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30 nov 2016

Non chiamatela democrazia*

La parola democrazia è usata e abusata nella pubblicistica politica come anche negli studi accademici. Con essa si è soliti riferirsi al sistema politico-istituzionale occidentale, cioè in particolare quello dell'Europa e del Nord America. Si tende a considerare un dato di fatto indiscutibile che nei paesi di quest'area esistano governi che mutano negli anni ma che permanga una democraticità di fondo delle istituzioni.
L'uso del lessico politico è spesso irriflessivo, non è mai sottoposto a una seria critica storica e filosofica e viene accettato per lo più in modo quasi del tutto inconsapevole. Basterebbe anche un'analisi appena più profonda dell'ordinario per scoprire come la parola “democrazia” sia usata del tutto a sproposito.
Dovrebbe risultare piuttosto evidente che il “potere del popolo” non esiste nell'attuale sistema politico occidentale. L'esistenza del suffragio universale, vero feticcio della politica occidentale, di per sé non garantisce il potere del popolo. Garantisce soltanto la rappresentanza, che è una forma di legittimazione del governo in carica, una delle tante possibili. Questa rappresentanza attraverso l'elezione non coincide col potere del popolo e nemmeno con una sua qualsivoglia influenza decisionale. Di democratico non c'è nulla, nemmeno sul piano formale. Sarebbe più corretto definire invece questo sistema un'oligarchia rappresentativa, dove oligarchia sta a indicare il potere dei pochi sui molti e rappresentativa sta per legittimazione dei pochi per mezzo dei molti attraverso un'elezione.
Un carattere originale delle pseudo-democrazie odierne è la separazione tra gruppo sociale dominante e governo politico. Il gruppo dominante può non esercitare direttamente il governo, ma ciò non toglie nulla al suo dominio sociale che ne può persino venire rafforzato. Il governo politico è esercitato da una classe nazionale di burocrati e politici di professione distinta (ma non per questo in contrasto) rispetto alla classe oligarchica internazionale. Proprio questa separazione permette di perpetrare la finzione del potere del popolo che elegge di volta in volta certi membri di questa classe invece che altri, credendo così di esercitare la sua sovranità, mentre l'élite dominante, che è economica e non politica, resta immutata e non scalfita dal rito delle elezioni.
La ragione di questa illusione e del successo della maschera democratica dell'oligarchia (un'oligarchia anche più potente di quelle del passato) sta nel retaggio liberale che non persegue il controllo politico della società, ma al contrario, lo scioglimento o l'indebolimento di questo controllo politico. Il fondamento del governo, secondo tale concezione, si esprime in procedure di tipo politico-istituzionale “chiuse”, che cioè delimitano una sfera di intervento del governo la quale resta pressoché immutata. La concezione liberale considera infatti che necessitino di disciplina soltanto i mezzi politico-normativi, ma non quelli materiali ed economici. È questo, tra l'altro, il motivo per cui le teorie politiche nelle pseudo-democrazie sono spesso normativistiche. Si crea così una sfasatura tra l'“ufficialità” della prassi istituzionale e la realtà dei conflitti sociali e materiali.
C'è da dire che questo orientamento è stato mitigato dal socialismo, che ha costretto in alcuni casi i governi a estendere in parte la zona di intervento. Resta però il fatto che i gruppi sociali dominanti dispongono di mezzi infinitamente superiori (che sono andati crescendo negli anni) rispetto a quelli dei governi “democratici” limitati per natura. La potenza di questi mezzi finisce inevitabilmente per influire anche sulle procedure normative (influenza che i teorici normativisti fingono di non vedere). Bisogna considerare infatti la reale procedura di deliberazione politica dei parlamenti e dei governi “democratici”. Riassumendo, si può dire quanto segue:

- Le classi dominanti costituiscono e finanziano gruppi di pressione e “think tank” che elaborano e giustificano linee programmatiche nell'interesse di dette classi.
- Le classi dominanti sovvenzionano anche i principali partiti politici (tutti autodefiniti “democratici”).
- I gruppi di influenza non si estendono solo alla politica, ma anche all'editoria, ai media, alle università, che spiegheranno al pubblico la necessità di adottare quelle linee programmatiche
- I gruppi di influenza espongono ai capi-partito le linee programmatiche che hanno elaborato e la necessità di adottarle.
- I gruppi di influenza, sulla base di quelle linee programmatiche, redigono dei documenti politici che invieranno ai tecnici del governo.
- I tecnici, sulla base di questi documenti, redigono proposte di legge.
- Le proposte di legge arrivano sul tavolo dei parlamentari che dovranno presentarle in parlamento.
- Gli altri parlamentari ricevono dai loro partiti l'ordine di votare a favore di quelle proposte (che molto spesso essi non hanno neanche letto).
- La proposta viene votata e diventa legge. I rappresentanti eletti dal popolo hanno votato una legge contro il popolo.

Quanto descritto riguarda una comune procedura reale deliberativa. Ne esistono tuttavia anche di interdittive, quali: mancanza di finanziamenti per candidati che non rispettano le linee programmatiche, campagna mediatica sfavorevole o oscuramento, ricatto finanziario contro i governi che non si attengono alle linee (fuga di capitali, crollo del valore dei titoli di stato, ecc.).
È difficile vedere in tutto ciò anche un solo barlume di democraticità. Il popolo che avrebbe il potere quale potere ha? Quello di eleggere dei rappresentanti, che però sono già stati preselezionati dalle dinamiche suddette. Anzi, proprio il meccanismo dell'elezione a suffragio universale inibisce qualsiasi effettiva universalità; gli eleggibili devono ottenere consenso e per farlo devono passare attraverso le procedure di cui si è detto (reperimento di fondi, campagne mediatiche, ecc.). Certo, non è impossibile che nel processo deliberativo entrino istanze autenticamente “popolari”, ma molto difficile. La pseudo-democrazia scoraggia questa eventualità. Se si guarda la breve descrizione dei meccanismi deliberativi e interdittivi si nota facilmente che non sono di tipo normativo, o lo sono soltanto in una seconda fase, ma soprattutto economico. È la pervasività economica e non il controllo politico, alla base della pseudo-democrazia e ciò rende inutili tutti i dibattiti normativistici che trascurano questo fatto, ragionando per categorie astratte che basano i procedimenti decisionali su una supposta indifferenza di tutti i soggetti.
Bisogna però sgombrare il campo da qualsiasi ipotesi “cospirazionista”. Quanto descritto appartiene alla quotidianità e alla normalità delle procedure. Non si tratta di una “eccezionalità”, di un “tradimento” della “democrazia” ma è inscritto nel suo stesso modo di funzionamento. Un sistema politico che limita la sfera di intervento del governo ma non quella dei gruppi sociali dominanti porta inevitabilmente a un governo subalterno rispetto ai gruppi medesimi e quindi non potrà mai essere democratico.
Tutto ciò è piuttosto risaputo nelle conferenze organizzate dai gruppi di influenza e ai “rappresentanti del popolo” che vi partecipano. Secondo quanto riportato dal giornalista Paolo Barnard nel 2012 l'allora Ministro Elsa Fornero, al World Pension Summit ebbe a dichiarare: “I cambiamenti portati dalla riforma delle pensioni del governo Monti erano necessari per compiacere i mercati finanziari, altrimenti i mercati avrebbero devastato l’Italia”. Pare difficile pensare che un governo del genere possa essere definito democratico. L'ex Presidente della Commissione Europea Manuel Barroso disse, in un'intervista al Telegraph, che “La ragione per cui abbiamo bisogno dell’Unione Europea è proprio che essa non è democratica”. Considerando che circa l'80% delle leggi italiane sono applicazioni di direttive europee, questa affermazione è abbastanza rivelatrice del nostro sistema politico.
Si deve tuttavia ammettere che nei decenni passati gruppi sociali non dominanti hanno potuto esercitare una certa influenza nel processo decisionale. Non si trattava, nemmeno allora, di una democrazia, ma le particolari condizioni storiche e socio-economiche e certi apparati politici hanno permesso a interessi e volontà non oligarchiche di affermarsi. In Italia il contesto socio-economico per quarantacinque anni fu quello emerso dalla Resistenza. In questo sistema un capitale nazionale doveva giungere a un compromesso con una classe lavoratrice e questo compromesso poté essere garantito da una ceto di dirigenti politici. Attualmente, invece, il capitale si è internazionalizzato, i lavoratori indeboliti e disgregati, il ceto politico post-bellico esaurito e azzerato. Le basi quindi del compromesso sono venute meno. I gruppi sociali dominanti internazionali non hanno interesse a un nuovo compromesso e lavorano per restringere ulteriormente la sfera di intervento di governi. Ecco perché l'attuale fase storica appare ad alcuni come “involuzione democratica”, sebbene non si tratti di una degenerazione di un meccanismo intrinsecamente “sano”, ma di un adattamento politico a mutate condizioni storiche.
Le premesse per una reale democrazia, dunque, si creeranno solo quando cadrà definitivamente la maschera della pseudo-democrazia e vi sarà una presa di coscienza collettiva riguardo al carattere oligarchico del sistema di governo vigente, quando maturerà una capacità politica di contrasto di questa oligarchia e quando si capirà che il controllo politico per essere realmente democratico e popolare deve estendersi alla sfera economica e non ritirarsi da essa.









*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



7 dic 2015

I limiti del sistema pluripartitico

La sconfitta del peronismo in Argentina e quella del chavismo in Venezuela devono indurre a una riflessione. Il modello di governo rappresentativo occidentale, di tipo parlamentare-suffragista-pluripartitico non può funzionare. Attenzione, non si sta dicendo che deve essere riformato. Si sostiene, al contrario, che esso è irriformabile. O per meglio dire, qualsiasi riforma istituzionale che ne mantenga intatti i presupposti essenziali può soltanto modificare la superficie dei rapporti giuridici, senza essere in grado di incidere in profondità.
Questo sistema di governo si adatta alla perfezione all'egemonia delle nuove oligarchie capitalistiche finanziarie; esso assicura una finta dialettica tra avversari e programmi, ma poi finisce per affermare un'identica visione della società, quella di tipo neoliberale. È vero, in particolari situazioni può crearsi una falla; una forza politica anti-oligarchica può conquistare legalmente il potere vincendo le elezioni e in questo modo riuscire a incidere in profondità nella società e nell'economia di una nazione. Tuttavia questo può avvenire per un periodo limitato di tempo. Le elezioni periodiche metteranno sempre a rischio il governo riformatore. Ciò lo stiamo vedendo in America latina, dove forti opposizioni pro-oligarchiche e neoliberali rischiano di porre fine ai governi riformatori. Una situazione simile rende le "rivoluzioni" antiliberiste sudamericane, come quella peronista e kirchnerista in Argentina e quella bolivariana in Venezuela, molto traballanti.
Il problema è che il governo suffragista-pluripartitico è molto debole, estremamente debole. Si può dire che mai nella storia sia esistito prima di esso un governo così debole. La sua debolezza si deve al breve intervallo tra un'elezione e l'altra, elle grandi limitazioni del potere esecutivo a favore di quello parlamentare, all'ineleggibilità della stessa persona oltre un certo numero di mandati e ad altri fattori che non si starà qui a elencare. Tuttavia per le oligarchie questo non è un grande problema, perché il sistema pluripartitico generalmente non è pluri-ideologico. La pluralità a livello formale e istituzionale non corrisponde a una pluralità a livello socio-culturale. Ciò perché le oligarchie sono in grado ormai di controllare la quasi totalità dei mezzi di produzione, compresi i mezzi di produzione della cultura.
Cosa ne deriva? che la cosiddetta "alternanza democratica", il feticcio del sistema pluripartitico, è in realtà un'alternanza solo formale, in quanto ogni cambio di governo non è un cambio di regime. Anche questo è un fatto nuovo nella storia. Il governo politico può cambiare senza che cambi il gruppo sociale dominante. Di conseguenza la debolezza del governo che può apparire uno svantaggio per le oligarchie e un fatto estremamente democratico è in realtà un vantaggio per esse, poiché nasconde la natura dispotica del potere dietro un velo di rappresentatività formale.
Non è stato sempre così. In passato nell'Europa occidentale la rappresentatività era reale, per quanto limitata, ma questa è durata appena quattro o cinque decenni.
Tuttavia, questo sistema di pluralismo formale permette in alcuni casi un sovvertimento effettivo del potere. Ciò è accaduto in Argentina con l'era dei Kirchner e in Venezuela con i governi di Chavez e Maduro. Ma se un tale sistema permette all'opposizione reale e non solo formale e alle forze anti-oligarchiche di giungere al potere, non permette loro di mantenerlo. Infatti i meccanismi formali assicurano un'egemonia sociale limitata e precaria. La regola dei limiti di mandati presidenziali, ad esempio, ha contribuito alla sconfitta del peronismo, poiché a un capo forte e riconosciuto deve succedere uno meno forte, a meno che questi non compensi un simile svantaggio con una buona dose di carisma personale. Il sistema pluripartitico rappresentativo assicura la possibilità di costituire un governo anti-oligarchico (per quanto ciò in genere sia molto difficile, data l'egemonia economica e culturale dell'oligarchia) ma non di mantenere questo potere. Ecco come la debolezza del governo, che appariva un elemento di garanzia democratico, risulta invece favorevole all'oligarchia e penalizzante per i suoi avversari. Le forze oligarchiche, infatti, conservano il loro potere economico anche quando sono opposizione politica, e possono far leva su questo potere per scalzare un governo ostile. Una volta vinte le elezioni, poi, queste forze assommeranno al potere economico quello politico. Ciò non vale, invece, per i loro avversari, che non possono competere sul piano economico.
Alla debolezza strutturale del governo riformatore antioligarchico che rimane nella cornice del pluripartitismo, bisogna aggiungere quella contingente: difficilmente questo governo potrà riformare radicalmente la società e non potrà spingersi oltre un certo grado di intervento, perché deve tenere a bada l'opposizione che attraverso i suoi organi di propaganda potrebbe trasformare il trauma di un cambiamento troppo repentino e radicale in malcontento popolare e vincere così le elezioni. Inoltre l'opposizione oligarchica è in grado di boicottare gli interventi del governo avversario usando il potere economico. Ad esempio in Venezuela, attraverso la cosiddetta "guerra economica", ovvero la scarsità di merci artificialmente indotta, essa ha creato seri problemi al governo. In casi estremi potrebbe avere i mezzi per ricorrere persino all'illegalità e al colpo di stato contando sull'appoggio di potenze straniere (Cile '73), ma spesso non è necessario.
Un'altra caratteristica del pluripartitismo suffragista è che esso può essere indebolito e annullato in caso di pericolo per le oligarchie, lasciandone intatti i meccanismi formali. Questo sta avvenendo nell'Unione Europea, dove il potere politico del governo e del parlamento è di fatto annullato, per quanto permanga sul piano giuridico. Le oligarchie, infatti, possono contare anche sull'azione a livello sovranazionale. Le forze anti-oligarchiche, invece, possono agire solo all'interno della nazione, o comunque, l'appoggio esterno di alleati stranieri difficilmente potrà controbilanciare il rapido ed efficace coordinamento mondiale dell'oligarchia che per sua stessa natura è sovranazionale e può facilmente creare o potenziare istituzioni internazionali in grado di contrastare i governi nazionali.
La conclusione è evidente. Il sistema di governo di tipo rappresentativo, suffragista e pluripartitico, invece che limitare l'oligarchia, ne è un alleato formidabile che essa all'occorrenza potrà usare per neutralizzare gli avversari. Ciò si deve alla debolezza intrinseca del governo in questo sistema, debolezza che non danneggia la classe socialmente dominante, poiché il pluralismo è solo formale e il cambio di governo in genere non è un cambio di regime, ma può dare alla popolazione l'illusione della "democraticità" delle istituzioni. Infine, è pur vero che un tale sistema può permettere alle forze ostili all'oligarchia di scalzarla dal potere politico in modo legale, ma non permette loro di conservare a lungo questo potere.
Le forze oligarchiche potranno, grazie alle elezioni, tornare al governo in qualsiasi momento e cancellare in poco tempo tutte le riforme sociali fatte dai loro nemici.
Risulta quindi evidente come una forza anti-oligarchica e antiliberista, che voglia opporsi efficacemente al capitale finanziario e realizzare un programma favorevole alle classi subalterne, non può limitarsi ad agire all'interno del quadro istituzionale suffragista-pluripartitico. È necessario, infatti, neutralizzare gli svantaggi di questa forma di governo. E ciò può avvenire in due modi: a livello economico, riducendo drasticamente il potere economico dell'oligarchia se non annullarlo del tutto (quindi espropriandola dei suoi oligopoli), o a livello politico, rafforzando in misura rilevante il potere del governo al di fuori dei vincoli del pluripartitismo (ad esempio limitando i partiti di opposizione, prolungando la durata del mandato, ecc.). In caso contrario, il rischio per il nuovo governo è costante ed è probabile che prima o poi sia sopraffatto dalle forze oligarchiche.




Immagine tratta da: http://www.notimix.com.ar/2015/09/cristina-kirchner-se-reunio-con-nicolas.html

30 ott 2015

Un bilancio della sinistra greca contro l'euro

Le elezioni greche hanno decretato la vittoria di Syrizia e la riconferma di Tsipras, ma nello stesso tempo la sfiducia di buona parte degli elettori greci (circa il 45%) che hanno deciso di non votare. I rapporti di forza restano sostanzialmente inalterati rispetto al voto precedente.
Tuttavia poco si è detto riguardo a quei partiti di sinistra che si sono schierati sia contro il governo sia contro l'oligarchia europea, rifiutando l'euro e mettendo in discussione l'Unione Europea.
Syriza si è rivelata un soggetto che svolge una funzione analoga a quella che svolse il PASOK quando era al potere. Ovvero, al di là dei proclami, una forza di centrosinistra che ha avuto il ruolo di portare il consenso dell'elettorato “progressista” alle politiche neoliberiste praticate dai predecessori e volute da Bruxelles e dalla finanza internazionale. In contrapposizione a questo ruolo, il Partito Comunista Greco si è sempre distinto per aver portato avanti un programma anticapitalista senza dimenticare l'opposizione all'euro e alla UE.
Successivamente, con la scissione dell'ala dissidente di Syrizia, è nata una nuova forza, “Unità Popolare”, non soddisfatta dell'accettazione dei memorandum e convinta che in virtù di ciò si renda necessario per la Grecia l'uscita dalla moneta unica europea.
E' ovvio che un partito costruito in fretta poco prima delle elezioni come Unità Popolare, un partito quasi improvvisato, riscuota un consenso così basso. Come è anche chiaro che la bassa affluenza favorisca il partito al potere (e l'Italia ne sa qualcosa). Unità Popolare paga la sua scarsa tempestività, la sua mancanza di coraggio; la rottura con Syriza sarebbe dovuta avvenire molto tempo fa, prima delle precedenti elezioni, quando Syriza cominciava a proporsi come partito di governo pro-establishment ed era ormai chiaro che non avrebbe mai abbandonato l'euro, tanto meno UE e NATO. Invece l'ala sinistra si è fatta illudere dalle parole vaghe di Tsipras. Non ha capito, in tempo, che l'accettazione dell'euro avrebbe
portato necessariamente all'accettazione dei memorandum. E questo è un teorema, non ci sono margini di dubbio (e lo apprenderà probabilmente anche la Spagna nel caso vincesse Podemos). Il problema non sono i memorandum, il problema è l'euro.
La strada, ora, è tutta in salita, perché i greci hanno perso fiducia nella politica, come indica il dato della bassa affluenza. La partita si giocherà ormai alla prossima tornata elettorale. E' probabile che neanche questa maggioranza duri un'intera legislatura. Se le forze della sinistra antieuro sapranno portare avanti una linea coerente, chiara e comprensibile, potranno raccoglierne i frutti.
Il KKE resta sostanzialmente un partito di nicchia. Avrebbe dovuto affermarsi nell'attuale situazione. invece rimane ancorato a quel 5-6%. Ciò è dovuto alla sua incapacità di rilevare le questioni contingenti, rimanendo in un'astrattezza dottrinaria.
Sappiamo che l'uscita dall'euro di per sé non è sufficiente. Tuttavia essa è la precondizione indispensabile per qualsiasi rottura dell'attuale ordine economico. Neanche una svolta socialista è possibile senza il recupero della sovranità monetaria. Quest'ultima, è ovvio, non rappresenta di per sé la soluzione, ma apre ai governi infinite possibilità di intervento (buone o cattive che siano) che ora sono chiuse ermeticamente. Invece i comunisti greci si sono intestarditi nel sostenere che l'uscita dall'euro non basta, come se nello spettro politico greco ci fosse qualcuno che sostenesse ossessivamente il ritorno alla dracma. Ad eccezione di Unità Popolare, che è appena nata, nessuno ha posto questo punto in cima alla propria agenda. Non certo Syriza, che ha ormai accantonato anche quella parvenza di euroscetticismo opportunista che aveva manifestato all'inizio. Lo stesso discorso vale per gli alleati di ANEL. Gli altri partiti, Da Nuova Democrazia al Pasok, sono tutti convintamente europeisti, tranne i fascisti di Alba Dorata, i quali, però, hanno anch'essi riveduto le posizioni iniziali, esprimendo incertezza sulle politiche monetarie.
Contro chi se la prende, allora, il KKE quando sostiene che uscire dall'euro non basta? Sappiamo che è così, ma a cosa serve ribadirlo insistentemente in ogni intervento? Serve solo a confondere i greci e a non esprimere una linea chiara. Se il KKE è l'unico partito contro l'euro, la UE e la NATO fin dal primo momento, avrebbe dovuto far valere pragmaticamente questa sua posizione, mettendola in rilevo. Ciò avrebbe non solo potuto mettere in difficoltà gli "euroscettici moderati", ma per di più avrebbe rimarcato una differenza notevole tra di essi e tutto il restante blocco politico di fatto (attivamente o passivamente) europeista.
Invece il KKE ha perseverato nel sostenere che il male sia il capitalismo, fatto di per sé indubitabile. Il capitalismo, però, non è un'idea astratta, ma un sistema che si manifesta variamente nella concretezza della realtà sociale. L'euro, in Europa, è uno dei suoi strumenti. Come è assurdo pensare di limitarsi a rimuovere l'euro lasciando immutati i rapporti capitalistici, altrettanto lo è pensare di intervenire su quest'ultimi indipendentemente dall'euro. La moneta non è un fatto neutro. I seguaci di Marx dovrebbero saperlo bene.
Unità Popolare, da parte sua, ha finalmente capito che nessun programma di redistribuzione delle ricchezze e a favore delle classi subalterne può essere realizzato all'interno dell'eurozona. Si comincia ad accennare anche una critica dell'Unione Europea, ma senza un chiaro indirizzo, proponendo il referendum come facile compromesso.
Ciò che serve, invece, è una linea chiara, senza incertezze. C'è bisogno di un'opposizione senza titubanze rispetto all'oligarchia europea, e questa deve esercitarsi sia sul piano monetario (euro), sia su quello politico-economico (Unione Europea e applicazione e conseguenze dei trattati) sia su quello militare (NATO). Il governo Tsipras, invece, si è allineato alle élite europee su tutti questi tre punti.
Le nazionalizzazioni, come il sostegno ai salari e ai redditi bassi, sono punti ampiamente condivisibili e auspicabili del programma di Unità Popolare. Ma essi sono destinati a divenire lettera morta (come è accaduto con l'agenda di Syriza) se il primo atto di un nuovo governo non sarà l'uscita immediata dall'euro, il ritorno a una banca centrale sotto controllo governativo e l'emissione di una moneta a tasso di cambio flessibile. È altresì indispensabile il ripudio dell'Unione Europea che vincola a trattati intollerabili per un governo popolare e socialista. Ne sono un esempio il Fiscal Compact o il vincolo del 3% di deficit che impedisce agli stati di incrementare la spesa e quindi di sostenere politiche a favore dei ceti popolari. Queste azioni sicuramente provocheranno la reazione delle oligarchie. È pertanto necessario ritirare l'adesione al Patto Atlantico e cercare il supporto di paesi che ad esso si oppongono, in primis la Russia e la Cina, ma anche tutti gli altri Brics, senza dimenticare i paesi dell'ALBA sudamericana, che già da tempo percorrono la strada dell'antimperialismo.
Se la sinistra antieuropeista greca non riuscirà a fissare e a comunicare con chiarezza un programma di pochi punti che preveda al primo posto l'emissione di moneta nazionale e il ripudio dell'Unione Europea, anche le intenzioni più rivoluzionarie saranno vane e dovrà rassegnarsi alla marginalità politica. Se, invece, saprà trarre una lezione dal proprio fallimento, potrà avvantaggiarsi dalla crisi di consensi che inevitabilmente colpirà il nuovo esecutivo, quando nuovi e più pesanti balzelli verranno imposti al popolo greco dalla Troika, o quando semplicemente l'economia già disastrata sarà ancor più spinta verso il collasso per effetto delle pesantissime condizioni a cui il paese ellenico è stato costretto dalle élite europee e dal governo collaborazionista di Tsipras.


*Pubblicato anche su Total Free Magazine



30 giu 2015

Dalla “deideologizzazione” all’astensionismo*

Molto si è detto, molto si dice e molto si dirà nei giorni a venire, come sempre del resto, sulle ultime elezioni. Torme di commentatori, analisti, politici e politologi si affanneranno attorno alle percentuali per indicare direzioni e tendenze, crescite, cali e tenute dei vari partiti e dei singoli candidati. Eppure, come sempre, un dato viene ignorato, forse il più importante, il più basico, quello senza il quale tutto il resto diventa un garbuglio di chiacchiere senza senso. Quello che dichiara se il popolo che secondo la Costituzione sarebbe il titolare della sovranità decida o meno di esprimere una preferenza, di partecipare alle elezioni; se quel popolo reputi di dovere e potere scegliere una delle “offerte politiche” che l’industria mediatica in maniera persino forsennata gli propone.
Eppure, a dispetto di tutta la pubblicità e del marketing elettorale che hanno colonizzato ormai la politica, facendo dell’elettore un consumatore, ormai da qualche anno in Italia (come nel resto dei paesi occidentali) si registra una costante riduzione di coloro che si recano alle urne. Durante le ultime regionali poco più della metà degli aventi diritto ha partecipato al voto. In occasione delle elezioni in Emilia dello scorso novembre, invece, l’affluenza è stata di appena il 37,7%. Viene da domandarsi come si fa a rallegrarsi per una presunta vittoria, in queste condizioni. Sembra lontano quel 1976, l’anno in cui il 93% dei cittadini partecipò al voto. Dopo di allora un calo lento ma inarrestabile. Comunque per altri trent’anni le percentuali si mantennero superiori all’80%, fino alle politiche del 2008, proprio quelle in cui, ironicamente, videro l’esordio di un partito che si definisce democratico.
Ma lo spartiacque è stato il biennio ’78-’79, in cui i votanti scendono al di sotto di quel 93% che sembrava un dato consolidato. Se si leggono le vicende storiche di quell’epoca è facile capire il perché. Sono gli anni, infatti, del fallimento del “compromesso storico”. I berlingueriani del PCI e le correnti più progressiste della Democrazia Cristiana avevano cercato di trovare un accordo tra i due partiti che prevedesse l’ingresso dei comunisti al governo o quantomeno in una maggioranza parlamentare. Berlinguer aveva teorizzato l’impossibilità per il PCI di governare da solo con il 51%, quindi quell’accordo diventava cruciale, vitale, per la sinistra italiana. Il suo fallimento, dunque, avrebbe segnato il fallimento di un’epoca. Non solo della sinistra, che aveva cercato di proteggere “socialdemocraticamente” il lavoro, schierandosi con le lotte operaie in sede sindacale, ma cercando la mediazione e il compromesso in sede politica e giungendo infine alla piattaforma dell’accordo con la DC; l’omicidio Moro segnò la fine delle speranze, delle illusioni di quegli anni. Decretò che un’alleanza di governo tra comunisti e democristiani non era possibile, ma per di più sancì che gli americani non avrebbero mai accettato il PCI al governo, a nessuna condizione, confutando la strategia berlingueriana, tutta protesa a tentare di sedare i timori d’oltreoceano.
Nel frattempo si affermava un’altra istanza più generale – anche se in qualche modo connessa a quella suddetta – che trascendeva i confini nazionali: la deideologizzazione dei partiti di massa e l’affermazione di una concezione della politica sganciata dai sistemi teorici del Novecento. La deideologizzazione non era assenza di ideologia, ma suo camuffamento, o, per meglio dire, riduzione di essa all’incoscienza delle masse. Essa diventava pervasiva con l’egemonia del mercato nella pubblicità e nei media, ma sfuggiva alla consapevolezza di quel popolo sulla cui sovranità la Carta fondamentale intendeva fondare lo Stato.
Il primo partito italiano ad annunciare la nuova tendenza fu il PSI craxiano, che rinnegò il marxismo e sostituì la falce, il martello e il libro con un più neutro garofano, sull’esempio portoghese. Ma fu seguito, alcuni anni più tardi, dal PCI, che, accettando acriticamente il crollo dell’URSS, capitolava anch’esso, dissolvendo la tradizione comunista in un astratto e indefinito concetto di sinistra. Poi fu la volta dell’irrompere di Berlusconi e di Forza Italia sulla scena politica, animato da un anticomunismo superficiale e folkloristico, in ragione del fatto che il comunismo italiano era già praticamente estinto. La figura dell’imprenditore milanese avrebbe calamitato enormi flussi emotivi, di odio cieco o di amore incondizionato, contribuendo a tener vivo artificialmente l’interesse degli italiani per la politica, più per simpatie e antipatie personali, o sulla base di giudizi etici, che per autentica coscienza politica e convinzione ideologica. Tutti ricorderanno gli anni in cui essere di destra o di sinistra significava essere rispettivamente berlusconiani e antiberlusconiani. Ma ormai il sentiero era tracciato. Si affermavano partiti autoproclamatisi “anti-ideologici” come la Lega Nord ,che intendeva rompere la dicotomia destra-sinistra o progressisti-conservatori, proponendo quelle geografiche e topografiche, nord-sud o centro-periferia. Ormai anche la simbologia della sinistra astratta doveva essere abolita e il PDS si preparava ad eliminare l’ultimo reperto ideologico. Nasceva il PD.
Ma gli artifici pirotecnici non riuscivano a frenare a il crollo dei consensi (quelli reali, cioè in voti assoluti). Il malcontento non riusciva però a esprimersi, perché mancavano i mezzi interpretativi, estirpati da anni di “ideologia deideologizzante”. Al massimo poteva incanalarsi in una protesta tanto radicale e d’effetto nella forma quanto conformistica e velleitaria nella sostanza, ennesima tautologia della “politica post-ideologica” riverniciata con una mano di ribellismo “anti-casta”: trionfava (temporaneamente e precariamente come tutti i partiti e i movimenti deideologizzati) il Movimento Cinque Stelle, quello di una generazione nata e cresciuta in un mondo “post-moderno” e “post-ideologico”, dove la politica si fa in rete e nei sistemi virtuali di comunicazione.
Ciò che appare costante, al netto di tutta la cosmesi mediatica, è l’incapacità dei nuovi partiti, del “nuovo che avanza” di attuare una prassi trasformatrice, di incidere nella storia, perché ormai sono smarrite tutte le categorie concettuali che permettono di orientarsi, di tracciare le differenze (senza le quali non c’è conflitto e quindi non c’è dialettica politica) e di proporre pratiche efficaci. L’inadeguatezza è percepita intuitivamente dalle masse, ma queste ne attribuiscono le ragioni a cause fittizie o del tutto secondarie e trascurabili (la “casta”), proprio perché sono state avvinte da quella che è la vera ragione della loro insoddisfazione per la politica postmoderna, ovvero l’assenza di categorie concettuali e di un pensiero e di una prassi politica strutturati.
In un contesto del genere può maturare soltanto o il cosiddetto “voto di protesta” (un voto non per qualcuno ma contro qualcun altro) – già superato, in quanto anch’esso moda passeggera – o in un astensionismo apertamente rivendicato e teorizzato, un astensionismo “eroico”, che si bea del proprio sacrificio virtuale e dell’obiezione di coscienza individuale, disperate testimonianze immancabilmente inefficaci dell’impotenza del cittadino nelle moderne società occidentali, più che della sua formale sovranità.


*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



29 apr 2015

I colpi di stato in Italia e la strategia delle élite internazionali*

Spesso, quando si parla di “colpo di stato”, si intende il rovesciamento di un governo manu militari, ovvero avvalendosi dell'uso della forza e della minaccia delle armi.
Ma quello militare non è l'unica forma di colpo di stato possibile. Qualsiasi azione che abbia come fine la sostituzione delle cariche pubbliche o la caduta di un governo, può essere considerata golpista, anche se non si avvale della forza bellica.
In Italia ne esistono alcuni esempi, seppure inscritti dalle cronache nel normale corso storico “legittimo” delle istituzioni.
Nella storia repubblicana, dalla Costituzione del '48 ad oggi, si possono enumerare tre colpi di stato, differenti nella forma, ma tutti uniti da un identico filo rosso.

  • Il golpe del biennio '78-'79
  • quello giudiziario del '92
  • infine, quello economico-finanziario del novembre 2011

Il primo colpo di stato della storia Repubblica italiana (riuscito) è cominciato con un omicidio politico, quello di Aldo Moro. I fatti sono più o meno noti. Il rapimento dell'allora Presidente della Democrazia Cristiana da parte delle Brigate Rosse fino al suo assassinio e la conseguente chiusura del dialogo con i comunisti e della possibilità di un governo con il PCI voluto da Moro. La seconda fase del “biennio golpista” avvenne con l'incriminazione del Governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi nel marzo del '79. Sebbene sarebbe stato presto prosciolto da tutte le accuse dovette dimettersi e, ad ottobre, il Presidente del Consiglio Cossiga suggerì come successore Carlo Azeglio Ciampi.
Che cosa hanno in comune questi due eventi? Nel 1979 l'Italia sarebbe entrata a far parte del Sistema Monetario Europeo, che avrebbe fissato il cambio valutario in una forbice di oscillazione. Moro era contrario a un'entrata nello SME immediata e sine conditio. Successivamente al suo omicidio, dopo un colloquio col cancelliere tedesco Helmut Schmidt, nel marzo del 1979, il Capo del Governo Giulio Andreotti ufficializzerà l'entrata dell'Italia nello SME. Paolo Baffi aveva una posizione moderata sul sistema di cambi ed era favorevole ad una banda di oscillazione molto ampia. Proprio nel marzo di quell'anno egli venne incriminato e costretto a dimettersi sei mesi dopo, durante il governo Cossiga, il quale nominò ai vertici della Banca Centrale Carlo Azeglio Ciampi, europeista convinto e monetarista. La linea Baffi, che assicurava la competitività dell'industria italiana e un cambio favorevole a quest'ultima, venne sconvolta. Ciampi inaugurò una nuova linea di direzione anti-inflazionistica e monetarista. Nel 1981, in accordo col Ministro Andreatta, verrà sancito il cosiddetto “divorzio” della Banca d'Italia col Tesoro in nome del principio neoliberale dell'indipendenza delle banche centrali. Nel 1987 verrà stabilito un cambio più rigido, riducendo la banda di oscillazione. Ciò provocherà la crisi speculativa del '92 e il crollo dello SME.
Questa successione di eventi, abbastanza serrata ('78, '79, '81, '87) testimonia di un cambiamento ai vertici delle istituzioni italiane. La linea Moro-Baffi, pro-industria, anti-deflazionistica, con una saggia politica monetaria, aveva accompagnato la crescita dell'Italia come potenza economica, la quale surclassò l'Inghilterra, preparandosi ad affiancare Francia e Germania. L'omicidio Moro e l'incriminazione di Baffi capitarono al culmine della crescita di competitività dell'industria italiana. Baffi aveva bene affrontato e risolto la crisi del '76 in un paio d'anni, con il deprezzamento della lira rispetto al marco e l'apprezzamento sul dollaro. La nuova linea Ciampi fu segnata invece da un irrigidimento del cambio che avrebbe poi portato nel '92 a bruciare le riserve valutarie italiane nel vano tentativo di salvare il sistema monetario. Dopo il biennio '78-'79 comincerà un lento declino dell'economia italiana. I salari smisero di crescere (in nome della lotta anti-inflazionistica) e le potenzialità del sistema economico nazionale vennero imbrigliate dal tasso di cambio fisso.
Già nel '79 con l'affaire Baffi era stata inaugurata una strategia golpistica che successivamente sarebbe stata ampiamente usata: ovvero le indagini giudiziarie come mezzo per “disinnescare” una classe politica non funzionale a certi interessi economici internazionali. Nel '92, infatti, si aprì la stagione di Manipulite, una “rivoluzione mediatico-giudiziaria” che avrebbe ottenuto l'azzeramento della classe politica dirigente della Prima Repubblica. Ovvero quella classe dirigente che, pur tra contraddizioni ed episodi di corruzione (molto esagerati dalla narrazione giornalistica) aveva permesso la crescita economica, la riduzione della disoccupazione e la crescita salariale. Quello che l'economista Marcello De Cecco ha definito, con una formula non priva di efficacia, “keynesismo criminale” fu sostituito da – potremmo dire – un “hayekismo virtuoso”. Ovvero contenimento dei disavanzi pubblici, moderazione salariale, crescita della disoccupazione e stagnazione economica.
L'ultimo colpo di stato si realizzò nel novembre del 2011, quando Silvio Berlusconi, allora Presidente del Consiglio, venne costretto alle dimissioni e sostituito da Mario Monti. I governi Berlusconi erano contraddistinti da un deficit di bilancio non accettato dalla burocrazia europea e dalla Banca Centrale Europea. Nonostante i tentativi di Berlusconi di rientrare nei parametri verso la fine del suo mandato, la banche tedesche iniziarono a vendere massicciamente titoli di stato italiani, provocando una crollo del rendimento di questi ultimi e di conseguenza una carenza di compratori. Con l'euro questo significava andare incontro al default. Subito dopo l'insediamento di Mario Monti (noto per i suoi ottimi rapporti con la cancelleria tedesca) i rendimenti dei titoli tornarono a salire. Ma era iniziata la cosiddetta “austerità” per l'Italia. Ovvero la ricezione delle richieste delle lobby in favore di privatizzazioni, tagli della spesa pubblica e aumento della pressione fiscale.
In questi tre golpe (o unica strategia svoltosi in tre atti) sono stati raggiunti diversi scopi: la politica monetaria fu sottratta ai governi, la finanza pubblica venne imbrigliata da accordi internazionali, l'industria di stato frammentata e privatizzata e la disoccupazione tenuta al di sopra di una certa soglia. Tutto ciò andò ovviamente a vantaggio delle élite finanziarie.
È possibile notare anche un intersecarsi di due diverse strategie: quelle dei servizi segreti e del governo americani, che cercavano di indebolire chiunque non si accordasse ottimamente con l'egemonia atlantica degli Stati Uniti sull'Occidente, e quelle dell'industria e della finanza tedesca, che miravano a indebolire il loro principale concorrente. L'assassinio di Moro serviva per impedire un governo con la partecipazione dei comunisti che, nonostante la svolta berlingueriana a favore della NATO del '76, non erano giudicati alleati affidabili dagli USA; ma di ciò giovò anche il progetto dell'area valutaria europea (prima SME e poi Maastricht) quindi la cancelleria tedesca e la Francia che poterono trovare un'Italia indebolita. Così, le dimissioni di Berlusconi nel 2011, fortemente volute e ricercate dalla Germania, ottennero il via libera da Obama, che poteva ottenere la fine del multilateralismo della politica estera italiana e dell'apertura a paesi che Washington intendeva sfidare apertamente, ovvero Russia e Libia (nonostante Berlusconi si fosse rimangiato la parola con Gheddafi).
L'Italia pagò un prezzo altissimo. L'azzeramento della sua classe politica dirigente, la perdita di settori industriali fondamentali, la perdita della sovranità sotto tutte le forme (economica, monetaria, politica). Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.


*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



23 mar 2015

Perché Tsipras ha fallito*

Appena un mese è durata la “rivoluzione” greca. Le speranze della popolazione di superare l'attuale condizione recessiva e di fermare le politiche di austerità ,che hanno messo in ginocchio la nazione, erano state risposte nel partito di Syriza, che aveva promesso di opporsi ai diktat della Troika.
Ma ormai il governo greco pare già intenzionato a cedere su alcuni punti chiave della sua campagna, come il blocco delle privatizzazioni avviate dai precedenti governi. Appare altresì improbabile che la Grecia possa attuare i programmi di assistenza e il rilancio del servizio sanitario pubblico.
Il governo ellenico dovrebbe essere deciso ad accettare i fondi europei, in modo da ossigenare le proprie finanze, ma per far questo deve accettare di capitolare sul programma politico.
Sebbene questa possa apparire come una delusione per gran parte di chi, dall'interno o dall'esterno del paese, aveva pensato che la vittoria di Syriza avesse potuto aprire una fase nuova per tutta l'Europa, in realtà è la logica conseguenza di una proposta politica arrabattata, estemporanea, fondata più sul marketing elettorale che su una realistica prospettiva tesa a restituire al paese la sovranità di cui è stata privata da parte della burocrazia europea e della finanza.
Dovrebbe essere chiaro, da un punto di vista realistico, che è impossibile conciliare gli interessi della finanza e della Troika con quelli del popolo greco. Per risollevare le sorti della nazione ellenica la ricchezza dovrebbe essere trasferita dal capitale finanziario agli investimenti produttivi. Ma per far questo bisognerebbe porsi in conflitto con i creditori stranieri, ovvero coloro che traggono vantaggio dalla perpetuazione del presente stato di cose.
Il programma di Syriza prevedeva una rinegoziazione del debito pubblico della Grecia. Ma ciò non può essere realizzato finché il paese rimane sotto il ricatto della BCE. L'unica possibilità di riequilibrare i rapporti di forza è rappresentata dal recupero della sovranità nazionale, obiettivo che non può essere perseguito finché non vengono messi in discussione gli assetti dell'Unione Europea. Chiave di volta di questi assetti è sicuramente l'unione economica fondata sulla moneta unica e sui bilanci pubblici vincolati. L'indisponibilità da parte degli stati membri della loro finanza li pone sotto costante ricatto dei mercati. L'adesione ai trattati impedisce l'attuazione dell'unica forma di finanza pubblica che potrebbe portare a una ripresa ovvero la spesa pubblica in disavanzo. Il ministro Varoufakis aveva chiarito esplicitamente prima delle elezioni che l'adesione all'euro e il pareggio di bilancio non sono punti in discussione. L'accettazione incondizionata della moneta unica priva i greci di qualsiasi potere contrattuale: il crollo della zona euro potrebbe essere l'unica possibilità capace di spaventare tanto i mercati quanto la burocrazia europea e di indurli a cedere alle richieste di ridefinizione del debito. L'eventualità di una moneta svalutata, infatti, significherebbe una perdita per i creditori e per i possessori di titoli di stato greci. L'uscita della Grecia dall'area valutaria, inoltre, potrebbe innescare una reazione a catena capace di decretare il crollo della moneta unica e dell'Unione europea, almeno per come è stata concepita da Maastricht.
Ma Syriza, nonostante i media l'abbiano presentato come partito euroscettico, si è posto a difesa dell'euro e degli assetti politici europei. A queste condizioni, qualsiasi strada – se non quella del solito cedimento al ricatto finanziario – è preclusa.
Crescita economica e riduzione della disoccupazione senza ingenti investimenti pubblici sono semplicemente impossibili. Solo infrangendo il tabù del pareggio di bilancio a tutti i costi e del disavanzo visto come blasfemia impronunciabile, è possibile invertire il ciclo economico.
Riappropriarsi della finanza di stato, ora posta sotto il ricatto dei mercati, è un presupposto indispensabile per realizzare una politica che riduca la povertà, cresciuta in modo impressionante in Grecia negli ultimi anni, e che riavvii il sistema produttivo.
Prenda esempio, l'Europa, dall'Argentina, paese fallito e devastato dalla sciagurata decisione di agganciare la sua moneta al dollaro. Il recupero della sovranità economica ha permesso ai governi Kirchner di incrementare la ricchezza nazionale, di ridurre la povertà e di rifiutare il pagamento di una parte degli interessi.
Non è certo una via priva di ostacoli, perché equivale una dichiarazione di guerra nei confronti dell'establishment internazionale. Ma è sicuramente preferibile al collasso economico, sociale e politico cui l'intera Europa, complice una sinistra spensierata e utopista, va allegramente incontro.


*Pubblicato anche su Total Free Magazine



9 nov 2014

Verso la fine dell'euro?

Secondo un recente sondaggio l'Italia è ormai il paese più euroscettico dell'eurozona; la maggioranza degli italiani non nutre molta fiducia nella moneta unica e auspicherebbe un ritorno a una valuta nazionale. Uno scenario ribaltato rispetto a qualche anno fa in cui il nostro paese era considerato tra i più entusiasti dell'unione monetaria. Contemporaneamente si sta assistendo a un analogo slittamento del ceto dirigente da una difesa sempre più tiepida a una vera e propria critica dell'euro che in alcuni casi giunge al punto da auspicarne la fine. Il Movimento Cinque Stelle, dove già da qualche tempo serpeggiavano posizioni sovraniste, ha abbracciato ormai apertamente la campagna anti-euro, mentre la Lega Nord di Salvini, che guadagna consensi nei sondaggi, ha fatto dell'opposizione a Bruxelles il proprio cavallo di battaglia. Persino nel PD, partito tradizionalmente pro-euro, si fanno largo posizioni sempre più critiche nei confronti dell'area valutaria europea.
Sta diventando chiaro ai più che l'euro così com'è non può reggere a lungo. La rigidità dei vincoli impedisce agli stati di reagire con efficaci politiche anticicliche al collasso economico sempre più incombente. Del resto una riforma o revisione dei trattati appare improbabile, perché si scontrerebbe con gli interessi della casta finanziaria e del governo tedesco, che sono quelli che dettano la linea delle politiche economiche europee. Una riforma dell'eurozona che possa sortire qualche effetto significativo dovrebbe somigliare più a una rivoluzione. Per cominciare agli stati dovrebbero essere concessi limiti di deficit molto più alti di quelli attuali, attraverso i quali ciascun governo possa aumentare la spesa pubblica e ridurre le tasse, in modo da rilanciare la domanda. Per non parlare di misure ancora più rigide, come il Fiscal Compact, che andrebbero semplicemente abolite. Del resto questo provvedimento potrebbe non essere sufficiente per i paesi mediterranei, a causa degli svantaggi competitivi dovuti al cambio fisso. Questo mette costantemente fuori mercato le merci dei paesi dell'Europa del Sud che sono privi della leva valutaria e si trovano così costretti a ridurre il costo del lavoro alimentando la spirale deflazionistica. Perciò si richiederebbe l'ideazione di meccanismi correttivi che trasferiscano risorse dai paesi più competitivi a tutti gli altri. Ma pensare che la Germania accetti misure del genere, andando a minare il proprio vantaggio competitivo, appare lontano da qualsiasi realismo. Sicuramente la deflazione dell'eurozona danneggia la stessa industria tedesca, la quale vede calare la domanda dei paesi europei che costituiscono la maggior parte del suo mercato. Ma piuttosto che accettare correttivi del genere, politicamente poco digeribili, tanto varrebbe per il governo della Merkel tornare al marco e accettare una rivalutazione.
Si potrebbe pensare che la BCE potrebbe ricorrere nuovamente al “whatever it takes” di Draghi, per salvare la moneta unica ed essere disposta a fare concessioni prima impensabili. Ma perché questi siano più di semplici palliativi che si limitino soltanto a rimandare la questione di pochi mesi, occorrerebbe che la Banca Centrale invece di continuare a prestare soldi alle banche, alimentando bolle finanziarie, intervenisse come “prestatore di ultima istanza”, finanziando, invece, gli stati. Ma per far questo dovrebbe modificare in misura rilevante il proprio statuto. L'unione monetaria sembra un congengo ideato proprio per evitare qualsiasi cambiamento radicale. Essa è una burocrazia verticistica priva di qualsivoglia controllo democratico dominata da un ceto che si ostina a seguire teorie macroeconomiche palesemente errate e smentite dai più autorevoli studi scientifici, oltre che dal riscontro empirico. Dall'epoca dei Trattati di Maastricht, che ne hanno sancito l'inizio, ad oggi, nulla è mutato, se non in un ulteriore irrigidimento di norme folli e senza alcuna logica economica. Credere che un manipolo di burocrati che finora non ha fatto altro che decantarne le lodi possa all'improvviso sconfessare la propria creatura, vuol dire non avere alcuna cognizione della realtà.
Mentre i sacerdoti dell'euro continuano a oliare la macchina della propaganda (sebbene una così larga fetta di opinione pubblica sia contraria alla moneta unica sui media mainstream quasi mai si accenna a un dibattito serio sul tema) e a proporre astrusi palliativi di nessuna o scarsa efficacia, nei paesi più colpiti dalla crisi monta il malcontento. In Francia già da diversi mesi il Front National di Marine Le Pen è in testa ai sondaggi e non ha mai nascosto che se vincesse le elezioni guiderebbe il paese transalpino fuori dall'euro. In Grecia Syriza sembra avere buone possibilità di vincere le elezioni e si rifiuta di applicare ulteriori misure di austerità e secondo qualcuno potrebbe anche decidere di tornare alla dracma. In Spagna i due partiti storici di potere, il Partito Popolare e il PSOE, attraversano un'emorragia di consensi senza precedenti, a tutto vantaggio della neonata coalizione di PODEMOS, già primo partito iberico, che prevede nel proprio programma l'abbandono dell'eurozona e la cessazione di tutte le politiche di austerità. Insomma, sembra che sempre più la domanda sulla possibile fine dell'euro non sia se, ma quando.
In tutti questi paesi, comunque, a guidare la rivolta sovranista sono partiti che hanno allo stesso tempo rigettato le politiche liberiste promosse in questi anni e propongono programmi con una forte impronta sociale. In Italia, invece, la questione è più complessa.
I partiti che si oppongono ufficialmente all'euro sono il Movimento Cinque Stelle e la Lega Nord; ad essi va aggiunta qualche voce della minoranza del PD. Di questi, il primo non mostra di avere le idee molto chiare circa le politiche da adottare in caso di ritorno alla Lira. Casaleggio ha affermato qualche tempo fa di voler tagliare la spesa pubblica, mentre Grillo pare riproporre le stesse teorie dell'avanzo primario che hanno devastato l'Italia, ma con una moneta diversa. Questo partito non sembra voler proporre un deciso affrancamento dalle politiche neoliberali che in questi anni hanno clamorosamente fallito, come del resto testimonia la scelta di allearsi, a livello europeo, col partito ultra-thatcheriano dell'UKIP di Nigel Farage. D'altro canto non pare esserci, nei Cinque Stelle, una proposta coerente di politica economica, ma si procede per suggestioni, spesso contraddittorie. Lo stesso cavallo di battaglia del “reddito di cittadinanza” rischia di essere seriamente controproducente, in quanto garantirebbe un reddito improduttivo, che cioè non crea occupazione e che sarebbe perciò soltanto foriero di inflazione. La Lega Nord, invece, una proposta ce l'ha. Però, anch'essa, non fa che rispolverare vecchie ricette neoliberali di epoca reaganiana, con una obsoleta “flat tax” (ovvero aliquota unica) che dovrebbe produrre crescita del PIL. Nella crisi economica più lunga da oltre un secolo, limitarsi a ridurre le tasse non produrrebbe gli effetti sperati. Peraltro, facendolo con un metodo iniquo, ovvero abolendo la progressività della tassazione, cosa che, oltre ad essere incostituzionale, avrebbe scarsi effetti sui consumi, porché avvantagerebbe principalmente i ceti più abbienti. Gli unici approcci che si avvicinano ad essere keynesiani si trovano nella minoranza del PD. Ma sarebbe credibile che un partito che ha traghettato l'Italia nell'euro, e che si è fatto promotore delle politiche di austerità (da Ciampi a Prodi) possa gestire un'“eurexit” e un rovesciamento dei paradigmi economici finora in voga?
È necessario, infatti, non solo interrogarsi sull'eventualità di un'uscita dall'euro, ma anche sulle modalità della sua gestione, e sul tipo di politica da adottare con il ritorno a una sovranità monetaria. Se si guarda al passato recente, quello che accadde all'Italia nel '92 può essere un'utile lezione. Anche allora l'Italia aderiva a un'unione monetaria, lo SME. In quell'anno lo SME crollò, per l'impossibilità di mantenere un tasso di cambio fisso tra le monete, ma i governi non mutarono politiche e applicarono misure di austerità, tutte volte a ridurre i deficit di bilancio e il debito pubblico, a forza di privatizzazioni, tasse e tagli della spesa pubblica. Nonostante il boom delle esportazioni delle aziende italiane, le quali godettero del riallineamento del cambio, la crescita italiana fu fortemente frenata da quegli interventi. Fu così che si arrivò al Trattato di Maastricht e all'euro che diedero la mazzata finale all'economia italiana, un'economia fino ad allora, nonostante tutto, e a dispetto di quanto dicono certi “moralizzatori” della finanza pubblica, tra le prime in Europa e nel Mondo.
Quello che bisogna capire è che l'euro è stata una scelta sciagurata dei ceti dirigenti e una imperdonabile leggerezza degli italiani che si sono lasciati trascinare in questa follia credendo a tutta la favolistica inventata dei media. Ma pensare che la sua fine produrrà magicamente benessere e progresso vuol dire svegliarsi da un sogno per cader vittime di un altro. Finché non si recupera non solo la sovranità monetaria, ma anche un approccio in politica economica che rimetta al centro lo Stato, sarà impossibile che l'Italia torni a essere una delle principali economie del continente. Il primo e importante passo da compiere, per ribaltare il paradigma politico-economico finora in voga, sarebbe quello di potenziare la spesa pubblica e non, come una volgare pubblicistica induce a fare, tagliarla, ridurla, “riqualificarla”, o qualsiasi altro sinonimo vogliamo utilizzare. Lo Stato dovrebbe invece attuare un piano per la piena occupazione, che intervenga per assegnare un impiego pubblico ai disoccupati. Una riduzione delle tasse (soprattutto indirette) che è senz'altro auspicabile, produrrà scarsi o nulli benefici se non è preceduta da un potenziamento della spesa pubblica che la riporti ai livelli che merita un paese civile. Uscire dall'euro è doveroso, ma non basta. È solo la precondizione per attuare una rivoluzione copernicana della finanza pubblica che recuperi i principi dello Stato keynesiano produttore di redditto e di ricchezza. L'unico vero strumento contro la crisi.


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20 set 2014

Dal sistema rappresentativo al sistema autocratico

Già in un precedente articolo (Renzi, ovvero la notte della politica) avevamo formulato la tesi secondo cui la nostra è un'epoca in cui si assiste al passaggio da un sistema di tipo rappresentativo a un sistema di tipo autocratico. Cerchiamo ora di darne una formulazione più compiuta.
Innanzitutto cosa si intende con sistema rappresentativo e con sistema autocratico?
Con la prima espressione si vuol designare un'organizzazione politica, sociale, economica, in cui il gruppo che comanda riceve l'incarico da individui o organismi esterni al gruppo stesso; ovvero in cui il potere si legittima attraverso un'istituzione esterna rispetto al potere stesso. L'esempio che ci balza subito alla mente è quello delle cosiddette democrazie liberali occidentali, in cui i governi sorgono in seguito a (e in ragione di) un'elezione a suffragio universale. Spesso, infatti, nella vulgata politica corrente, si è soliti contrapporre democrazia (ovvero il sistema di governo occidentale) e dittatura (tutti i regimi non liberali e privi di meccanismi elettivi a suffragio universale). Chi scrive non condivide l'assunzione di questa presunta dicotomia. Innanzitutto non è corretto definire il sistema di governo occidentale come democratico. La democrazia, se l'etimologia ha un senso, è il governo del popolo. Mentre i sistemi occidentali sono governi in nome del popolo, ovvero legittimati da forme istituzionalizzate di partecipazione del popolo alla vita pubblica. Le moltitudini, quelle che legittimano il potere in Occidente, non governano. Semplicemente vengono riconosciuti loro determinati diritti politici, come esprimere il proprio voto per eleggere un'assemblea legislativa e farsi promotrici, attraverso vari canali istituzionali, di determinate istanze. Chiamare tutto ciò democrazia ci sembra improprio. La democrazia nel senso pieno del termine in effetti non è sinora mai esistita nella storia, se non in piccole comunità autogestite. Anche nella Atene Antica, considerata la culla di questo sistema, in realtà, alla stragrande maggioranza della popolazione (donne e schiavi) era interdetto qualsiasi diritto politico.
Si tratta, invece, più propriamente, di un sistema rappresentativo tribunizio, quindi più accostabile a quello dell'Antica Roma Repubblicana, ma in cui alle masse popolari è concesso il diritto di eleggere l'assemblea legislativa.
Altra caratteristica del sistema rappresentativo è quella di riconoscere diversi centri di potere, formali (nel caso degli stati rappresentativi occidentali potere esecutivo, legislativo, giudiziario, costituzionale, economico-finanziario come nel caso di banche centrali indipendenti, ecc.) e informali (organizzazioni politiche ed economiche, gruppi di pressione, associazioni corporative e sindacali ecc.). Il processo decisionale non è dato da un indirizzo univoco, ma dall'interazione dei diversi centri in cui la decisione scaturisce dal riconoscimento e dal confronto delle diverse istanze. Ciascun potere cerca nell'altro il proprio riconoscimento attraverso una strategia di conflitti e alleanze, e nello stesso tempo è costretto a riconoscerne questi altri (e le relative istanze). Il compromesso applicativo è la risultante di questa prassi decisionale.
Possiamo quindi definire il sistema rappresentativo come una forma di legittimazione dall'esterno del potere e di equilibrio tra i diversi centri riconosciuti.
Il sistema autocratico, invece, si legittima da sé stesso, ovvero l'elemento egemone non ricerca un potere esterno che lo riconosca, e che a sua volta esso riconosce, ma delegittima qualsiasi autorità che non sia sua propria emanazione, entrando con essa in conflitto fino ad annientarla o a cooptarla. Il meccanismo non funziona tanto sulla divisione dei poteri e la loro interazione strategica, quanto sulla delega delle funzioni (ovvero l'intermediazione tra la precisa e inalterabile volontà del governo e la fedele esecuzione di questa volontà) e sul controllo dell'esecuzione. Tanto più l'esecuzione corrisponde alla decisione e alla volontà del governo, tanto più il sistema è funzionale. Il processo decisionale avviene nella selezione delle migliori tecniche applicative per raffinare l'efficienza del sistema. Una volta stabiliti gli strumenti tecnici della prassi esecutiva il momento decisionale è esaurito.
Se nel sistema rappresentativo, dunque, il fine non è conosciuto prima, ma soltanto dopo, il processo decisionale, nel sistema autocratico esso è già noto in anticipo (e risiede nella volontà di chi governa) e il processo serve solo a stabilire la tecnica più efficiente per la sua realizzazione.
La razionalità che muove il sistema rappresentativo è di tipo poli-strategico, ovvero ogni centro, con proprie finalità, individua autonomamente la propria strategia di conflitto e di alleanze, e la decisione emerge come risultante dell'interazione pratica tra i diversi agenti e le rispettive strategie. Un sistema di questo tipo, dunque, tende a favorire un sapere di tipo dialettico-escatologico, che studia le strategie migliori per il riconoscimento delle proprie istanze e la realizzazione delle proprie finalità. Esempi di discipline fiorenti in questo contesto sono la retorica, la filosofia, la sociologia, la psicanalisi.
La razionalità, invece, dell'autocrazia è mono-funzionale, ovvero presuppone un'unica finalità già implicita e riconosciuta, che deve essere realizzata dalla ricerca degli strumenti pratici più idonei. Le discipline da esso favorite sono quelle tecnico-scientifiche, come la logica, la matematica, la fisica, l'economia.
Un sistema rappresentativo tende a essere instabile per sua natura, perché si basa su un equilibrio tra i diversi agenti di volta in volta ridefinibile e soggetto a oscillazioni. Per questo, esso può ribaltarsi nella sua antitesi, ovvero nell'autocrazia, quando si crea un squilibrio nei rapporti di forza tale per cui un centro prevalga nettamente sugli altri. In questo caso il potere egemone non ha più bisogno di riconoscere gli altri per essere riconosciuto a sua volta. Di conseguenza gli altri centri vengono o cooptati, mutandosi in funzioni e consolati del potere egemone, oppure, se sono in conflitto, combattuti e infine distrutti. Il sistema autocratico così sorto dallo squilibrio di quello rappresentativo, diventa invece stabile, perché non si fonda sulla dialettica tra poteri eterogenei, ma sulla propria autoaffermazione. Se infatti nel sistema rappresentativo ogni agente per affermare le proprie istanze deve, dialetticamente, affermare quelle del proprio concorrente (nemico o alleato) l'autocrazia si afferma nella negazione dell'altro da sé. Al contrario quello autocratico è un meccanismo meno flessibile, e una volta soggetto a squilibri, anche piccoli, come la resistenza prolungata di un oppositore in conflitto, rischia di crollare o di evolversi nuovamente in rappresentativo (oppure in una nuova autocrazia).
Tuttavia, bisogna precisare a scanso di equivoci, un sistema non è mai perfetto, ovvero mai completamente autocratico e mai completamente rappresentativo. Anche in un sistema rappresentativo esistono meccanismi autocratici, come per la nomina del dictator dell'Antica Roma, oppure, senza andare tanto lontano, nel commissariamento di organismi elettivi in casi particolari. In regime rappresentativo, ovviamente, il dispositivo autocratico ha una durata limitata nel tempo e generalmente breve ed è circoscritto a casi eccezionali.
Viceversa, anche nelle autocrazie esistono meccanismi rappresentativi. Anche durante il fascismo Mussolini non poteva fare a meno di una certa rappresentatività informale dovendo tenere in qualche conto la gerarchia fascista o riconoscere la Chiesa, né poteva del tutto ignorare la Monarchia. Un esempio di meccanismo formale invece è l'elezione ad opera dei Cardinali del Pontefice della Chiesa Cattolica, un apparato assolutamente autocratico, e che tuttavia ammette una pratica elettiva. Generalmente, infatti, l'elezione è il meccanismo di investimento di una carica di ogni sistema rappresentativo, mentre la nomina è tipica dell'autocrazia (o di un dispositivo autocratico).
Un'altra precisazione necessaria riguarda la distinzione tra sistema rappresentativo e sistema tribunizio (o democratico come spesso viene impropriamente chiamato). Un sistema rappresentativo non è necessariamente tribunizio. Può escludere una gran parte della popolazione da qualsiasi diritto politico ma questo non lo rende per forza autocratico. Lo Stato Liberale basato sul censo del Secondo Ottocento ne è un tipico esempio. Naturalmente però non è vero il contrario; un sistema tribunizio, con diritto elettivo per tutti i governati, non può non essere rappresentativo.
Ma allora la democrazia (quella autentica, non il tribunato odierno) è rappresentativa? Non esattamente. Se il popolo governa direttamente non ha bisogno di essere rappresentato. Esso governa a nome proprio e non a nome di qualcun altro né lascia governarsi da altri e le sue istanze sono perciò realizzate da esso stesso. In questo, dunque, è autocratica, per quanto egualitaria. Tuttavia, se consideriamo il popolo non come un unico sovrano, ma come un insieme di individui distinti, allora ciascuno si limita a promuovere le proprie istanze cercandone il riconoscimento di altri individui con una strategia di conflitti/alleanze. E in questo senso la democrazia è la forma più compiuta di rappresentatività, perché ciascuno rappresenta direttamente le proprie istanze, senza dover demandare a qualcun altro. Quindi, la democrazia autentica non è un'autocrazia né un sistema rappresentativo, ma la sintesi e il superamento dialettico di entrambi.
La democrazia autentica è la forma più alta di rappresentatività perché ogni singolo individuo della comunità viene riconosciuto dagli altri, e, nello stesso tempo, la massima forma di autocrazia, perché il sovrano (inteso come il popolo nel suo complesso) non ha bisogno di alcun tipo di riconoscimento, né in una fase iniziale (Anche Cesare dovette farsi eleggere dictator perpetuus dal Senato) né durante il suo governo. Anzi, qualunque riconoscimento esterno al monarca popolare è vietato, perché esso assomma su di sé tutti i poteri.
Il sistema rappresentativo occidentale, quale si è formato dal dopoguerra fino al finire degli anni '80, era improntato dal punto di vista formale sull'estensione alle masse dei diritti dello Stato liberale, e dal punto di vista informale sull'interazione di tre settori autonomi, quello economico (formato dai gruppi industriali e finanziari, ma anche associazioni di categoria e sindacati) quello culturale (la stampa, i media, le università, l'intellighenzia) quello politico (i partiti di massa e i movimenti spontanei). In ciascun settore ovviamente vi si trovavano diverse fazioni, e una fazione di un settore si alleava con quella di un altro per combatterne una terza.
In un capitalismo avanzato come quello della seconda metà del Novecento, tuttavia, il settore economico assume una preminenza particolare. Accade così che i centri di potere economici tendono a inglobare quelli degli altri due tipi. Una volta che questo accade si crea un squilibrio per cui sono le fazioni legate ai centri economici più forti (finanziari e industriali) a prevalere. Il risultato di una simile mutazione può essere così riassunto:
  • I centri economici, industriali e finanziari in particolare, tendono ad adottare strategie simili e coincidenti, quelli legati al grande Capitale sopratutto, divengono consapevoli della loro influenza sugli altri settori e tendono ad istituire alleanze tra di loro
  • I centri politici si adeguano presto a questa mutazione, ma avendo perduto autonomia finiscono per replicare le strategie dei primi, finendo per esserne inglobati
  • I centri culturali, in alcuni casi, resistono inizialmente a questa tendenza, conservando in parte, in alcune enclavi, una certa autonomia, ma infine finiscono o per soccombere, oppure per omologarsi ai centri politici e a farsi anch'essi cooptare.
Il risultato di ciò è l'egemonia completa dei grandi centri economici e la fine del sistema rappresentativo. Le istituzioni rappresentative formali rimangono inalterate, ma sul piano informale i centri economici esercitano un governo autocratico sulla società. Successivamente anche sul piano informale si assisterà a una dissoluzione dei meccanismi rappresentativi (leggi e carte costituzionali) e a uno svuotamento progressivo degli organi che assicurano la rappresentatività (parlamenti, governi nazionali e tutte le cariche elettive) in favore di istituzioni formali autocratiche (quelle sovranazionali come il Fondo Monetario, la Banca Centrale Europea e i Trattati commerciali internazionali). La natura tecnico-economica di queste istituzioni autocratiche testimonia del progressivo inglobamento dei centri politici nelle strategie e nei fini di quelli economici.
Se prima i centri economici avevano bisogno di istituire alleanze e conflitti con quelli politici e culturali per ottenere riconoscimento e mirare a estendere la loro egemonia, con la transizione dell'ultimo ventennio questi ultimi sono diventati mere funzioni dei primi. I centri economici hanno così finito di spogliarli di ogni autonomia, e quindi sostanzialmente di annientarne la vera essenza. Questo non poteva portare che ha un declino dei meccanismi rappresentativi formali e all'affermazione di istituzioni sempre più autocratiche.


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