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30 ago 2016

I nuovi nomadi*

Nel 2014 per la prima volta il numero di emigrati italiani ha superato quello di immigrati stranieri nel nostro paese. Il fenomeno dell'emigrazione di massa non è certo una novità assoluta per l'Italia; essa ha segnato l'industrializzazione della Penisola fino agli anni '50. Con lo sviluppo economico degli anni '60 e '70, la crescita del reddito nazionale, l'affermazione come potenza industriale mondiale e l'acquisizione di tutele giuridiche e sindacali per il lavoro, sembrava essere un fenomeno definitivamente tramontato. Gli anni '90 invece vedevano l'inizio di un altro fenomeno, pressoché inedito per il nostro paese, che diventava terra di destinazione di immigrati stranieri, i quali cominciavano ad approdare sulle nostre coste.
Il nuovo secolo ha visto invece l'emigrazione ricomparire e il “saldo” (differenza tra “entranti” della popolazione attiva, autoctoni o stranieri e “uscenti”), alla metà di questo decennio, è ormai negativo. Certo, l'emigrazione oggi assume forme diverse. Non si tratta più di fuga di contadini che le industrie del Settentrione non erano in grado di assorbire del tutto, e che per questo diventavano manovalanza delle fabbriche oltreconfine, ma molto spesso si tratta di impiegati in settori tecnici e dirigenziali, quadri e manager, oltre che lavoratori saltuari delle classi sociali più basse.
Se le prime emigrazioni si devono all'industrializzazione, all'abbandono delle terre e alla disgregazione del mondo contadino, la nuova emigrazione è invece il risultato del processo di de-industrializzazione, internazionalizzazione, finanziarizzazione, privatizzazione e deregolamentazione dei mercati. Questa nuova emigrazione va ricercata in tre ordini di ragioni, uno ideologico-culturale, uno politico e un altro “strutturale”. Partiamo da quest'ultimo.
L'emigrazione della prima fase è l'effetto dell'irrompere del capitalismo industriale e si attenua e poi “normalizza” (senza scomparire del tutto) con l'affermarsi dell'industria fordista e la strutturazione di un apparato produttivo nazionale. L'emigrazione del primo tipo è legata allo stadio “solido” del capitalismo, ovvero quello fordista fondata sulla concentrazione della manodopera. Le istituzioni delle società agricole vengono “fuse” per forgiare una nuova fase solida. L'emigrazione segna il passaggio a questa nuova fase del capitalismo, in cui il lavoro perde il rapporto con la terra e vengono eliminati tutti i residui pre-capitalistici. Per creare una società industriale è necessario produrre un enorme spostamento della manodopera, che dovrà abbandonare le campagne per concentrarsi nei centri industriali. Soltanto quando la manodopera sradicata dalla campagna e dalla vita rurale si legherà all'industria, sarà concluso il processo di “fusione”. L'emigrazione, tuttavia, prosegue anche nella fase solida, ma riguarda i lavoratori dei paesi industrialmente più arretrati e delle colonie che si spostano verso le nazioni industrializzate.
Naturalmente all'origine dell'emigrazione c'è uno squilibrio tra diverse aree. Questo squilibrio deve essere talmente grande da giustificare agli occhi degli individui l'abbandono delle sicurezze rurali e lo sradicamento. Uno squilibrio quale si è prodotto nella storia solo nell'epoca capitalistica che è quella che ha visto i più imponenti spostamenti di massa. Quando una società da arretrata diventa sviluppata, smette di essere fonte di manodopera per paesi più avanzati e comincia invece ad attrarne dall'esterno. Ciò è, in estrema sintesi, il mutamento che ha interessato l'Italia tra gli anni '60 e '70. Lo sviluppo del nostro paese però non è stato armonico. Il divario tra nord e sud non ha mai permesso di superare del tutto processi di emigrazione, ma è stato comunque possibile renderli “endogeni”, spostarli dall'esterno all'interno, grazie allo sviluppo dell'economia del Settentrione e ai sussidi statali per le imprese (sia nella forma di parziali nazionalizzazioni, come le cosiddette “partecipate”, sia come vere e proprie sovvenzioni) oltre alle tutele giuridiche per il lavoro.
Con la nuova ondata di emigrazione, invece, né le aziende del nord né le vecchie imprese pubbliche (ormai privatizzate, frammentate, scorporate o in corso di privatizzazione) riescono ad assorbire la manodopera in eccesso. Se la fase precedente era fondata sulla deruralizzazione, quindi fusione e risolidificazione, invece la forma più recente del fenomeno si caratterizza come “liquefazione” della società; il capitale ridimensiona, ristruttura, esternalizza, riduce gli investimenti, “smonta” la fabbrica fordista e nel contempo si internazionalizza, si deterritorializza. Non ricerca più la fissità e la stabilità del lavoro, la certezza di trovarlo in un certo luogo cui incatenarlo, non predilige i rapporti duraturi come un tempo, bensì privilegia la volatilità dei lavoratori, la loro mobilità, la smobilitazione della manodopera. In questa situazione, quindi, gli individui sanno dove cominciano il loro percorso lavorativo ma non dove lo finiscono, devono essere dinamici e viaggiare. Neanche i paesi più sviluppati sono immuni a questa tendenza. Il capitale può decidere in qualsiasi momento di dislocare altrove i propri investimenti, senza nessun riguardo per le gerarchie che esso stesso ha creato. Così l'emigrazione e il nomadismo non sono più fenomeni esclusivi del sottosviluppo, ma diventano il carattere “genetico” del lavoratore della società liquida, in ogni parte del mondo. È sempre presente anche se “in potenza” in un dato frangente, ma presto pronto a diventare “in atto”.
Il declino economico italiano, cui ha contribuito il processo di liquefazione (che ha depresso prevalentemente le nazioni più europee, abituate a una maggiore presenza dello Stato nell'economia) ha scatenato forze sociali e demografiche incontrollabili. Non si può prevedere quali saranno le evoluzioni di questo processo tra venti o trent'anni. L'Italia, come tutti i paesi dell'Europa mediterranea, assiste a una nuova “fuga” dal proprio territorio, una fuga non dovuta al sottosviluppo, all'insufficienza dei processi di ammodernamento, anzi, si è proprio in presenza di una loro apoteosi, giacché “ammodernamento” oggi non è centralizzazione industriale ma a-centramento finanziario e liquefazione.
Per quanto riguarda il lato politico della questione, cioè privatizzazione e deregolamentazione, esso non è del tutto nuovo. Come spesso accade nel capitalismo fenomeni simili assumono forme diverse che li rendono infine dissimili e a volte anche opposti. Karl Polanyi ha descritto in modo esemplare come le enclosures, le recinzione dei terreni demaniali prima liberi per il pascolo, abbiano creato una massa di vagabondi e diseredati. Ma la privatizzazione dell'epoca solida è servita come temporanea fusione delle istituzioni arcaiche per poi ricollocare il lavoro in una nuova dimensione che, nella sua forma ultima e insuperata si è costituita nella fabbrica fordista.
La nuova privatizzazione, invece, non sembra destinata a ricreare altre strutture a un “livello superiore” di solidificazione, piuttosto a de-strutturare. All'espropriazione dei terreni agricoli corrisposero (ovviamente attraverso “corsi e ricorsi storici”, conflitti e contraddizioni) parziali riappropriazioni delle fabbriche da parte del lavoro e parziale statalizzazione dell'economia (nei paesi socialisti essa invece fu totale). Il “lavoro liquido” manca invece del tutto di presa sul sistema produttivo, anche perché l'“essenza” del capitalismo contemporaneo non è la produzione ma il consumo. Lo spostamento dei lavoratori non deve servire a ricollocarli in altra sede, ma a tenerli costantemente in movimento; quest'ultimo non ha direzioni univoche e non segue linee rette, né tanto meno tende alla stasi.
Scomparendo la fabbrica fordista (nello stesso tempo prigione e luogo di emancipazione e presa di coscienza del lavoro) scomparendo le norme che tutelano i lavoratori, questi ultimi non sono più legati a un territorio, ma “liberi” di andarsene, di vagare per il mondo. Daniel Cohen ha osservato che chi inizia a lavorare alla Microsoft non sa dove concluderà la propria carriera, al contrario di chi lavorava alla Ford che aveva la certezza di rimanerci a vita1. Ovviamente si tratta di una libertà immaginaria, giacché non è una scelta dei lavoratori, ma condizione necessaria per la loro esistenza. A prescindere dalle migrazioni i mercati mettono in competizione i lavoratori di tutto il mondo; venute meno le protezioni politiche questi non possono perseguire un'emancipazione attraverso istituzioni e apparati collettivi (la classe, il sindacato, il partito, infine lo Stato) ma soltanto accettando la competizione su scala globale e inseguendo la speranza di un successo personale magari in terra straniera (anche se il termine “straniero” rischia di divenire improprio, giacché le patrie “sbiadiscono”) ovunque i mercati richiedano la loro particolare abilità, senza mai disfare le valigie, senza attaccarsi a una casa di cui non si è proprietari ma inquilini temporanei, senza stringere rapporti affettivi troppo forti che sarebbe poi un problema sciogliere alla partenza successiva. L'individuo che non si adegua, che sceglie il radicamento, il suolo, la permanenza invece che la fuga, l'aria, la mobilità, rischia di essere estromesso dal mercato.
Come se non bastasse, qualora quest'ultimo non fosse di per sé sufficientemente persuasivo, o per agevolare l'apprendimento tempestivo dell'apolidismo, interviene anche una certa ideologia per incentivare l'individuo attraverso piccole gratificazioni e penalizzazioni sociali. Questa ideologia è il cosmopolitismo. Il cosmopolitismo di oggi non è quello illuministico, astratto, intellettualistico e di fatto del tutto irrealistico. Per la prima volta diventa un fattore reale della storia, non una mera idea per intellettuali borghesi. Le élite, in effetti, hanno acquisito da lungo tempo un certo grado di cosmopolitismo. Tuttavia:
a) Le vecchi élite erano cosmpolite solo a metà, anche quando volevano apparire tali, dovendo necessariamente conservare un legame con il territorio che dominavano, mentre le élite odierne sono completamente cosmpolite, non hanno una sede, non hanno patria, non hanno “regge” o “castelli” da presidiare, né fabbriche da dirigere, ma soltanto transazioni finanziarie e algoritmi matematici per i loro PC e tablet.
b) Non sono solo le élite a essere cosmpolite, ma anche i dominati, sia pure a un grado inferiore. La differenza tra dominati e dominatori si misura anche in base al grado di cosmopolitismo, cioè di capacità di introiezione della assenza di legami territoriali; naturalmente questo è l'elemento ideologico-culturale che da solo non è sufficiente se non si accompagna a un elemento materiale, ovvero l'effettiva disponibilità di mezzi che permettono la rapidità negli spostamenti. Eppure i dominati assorbono l'ideologia cosmpolita la quale smette di essere un'idea per salotti aristocratici e si “democratizza”.
Il capitale oggi può esercitare un dominio sulla società in virtù della propria mobilità e rapidità. Questa rapidità (intesa non solo come velocità fisica, ma anche di pensiero, umano o artificiale che sia) è l'arma che gli ha permesso di trionfare tanto sul lavoro quanto sulla politica. Il capitale finanziario globale si muove alla velocità delle reti informatiche, esegue milioni di operazioni al secondo, la politica, invece, si muove ancora a passo d'uomo perché ha bisogno di tempo. Il tempo dei discorsi e della dialettica, il tempo della parola. La politica, anche quando pretende goffamente di tecnicizzarsi è e rimarrà sempre costituzionalmente umana. Il nuovo capitale si affida invece senza mediazione alla tecnica e alle intelligenze artificiali.
Questa velocità, dunque, lo distingue dalla massa, come dall'apparato burocratico, ma nello stesso tempo esercita un'attrazione nei loro confronti, esigendo uno sforzo di adeguamento a velocità via via più elevate. Il divario, per quanto enorme, non può varcare un certo limite, perché altrimenti viene meno il potere stesso. Le plebi sradicate del nuovo millennio devono perciò viaggiare, farlo di più e più velocemente. Così anche la politica, che non può più perdere tempo con le carte costituzionali e col principio di sovranità popolare.
I media diffondono l'ideologia cosmopolita promettendo un mondo di delizie ai lavoratori-consumatori. Tutto il mondo è raggiungibile e ovunque vi si può trovare qualcosa di familiare, eppure di eccezionale, di noto ma non legato alla routine. In qualsiasi zona del mondo si può essere certi di trovare un McDonald's, di poter viaggiare in metropolitana, di visitare giganteschi centri commerciali e di potersi connettere a internet con un telefono ovunque capiti. Questa ideologia insegna a sfruttare il momento senza preoccuparsi del domani che non è solo incerto ma imprevedibile. L'individuo cosmopolita deve viaggiare per godere delle meraviglie del mondo, ovvero i templi del consumo e del divertimento. Deve assorbire una cultura superficiale, mascherata da “vacanza-studio”, deve darsi alla baldoria finché è in tempo, finché può (se può) perché poi lo aspetta l'inferno della precarietà a vita, dell'instabilità, dell'angoscia, dello smarrimento, della fuga e del nomadismo.
Il nomadismo è la condizione intrinseca del lavoro nel capitalismo liquido. È sua condizione anche quando non si manifesta, quando il l'individuo può assaporare un momento di apparente “stabilità”. Il nomadismo è sempre latente, è il destino che può chiamare il lavoratore in qualunque momento. Esso rimane uno scenario sempre plausibile, esercitando, sia pure restando mera possibilità, un influsso sulla vita individuale, che anche quando non è nomade deve comportarsi come se lo fosse.



1 Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Bari, 2016, p. 57






*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



28 mar 2016

I veri padri del populismo*

La vittoria di Marine Le Pen e del Front National in Francia ha suscitato lo scandalo generale. In particolare di quella sinistra neoliberale che ne è la principale responsabile.
Al di là della capacità della Le Pen di raccogliere i voti dei francesi delusi, è evidente che questa vittoria va messa in stretta relazione con la frustrazione della base elettorale dei socialisti.
In tutta Europa, comunque, si assiste a un'avanzata del populismo “di destra” e l'Italia non fa eccezione. La Lega Nord, nel nostro paese, è il partito che si fa interprete di questa tendenza. Nato come soggetto regionalista, la Lega si è trasformata nell'ultimo periodo in una forza che aspira ad essere nazionale.
Come il FN, e altri partiti europei della stessa tendenza, la Lega ha catalizzato consenso soprattutto attraverso le sue posizioni anti-immigrazioniste, esprimendo un sentimento diffuso. Bisogna dire però che contrariamente a ciò che avviene in altri paesi a rappresentare il populismo italiano c'è anche un altro partito, il Movimento Cinque Stelle, che invece esprime l'anima “anti-politica”, l'insofferenza nei confronti del gruppo politico dirigente.
Secondo Renzi “i populisti vinceranno prima o poi anche alcune politiche nazionali.
In Italia no. In Italia vinciamo noi perché le riforme stanno finalmente dando frutti: la maggioranza degli italiani sta con chi vuole cambiare”. In verità, sono proprio quelle “riforme” l'aiuto migliore per i populisti italiani. È proprio questo il punto che i cosiddetti “progressisti” si ostinano a non voler afferrare. Intellettuali e politici che aderiscono a questo finto progressismo continuano a gridare al fascismo, senza comprendere di essere la causa principale della situazione che si sta creando in Europa. Negli ultimi decenni non si è fatto che ripetere che la sinistra dovesse cambiare, abbandonare ideologie superate e consegnarsi alle “magnifiche sorti e progressive” del mercato. La sinistra ha gradualmente abbandonato il suo terreno di lotta, le condizioni dei lavoratori e dei ceti subalterni, l'intervento statale nell'economia; al contrario ha condotto campagne di privatizzazione di servizi essenziali come mai la destra aveva fatto, ha abolito le tutele del lavoro e introdotto la flessibilità, cioè la forma contemporanea di schiavitù; infine ha tolto ai lavoratori e ai ceti popolari anche la possibilità di incidere qualcosa nella vita pubblica, esautorando il Parlamento delle sue funzioni che sono state assunte dalla burocrazia sovranazionale e autocratica europea e dalle corporazioni finanziarie. Ognuno ricorderà con quale entusiasmo da parte dei dirigenti della sinistra in Italia è stato accolto l'ingresso nell'euro e nei Trattati di Maastricht. Ognuno ricorderà quali meravigliose opportunità sono state promesse ai lavoratori con l'entrata in vigore della Riforma Treu. E quanto sarebbero dovuti migliorare i “carrozzoni” inefficienti privatizzati? La sinistra in Italia ha avuto il compito di abolire le garanzie sociali illudendo che i meccanismi di mercato avrebbero compensato la perdita, magari aggiungendo qualche “carità di stato” per rendere la pillola meno amara.
Nel frattempo l'odio nei confronti dell'immigrazione è andato montando. Quando i flussi migratori sono cominciati a divenire consistenti l'Italia si è trovata con una struttura socio-economica e giuridica inadeguata. La liberalizzazione dei mercati e dei contratti lavorativi, l'indebolimento dei sindacati, scioglieva il vincolo di classe dei lavoratori, isolandoli. Il loro potere contrattuale era perciò praticamente azzerato e ognuno di loro si trovava esposto individualmente e senza protezione al ricatto dei capitalisti. Una volta che il basso costo della manodopera straniera rispetto a quella locale ebbe creato un afflusso della prima nel nostro paese le conseguenze a livello sociale furono chiare. Mancando del tutto un sistema di protezione giuridico e sindacale capace di assorbire le differenze e di livellare il costo del lavoro, mancando, inoltre, una forza politica “di classe” capace di farsi portatrice degli interessi dei ceti oppressi, il rancore non poteva che essere rivolto nei confronti degli incolpevoli immigrati.
È stato così che il populismo “di destra” ha potuto attecchire. In questo modo da un lato il conflitto sociale si è sempre più etnicizzato, perché erano assenti categorie intellettuali e apparati politici per gestirlo adeguatamente, dall'altro, si è assistito a uno slittamento dalla questione sociale alla questione morale, portata avanti dai Cinque Stelle.
Contrariamente a quanto pensa Renzi l'Italia è tutt'altro che lontana dal caso francese. Ma quel populismo che egli condanna è la conseguenza delle scelte del suo stesso partito e delle politiche che l'attuale governo si ostina a perseguire.
Coloro che sono all'origine dell'attuale crisi non piangano lacrime ipocrite. Se c'è davvero un pericolo fascista, quel pericolo viene da loro stessi.




*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



Immagine tratta da: http://www.ilgiornaleditalia.org/news/esteri/853794/Marine-Le-Pen---Ne.html

3 ott 2015

Le vere cause dell’immigrazione: al di là di pessimismo e romanticismo*

Nella rappresentazione dell’immigrazione presso i grandi media esiste una retorica tutta incentrata sulla figura del migrante. Egli è un soggetto idealizzato, che viene fatto corrisponderealla concezione ideologica dell’osservatore e muta al mutare di quest’ultimo. Per la “destra” egli è il clandestino, il cui retroterra culturale e il cui modo di vita sarebbero incompatibili con quelli italiani. L’immigrato, secondo questa visione, o alimenta la criminalità e situazioni di illegalità, oppure è incapace di adattarsi agli usi e ai costumi locali, sopravvivendo in modo parassitario grazie a rendite garantite dallo stato. A “sinistra”, invece, esiste una visione romantica del migrante. Questi viene visto come una sorta di “buon selvaggio”che fugge da paesi incivili e arretrati, sconvolti da “dittature” o da guerre, per costruire un esistenza migliore e che, armato di qualità e di virtù superiori a quelle degli italiani, accetta qualsiasi condizione di lavoro che l’italiano colpevolmente (sempre secondo questa rappresentazione) rifiuta.
Entrambe queste rappresentazioni sono profondamente condizionate dall’ideologia di chi la esprime e dalla narrazione mediatica sensazionalista o sentimentalista (a seconda del target di pubblico al quale si rivolge). Ma in tutti e due i casi ciò che prevale è il giudizio impulsivo fondato più sull’empatia o l’antipatia personali affidata a eventi contingenti (o veicolata dai media presso l’osservatore inconsapevole) che su un’analisi razionale. Lo sguardo è concentrato sugli individui, immigrati o autoctoni, caratteristica questa assunta dalla cronaca nera, che molto spesso tende a “etnicizzarsi”.
In ogni caso ad essere visibili sono soltanto gli effetti, quale che sia il modo di interpretarli. Per i pessimisti xenofobi gli stranieri porterebbero solo disordine e criminalità e sarebbero ingiustamente privilegiati. Per i romantici xenofili essi sarebbero le fondamenta della futura società multiculturale, un’utopia cosmopolita dove tutti i popoli convivranno in armonia “mescolandosi” tra loro. La soluzione, spesso l’unica soluzione, avanzata dagli immigrazionisti è l’apertura indiscriminata delle frontiere, quando non la loro l’abolizione – utopia (o distopia) che sembra oggi potersi realizzare grazie all’Unione Europea e ai trattati intercontinentali. Già ampiamente indeboliti per ciò che riguarda i traffici di merci e i movimenti di capitali (sui quali nessuna delle due fazioni, da Salvini a Vendola, pare aver nulla da dire) i confini andrebbero dunque cancellati o ridimensionati anche per ciò che riguarda lo spostamento di esseri umani. Gli xenofobi, invece, prospettano il blocco dell’immigrazione e l’innalzamento dei ponti levatoi quale sinistra ma unica possibilità di salvezza per l’Occidente assediato. Ricetta fortemente irrealistica, visto che nessuno stato contemporaneo lo ha mai realizzato, eccetto la Germania nazista, ovviamente. Bloccare qualsiasi ingresso, sia legale che illegale, presupporrebbe un controllo totalitario della società che i governi non hanno, uno stato di polizia permanente da romanzo fantapolitico.
Ma dove è finita, in tutto questo, l’indagine sulle cause? Certo, si dice che le guerre e le carestie comportano queste ondate di migrazioni, ma non è ben chiaro come collocare questi fenomeni, quasi considerati al pari di catastrofi naturali inevitabili e alle quali non è possibile opporsi.
I romantici insistono sulla retorica dell’“accoglienza” la quale può essere un lenitivo e un atto etico individuale, ma non certo un modo di affrontare una questione sociale a livello politico. Altri, elogiano l’Odissea dei migranti come primo passo per la scalata sociale che li porterebbe alla conquista di un meritato benessere economico e integrazione nella vita lavorativa: ma in questo caso si tratta di una soluzione individuale per un problema collettivo, tra l’altro ispirata a un vago darwinismo sociale secondo il quale “i migliori” avrebbero la possibilità di affermarsi, mentre tutti gli altri resterebbero falciati dalla selezione del mercato globale, o prima ancora, dal mare.
I pessimisti ripetono ipocritamente lo slogan dell’“aiutiamoli a casa loro” senza che sia ben chiaro in cosa consisterebbe questo “aiuto” (e quando gli occidentali dicono di voler “aiutare” altri popoli la storia insegna che non c’è da fidarsi) che si sono ben guardati dal preoccuparsi di offrire quando ne hanno avuto la possibilità, come i leghisti negli anni dei governi di centrodestra. Del resto neanche il centrosinistra può rivendicare coerenza tra parole e azioni, avendo, malgrado tutta la retorica parrocchiale e lacrimevole che ha fatto, sdoganato per primo i lager per immigrati, centri di permanenza o di identificazione, a seconda delle varie diciture, rafforzati poi dai loro successori.
Ma questa retorica dell’“aiuto” esprime una mentalità di tipo colonialistico e non meno fuorviante di quella dell’“accoglienza”. Gli evoluti paesi europei magnanimamente elargirebbero parte delle loro risorse per risollevare i popoli in difficoltà. Come se il lavaggio delle coscienza della “beneficenza” possa incidere in qualche modo sulle dinamiche socio-economiche di paesi al collasso. In fondo, questa retorica dell’“aiuto” non è che la versione edulcorata di quella dell’“accoglienza”. Si tratta, in ambedue i casi, di carità e nulla più. Due modi simili per riservare agli altri popoli le briciole, mascherate da aiuto umanitario in modo da tacitare le coscienze dei popoli “civili”. Due facce della stessa medaglia che nascondono le enormi responsabilità di tutti i paesi più forti economicamente. Italia compresa. Le guerre, le carestie, le miserie, di cui soffrono le terre da cui partono i migranti che vediamo affollare le nostre coste, sono generate dal neocolonialismo e dall’imperialismo occidentali. Le multinazionali europee e nordamericane comprano materie prime a basso prezzo, ottengono dalle colonie di fatto manodopera a bassissimo costo da cui ricavare superprofitti con le vendite in patria. Il benessere di cui l’Occidente ha goduto e gode ancora oggi, è il risultato del trasferimento di ricchezze dal “sud” al “nord” del mondo.
I governi locali che hanno cercato di opporsi alla depredazione occidentale sono spesso stati rovesciati attraverso colpi di stato; che siano militari o “morbidi” non fa differenza. L’Italia in questo, con il suo colonialismo straccione, ha giocato la sua parte. Ha supportato lo smembramento della Jugoslavia e la guerra in Kosovo, a tutto vantaggio degli interessi tedeschi; ha contribuito al caos mediorientale partecipando alle spedizioni in Afghanistan e in Iraq; ha sostenuto francesi e americani nel rovesciamento del governo libico di Gheddafi. Nessuno dei maggiori partiti politici italiani allora esistenti può dire di esserne estraneo, avendo votato in Parlamento se non tutte sicuramente alcune di queste “missioni umanitarie”. Che tutto ciò avvenga sotto il vessillo della NATO, delle Nazioni Unite, o della “democrazia esportabile” a stelle e strisce è una differenza di poco conto. La sostanza è che le migrazioni sono l’esito necessario del colonialismo e dell’imperialismo di Stati Uniti, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia. Le risse verbali tra “accoglienti” e “aiutanti” sono l’indecente contorno del massacro e dello sfruttamento sistematici di interi popoli. Sono costruiti sulla pelle non solo dei migranti, ma di tutti i loro paesi, di chi può fuggire, ma anche di chi non può e di chi invece deve. L’unica maniera per aiutare i migranti non è nella forma caritatevole e ipocrita della beneficenza a casa loro o a casa nostra, ma ponendo fine alle pratiche colonialiste e imperialiste che sono le reali cause dello spostamento massiccio di esseri umani nella nostra epoca.
Lo sfruttamento, la rapina economica, le guerre sono effetti del sistema capitalistico occidentale e pertanto sono ineliminabili finché quest’ultimo continuerà ad esistere. Occorre perciò, se si vuole affrontare seriamente la questione migratoria, ripensare radicalmente il modello sociale di produzione vigente affermatosi universalmente: bisogna archiviare il pregiudizio dell’ineluttabilità del capitalismo e della società di mercato, cosa che tanto i sedicenti amanti dei migranti, quanto i presunti difensori della patria si guardano bene dal fare.

L’avanzata delle destre estreme e le responsabilità della sinistra liberale*


L’avanzata delle destre estreme si deve al fallimento storico (ennesimo) della sinistra liberale e degli intellettuali che ne hanno abbracciato i principi. Scoprire che l’idea, comunemente accettata negli ultimi trent’anni, secondo la quale sarebbe stato possibile garantire un livello accettabile di ricchezza a tutta la popolazione attraverso un’espansione del mercato, e quindi rimuovendo tutti gli ostacoli che ne impediscono tale espansione – ovvero l’intervento diretto dello Stato – scoprire all’improvviso che questa idea è sbagliata, ha generato dei mostri.
La sconfitta individuale e generazionale del comunismo e del socialismo occidentali nel corso del Novecento (conclusosi tragicamente con il crollo di quello orientale e con la dissoluzione dell’URSS) è stata tramutata in una sconfitta antropologica e persino biologica. Incapaci di accettare il fallimento personale (che personale poi non è, perché dovuto a ragioni storiche) gli individui che ne hanno preso parte preferirono vedervi la realizzazione di una “legge di natura”, commettendo l’errore dei conservatori più accaniti, ovvero “naturalizzare” i fatti storici, e quindi in definitiva far scomparire la storia dall’orizzonte del pensiero, come era stato teorizzato da Francis Fukuyama. La sinistra ha così finito per arrendersi alla visione liberale, capitalista, mercatocentrica e globalista, poco prima che questa si schiantasse contro l’iceberg della storia. Ha riconosciuto anche questo secondo fallimento (più grande del primo, perché strutturale, non contingente) dichiarando nella semplicità più assoluta che il miglioramento delle condizioni delle masse è precluso, ed esso deve essere sacrificato sull’altare del dio Capitale, variamente coniugato (mercato, euro, “Europa”, globalizzazione, modernizzazione, ecc.). Perdendo il capitalismo qualsiasi fascino (come nelle illusioni dei rampanti scalatori sociali piccolo-borghesi degli anni ’80) e rivelando il suo volto peggiore, quello reale, fondato sullo sfruttamento di classe e sull’esproprio delle ricchezze delle classi inferiori a vantaggio del capitale finanziario, esso può esercitare il proprio dominio culturale in soli due modi: escludendo qualsiasi alternativa ad esso, descritta come utopistica o ignorata, censurata, derisa, banalizzata; descrivendo tutto ciò che si estenda oltre le colonne d’Ercole dei propri orizzonti come il baratro, il vuoto, la miseria totale, ovvero esercitando un vero e proprio terrorismo psicologico sulle masse.
La sinistra, si diceva, ha riconosciuto questo fallimento, ma non fino al punto da ripudiare la propria conversione, non al punto da riconoscere lucidamente le cause di questo fallimento. Il capitalismo mieteva come sempre e con ancora più violenza che in passato le proprie vittime, ma permaneva il pregiudizio antimarxista che nella sinistra convertita risultava spesso ancor più feroce che nella destra da sempre ostinatamente liberale. Questa sinistra è stata l’alleato politico più prezioso del Capitale. Essa ha traghettato le masse politicizzate e sindacalizzate, ma disorientate dagli avvenimenti storici di fine secolo, entro il recinto liberale, provvedendo a tenervele rinchiuse.
Mancando, però, la comprensione chiara delle cause, dei rapporti economici e una critica del capitalismo (sostituita dalla giustificazione, più o meno mascherata da critica, dello status quo economico) mancando un partito che organizzi un’opposizione teorica e pratica, la rabbia e la frustrazione degli strati sociali devastati dalla crisi rischia ora seriamente di emigrare verso altri lidi. La rabbia sociale repressa, non inquadrata politicamente e culturalmente sprovveduta, si trasforma in rabbia etnica. Non potendo lanciarsi verso l’alto, si sfoga verso il basso, verso i gruppi dei socialmente esclusi. Il principio etnico costituisce una chiave di semplificazione laddove viene a mancare il principio di classe. Le passioni sociali più violente possono trovare uno sfiatatoio: il conflitto di classe rimosso dalle coscienze si etnicizza, trova una discriminante geografica, da tutti facilmente riconoscibile e utilizzabile.
L’avanzata delle destre estreme e xenofobe, che si registra negli ultimi anni, si deve alla repressione culturale degli ideali socialisti e anticapitalisti scaturita dalla restaurazione neoliberista e dall’inasprirsi della guerra del capitale finanziario nei confronti di tutti gli altri settori sociali (eccezion fatta per il grande capitale industriale). La sinistra è stata non un oppositore ma un alleato in questa strategia, ha abbassato i ponti levatoi e spalancato le porte per far entrare le truppe nemiche, serbandogli tutti gli onori e difendendole contro i pochi resistenti che queste incontravano sul loro cammino.
Questa sinistra dovrà rispondere davanti al tribunale della storia non soltanto per i massacri e i disastri sociali causati da un capitalismo dotato di “licenza di uccidere”, ma anche per le recrudescenze della frustrazione popolare, per l’enticizzazione del malcontento e per tutto ciò che ne deriva e ne deriverà.

30 ago 2015

Razzismo e autorazzismo: due facce della stessa medaglia*

Da una parte la criminalizzazione costante dell’immigrato, considerato incivile e accusato delle più immonde turpitudini, sempre pronto ad approfittare del “buonismo” locale, dall’altro i periodici riti di autoflagellazione al cospetto di potenze economiche straniere, giudicate come il modello da emulare per emendare la corruzione vista come endemica all’indole italiana. Così potrebbe essere riassunta in breve la comune rappresentazione dell’Italia in rapporto agli altri paesi.
Il sistema mediatico diffonde un’immagine ambivalente dello straniero. Per un verso egli è il disperato, senza arte né parte, privo di un codice etico e disposto a tutto, che attraversa il mare mettendo a repentaglio la propria vita pur di approdare sulle coste italiane solo per delinquere; vi è una persistente campagna mediatica che seleziona le notizia su base etnica, mettendo in risalto le cronache in cui l’immigrato compare come l’aggressore e l’italiano la vittima e oscurando quelle in cui avviene il contrario. Questa rappresentazione è penetrata nel senso comune, al punto che ogni notizia di cronaca di questo tipo suscita un forte impatto emotivo e pone il migrante sul banco degli imputati per la sua provenienza geografica. L’“etnicizzazione” della cronaca nera, che non coinvolge soltanto stranieri, ma talvolta anche minoranze autoctone, come i rom, esercita un filtro sulle notizie, cui la percezione ormai alterata del pubblico contribuisce a rinforzare. Quest’ultima, diventa un ulteriore meccanismo di selezione delle notizie, di costruzione di una iper-realtà virtuale e di esclusione di fatti (censurati dai media o dalla psiche del destinatario) non funzionali a questa costruzione. Una simile rappresentazione genera una sedimentazione di impulsi virtuali che impattano in modo immediato sul pubblico impedendo una disamina lucida dei fatti e una interpretazione razionale della realtà sociale. Il terrorismo è concepito come esito dell’“islamizzazione”, ovvero del diffondersi di immigrati di religione musulmana, la criminalità come effetto del flusso migratorio, escludendo le dinamiche dei gruppi sociali, la disoccupazione e i bassi salari come risultato della concorrenza al ribasso dei lavoratori stranieri, escludendo ogni più complessa consapevolezza delle condizioni politiche ed economiche.
Per un altro verso, un complesso di inferiorità nei confronti di nazioni economicamente più forti, in particolare di quelle il cui modello economico si è imposto universalmente – ovvero gli Stati Uniti liberisti e la Germania mercantilista – esercita una analoga inibizione rispetto a qualsiasi tentativo di inquadrare la questione nazionale: il declino inarrestabile del nostro paese negli ultimi due decenni. Il malcostume nazionale, un’immoralità vista sempre come congenita, una tendenza alla corruzione, in particolare del ceto politico, sono queste le confessioni che l’italiano deve enunciare, pena la sua indicizzazione nel novero dei “peccatori” irredimibili e dei complici incalliti di questi mali. L’italiano deve purificarsi imitando popoli superiori, puliti e civili, forzando la cultura nazionale, adattandola e snaturandola pur di farla corrispondere ai criteri di “purezza” richiesti. Un tale moralismo pregiudica la facoltà di comprendere le vere cause. Impone l’autoflagellazione come catarsi collettiva, meccanismo di autoassoluzione individuale e di colpevolizzazione nazionale. Questo atteggiamento impedisce di capire i rapporti di forza internazionali che conducano alla situazione data, sostituisce alla critica sociale, economica e politica l’invettiva moralistica.
Razzismo e autorazzismo sono speculari perché entrambi scaricano le responsabilità dagli agenti socio-economici alle componenti etnico-culturali. Nell’un caso, però, la reazione è la prevaricazione, nell’altro la sottomissione. L’uno corrisponde a una mentalità da colonialista, l’altro da colonizzato. La figura dello schiavo cinese è visibile e funzionale mediaticamente. Non lo è la concorrenza globale di tutti i lavoratori, fisicamente a migliaia di chilometri di distanza ma che il mercato mette in competizione. L’“invasione” dell’Islam è immediatamente individuabile dagli chador, da cui giornali e televisioni non smettono mai di essere sedotti. L’invasione dei capitali stranieri e della finanza transnazionale, invece, è qualcosa di meno evidente, ma i cui effetti sono i più rilevanti. La pregiudiziale etnica e geografica permette di spostare lo sguardo dagli agenti economici a fattori estrinseci al ciclo produzione-consumo.
Similmente, le tangenti, l’evasione fiscale, gli sprechi, inducono un giudizio moralistico: questo giudizio viene associato poi a un “carattere” nazionale. La composizione sociale è oscurata, quindi diventa impossibile comprendere le complesse dinamiche della crisi. La guerra di classe dell’élite finanziaria contro lavoratori e i piccoli imprenditori, l’esproprio del patrimonio pubblico italiano da parte del capitale tedesco e di quello americano, sono concetti invisibili. I rapporti economici spariscono e sparisce con essi qualsiasi consapevolezza critica. Non resta a surrogarla che la predica moraleggiante in cui vincenti sono identificati con i “virtuosi”.
Razzismo e autorazzismo, dunque, sono visioni funzionali alle classi capitalistiche che possono scaricare il peso delle responsabilità sugli strati sociali inferiori, mascherando le dinamiche dei conflitti sociali.

1 dic 2014

Perché uscire dall'euro non basta

È sicuramente un fatto positivo che il dibattito sull'euro abbia fatto il suo ingresso, anche se non propriamente trionfale, nei grandi media italiani, e che l'opinione pubblica italiana sia diventata sempre più critica nei confronti della moneta unica al punto di auspicarne l'abbandono.
È positivo che si ponga finalmente la questione della sovranità nazionale, così a lungo ignorata dalle sciocche diatribe di una politica misera e provinciale. Ma occorre, anche, mettere in guardia da facili e pericolosi corto circuiti all'interno del “movimento sovranista” (ammesso che possa essere definito movimento quella variegata e contraddittoria area cui inscrivere chi, con posizioni politiche anche molto differenti, auspica il recupero della sovranità da parte dello Stato).
Non bisogna farsi illusioni: l'uscita dall'euro non assicurerebbe automaticamente alcun beneficio al paese che decidesse di attuarla. Se non congiunta ad una politica di radicale rottura rispetto agli ultimi due decenni rischierà di tramutarsi soltanto in una aggiornata versione dell'egemonia neoliberale e del dominio assoluto del capitalismo in Europa. Insomma, l'uscita dall'euro è condizione necessaria ma non sufficiente per una decisa inversione rispetto alla politica economica attuale e alla subalternità a voleri transnazionali. Occorre perciò prendere le distanze da quei partiti, da quei movimenti e da quei soggetti che propongono il ritorno a una moneta nazionale, ma senza articolare questa proposta in un diverso modo di intendere l'intervento dello Stato nell'economia come nelle questioni internazionali. Il Movimento Cinque Stelle, almeno nella sua parte più vicina a Grillo, ha incarnato questo pericolo per un certo periodo; l'uscita dall'euro veniva proposta senza coerenza e consapevolezza, senza mettere in discussione, di fatto, in alcuni casi, le politiche di austerità e il dogma dell'avanzo primario, anche se nella base, bisogna riconoscere, non manca chi tenta il recupero delle teorie keynesiane. In ogni caso, l'infatuazione per Grillo e i suoi sembra stia ormai scemando, sostituita da una nuova infatuazione, quella per la Lega Nord di Salvini, opportunamente rispolverata. Abbandonati i vecchi cavalli di battaglia del federalismo e del regionalismo, la Lega ha deciso di presentarsi come forza di opposizione rispetto all'establishment europeo e all'unione monetaria. Tuttavia, questa presa di posizione non sembra aver mutato i vecchi propositi della Lega, ovvero quello di indebolire lo Stato centrale, favorendo le imprese del nord. Nessuna intenzione traspare, dal programma leghista, di aumentare la spesa pubblica, né di porre in atto una legislazione favorevole al lavoro o che, per lo meno, tenti di ripristinare una situazione precedente alla Riforma Treu. E del resto la Lega ha preso parte a quei governi di centrodestra che, al pari di quelli di centrosinistra, hanno attuato interventi regressivi e dannosi per le classi medio-basse, come è il caso della “Legge Biagi” o della Riforma Maroni sulle pensioni, anticipazioni di sciagurate riforme successive volte a distruggere il sistema pensionistico pubblico (ultima la Legge Fornero). Pare perciò improbabile che la Lega, che non ha mai fatto mostra di rinnegare o criticare la sua esperienza di governo, cerchi di smantellare quell'impianto di leggi che essa stessa ha promosso e di andare in direzione contraria. Piuttosto potremmo assistere a una riproposizione di quelle politiche del governo Berlusconi, per certi versi anche radicalizzate. E lo dimostra la proposta di Claudio Borghi, responsabile economico della Lega, di istituire la cosiddetta “flat tax”, ovvero un'aliquota unica sui redditi uguale per tutti. Ciò sarebbe innanzitutto una grave violazione (l'ennesima, ma non per questo meno grave) della nostra Carta Costituzionale, che sancisce a chiare lettere all'articolo 53 la progressività dei tributi. Ma, a parte questo fatto non secondario di natura giuridica, la proposta avrebbe conseguenze pericolose anche sul piano sociale ed economico. Non solo perché un intervento del genere, di chiaro impianto neoliberista e tatcheriano, inasprirebbe le diseguaglianza su cui già pesa la crisi in corso, ma anche perché non farebbe che avvantaggiare i ceti più abbienti, senza incentivare la domanda e permettere una ripresa dei consumi. È evidente che una tassazione non progressiva sul reddito va a nocumento dei ceti più poveri, i quali non avranno grandi benefici e quei pochi che avranno non saranno in grado di innescare una crescita della domanda interna. In questo modo, il riallineamento del cambio e l'alleggerimento fiscale anche per le imprese potrebbe anche produrre una crescita di PIL sul breve periodo, ma andrebbe ad avvantaggiarsi solo il settore delle esportazioni, senza ripercuotersi positivamente sui consumi interni. La mancanza di una legislazione a tutela del lavoro vedrebbe sempre una competizione al ribasso sui salari e, finita una prima fase di possibile boom dell'export, sull'occupazione. Non è certo questo il modo migliore di contrastare la disoccupazione. Una riduzione delle tasse sarebbe benefica solo se si concentrasse soprattutto sulle imposte indirette (IVA, accise, ecc.) che gravano sulle fasce più deboli, e perciò sui consumi, molto di più che su quelle più agiate. Un intervento di detassazione dei redditi può altresì risultare benefico solo se non rinuncia al principio di progressività. Ma soprattutto una defiscalizzazione deve essere accompagnata, per risultare efficace, da un significativo incremento della spesa pubblica. Solo un intervento diretto dello Stato, infatti, può invertire il ciclo economico, poiché, come è noto, in una fase di contrazione dell'economia il privato tende a non investire. Urgono investimenti pubblici volti a ridurre la disoccupazione, aumentare le retribuzioni e interrompere la crisi di domanda che è causa della recessione del nostro paese. Tutto ciò sembra trascurato dalla Lega, che propone un recupero di una valuta nazionale, ma senza inquadrarla in una più vasta visione della politica economica, la quale invece deve essere improntata, pena il fallimento di qualsiasi governo dell'economia, alle teorie keynesiane. Sebbene Borghi abbia fatto appello al principio della piena occupazione, non si capisce in che modo questo debba essere attuato in base al programma della Lega. Rischia piuttosto di risolversi in un mero slogan, una trovata di marketing elettorale di nessun valore politico reale. Viene il sospetto che la polemica antieurista e antieuropeista della Lega sia usata principalmente in funzione anti-immigrazione, per scaricare le tensioni e la rabbia popolare sugli extracomunitari innescando una guerra tra gli ultimi della scala sociale, siano essi italiani o stranieri, ed impedendo quindi che questo malcontento possa rivolgersi alle cause e alle élite responsabili del presente stato di cose.
Manca la consapevolezza, nell'area sovranista, dello scenario complessivo, nazionale e internazionale; è più che evidente, o per lo meno dovrebbe esserlo, che un ritorno alla lira, che però non metta in discussione i trattati europei, il Patto di Stabilità, il Fiscal Compact, e via dicendo, condannerebbe qualsiasi governo al fallimento. Non solo perché esporrebbe il nostro paese ai ricatti dei mercati finanziari, che abbiamo già visto produrre tristi conseguenze con la crisi (pianificata) dello spread (che fu all'origine di un colpo di stato in piena regola) ma anche perché vanificherebbe le potenzialità della moneta di Stato, ponendo i vincoli di bilancio un forte freno a qualsiasi politica anticiclica. Non a caso i paesi che meno hanno sofferto la crisi, come Germania e Gran Bretagna, sono quelli che meno hanno rispettato tali vincoli e i più colpiti (i cosiddetti PIIGS) quelli che più vi hanno tenuto fede. Il rigetto dell'euro non può pertanto essere disgiunto dal rigetto dell'Unione Europea, quest'organismo antidemocratico che priva gli stati della loro sovranità.
Un'altra caratteristica comune a molti sovranisti è quella di voler spesso ridurre la sovranità a una questione meramente monetaria, quando invece essa è solo il risultato di una complessità di fattori e di poteri attribuiti allo stato. La moneta è sicuramente uno di questi, ma non l'unico. Non bisogna sottovalutare la necessità di un ordinamento legislativo che permetta al Governo centrale e al Parlamento di amministrare la società. In questo senso non è certo di aiuto la deriva federalista che ha caratterizzato il nostro paese, la quale ha esautorato lo Stato di molti dei suoi poteri inasprendo tra l'altro i divari tra le diverse aree della Penisola, come è avvenuto con la Sanità regionalizzata. Ma un analogo discorso può valere per le autonomie di istituzioni che dovrebbero essere poste sotto il controllo dell'organo esecutivo, come la Scuola e l'Università, e che invece sono lasciate al loro destino, allo scopo probabile di aprire la strada a future privatizzazioni. Proprio le privatizzazioni sono una delle cause della perdita di sovranità del nostro paese, il quale ha visto uno sconvolgente liberismo travolgere i patrimoni nazionali e distruggere le cosiddette “partecipate”. Lo Stato è servito ai capitalisti solo per sanare le perdite, scaricate sulla collettività, in modo tale che l'investitore privato potesse godere dei profitti, spesso senza fare investimenti o anzi disinvestendo. Per cui, la sovranità non può non passare per una (ri)nazionalizzazione di importanti comparti produttivi, quelli privatizzati (trasporto ferroviario, energia, autostrade, servizi, ecc.) come quelli travolti da un ondata di licenziamenti, tagli delle retribuzioni e delocalizzazioni (si pensi all'industria automobilistica).
Per finire, ma non meno importante, il recupero della sovranità non può prescindere da una matura coscienza geopolitica. L'Italia dovrebbe rompere subito l'alleanza-sudditanza nei confronti degli Stati Uniti, uscendo dalla NATO e chiudendo le basi militari americane, ponendo così fine a un'occupazione ormai pluridecennale. Senza una saggia politica di alleanze nessun paese è libero da ingerenze esterne. E l'Italia non potrebbe certo cercare nuovi alleati ospitando sul proprio territorio basi militari statunitensi. Come potrebbe, infatti, un forte alleato non allineato all'egemonia americana (che sia la Russia o la Cina o altri dei cosiddetti BRICS) fidarsi di un governo che è costretto a fornire supporto alle operazioni belliche nordamericane, spesso osteggiate da quei paesi? Senza libertà da vincoli militari esterni nessun paese può istituire una rete vantaggiosa di rapporti internazionali ed essere quindi veramente indipendente. La sovranità, dunque, va conquistata non solo sul piano monetario, ma anche su quello economico, legislativo, militare e, non meno degno di riguardo, culturale, perché l'egemonia di un pensiero neoliberale e atlantista è una piaga che ormai affligge il nostro paese da lungo tempo. Il venir meno di uno, o più, di questi fattori, può compromettere seriamente la riuscita di un progetto di riconquista della sovranità. Hanno chiaro tutto ciò i sovranisti e quanti criticano astrattamente “l'Europa”? Purtroppo ci sono buone ragioni per dubitarne.


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30 set 2014

Economia e immigrazione

I paesi occidentali hanno una posizione molto ipocrita nei confronti degli extracomunitari, sia gli “immigrazionisti” che gli “anti-immigrazionisti”. Gli uni, infatti, diffondono una mistificante retorica del migrante in nome di un cosmopolitismo astratto e, di fondo, individualista, dimentico delle reali condizioni in cui queste persone sono costrette a vivere. Gli altri invece dimenticano i secoli di guerre, oppressione e colonialismo (tutt'ora in corso) che si è imposto al cosiddetto “Terzo Mondo”. Se molti paesi sono in una condizione di sottosviluppo la colpa è anche (soprattutto!) nostra (Italia compresa), che abbiamo imposto, militarmente o economicamente, gli interessi del nostro capitalismo su scala mondiale. Solo per questo gli “anti-immigrazionisti” dovrebbero avere un atteggiamento più tenero nei confronti degli immigrati.
Coloro che vogliono bloccare i flussi migratori sostengono che l'immigrazione avrebbe causato quello che viene chiamato dagli economisti “dumping salariale” cioè una corsa al ribasso dei salari nel paese di arrivo, poiché i nuovi arrivati si sarebbero accontentati di condizioni di lavoro nettamente inferiori. Un'altra tesi che viene solitamente avanzata da costoro è quella che gli extracomunitari toglierebbero posti di lavoro per gli italiani,
Entrambe queste tesi, come cercherò di dimostrare, sono errate.
Per capirlo, facciamo due diverse ipotesi di lavoro. Nella prima immaginiamo un'economia che va bene, con un alto tasso di occupazione, alti salari, crescita, ecc. Nella seconda ipotesi faremo invece il caso di un'economia che va male, quindi recessione, disoccupazione, bassi salari.



Immigrazione in un ciclo economico espansivo

Prendiamo il primo caso e immaginiamo vi affluisca una massa di manodopera esterna al sistema. Questa manodopera crea una domanda di beni e servizi. Quindi ci sarà un aumento (indipendente da fattori interni) della domanda aggregata. Siccome siamo in un'economia che va bene, vi sarà una crescita della domanda di lavoro da parte delle imprese a cui corrisponde la crescita della domanda di beni e servizi. Anche se le imprese copriranno la domanda in eccesso assumendo solo lavoratori immigrati, non si avrebbe nessun “furto” di lavoro. Perché quella accresciuta domanda di lavoro da parte delle imprese è dovuta a un'accresciuta domanda di beni e servizi che a sua volta deriva da un aumento demografico. Se non ci fosse stato quel “sovrappiù” di popolazione straniera che avesse prodotto un “sovrappiù” di domanda di beni e servizi, le imprese non avrebbero risposto con una maggiore richiesta di lavoro rispetto all'andamento ciclico del sistema. Di conseguenza, tanti occupati italiani c'erano prima e tanti occupati italiani ci sono ora (e altrettanti disoccupati). Anzi, nel caso in cui, invece, come più probabile, la domanda di lavoro da parte delle imprese dovuta all'aumento demografico fosse assorbita da lavoratori italiani, oltreché stranieri, questa situazione porterebbe a un aumento occupazionale dei lavoratori italiani rispetto all'andamento ciclico del sistema. Gli italiani dunque, in una situazione di crescita economica, beneficerebbero di un aumento occupazionale grazie all'immigrazione. Ma che effetto avranno i salari? Essi diminuiranno a seguito delle richieste più “esigue” della manodopera straniera? Abbiamo detto che siamo in un ciclo di crescita. Dunque i livelli salariali tendono ad aumentare con l'occupazione. Poiché abbiamo visto che i livelli occupazionali complessivi (di italiani più immigrati) non mutano a causa dell'immigrazione (anche se possono beneficiarne gli italiani) non si capisce perché dovrebbero mutare i livelli dei salari. Esiste, al contrario, una ragione politica, e una economica, perché essi debbano restare immutati rispetto all'immigrazione. Quella politica è che in un contesto di bassa (o nulla) disoccupazione il potere contrattuale dei lavoratori è alto. Quindi i salari tendono a essere alti. Di conseguenza, esisteranno vincoli contrattuali che inseriranno gli stessi immigrati in un meccanismo di tutele (sindacali o giuridiche) in modo che questi non potranno abbassare il costo del lavoro. Ma esiste anche una ragione economica. E cioè che in un tale contesto la domanda di lavoro è in eccesso rispetto all'offerta, perciò il prezzo del lavoro sarà alto. Poiché abbiamo visto che l'immigrazione non muta i livelli occupazionali, i salari degli immigrati non si abbasseranno, ma si manterranno allo stesso livello precedente il flusso migratorio.
Dunque, possiamo concludere, che in un'economia in crescita l'immigrazione non causa nessun danno e nessuno squilibrio né al livello dell'occupazione, né rispetto a quello dei salari. I lavoratori “autoctoni” non saranno danneggiati in alcun modo, ed anzi è probabile che se ne avvantaggino sul piano occupazionale.



Immigrazione in un ciclo economico recessivo

Ma cosa succede se, invece, l'economia non si trova in una fase di crescita, ma in una di stagnazione o recessione, con bassa occupazione e bassi salari, come è quella attuale?
Già in base al ragionamento fin qui svolto potremmo concludere che le tesi degli anti-immigrazionisti sono almeno parzialmente errate in ogni caso, poiché quest'ultimo stadio negativo dell'economia non può essere causato da flussi migratori. Abbiamo appena dimostrato, infatti, che l'immigrazione in una fase espansiva non può abbassare né i livelli occupazionali né i salari. Perciò, se da una fase espansiva, si passa a una recessiva, si dovranno cercare altre cause.
Ma, si potrà comunque pensare che l'immigrazione possa aggravare una situazione già compromessa dell'economia. Cosa avviene, occorre perciò domandarsi, se in una fase che già di per sé è recessiva, si introduce un flusso migratorio?
Proviamo ad analizzare i dati. La disoccupazione è alta e i salari in calo. L'eccesso di offerta di lavoro dovuto agli immigrati, dobbiamo chiederci, verrà si o no assorbito dalla domanda di lavoro delle imprese (come abbiamo visto avvenire in una fase di crescita)? In questo contesto recessivo le imprese tendono a non investire e quindi a non assumere. Quindi il maggiore afflusso demografico non sarebbe compensato dall'offerta di lavoro, e la disoccupazione complessiva (cioè di immigrati più italiani insieme è bene non dimenticarlo!) tenderà ad aumentare. Tuttavia, non si potrà dire che gli “autoctoni” abbiano perso il lavoro a causa degli immigrati. L'aumento della disoccupazione è soltanto dovuto a un incremento demografico, non ad un maggior numero assoluto di disoccupati italiani. La condizione di questi ultimi resterà immutata. Cosa accadrà ai salari? Si potrebbe pensare che aumentando la disoccupazione (dovuta all'afflusso demografico) essi si riducano. E senz'altro questa parrebbe una conseguenza plausibile perché il divario tra domanda e offerta di lavoro si allargherebbe e il prezzo del lavoro scenderebbe. Inoltre bisogna considerare un fattore. L'immigrato, che proviene da un contesto socio-economico diverso, può darsi che richieda un differente trattamento salariale. E quindi le imprese potrebbero, dato il ciclo a bassi investimenti, decidere di licenziare lavoratori italiani (più costosi) e assumere lavoratori extracomunitari per ridurre le spese. E anche questo sembrerebbe plausibile. Dunque, dovremmo concluderne che gli anti-immigrazionisti hanno in parte ragione, perché – seppure i flussi migratori non possono causare di per sé recessione – in una fase già recessiva possano aggravare la situazione?
In realtà si rischia di fraintendere la questione se non si individua il contesto globale della recessione, qual è quello attuale. Questo che abbiamo ipotizzato accadrebbe in quello che viene chiamato un “sistema chiuso” e sostanzialmente omogeneo. Ma cosa accade in sistemi aperti non omogenei, cioè dove si hanno diversi livelli di reddito, di occupazione e di crescita economica? Cosa accade cioè, se invece di limitarci a un unica nazione, consideriamo un intero continente, o addirittura l'intera popolazione mondiale? Accade che le condizioni di una data area condizionano quelle di un'altra. È quella che viene chiamata “globalizzazione”. Ogni azienda si trova a concorrere con quella all'altro capo del pianeta, per questo, se i salari della prima saranno più bassi della seconda, anche quest'ultima sarà costretta a ridurli, altrimenti viene tagliata fuori dal mercato. Stessa cosa per l'occupazione. Se i livelli delle retribuzioni sono più bassi in un paese diverso da quello di origine, un'azienda vi si potrà spostare, rilocalizzando comparti produttivi. In sostanza l'effetto è lo stesso che si avrebbe dall'introduzione di lavoratori stranieri in un sistema chiuso durante un ciclo recessivo. Con una fondamentale differenza: che questa condizione è permanente, perché permangono sempre forti squilibri tra le diverse aree del pianeta. Di conseguenza, anche se sparissero tutti gli immigrati, in questo contesto, le aziende non assumerebbero lavoratori italiani, ma procederebbero molto più realisticamente a delocalizzare la produzione. Ma anche qualora un'azienda decidesse di non spostarsi, e di assumere forza lavoro straniera, si troverebbe comunque a dover competere con altre aziende che possono reperire forza lavoro a un costo ancora più basso perché, come dicevamo, si tratta di aree non omogenee. Avranno anche un vantaggio decisivo: che mentre restando nel proprio paese la manodopera a basso costo è limitata dall'entità dei flussi migratori, spostandosi essa è illimitata, e questo ne ridurrà ulteriormente il costo. Perciò, in questo contesto “globalizzato”, anche in una situazione recessiva gli effetti dell'immigrazione sull'economia e sull'occupazione sono nulli, perché la competizione è comunque su scala internazionale. Siamo già in grado di capire, dunque, che gli effetti destabilizzanti non sono causati dall'afflusso di forza lavoro straniera in un dato paese, ma dall'internazionalizzazione della produzione e degli scambi.
Qualsiasi intervento che volesse limitare i flussi migratori sarebbe perciò inutile sul piano economico. Sembra, altresì, che l'attenzione posta sulla questione migratoria, distragga dal vero problema, ovvero, appunto, la “globalizzazione” dovuta alla liberalizzazione totale dei mercati, e a normative sovranazionali penalizzanti per il lavoro; come, solo per citarne una, la Direttiva Bolkenstein, che autorizza un'azienda straniera nel campo dei servizi a mantenere le regole contrattuali del paese di origine.
Solo, dunque, un intervento da parte dello stato, teso a ripristinare la propria autorità sul territorio in ambito economico, potrebbe porre un freno a una situazione che pare incontrollabile.
Si dovrebbe procedere su due piani: da una parte quello legislativo, vincolando le aziende straniere alle normative contrattuali del territorio in cui si trova. Dall'altra su quello economico, sostenendo, con una politica fiscale espansiva, la domanda interna, in modo da permettere alle aziende di poter trovare sbocco alla propria produzione entro i confini nazionali, senza l'ossessione delle esportazioni. Questo, e non il controllo delle dogane, fermerebbe la peggiore forma di immigrazione: quella degli squilibri esterni.
Inoltre, il sostegno della domanda per mezzo di una fiscalità espansiva, provocherebbe la fine della recessione, perché la domanda interna tornerebbe a crescere e si avvierebbe una nuovo ciclo positivo dell'economia. Nel quale, come si è visto, l'immigrazione non causa alcun problema.



Fondi per lo sviluppo o immigrazione?

Gli anti-immigrazionisti sostengono che invece di permettere l'arrivo di extracomunitari bisognerebbe sostenere lo sviluppo dei paesi dai quali provengono, in modo da creare le condizioni perché non siano più costretti a emigrare.
Tuttavia questa prospettiva appare di difficile applicazione. I paesi industrializzati destinano percentuali ridicole del loro PIL alle aree sottosviluppate e i politici, che devono rispondere ai cittadini che li votano, non hanno alcun interesse ad aumentarle in maniera significativa. Non è un caso che anche i politici anti-immigrazionisti che vanno predicando questa tesi non abbiano fatto nulla di concreto perché ciò avvenisse. Se destinassimo percentuali importanti del nostro PIL allo sviluppo (2-3% e anche più) è probabile che ci sarebbe una levata di scudi da parte di quegli stessi che ora lo sostengono, denunciando un presunto “spreco di soldi pubblici”.
Ma anche se si riuscisse a destinare una parte significativa della nostra ricchezza a questo fine ciò potrebbe rivelarsi controproducente, perché potrebbe rendere le economie dei paesi sottosviluppati ancora più dipendenti dalle nostre, avallando un neo-colonialismo che non ha mai portato vantaggi.
Si potrebbe pensare che per aiutare i paesi dei migranti si potrebbero istituire accordi per elevare le tutele del lavoro e i livelli salariali. Ma non si capisce in che modo questo dovrebbe avvenire. Come si fa a imporre a un paese straniero delle normative? Appare difficile pensarlo.
Per capire come aiutare le nazioni sottosviluppate bisogna comprendere quali sono le cause del loro sottosviluppo. Senza addentrarci in un complesso dibattito, diciamo solo che ciò che ha impedito un progresso industriale, economico e sociale in questi paesi è stato proprio l'intervento dell'Occidente nella loro economia e nella loro politica. Si sono imposte a queste nazioni liberalizzazioni selvagge dei loro mercati per l'interesse delle nostre multinazionali, che hanno distrutto le produzioni locali. Inoltre ogni qual volta che il ceto politico dirigente locale cercava di emanciparsi e di realizzare politiche pubbliche espansive i governi occidentali sono intervenuti a impedirglielo, finanziando guerre e colpi di stato. L'idea degli “aiuti” allo sviluppo più che un'occasione di crescita per questi paesi appaiono più come un modo per “lavarsi la coscienza” degli occidentali che hanno creato la miseria di coloro che ora pretendono aiutare. L'unico modo per “aiutarli a casa loro” è quello di smettere di esercitare pressioni politiche sui loro governi, costringere le nostre multinazionali a non finanziare conflitti locali, e istituire accordi internazionali per la protezione (invece che la liberalizzazione) dei mercati di queste aree. I fondi per lo sviluppo sono la versione “dal volto umano” del colonialismo. Pensare che da soli questi paesi non siano in grado di risollevarsi. Lo sarebbero, se noi li lasciassimo in pace rispettando il principio di autodeterminazione.
Ma quello che più ci preme in questa sede è capire se l'immigrazione possa essere o meno vantaggiosa per i paesi di origine.
Innanzitutto bisogna considerare la morfologia del territorio urbano delle aree considerate. Questo è carente di attività produttive, soprattutto industriali, e presenta una rete infrastrutturale insufficiente. In queste condizioni l'unico modo per creare un ciclo economico espansivo è l'impiego di ingenti capitali pubblici, perché i privati non investirebbero mai in settori ad alto rischio. Spesso i governi non sono in condizione di farlo, e perché ostaggio delle multinazionali straniere, e perché i conflitti continui non rendono possibile lo sviluppo, e perché patiscono una dipendenza monetaria (con una valuta a tasso fisso rispetto a un'altra valuta straniera) e non sono liberi di attuare politiche economiche espansive, e per ignoranza.
Ad aggravare la situazione è la condizione demografica. Per un paese in crescita costante la sovrappopolazione non rappresenta un grosso problema (o al più un problema temporaneo) perché
la popolazione in eccesso sarà destinata ad essere assorbita dall'incremento produttivo. Ma per un territorio con gravi carenze infrastrutturali e un apparato produttivo ai minimi termini non è così. La sovrappopolazione rappresenta in questo caso un serio problema.
Ma veniamo ora al punto che ci interessa. Quando una parte della popolazione in eccesso di questi paesi emigra senz'altro sgrava la restante di un peso. Perché crea le condizioni per un miglior rapporto popolazione/risorse. Dato che queste ultime restano più o meno costanti, o non aumentano almeno quanto la popolazione, una decrescita demografica può senz'altro alleviare gli effetti della deficienza produttiva. Essa favorisce una migliore allocazione delle risorse, permettendo una maggiore quantità di beni e servizi disponibili per abitante. Ciò non può che favorire anche gli scambi, perché i mercati saranno alleggeriti dall'eccesso di domanda e i prezzi scenderanno.
Ma esiste un altro effetto benefico sui paesi di origine dell'immigrazione. I migranti mandano parte dei loro risparmi, maturati nel paese in cui lavorano, ai propri familiari in patria. Questi ultimi si trovano così disponibilità di moneta forte in un'economia debole. Questa potrà permettere una crescita della domanda e degli investimenti. Ma non solo. Gli emigrati, dopo un certo numero di anni, spesso ritornano in patria con il denaro accumulato, e lo impiegano nella creazione di attività produttive e di occupazione, oltre che di domanda sui mercati. In altre parole l'immigrazione ha sui paesi di origine lo stesso effetto che potrebbe avere una politica fiscale espansiva. Essa, più di tante “beneficenze”, è un valido sostegno allo sviluppo.
Ma quale effetto ha invece sulle nazioni di approdo? Abbiamo visto che essa non crea svantaggi, almeno in presenza di una adeguata politica fiscale. Ma esistono dei benefici?
Quello che spesso ci si dimentica di considerare quando si tratta il tema dell'immigrazione è la questione delle pensioni che sta diventando un serio problema per i paesi industrializzati. In essi, la percentuale di popolazione produttiva tende a decrescere. Ciò è dovuto a due fattori: innanzitutto l'innalzamento della speranza di vita, grazie al benessere e alle cure mediche. A questo prolungamento della vita però corrisponde una riduzione della natalità (per ragioni che non stiamo qui a discutere, ma lo prendiamo come un dato empirico assodato). Dunque la popolazione non attiva (cioè i pensionati) è in aumento rispetto a quella attiva (chi lavora). I governi spesso rispondono a questo problema allungando l'età lavorativa, ma questo non fa che spostare in avanti il problema (se la natalità continua a decrescere e l'età a prolungarsi) o aumentando le ore lavorate degli occupati. Questo, ovviamente, incide sulla qualità della vita di questi ultimi. Bisognerebbe, piuttosto, promuovere politiche di riduzione della disoccupazione. Ma in che modo l'immigrazione si inserisce in questo contesto? Gli stranieri giungono nelle nostre città per trovare lavoro. Essi rappresentano una fascia di età produttiva, generalmente tra i 25 e i 35 anni. Dunque, il loro ingresso riequilibra il rapporto popolazione attiva/pensionati. In altre parole, i paesi industrializzati generalmente soffrono del problema opposto di quelli sottosviluppati, ovvero tendono alla sottopopolazione. L'immigrazione non fa che “travasare” l'eccesso di popolazione da aree più affollate ad aree meno affollate. Nei paesi di origine questo comporta un migliore allocazione delle risorse rispetto alla demografia del territorio. Nei paesi di approdo alleggerisce il peso della popolazione non attiva sulla parte produttiva. Dunque, in entrambi i casi, riequilibra il rapporto tra popolazione e beni e servizi prodotti.



Squilibri temporanei

Bisogna riconoscere che, anche in una situazione di crescita economica, un flusso migratorio improvviso può causare scompensi temporanei, prima che il sistema si riassesti.
Questo perché esiste un intervallo tra l'ingresso degli extracomunitari e il momento in cui essi troveranno un impiego. Nel frattempo, subendo la disoccupazione un momentaneo, anche se leggero, incremento, questo potrebbe (in caso di un significativo incremento del flusso demografico) causare una certa (più o meno percettibile) decrescita delle retribuzioni e dell'occupazione degli “autoctoni” (o un rallentamento della loro crescita). A questo problema, però, i governi possono ovviare facilmente incrementando la spesa pubblica, o riducendo le tasse, in modo da compensare questo potenziale squilibrio temporaneo destinato in ogni caso a venir riassorbito dal ciclo espansivo dell'economia.



Conclusioni

Abbiamo compreso che l'immigrazione non può causare danni economici alla società che la riceve se questa adotta politiche espansive. Anche in un contesto di politiche deflattive pro-cicliche, ma in compresenza di un'apertura dei mercati (ovvero la situazione attuale) l'immigrazione non avrà effetti, ma a causare grossi problemi sarà l'internazionalizzazione degli scambi e della produzione che provocherà disoccupazione e dumping salariale. L'unico problema si può presentare se le politiche deflattive avvengono in un sistema chiuso, cioè con mercati non internazionalizzati. In questo caso l'immigrazione corrisponderebbe a una loro parziale liberalizzazione.
A entrambi i problemi (concorrenza estera in un sistema aperto, e immigrazione in un sistema chiuso) si può porre rimedio con l'espansione fiscale, incrementando la spesa pubblica e riducendo le tasse e invertendo dunque il ciclo economico. Da una parte, infatti, stimolando la domanda interna le imprese non avranno la “spada di Damocle” della concorrenza estera, perché la loro produzione troverà sbocco sui mercati nazionali, con evidenti vantaggi in termini di occupazione e salari. Questo effetto può essere ancor più marcato con una legislazione che, nel caso servisse, proteggesse i mercati interni.
Dall'altra, l'eccesso demografico può essere assorbito da politiche pubbliche che incentivino l'impiego e la riduzione della disoccupazione.
Con adeguate politiche fiscali, perciò, l'immigrazione non provoca effetti negativi, se non leggermente in un periodo di tempo limitato, ma, anzi, può apportare benefici, sia al paese di provenienza che in quello di approdo. Nei primi riduce la sovrappopolazione e permette di ovviare all'insufficiente circolazione monetaria e alla scarsità di capitali. Nei secondi, invece, allevia la sottopopolazione, sgravando in parte le fasce produttive del peso del sostentamento della popolazione non più attiva.
Non esiste, dunque, una questione immigrazione da un punto di vista economico, in presenza di adeguate politiche pubbliche. Il problema si pone solo laddove si parte dal presupposto, errato, che il governo non possa e non debba intervenire sul ciclo economico. È vero l'opposto, p u ò e d e v e farlo. Ma ha bisogno, ovviamente, del pieno controllo sulla moneta e della Banca Centrale, per attuare i necessari interventi fiscali. Certo, un cultura di tipo neoliberale non aiuta. Non aiuta nemmeno dotarsi di una moneta unica, affidata a una Banca sovranazionale e sovrastatale, come hanno malauguratamente scelto di fare i paesi dell'eurozona. Ma in questo caso, i guai sono ben altri che quelli potenziali dell'immigrazione. Il primo passo sarebbe, quindi, quello di recuperare la piena sovranità economica. Con quest'ultima, infatti, non esiste problema economico non risolvibile per i governi.
La questione si può porre, piuttosto, su un piano socio-culturale. Un'immigrazione troppo rapida e improvvisa può creare tensioni tra gli autoctoni e nuovi arrivati. Ma occorre intervenire nel controllo dei flussi per regolarne la velocità e non, come ci si illude spesso di fare, con una legislazione restrittiva o addirittura una chiusura delle frontiere. Questa non può che provocare sacche di illegalità perché non potendo accedere legalmente si cercherà di farlo illegalmente e offrendo inoltre alla criminalità organizzata (straniera o locale) ampie opportunità di profitto, speculando sulla disperazione dei migranti. In Italia ciò è provocato in particolare da una legge che non permette (ufficialmente) ai migranti di entrare nel nostro territorio senza avere già un contratto di lavoro. Ipocritamente, perché è evidente che senza prima arrivare nel nostro paese gli extracomunitari hanno probabilità pressoché vicine allo zero di trovarvi un impiego. Allora l'unico modo sono i viaggi clandestini, gestiti da criminali senza scrupoli.
Legalizzare l'immigrazione in cerca di impiego, riconoscendo, ad esempio, un periodo di tempo per trovarlo sottrarrebbe il controllo delle tratte alle organizzazioni criminali. Lo stato, inoltre, può occuparsi di impiegare direttamente in aziende pubbliche quella parte di disoccupati (italiani o stranieri che siano) che non vengano assunti da imprese private.
Altrettanto importante è abolire quei lager istituzionalizzati chiamati centri di identificazione, dove gli immigrati attendono in condizioni inumane per un tempo illimitato. Essi non rappresentano soltanto una violazione della dignità della persona, ma sono anche un danno economico perché costringono all'inattività delle persone che potrebbero invece lavorare.


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