, ecc.). Lo schema destra/sinistra postnovecentesco è entrato in crisi in seguito al progressivo distacco popolare, non essendo possibile scorgervi un’alternativa reale al capitalismo neoliberale e quindi rivelandosi in farsa, puro spettacolo.
Ad esso non è ancora subentrata una rappresentazione politica adeguata, ma va delineandosi un nuovo conflitto tra il globalismo liberista e le resistenze nazionali, statali e antioligarchiche le quali però presentano diverse contraddizioni e sono ancora in embrione.
Compito della politica, oggi, è dare voce a queste ultime, non attraverso l’uso demagogico e “populistico” proprio di alcuni capi partito, ma interrogandole, chiarificandole, criticandole e traducendole in una teoria, una prassi strategica e un progetto di società.
La proposta di Pisapia, invece, ignora tutto questo e si limita a rispolverare uno schema vecchio e superato, tutto interno alla risonanza mediatica, incapace di fare i conti con le recenti tendenze sociali. Il vero scopo (che egli ne sia consapevole o meno) è quello di ricondurre il dissenso entro il recinto controllato dalle oligarchie. Ed è questo infatti il vero significato del “progressismo” postmoderno: a sinistra del PD, ma col PD, ovvero, la periferia del capitalismo.














*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



30 dic 2016

Controstoria dei radicali*

Il Partito Radicale, come si sa, gode di grande considerazione presso la stampa, in particolare tra quella cosiddetta “moderata” (con evidente cortocircuito lessicale). È stimato, in particolare per i suoi dirigenti storici, lo scomparso Marco Pannella ed Emma Bonino, anche da molti di coloro che non ne condividono tutte le posizioni ma lo considerano come un fattore fondamentale dell'ammodernamento dei costumi italiani. Si pensa ai radicali come la forza trainante della secolarizzazione dell'Italia a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, in particolare con le lotte in favore del divorzio e dell'aborto. In realtà la loro influenza in questo senso è di molto sopravvalutata. Il divorzio fu reso legale da una legge del 1974 promossa da liberali e socialisti, e successivamente convalidata in seguito al referendum abrogativo. Per il no, e quindi a favore del divorzio, si schierarono non soltanto i radicali, ma anche i socialisti, i comunisti, i repubblicani, i liberali e i socialdemocratici più una parte dell'area cattolica. Il maggior contributo, dunque, si deve ai primi due, che potevano portare il maggior numero di consensi, senza dubbio molti di più di quelli dei radicali. Sostennero il sì, invece, soltanto la DC e il MSI. Per quanto riguarda l'aborto, la cui regolamentazione si deve alla famosa legge 194 del 1978, i radicali promossero un referendum nel 1981 per modificare la legge in senso meno restrittivo, perdendolo. Per l'altro quesito promosso dal Movimento per la Vita, che invece chiedeva maggiori restrizioni, anche in questo caso uno schieramento variegato si oppose alla modifica. L'importanza dei radicali nel processo di secolarizzazione è quindi di molto sopravvalutata, a causa di letture che li considerano i fautori quasi solitari di battaglie per i diritti civili in un'Italia bigotta. La realtà è che ci fu un fronte comune e pressoché trasversale, ad esclusione delle forze più conservatrici, di cui i radicali non erano che una parte e per di più minoritaria.
La politica di Pannella e del suo partito è stata improntata a una scaltrezza spregiudicata e a un abile uso dei media, anche con azioni clamorose (scioperi della fame, della sete, ecc., oggi in realtà decisamente inflazionati). Si aggregarono alla sinistra negli anni Sessanta e Settanta, sfruttando la scia dei movimenti di protesta, negli anni Novanta si allearono con Berlusconi, ottenendo in questo modo un'ampia visibilità che gli avrebbe permesso di raggiungere il loro massimo storico alle elezioni europee del '99. Un altro mutamento è quello che li portò da fautori del pacifismo che richiedevano persino l'abolizione degli eserciti e rigorosamente anti-interventisti (contro la guerra in Vietnam e la NATO) ad appoggiare le guerre americane. Nel 1992 la Guerra del Golfo ne segnò una svolta verso posizioni interventiste. Nel 2006 Emma Bonino dichiarava, a proposito dell'occupazione dell'Afghanistan (cui il nostro paese partecipava): “Questa è una missione delle Nazioni Unite, in cui un governo eletto democraticamente ci chiede di restare e anzi di fare di più. Lo stesso chiede la società civile. Quali sono allora le motivazioni per cui dovremmo andarcene? Solo quelle ideologiche? Io credo che un Paese che vuole crescere sulla scena internazionale deve prendersi la responsabilità di non abbandonare a metà strada una nazione che sta cambiando”.
La politica camaleontica sulle alleanze e le questioni estere, si affianca a certe costanti: il liberismo economico, l'opposizione alla cosiddetta “partitocrazia”, il cosmopolitismo. Nel 1994 i radicali promossero una serie di referendum. Chiesero in particolare l'abrogazione della legge che disciplinava il commercio, la liberalizzazione degli orari degli esercizi e la privatizzazione della RAI. Furono anche da sempre fermamente contrari al finanziamento ai partiti, per abolire il quale si fecero promotori di due referendum, il primo lo persero nel 1978, il secondo lo vinsero, nel 1993, sull'onda di Tangentopoli. Hanno sostenuto da sempre il superamento delle nazioni; in un documento del 1960 chiedevano “la federazione europea da perseguirsi immediatamente attraverso elezioni dirette” anticipando così l'europeismo di alcuni decenni dopo. Nel 1989 cambiarono nome in “Partito Radicale Transnazionale”, per sottolineare il loro carattere anti-nazionale.
I radicali presentano il profilo esatto di un partito liberale classico. Rispetto al PLI, da cui nacquero attraverso scissione, si distinguono per l'attivismo, il dinamismo e la spregiudicatezza nelle alleanze. Sarebbe sbagliato concepirli meramente come una forza impegnata per i diritti civili. È grazie alle campagne per questi ultimi e alla capacità di inserirsi nei movimenti di protesta degli anni Sessanta e Settanta che spesso a sinistra si ha di loro un giudizio positivo. In realtà il pacifismo di quell'epoca non fu mai antimperialismo, e per questo poté rovesciarsi nel suo contrario, cioè il sostegno alle offensive statunitensi degli anni Novanta e Duemila. Seppero sfruttare il sentimento antipolitico che montava con Tangentopoli: ma più che dal populismo ingenuo tipico del periodo successivo, erano ispirati dal tentativo di indebolire la politica di fronte all'economia.
Per quanto questo partito sia ormai vicino all'estinzione e abbia esaurito quasi del tutto la sua capacità attrattiva, ha anticipato alcune tendenze che si sarebbero manifestate nella società italiana. Soprattutto, una nuova forma di attivismo che avrebbe segnato lo scarto tra la sinistra postmoderna e quella moderna: l'oblio della questione sociale e l'assenza di una critica dell'ordine socio-economico, l'allineamento all'egemonia degli Stati Uniti e l'insistenza esclusiva sui diritti civili pur in presenza di una restaurazione liberal-capitalistica che veniva accettata integralmente.











*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



28 mar 2016

I veri padri del populismo*

La vittoria di Marine Le Pen e del Front National in Francia ha suscitato lo scandalo generale. In particolare di quella sinistra neoliberale che ne è la principale responsabile.
Al di là della capacità della Le Pen di raccogliere i voti dei francesi delusi, è evidente che questa vittoria va messa in stretta relazione con la frustrazione della base elettorale dei socialisti.
In tutta Europa, comunque, si assiste a un'avanzata del populismo “di destra” e l'Italia non fa eccezione. La Lega Nord, nel nostro paese, è il partito che si fa interprete di questa tendenza. Nato come soggetto regionalista, la Lega si è trasformata nell'ultimo periodo in una forza che aspira ad essere nazionale.
Come il FN, e altri partiti europei della stessa tendenza, la Lega ha catalizzato consenso soprattutto attraverso le sue posizioni anti-immigrazioniste, esprimendo un sentimento diffuso. Bisogna dire però che contrariamente a ciò che avviene in altri paesi a rappresentare il populismo italiano c'è anche un altro partito, il Movimento Cinque Stelle, che invece esprime l'anima “anti-politica”, l'insofferenza nei confronti del gruppo politico dirigente.
Secondo Renzi “i populisti vinceranno prima o poi anche alcune politiche nazionali.
In Italia no. In Italia vinciamo noi perché le riforme stanno finalmente dando frutti: la maggioranza degli italiani sta con chi vuole cambiare”. In verità, sono proprio quelle “riforme” l'aiuto migliore per i populisti italiani. È proprio questo il punto che i cosiddetti “progressisti” si ostinano a non voler afferrare. Intellettuali e politici che aderiscono a questo finto progressismo continuano a gridare al fascismo, senza comprendere di essere la causa principale della situazione che si sta creando in Europa. Negli ultimi decenni non si è fatto che ripetere che la sinistra dovesse cambiare, abbandonare ideologie superate e consegnarsi alle “magnifiche sorti e progressive” del mercato. La sinistra ha gradualmente abbandonato il suo terreno di lotta, le condizioni dei lavoratori e dei ceti subalterni, l'intervento statale nell'economia; al contrario ha condotto campagne di privatizzazione di servizi essenziali come mai la destra aveva fatto, ha abolito le tutele del lavoro e introdotto la flessibilità, cioè la forma contemporanea di schiavitù; infine ha tolto ai lavoratori e ai ceti popolari anche la possibilità di incidere qualcosa nella vita pubblica, esautorando il Parlamento delle sue funzioni che sono state assunte dalla burocrazia sovranazionale e autocratica europea e dalle corporazioni finanziarie. Ognuno ricorderà con quale entusiasmo da parte dei dirigenti della sinistra in Italia è stato accolto l'ingresso nell'euro e nei Trattati di Maastricht. Ognuno ricorderà quali meravigliose opportunità sono state promesse ai lavoratori con l'entrata in vigore della Riforma Treu. E quanto sarebbero dovuti migliorare i “carrozzoni” inefficienti privatizzati? La sinistra in Italia ha avuto il compito di abolire le garanzie sociali illudendo che i meccanismi di mercato avrebbero compensato la perdita, magari aggiungendo qualche “carità di stato” per rendere la pillola meno amara.
Nel frattempo l'odio nei confronti dell'immigrazione è andato montando. Quando i flussi migratori sono cominciati a divenire consistenti l'Italia si è trovata con una struttura socio-economica e giuridica inadeguata. La liberalizzazione dei mercati e dei contratti lavorativi, l'indebolimento dei sindacati, scioglieva il vincolo di classe dei lavoratori, isolandoli. Il loro potere contrattuale era perciò praticamente azzerato e ognuno di loro si trovava esposto individualmente e senza protezione al ricatto dei capitalisti. Una volta che il basso costo della manodopera straniera rispetto a quella locale ebbe creato un afflusso della prima nel nostro paese le conseguenze a livello sociale furono chiare. Mancando del tutto un sistema di protezione giuridico e sindacale capace di assorbire le differenze e di livellare il costo del lavoro, mancando, inoltre, una forza politica “di classe” capace di farsi portatrice degli interessi dei ceti oppressi, il rancore non poteva che essere rivolto nei confronti degli incolpevoli immigrati.
È stato così che il populismo “di destra” ha potuto attecchire. In questo modo da un lato il conflitto sociale si è sempre più etnicizzato, perché erano assenti categorie intellettuali e apparati politici per gestirlo adeguatamente, dall'altro, si è assistito a uno slittamento dalla questione sociale alla questione morale, portata avanti dai Cinque Stelle.
Contrariamente a quanto pensa Renzi l'Italia è tutt'altro che lontana dal caso francese. Ma quel populismo che egli condanna è la conseguenza delle scelte del suo stesso partito e delle politiche che l'attuale governo si ostina a perseguire.
Coloro che sono all'origine dell'attuale crisi non piangano lacrime ipocrite. Se c'è davvero un pericolo fascista, quel pericolo viene da loro stessi.




*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



Immagine tratta da: http://www.ilgiornaleditalia.org/news/esteri/853794/Marine-Le-Pen---Ne.html

29 gen 2016

Il “cambiamento”, elemento integrante della “post-ideologia”*

È stupefacente il modo in cui la cultura dominante si sia appropriata dell'immaginario progressista per svuotarlo di senso, lasciandone intatti certi lemmi, usandolo in funzione conservatrice o restauratrice.
La parola che più di tutte ha subito un travisamento formidabile è senz'altro “rivoluzione”. Essa esprimeva le istanze degli ideali socialisti e indicava una radicale trasformazione delle istituzioni sociali e dei rapporti economici; oggi invece la sua carica eversiva ha finito per essere neutralizzata nella confusione linguistica imperante.
Già nei primi decenni del Novecento si parlava di “Rivoluzione conservatrice” per indicare quelle tendenze di rifiuto della società borghese in favori di ideali “aristocratici” e reazionari. Nel corso degli anni Ottanta del secolo, “rivoluzione conservatrice” è stata chiamata l'ascesa di Ronald Reagan negli Stati Uniti, assieme all'affermazione del suo programma politico fortemente liberista. Margaret Thatcher, che portò invece questa “rivoluzione” in Gran Bretagna, è stata spesso definita una “rivoluzionaria”, seppure anch'essa “conservatrice”. La forma ossimorica testimonia del disfacimento del lessico politico, nel quale una stessa locuzione, e a volte persino uno stesso enunciato, può avere significati del tutto opposti.
Nulla di più distante, a volerli analizzare correttamente, tra la semantica di “rivoluzione” e quella di “conservazione”, due parole che sottendono universi linguistici, storici e filosofici opposti e in conflitto permanente. Così come sembra incompatibile il modello sociale reaganiano, neoliberale, antisocialista e ultracapitalista con qualsiasi istanza “rivoluzionaria” per come poteva essere caratterizzata dalla tradizione tanto semantica quanto politica.
Il richiamo sovversivo implicito nella parola “rivoluzione” sembra oggi del tutto disinnescato. Anzi, questo termine ha definito processi e fenomeni funzionali al meccanismo sociale in vigore. Ne ha fatto ampio uso, ad esempio, la pubblicità. Ogni nuovo prodotto viene elogiato dagli spot come fautore di una “rivoluzione”. Qui l'uso di tale espressione ha un valore più che iperbolico, come richiesto spesso dalla promozione commerciale. Sta a testimoniare una mutazione innescata nella coscienza del destinatario, che “demitizza” la rivoluzione, privandola di ogni eco emancipativo e redentivo, facendone ingranaggio di un meccanismo adattativo, seppur dinamico. La rivoluzione, quindi, non è più un rivolgimento sociale, l'inversione del basso e dell'alto, la conquista del potere da parte delle classi oppresse e la rottura definitiva con l'ordine dato, ma la riconferma di quello stesso ordine. Quest'ultimo si presenta come “rivoluzionario” perché a differenza del passato tollera e persino promuove le mutazioni sociali. Ma queste mutazioni rimangono un fenomeno “di costume”, non intaccano minimamente la struttura egemonica ma servono a riconfermarla.
Molte istanze sono state sottratte ai movimenti rivoluzionari in senso proprio – quelli socialisti e progressisti – si pensi al femminismo, o ai diritti degli omosessuali, che possono oggi essere affermati in una cornice sociale immutata, e funzionalmente alla strategia dei gruppi egemoni.
Queste istanze vengono isolate dalla radice storica che le ha ispirate, per essere integrate nel modello sociale contro il quale inizialmente erano in conflitto. La protesta, paradossalmente, non si scontra più col potere, ma finisce per allearvisi; il conflitto viene artificialmente ricreato, invece, rispetto a configurazioni antiquate e superate del potere stesso, come ad esempio quello meramente poliziesco-repressivo, autoritario dal punto di vista della burocrazia statale.
Per comprendere come sia stato possibile un simile mutamento bisogna considerare un'altra parola abusata, “cambiamento”. Non esiste politico, partito o movimento che non cerchi di usarla a proprio vantaggio. Tuttavia il suo successo è evidente soprattutto a sinistra, a cominciare dagli anni Novanta, dopo la caduta dell'URSS e l'avvento della “post-ideologia”.
La campagna presidenziale di Obama aveva come slogan “Change”, “Nessuno può fermare il cambiamento” diceva Renzi a proposito del suo governo, e “Sinistra è cambiamento” è una corrente del PD di recente formazione.
Si potrebbero portare molti altri esempi, ma in ognuno di essi è palese il culto del “nuovo”, del mutamento per il mutamento. In questi discorsi il cambiamento viene presentato come desiderabile in se stesso, a prescindere dai contenuti di cui si fa portatore che sembrano non interessare. La dinamicità è meglio della stasi, qualunque cosa essa comporti.
C'è molto di retorico e di copertura ideologica in ciò, ovviamente. Il “cambiamento” che viene proposto come necessario rinnovamento d'aria, liquidazione del vecchio e del superato, in realtà è orientato in un'unica direzione, quella della restaurazione. Il regresso è la postilla invisibile e impronunciabile dell'odierno “progresso”. Il feticismo del “cambiamento”, e l'enantiosemia di “rivoluzione”, hanno sicuramente giovato del ripiegamento degli ideali socialisti nel corso della fine del secolo scorso. Essendosi attestati, questi, su una linea puramente difensiva, di fronte alla straripante ondata restauratrice, hanno offerto il fianco a quest'ultima, che ha potuto presentarsi come “innovatrice”, di fronte all'immobilità del proprio avversario.
Ma non c'è solo questo. L'adorazione feticistica del “cambiamento” imprecisato è il logico sviluppo, necessariamente deforme e grottesco, della “fine delle ideologie” ovvero della istericamente urlata (fin troppo istericamente per non destare sospetti) morte di Marx e del comunismo.
Rinunciando a una strutturazione reale, ad articolarsi nel concreto sviluppo della storia, a definire la sua lotta “di classe”, quindi della classe oppressa contro quella dominante, l'ideale, rimasto per troppo tempo nella sua astrattezza ha finito per smarrire ogni significato. L'archetipo della sovversione e della rivoluzione ha subito un processo di privazione che ne ha lasciato un guscio vuoto. Ciò che è sopravvissuto è del tutto inservibile se non per fini apologetici. Così della rivolta degli esclusi non è rimasto che un mutamento meramente fisico, un “rimescolamento”, un'inversione dell'ordine dei fattori che non cambia il prodotto complessivo.




*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



3 ott 2015

Le vere cause dell’immigrazione: al di là di pessimismo e romanticismo*

Nella rappresentazione dell’immigrazione presso i grandi media esiste una retorica tutta incentrata sulla figura del migrante. Egli è un soggetto idealizzato, che viene fatto corrisponderealla concezione ideologica dell’osservatore e muta al mutare di quest’ultimo. Per la “destra” egli è il clandestino, il cui retroterra culturale e il cui modo di vita sarebbero incompatibili con quelli italiani. L’immigrato, secondo questa visione, o alimenta la criminalità e situazioni di illegalità, oppure è incapace di adattarsi agli usi e ai costumi locali, sopravvivendo in modo parassitario grazie a rendite garantite dallo stato. A “sinistra”, invece, esiste una visione romantica del migrante. Questi viene visto come una sorta di “buon selvaggio”che fugge da paesi incivili e arretrati, sconvolti da “dittature” o da guerre, per costruire un esistenza migliore e che, armato di qualità e di virtù superiori a quelle degli italiani, accetta qualsiasi condizione di lavoro che l’italiano colpevolmente (sempre secondo questa rappresentazione) rifiuta.
Entrambe queste rappresentazioni sono profondamente condizionate dall’ideologia di chi la esprime e dalla narrazione mediatica sensazionalista o sentimentalista (a seconda del target di pubblico al quale si rivolge). Ma in tutti e due i casi ciò che prevale è il giudizio impulsivo fondato più sull’empatia o l’antipatia personali affidata a eventi contingenti (o veicolata dai media presso l’osservatore inconsapevole) che su un’analisi razionale. Lo sguardo è concentrato sugli individui, immigrati o autoctoni, caratteristica questa assunta dalla cronaca nera, che molto spesso tende a “etnicizzarsi”.
In ogni caso ad essere visibili sono soltanto gli effetti, quale che sia il modo di interpretarli. Per i pessimisti xenofobi gli stranieri porterebbero solo disordine e criminalità e sarebbero ingiustamente privilegiati. Per i romantici xenofili essi sarebbero le fondamenta della futura società multiculturale, un’utopia cosmopolita dove tutti i popoli convivranno in armonia “mescolandosi” tra loro. La soluzione, spesso l’unica soluzione, avanzata dagli immigrazionisti è l’apertura indiscriminata delle frontiere, quando non la loro l’abolizione – utopia (o distopia) che sembra oggi potersi realizzare grazie all’Unione Europea e ai trattati intercontinentali. Già ampiamente indeboliti per ciò che riguarda i traffici di merci e i movimenti di capitali (sui quali nessuna delle due fazioni, da Salvini a Vendola, pare aver nulla da dire) i confini andrebbero dunque cancellati o ridimensionati anche per ciò che riguarda lo spostamento di esseri umani. Gli xenofobi, invece, prospettano il blocco dell’immigrazione e l’innalzamento dei ponti levatoi quale sinistra ma unica possibilità di salvezza per l’Occidente assediato. Ricetta fortemente irrealistica, visto che nessuno stato contemporaneo lo ha mai realizzato, eccetto la Germania nazista, ovviamente. Bloccare qualsiasi ingresso, sia legale che illegale, presupporrebbe un controllo totalitario della società che i governi non hanno, uno stato di polizia permanente da romanzo fantapolitico.
Ma dove è finita, in tutto questo, l’indagine sulle cause? Certo, si dice che le guerre e le carestie comportano queste ondate di migrazioni, ma non è ben chiaro come collocare questi fenomeni, quasi considerati al pari di catastrofi naturali inevitabili e alle quali non è possibile opporsi.
I romantici insistono sulla retorica dell’“accoglienza” la quale può essere un lenitivo e un atto etico individuale, ma non certo un modo di affrontare una questione sociale a livello politico. Altri, elogiano l’Odissea dei migranti come primo passo per la scalata sociale che li porterebbe alla conquista di un meritato benessere economico e integrazione nella vita lavorativa: ma in questo caso si tratta di una soluzione individuale per un problema collettivo, tra l’altro ispirata a un vago darwinismo sociale secondo il quale “i migliori” avrebbero la possibilità di affermarsi, mentre tutti gli altri resterebbero falciati dalla selezione del mercato globale, o prima ancora, dal mare.
I pessimisti ripetono ipocritamente lo slogan dell’“aiutiamoli a casa loro” senza che sia ben chiaro in cosa consisterebbe questo “aiuto” (e quando gli occidentali dicono di voler “aiutare” altri popoli la storia insegna che non c’è da fidarsi) che si sono ben guardati dal preoccuparsi di offrire quando ne hanno avuto la possibilità, come i leghisti negli anni dei governi di centrodestra. Del resto neanche il centrosinistra può rivendicare coerenza tra parole e azioni, avendo, malgrado tutta la retorica parrocchiale e lacrimevole che ha fatto, sdoganato per primo i lager per immigrati, centri di permanenza o di identificazione, a seconda delle varie diciture, rafforzati poi dai loro successori.
Ma questa retorica dell’“aiuto” esprime una mentalità di tipo colonialistico e non meno fuorviante di quella dell’“accoglienza”. Gli evoluti paesi europei magnanimamente elargirebbero parte delle loro risorse per risollevare i popoli in difficoltà. Come se il lavaggio delle coscienza della “beneficenza” possa incidere in qualche modo sulle dinamiche socio-economiche di paesi al collasso. In fondo, questa retorica dell’“aiuto” non è che la versione edulcorata di quella dell’“accoglienza”. Si tratta, in ambedue i casi, di carità e nulla più. Due modi simili per riservare agli altri popoli le briciole, mascherate da aiuto umanitario in modo da tacitare le coscienze dei popoli “civili”. Due facce della stessa medaglia che nascondono le enormi responsabilità di tutti i paesi più forti economicamente. Italia compresa. Le guerre, le carestie, le miserie, di cui soffrono le terre da cui partono i migranti che vediamo affollare le nostre coste, sono generate dal neocolonialismo e dall’imperialismo occidentali. Le multinazionali europee e nordamericane comprano materie prime a basso prezzo, ottengono dalle colonie di fatto manodopera a bassissimo costo da cui ricavare superprofitti con le vendite in patria. Il benessere di cui l’Occidente ha goduto e gode ancora oggi, è il risultato del trasferimento di ricchezze dal “sud” al “nord” del mondo.
I governi locali che hanno cercato di opporsi alla depredazione occidentale sono spesso stati rovesciati attraverso colpi di stato; che siano militari o “morbidi” non fa differenza. L’Italia in questo, con il suo colonialismo straccione, ha giocato la sua parte. Ha supportato lo smembramento della Jugoslavia e la guerra in Kosovo, a tutto vantaggio degli interessi tedeschi; ha contribuito al caos mediorientale partecipando alle spedizioni in Afghanistan e in Iraq; ha sostenuto francesi e americani nel rovesciamento del governo libico di Gheddafi. Nessuno dei maggiori partiti politici italiani allora esistenti può dire di esserne estraneo, avendo votato in Parlamento se non tutte sicuramente alcune di queste “missioni umanitarie”. Che tutto ciò avvenga sotto il vessillo della NATO, delle Nazioni Unite, o della “democrazia esportabile” a stelle e strisce è una differenza di poco conto. La sostanza è che le migrazioni sono l’esito necessario del colonialismo e dell’imperialismo di Stati Uniti, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia. Le risse verbali tra “accoglienti” e “aiutanti” sono l’indecente contorno del massacro e dello sfruttamento sistematici di interi popoli. Sono costruiti sulla pelle non solo dei migranti, ma di tutti i loro paesi, di chi può fuggire, ma anche di chi non può e di chi invece deve. L’unica maniera per aiutare i migranti non è nella forma caritatevole e ipocrita della beneficenza a casa loro o a casa nostra, ma ponendo fine alle pratiche colonialiste e imperialiste che sono le reali cause dello spostamento massiccio di esseri umani nella nostra epoca.
Lo sfruttamento, la rapina economica, le guerre sono effetti del sistema capitalistico occidentale e pertanto sono ineliminabili finché quest’ultimo continuerà ad esistere. Occorre perciò, se si vuole affrontare seriamente la questione migratoria, ripensare radicalmente il modello sociale di produzione vigente affermatosi universalmente: bisogna archiviare il pregiudizio dell’ineluttabilità del capitalismo e della società di mercato, cosa che tanto i sedicenti amanti dei migranti, quanto i presunti difensori della patria si guardano bene dal fare.

L’avanzata delle destre estreme e le responsabilità della sinistra liberale*


L’avanzata delle destre estreme si deve al fallimento storico (ennesimo) della sinistra liberale e degli intellettuali che ne hanno abbracciato i principi. Scoprire che l’idea, comunemente accettata negli ultimi trent’anni, secondo la quale sarebbe stato possibile garantire un livello accettabile di ricchezza a tutta la popolazione attraverso un’espansione del mercato, e quindi rimuovendo tutti gli ostacoli che ne impediscono tale espansione – ovvero l’intervento diretto dello Stato – scoprire all’improvviso che questa idea è sbagliata, ha generato dei mostri.
La sconfitta individuale e generazionale del comunismo e del socialismo occidentali nel corso del Novecento (conclusosi tragicamente con il crollo di quello orientale e con la dissoluzione dell’URSS) è stata tramutata in una sconfitta antropologica e persino biologica. Incapaci di accettare il fallimento personale (che personale poi non è, perché dovuto a ragioni storiche) gli individui che ne hanno preso parte preferirono vedervi la realizzazione di una “legge di natura”, commettendo l’errore dei conservatori più accaniti, ovvero “naturalizzare” i fatti storici, e quindi in definitiva far scomparire la storia dall’orizzonte del pensiero, come era stato teorizzato da Francis Fukuyama. La sinistra ha così finito per arrendersi alla visione liberale, capitalista, mercatocentrica e globalista, poco prima che questa si schiantasse contro l’iceberg della storia. Ha riconosciuto anche questo secondo fallimento (più grande del primo, perché strutturale, non contingente) dichiarando nella semplicità più assoluta che il miglioramento delle condizioni delle masse è precluso, ed esso deve essere sacrificato sull’altare del dio Capitale, variamente coniugato (mercato, euro, “Europa”, globalizzazione, modernizzazione, ecc.). Perdendo il capitalismo qualsiasi fascino (come nelle illusioni dei rampanti scalatori sociali piccolo-borghesi degli anni ’80) e rivelando il suo volto peggiore, quello reale, fondato sullo sfruttamento di classe e sull’esproprio delle ricchezze delle classi inferiori a vantaggio del capitale finanziario, esso può esercitare il proprio dominio culturale in soli due modi: escludendo qualsiasi alternativa ad esso, descritta come utopistica o ignorata, censurata, derisa, banalizzata; descrivendo tutto ciò che si estenda oltre le colonne d’Ercole dei propri orizzonti come il baratro, il vuoto, la miseria totale, ovvero esercitando un vero e proprio terrorismo psicologico sulle masse.
La sinistra, si diceva, ha riconosciuto questo fallimento, ma non fino al punto da ripudiare la propria conversione, non al punto da riconoscere lucidamente le cause di questo fallimento. Il capitalismo mieteva come sempre e con ancora più violenza che in passato le proprie vittime, ma permaneva il pregiudizio antimarxista che nella sinistra convertita risultava spesso ancor più feroce che nella destra da sempre ostinatamente liberale. Questa sinistra è stata l’alleato politico più prezioso del Capitale. Essa ha traghettato le masse politicizzate e sindacalizzate, ma disorientate dagli avvenimenti storici di fine secolo, entro il recinto liberale, provvedendo a tenervele rinchiuse.
Mancando, però, la comprensione chiara delle cause, dei rapporti economici e una critica del capitalismo (sostituita dalla giustificazione, più o meno mascherata da critica, dello status quo economico) mancando un partito che organizzi un’opposizione teorica e pratica, la rabbia e la frustrazione degli strati sociali devastati dalla crisi rischia ora seriamente di emigrare verso altri lidi. La rabbia sociale repressa, non inquadrata politicamente e culturalmente sprovveduta, si trasforma in rabbia etnica. Non potendo lanciarsi verso l’alto, si sfoga verso il basso, verso i gruppi dei socialmente esclusi. Il principio etnico costituisce una chiave di semplificazione laddove viene a mancare il principio di classe. Le passioni sociali più violente possono trovare uno sfiatatoio: il conflitto di classe rimosso dalle coscienze si etnicizza, trova una discriminante geografica, da tutti facilmente riconoscibile e utilizzabile.
L’avanzata delle destre estreme e xenofobe, che si registra negli ultimi anni, si deve alla repressione culturale degli ideali socialisti e anticapitalisti scaturita dalla restaurazione neoliberista e dall’inasprirsi della guerra del capitale finanziario nei confronti di tutti gli altri settori sociali (eccezion fatta per il grande capitale industriale). La sinistra è stata non un oppositore ma un alleato in questa strategia, ha abbassato i ponti levatoi e spalancato le porte per far entrare le truppe nemiche, serbandogli tutti gli onori e difendendole contro i pochi resistenti che queste incontravano sul loro cammino.
Questa sinistra dovrà rispondere davanti al tribunale della storia non soltanto per i massacri e i disastri sociali causati da un capitalismo dotato di “licenza di uccidere”, ma anche per le recrudescenze della frustrazione popolare, per l’enticizzazione del malcontento e per tutto ciò che ne deriva e ne deriverà.

30 ago 2015

Libertà astratta e libertà materiale*

Il concetto di libertà ha animato l’evoluzione delle società occidentali e la rappresentazione retrovisiva di esse, ma ha subìto un processo di profondo mutamento che ne ha ribaltato il senso. La libertà può rappresentare il vessillo di concezioni politiche e sociali diametralmente opposte. Ognuna di queste concezioni può, persino con qualche fondamento storico e filosofico, reclamare i propri “diritti” nei confronti di questo ideale.
Già nel 1819 Benjamin Constant distingueva la “libertà degli Antichi” dalla “libertà dei Moderni”. La prima era quella propria della Grecia e della Roma antiche, cioè la partecipazione del popolo alla vita pubblica e il diritto di determinare o influenzare le decisioni politiche. La seconda era propria della società anglo-sassone e consiste nel diritto dei privati di emanciparsi dalle leggi e dallo Stato. Secondo Constant la libertà degli Antichi si sarebbe incarnata nella Rivoluzione Francese e avrebbe condotto alla tirannia napoleonica. Essa richiede la partecipazione diretta dei cittadini e quindi conduce al dominio dello Stato sugli individui. La libertà dei moderni, invece, si fonda sul commercio e limita i poteri pubblici, sciogliendo i privati dai vincoli che li legano all’autorità pubblica e al diritto di partecipazione.
Il vero soggetto presupposto da questo tipo di libertà non è quindi l’individuo, ma il mercato. Esso si rappresenta come libertà del cittadino e dell’individuo astratto, ma in realtà è la libertà del capitalista di provvedere ai propri affari e ai propri commerci senza essere intralciato dallo Stato. La visione liberale postula un insieme di individui astrattamente eguali e liberi di contrattare il prezzo delle merci. L’unico ostacolo che si interpone tra l’individuo così inteso e la libertà di scambio illimitata è la società organizzata, ovvero lo Stato. La libertà liberale nasce in contrapposizione allo Stato feudale, che tutelava il potere e la rendita dell’aristocrazia sulle proprie terre, limitando il diritto di commercio della ricca borghesia. Tuttavia essa si contrapporrà anche allo Stato rivoluzionario, giacobino prima e socialista poi, il cui scopo è quello di tutelare le fasce deboli della società dal mercato.
La libertà liberale è una libertà dallo Stato, intendendo quest’ultimo non soltanto come mero apparato burocratico, ma come organizzazione politica della società. Verrà successivamente estesa a tutti gli aspetti della vita sociale, non solo quelli propriamente politici, ma anche alla tradizione, alla cultura e al costume. Quest’ultimo aspetto si manifesterà soprattutto nella seconda metà del Novecento. Il liberalismo, nella sua forma più estrema, intende emancipare l’individuo dalla società, dissolvendo tutti i legami collettivi. È ben descritto dalla sentenza thatcheriana: “la società non esiste”. La compiutezza per il liberalismo sarà raggiunta solo laddove esso avrà distrutto la società, sostituendo ai vincoli comunitari e collettivistici di questa i rapporti economici del mercato. Il liberalismo ha accettato la limitazione di questo principio soltanto quando ha inteso contaminarsi con il socialismo.
Finché la libertà liberale si è opposta allo Stato feudale ha avuto un contenuto progressivo, permettendo il superamento di una forma arcaica di società. Ma essa ha finito per contrapporsi, poi, anche alla matrice giacobina, e successivamente socialista, perché in esse ha trovato un ostacolo all’espansione del commercio. Laddove il liberalismo tenta di sciogliere o quantomeno di allentare i vincoli comunitari, il socialismo tenta di rafforzarli e di renderli compatibili con una libertà materiale dell’uomo dalla miseria indotta dal libertà del mercato. Il liberalismo infatti è astorico, perché intende commercializzare tutti i rapporti umani, sostituire le relazioni comunitarie con quelle puramente economiche, come se queste fossero eterne e “naturali”. Il diritto di proprietà si sostituisce violentemente al diritto comunitario, costringendo i membri della società a modificare i loro rapporti e a rendere le proprie attività commerciabili. Questo fu mostrato egregiamente da Karl Polanyi, quando ha descritto la formazione delleencloscures, le recinzioni dei demani pubblici e l’esproprio di contadini e allevatori che prima ne godevano liberamente; la libertà liberale si contrappone alla libertà sociale o comunitaria: il liberalismo ha sempre visto quest’ultima come anticamera della tirannia e del dispotismo, a causa del controllo che comporta sui singoli. Ciò in quanto essa ipostatizza il mercato, lo concepisce non come un sistema di rapporti economici storicamente dato, ma come risultato della libera azione di agenti razionali privi di qualsiasi costrizione. Questa viene descritta come condizione naturale o ideale, che il diritto comunitario può solo ostacolare.
L’ottica liberale, dunque, smaterializza e destoricizza l’individuo, ricostruendolo come soggetto ideale. Così si preoccupa di garantire diritti puramente giuridici, concepibili solo in un contesto puramente giuridico, ovvero in un contesto irreale. Come ha ben spiegato Marx: “tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato non possono essere compresi né per sé stessi, né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell’esistenza”. Escludere questi rapporti materiali significa escludere i rapporti economici concreti e la tirannia del mercato sull’individuo, un individuo che non è l’agente razionale astratto, ma il lavoratore sfruttato dal capitalista. Lo schiavo, non quello greco o romano, ma lo schiavo della “moderna” libertà.
L’estensione della libertà liberale ai costumi, e quindi la commercializzazione di tutti i rapporti dell’esistenza, ha distrutto gli ultimi retaggi della società contadina e artigiana, dove persistevano legami di tipo comunitario, in particolare in una società come quella italiana. La dislocazione di piccoli centri urbani e la grande presenza di masse rurali al sud, rendevano l’Italia un paese anomalo e per molti versi inidoneo alla supremazia del mercato sul diritto (informale) comunitario. Le mode e i costumi hanno dovuto “individualizzarsi” per diventare appetibili sul mercato. Questo processo è stato presentato dalla narrazione liberale come “svecchiamento” della società e ha sostituito pressoché integralmente i legami comunitari con rapporti economici di scambio. Un simile “progresso”, che si contrapponeva, in un certo senso, agli ultimi residui feudali, in realtà era opposto anche ad un altro: quello della libertà socialista, ovvero la liberazione dell’uomo dalle catene del “progresso” economico. Il socialismo intendeva, dopo averli distrutti, ricreare i legami comunitari a un livello superiore, “depurati”, per così dire, dalle loro matrici oppressive, rendendoli il suggello di una libertà materiale. Questa libertà materiale, per realizzarsi, deve essere imposta con la forza e con la “dittatura” (in senso marxiano) statuale. Tale è stato il senso della rivoluzione bolscevica, e tale è stato rappresentato in Italia nella sua versione gramsciana. Il liberalismo, che pur fondando la sua egemonia sul dominio materiale “smaterializza” ideologicamente le azioni umane, vede solo il mezzo, l’imposizione violenta attraverso lo Stato, perché più visibile sul piano giuridico e astratto, sovrastrutturale, ma non vede il fine, l’abolizione della violenza del capitalista e del rentier, che avviene sul piano della realtà materiale, concludendo così che si tratta di una tirannia nemica della libertà. E sicuramente lo è, ma di quella libertà che intendono i liberali, ovvero della libertà del capitalista di commerciare tutto, senza limiti, e di non essere sottoposto ad alcun controllo sociale, che ideologicamente si rappresenta come libertà individuale astratta del libero agente razionale.
La sconfitta del socialismo, tanto di quello “reale” quanto di quello “culturale”, ha aperto la strada all’affermazione indiscussa della libertà liberale. Essa è stata favorita anche dalla conversione dell’opposizione politica e sociale dal marxismo al nietzschianesimo “post-moderno” alla Foucault e alla Deleuze, e quindi dalla critica dell’economia alla decostruzione del potere, ovvero una versione estrema e anarcoide del liberalismo, che ricerca la libertà nella disintegrazione dell’organizzazione sociale e culturale, e non più nell’abolizione delle condizioni materiali dell’oppressione.

31 lug 2015

Ascesa e declino dell'ideologia europeista*

L'europeismo inteso come istanza di unificazione dei popoli europei sotto un'unica bandiera nasce come fenomeno culturale proprio delle élite, ristretto per lo più a una cerchia di intellettuali, politici e capitalisti e solo successivamente, in particolare tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90 del secolo scorso, trova ampia diffusione presso i ceti medi semi-colti. L'Italia è un paese dove l'europeismo ha avuto successo. Ciò si deve principalmente all'azione del ceto politico e intellettuale, in particolare quello di centrosinistra, che ha fatto dell'ingresso nell'euro e nei Trattati di Maastricht il proprio vessillo.
Le ragioni di ciò vanno rintracciate nelle peculiari vicende politiche italiane che hanno visto da una parte la dissoluzione del PCI e il ripudio del marxismo e dall'altro la costituzione della destra berlusconiana, la quale ha avuto nei confronti delle istituzioni europee un atteggiamento spesso contrastante. Con il passaggio della sinistra italiana dalla socialdemocrazia di fatto al liberalismo (similmente a quanto accadeva in altri paesi) questa si è trovata orfana di una teoria politica e di una struttura concettuale. L'accettazione integrale della nuova epoca capitalistica da parte delle giovani linee dirigenti, l'abbandono di ogni critica strutturale al capitalismo, relegavano la tradizione marxista italiana all'oblio totale. La sinistra si trovava priva di una “traccia” concettuale, che non fosse una banale e sbiadita retorica svuotata di ogni reale pregnanza. L'europeismo forniva un aggancio, un modo per recuperare, in forma grottescamente trasfigurata, il vecchio internazionalismo, senza per questo dover uscire dal capitalismo e dal dogma del libero mercato. L'europeismo sembrava disporre di un'arma culturale da opporre alle destre, in particolare quelle di matrice fascista o sciovinista. Esso infatti rigetta l'idea di nazione, giudicata retriva e foriera di autoritarismo, in nome di un cosmopolitismo astratto, che non di rado si rivela in apolidismo. Ovviamente gli elementi della critica marxiana sono del tutto dimenticati e ad essi subentra una retorica sentimentalista paneuropea.
La nuova destra berlusconiana, invece, si trovava in una rapporto di amore-odio con l'ideologia europeista. Il “leadirismo” di Berlusconi, unito al suo plebiscitarismo, mal sopportava l'intervento delle istituzioni europee e i limiti dei Trattati. Ma nello stesso tempo ne condivideva l'aziendalismo e l'utopia del mercato unico, elementi che non potevano non incontrare il suo favore. Tuttavia la destra italiana nel complesso ha tollerato anche gli elementi di contraddizione con l'ideologia europea, senza mai opporvisi seriamente e finendo per aderirvi del tutto. Al ceto politico italiano l'europeismo è tornato comodo per essere usato come una clava da abbattere sull'avversario politico, rimproverandogli un mancato rispetto delle regole dei trattati o come scusante per giustificare le politiche antipopolari pretese dai gruppi di pressione.
Caratteristica fondamentale dell'europeismo è, si è detto, il cosmopolitismo, di cui si è avvalsa soprattutto la sinistra. Si tratta di una forma estrema quasi coincidente con l'apolidismo, che predica l'unificazione integrale di ogni aspetto dell'economia, della politica e della società dei vari paesi, eliminando le specificità nazionali. Questo antinazionalismo coincide ovviamente con l'antistatalismo, in quanto radicalmente neoliberale. Lo scopo è il contenimento, il ridimensionamento e la dissoluzione dello Stato sociale europeo. Gli stati nazionali erano l'architrave sul quale poggiavano le tutele sociali e l'interventismo economico del ceto politico. Al capitale finanziario però andava stretto ciò che prima era tollerato dal capitale industriale nazionale. Esigeva perciò una privatizzazione delle imprese pubbliche statali e la cancellazione delle leggi in favore del lavoro per promuovere la concorrenza internazionale dei mercati. Lo Stato-Nazione costituiva perciò il vero ostacolo da abbattere attraverso la creazione di mercati continentali deregolamentati e che non trovassero più nemmeno l'ostacolo delle barriere doganali. L'apolidismo europeista, che proclama la libertà di movimento dei suoi pseudo-cittadini in nome dell'incontro di culture e delle “opportunità” di spostamento degli studenti e dei lavoratori alla ricerca di migliori condizioni – ovvero lo sradicamento collettivo di interi popoli – punta alla liberalizzazione dei trasporti delle merci e dei movimenti di capitale. Lo spostamento degli individui è, in effetti, ininfluente. Nel regime del liberismo cosmopolita il lavoratore europeo è messo in competizione con il lavoratore dell'altro emisfero senza che nessuno dei due debba spostarsi.
L'europeismo, tuttavia, non si è mai scontrato, ed anzi ha non di rado incoraggiato, il regionalismo. Un assetto di tipo federativo ha coinvolto persino paesi di lunga tradizione centralista, come l'Italia e la Francia. Il vero nemico dell'europeismo, infatti, non è la provincia, ma la nazione. L'apice del sogno europeista sarebbe l'abolizione delle frontiere nazionali e la creazione di tanti dipartimenti provinciali all'interno di un'entità statuaria continentale. Esso vuole proporre, per così dire, una riedizione contemporanea del Sacro Romano Impero, che infatti fu dissolto proprio dall'affermazione degli stati nazionali. Naturalmente il parallelismo si ferma alla superficie della sovrastruttura politica. Tuttavia l'ideologia europeista non trascura di lusingare persino la stessa identità nazionale. Nel mentre combatte le culture nazionali, sollecita la grandeur dei paesi continentali e dell'asse franco-tedesco che elegge a dominatori del Vecchio Continente, rievocando gli spiriti bellicisti sopiti dopo le due guerra mondiali, ma, nel frattempo, corteggia i paesi mediterranei, gli esclusi dalla storia, offrendogli l'onore di entrare a far parte del club dei potenti. L'ideale nazionale viene svenduto in cambio di un narcisismo sciovinista che non ha più niente di emancipativo. Questo narcisismo convive paradossalmente con un complesso di inferiorità di cui si nutre l'ideologia europeista. Nessuna cultura nazionale è sufficiente, tanto più quella dell'Europa meridionale. Essa può produrre soltanto guerre e aberrazioni. Proprio facendo mostra di criticare i dispotismi totalitari, l'europeismo fa trasparire il proprio dispotismo. L'idea della pace esaltata dagli europeisti sarebbe stata destinata a cozzare contro l'amara realtà. La guerra del capitale finanziario – e della sua ancella, il grande capitale industriale – contro tutte le altre classi ha prodotto la devastazione del tessuto sociale dei vari paesi, la distruzione delle tutele giuridiche e lo stravolgimento dei principi solidaristici ed egualitaristici. Ha alimentato tensioni che sembravano ormai esaurite. Ha aizzato la superbia tedesca contro i mediterranei, per giustificare l'usura creditizia e lo sfruttamento del lavoro imposto a tutti i membri dell'Unione. Ha condotto la Grecia sull'orlo del collasso economico. Ha coperto i suoi propri interessi con la favola della comunanza di interessi. Mentre fingeva di perseguire la libertà, la distruggeva; mentre dichiarava di costruire la pace e la concordia, lavorava nell'ombra per provocare la guerra; mentre prometteva crescita e prosperità, produceva povertà e sfruttamento.
Se è vero che le idee dominanti sono quelle delle classi dominanti, l'europeismo è senza dubbio ideologia dell'élite finanziaria transnazionale.
Ma ormai l'utopia delle classi dominanti, che è la distopia dei dominati, sembra sull'orlo di naufragare. La crisi economica che coinvolge tutta l'Europa, e che si è manifestata in Grecia con la massima virulenza, ha messo in luce le prime contraddizioni. Le vicende politiche del paese ellenico potrebbero segnare il distacco tra la narrazione europeista funzionale alla strategia delle élite e il volere delle masse che per la prima volta dopo decenni hanno la possibilità di prendere coscienza della loro condizione e di una lotta che può solo essere, a un tempo, nazionale e anticapitalista.


*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



30 giu 2015

Dalla “deideologizzazione” all’astensionismo*

Molto si è detto, molto si dice e molto si dirà nei giorni a venire, come sempre del resto, sulle ultime elezioni. Torme di commentatori, analisti, politici e politologi si affanneranno attorno alle percentuali per indicare direzioni e tendenze, crescite, cali e tenute dei vari partiti e dei singoli candidati. Eppure, come sempre, un dato viene ignorato, forse il più importante, il più basico, quello senza il quale tutto il resto diventa un garbuglio di chiacchiere senza senso. Quello che dichiara se il popolo che secondo la Costituzione sarebbe il titolare della sovranità decida o meno di esprimere una preferenza, di partecipare alle elezioni; se quel popolo reputi di dovere e potere scegliere una delle “offerte politiche” che l’industria mediatica in maniera persino forsennata gli propone.
Eppure, a dispetto di tutta la pubblicità e del marketing elettorale che hanno colonizzato ormai la politica, facendo dell’elettore un consumatore, ormai da qualche anno in Italia (come nel resto dei paesi occidentali) si registra una costante riduzione di coloro che si recano alle urne. Durante le ultime regionali poco più della metà degli aventi diritto ha partecipato al voto. In occasione delle elezioni in Emilia dello scorso novembre, invece, l’affluenza è stata di appena il 37,7%. Viene da domandarsi come si fa a rallegrarsi per una presunta vittoria, in queste condizioni. Sembra lontano quel 1976, l’anno in cui il 93% dei cittadini partecipò al voto. Dopo di allora un calo lento ma inarrestabile. Comunque per altri trent’anni le percentuali si mantennero superiori all’80%, fino alle politiche del 2008, proprio quelle in cui, ironicamente, videro l’esordio di un partito che si definisce democratico.
Ma lo spartiacque è stato il biennio ’78-’79, in cui i votanti scendono al di sotto di quel 93% che sembrava un dato consolidato. Se si leggono le vicende storiche di quell’epoca è facile capire il perché. Sono gli anni, infatti, del fallimento del “compromesso storico”. I berlingueriani del PCI e le correnti più progressiste della Democrazia Cristiana avevano cercato di trovare un accordo tra i due partiti che prevedesse l’ingresso dei comunisti al governo o quantomeno in una maggioranza parlamentare. Berlinguer aveva teorizzato l’impossibilità per il PCI di governare da solo con il 51%, quindi quell’accordo diventava cruciale, vitale, per la sinistra italiana. Il suo fallimento, dunque, avrebbe segnato il fallimento di un’epoca. Non solo della sinistra, che aveva cercato di proteggere “socialdemocraticamente” il lavoro, schierandosi con le lotte operaie in sede sindacale, ma cercando la mediazione e il compromesso in sede politica e giungendo infine alla piattaforma dell’accordo con la DC; l’omicidio Moro segnò la fine delle speranze, delle illusioni di quegli anni. Decretò che un’alleanza di governo tra comunisti e democristiani non era possibile, ma per di più sancì che gli americani non avrebbero mai accettato il PCI al governo, a nessuna condizione, confutando la strategia berlingueriana, tutta protesa a tentare di sedare i timori d’oltreoceano.
Nel frattempo si affermava un’altra istanza più generale – anche se in qualche modo connessa a quella suddetta – che trascendeva i confini nazionali: la deideologizzazione dei partiti di massa e l’affermazione di una concezione della politica sganciata dai sistemi teorici del Novecento. La deideologizzazione non era assenza di ideologia, ma suo camuffamento, o, per meglio dire, riduzione di essa all’incoscienza delle masse. Essa diventava pervasiva con l’egemonia del mercato nella pubblicità e nei media, ma sfuggiva alla consapevolezza di quel popolo sulla cui sovranità la Carta fondamentale intendeva fondare lo Stato.
Il primo partito italiano ad annunciare la nuova tendenza fu il PSI craxiano, che rinnegò il marxismo e sostituì la falce, il martello e il libro con un più neutro garofano, sull’esempio portoghese. Ma fu seguito, alcuni anni più tardi, dal PCI, che, accettando acriticamente il crollo dell’URSS, capitolava anch’esso, dissolvendo la tradizione comunista in un astratto e indefinito concetto di sinistra. Poi fu la volta dell’irrompere di Berlusconi e di Forza Italia sulla scena politica, animato da un anticomunismo superficiale e folkloristico, in ragione del fatto che il comunismo italiano era già praticamente estinto. La figura dell’imprenditore milanese avrebbe calamitato enormi flussi emotivi, di odio cieco o di amore incondizionato, contribuendo a tener vivo artificialmente l’interesse degli italiani per la politica, più per simpatie e antipatie personali, o sulla base di giudizi etici, che per autentica coscienza politica e convinzione ideologica. Tutti ricorderanno gli anni in cui essere di destra o di sinistra significava essere rispettivamente berlusconiani e antiberlusconiani. Ma ormai il sentiero era tracciato. Si affermavano partiti autoproclamatisi “anti-ideologici” come la Lega Nord ,che intendeva rompere la dicotomia destra-sinistra o progressisti-conservatori, proponendo quelle geografiche e topografiche, nord-sud o centro-periferia. Ormai anche la simbologia della sinistra astratta doveva essere abolita e il PDS si preparava ad eliminare l’ultimo reperto ideologico. Nasceva il PD.
Ma gli artifici pirotecnici non riuscivano a frenare a il crollo dei consensi (quelli reali, cioè in voti assoluti). Il malcontento non riusciva però a esprimersi, perché mancavano i mezzi interpretativi, estirpati da anni di “ideologia deideologizzante”. Al massimo poteva incanalarsi in una protesta tanto radicale e d’effetto nella forma quanto conformistica e velleitaria nella sostanza, ennesima tautologia della “politica post-ideologica” riverniciata con una mano di ribellismo “anti-casta”: trionfava (temporaneamente e precariamente come tutti i partiti e i movimenti deideologizzati) il Movimento Cinque Stelle, quello di una generazione nata e cresciuta in un mondo “post-moderno” e “post-ideologico”, dove la politica si fa in rete e nei sistemi virtuali di comunicazione.
Ciò che appare costante, al netto di tutta la cosmesi mediatica, è l’incapacità dei nuovi partiti, del “nuovo che avanza” di attuare una prassi trasformatrice, di incidere nella storia, perché ormai sono smarrite tutte le categorie concettuali che permettono di orientarsi, di tracciare le differenze (senza le quali non c’è conflitto e quindi non c’è dialettica politica) e di proporre pratiche efficaci. L’inadeguatezza è percepita intuitivamente dalle masse, ma queste ne attribuiscono le ragioni a cause fittizie o del tutto secondarie e trascurabili (la “casta”), proprio perché sono state avvinte da quella che è la vera ragione della loro insoddisfazione per la politica postmoderna, ovvero l’assenza di categorie concettuali e di un pensiero e di una prassi politica strutturati.
In un contesto del genere può maturare soltanto o il cosiddetto “voto di protesta” (un voto non per qualcuno ma contro qualcun altro) – già superato, in quanto anch’esso moda passeggera – o in un astensionismo apertamente rivendicato e teorizzato, un astensionismo “eroico”, che si bea del proprio sacrificio virtuale e dell’obiezione di coscienza individuale, disperate testimonianze immancabilmente inefficaci dell’impotenza del cittadino nelle moderne società occidentali, più che della sua formale sovranità.


*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente