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31 ago 2017

Perché odiamo l’Islam?

È, senza alcun dubbio, la religione più odiata in Occidente. Se dovessimo fermare dei passanti per la strada e domandare loro che cos’è che induce a odiare l’Islam si otterrebbero diverse risposte: l’atteggiamento nei confronti delle donne, l’intolleranza per le altre fedi, il fondamentalismo; tutte risposte basate, per lo più, su resoconti semplicistici dei media, che tendono a identificare una religione estremamente complessa con alcune sette e frange minoritarie di essa, oppure a esagerare la portata di alcuni fenomeni realmente presenti nella cultura islamica. Ma se poi tentassimo di fare una cernita di tutte le risposte ottenute, probabilmente noteremmo una parola ricorrente sulla bocca degli intervistati: terrorismo. Sui giornali e nei notiziari televisivi, infatti, è abituale affiancare questa parola alla religione musulmana, contrariamente a quanto avviene con tutte le altre religioni – e non perché queste non abbiano espresso al loro interno tendenze terroristiche. In effetti, quando si pensa al terrorismo, la prima cosa che viene in mente è proprio l’Islam. È, questa, una novità assoluta nell’immaginario collettivo degli ultimi 15-20 anni. Basti pensare che, solo qualche anno prima, almeno in Italia, questa parola era affiancata alle stragi, a Piazza Fontana, oppure alle Brigate Rosse. In altre parole, il terrorismo era un fenomeno essenzialmente politico, con nessun tipo di collegamento (almeno nell’immaginario comune) con le religioni. Com’è possibile che, tutto ad un tratto, si è scoperto il “terrorismo islamico” e gli occidentali sono diventati improvvisamente islamofobi?
Prima di rispondere a questa domanda soffermiamoci a considerare uno dei più diffusi luoghi comuni sull’Islam: il Corano conterrebbe già in sé la giustificazione di attentati come quello dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle oppure come quelli nel 2004 a Madrid, o come quello al “Bataclan” a Parigi, oppure come quello di Manchester, e così via. Il Corano, insomma, giustificherebbe ed esorterebbe alla violenza contro gli infedeli. I fedeli musulmani sarebbero incentivati a morire per la loro fede per ottenere la gloria eterna e divertirsi in paradiso con le vergini uri; questa credenza è stata diffusa soprattutto grazie ai libri e agli articoli di alcuni giornalisti di grido, tra i quali Oriana Fallaci è senza dubbio la più conosciuta presso il pubblico italiano. Si potranno trovare in rete, dopo una rapida ricerca, diversi versetti coranici che proverebbero la naturale tendenza dell’Islam al terrorismo. “Ognuno di voi si metta la spada al fianco; percorrete l'accampamento da una porta all'altra di esso, e ciascuno uccida il fratello, ciascuno l'amico, ciascuno il vicino!”. “Or dunque uccidete ogni maschio tra i fanciulli e uccidete ogni donna che ha avuto rapporti sessuali con un uomo,  ma conservate in vita per voi tutte le fanciulle che non hanno avuto rapporti sessuali con uomini”. “In quel tempo prendemmo tutte le sue città e le votammo allo sterminio: uomini, donne, bambini; non vi lasciammo nessuno in vita”. “Ecco mia figlia che è vergine, io ve la condurrò fuori, abusatene e fatele quello che vi pare; ma non commettete contro quell'uomo una simile infamia”. Senz’altro si tratta di versetti che urtano la sensibilità del lettore moderno. Tuttavia, quelli succitati, non si trovano nel Corano, bensì nella Bibbia, rispettivamente: Esodo 32:27, Numeri 31:17-18, Deuteronomio 2:34, Giudici 19:24. Ma non si fraintenda; non si tratta di accusare una religione invece che un’altra, o di giudicarla sulla base di alcuni estratti del suo libro sacro: bensì di capire che sia la Bibbia che il Corano sono un assemblaggio postumo di testi. Anche la trascrizione completa del Corano avvenne solo diversi anni dopo la morte di Maometto. Di conseguenza sarà arduo trovare una coerenza interna. Accanto a passi edificanti se ne potranno trovare altrettanti da cui il lettore odierno si sentirà distante. Le religioni non sono certo la mera applicazione dei testi sacri, la pura lettera di essi, ammesso che questa esista (ogni lettura di un testo è sempre una sua interpretazione). Esistono tante esegesi possibili quante sono le varie confessioni di ogni fede. Parlare di Islam, come parlare di Cristianesimo, è, in effetti, una semplificazione che non rende giustizia alle diversità interne. 
Ma anziché addentrarci in uno studio comparato delle religioni – che lasciamo agli esperti del settore – sarà qui utile una nota storica: sebbene il Corano abbia una vita plurisecolare e millenaria, le correnti terroristiche dell’Islam esistono da non prima del secondo dopoguerra; tolte alcune eccezioni come la setta dei Nizariti (che comunque non ha, lo diciamo a scanso di equivoci, nulla a che spartire con l’Isis o Al Qaeda, e lo si evince già solo considerando il fatto che essa, al contrario di queste, era sciita e non sunnita) il terrorismo islamista assurge a fenomeno di rilievo appena nella seconda metà del Novecento, in particolare in concomitanza con l’emergere delle tensioni in Palestina. Anche il fondamentalismo cui si ispirano le attuali formazioni jihadiste originariamente non aveva nulla di terroristico. Vale per il wahabismo, ma vale anche e soprattutto per il salafismo, che in passato non era neanche fondamentalista ma persino “riformista” e tollerante nei confronti dei non musulmani. La “radicalizzazione” di alcune correnti dell’Islam si ha solo in seguito all’incontro-scontro di esso con l’Occidente: o come reazione antimodernista rispetto all’occidentalizzazione dei paesi musulmani, o come risultato dell’influenza colonialista e imperialista delle potenze occidentali. Sotto quest’ultimo aspetto si considerino due esempi; il primo, che riguarda l’arco di tempo compreso tra gli ultimi anni del XIX secolo e gli anni Venti del XX, durante il quale si ha la costituzione dell’Arabia Saudita come stato: in questo periodo l’impero britannico favorisce l’espansione del wahabismo, che così si diffonde rapidamente in tutta l’area, per arginare l’impero ottomano suo rivale; il secondo esempio, invece, riguarda la storia più recente e nota, ovvero l’appoggio logistico, miliare e finanziario che gli Stati Uniti danno ai mujaheddin in Afghanistan per contrastare i sovietici. È a questa circostanza che si deve la nascita di Al Qaeda e, quindi, in seguito, dell’Isis.
Abbiamo dunque mostrato che l’Islam non è una religione intrinsecamente terroristica ma che alcune correnti (minoritarie) di esso lo sono diventate solo nel corso della storia più recente per reazione all’occidentalizzazione e come risultato dell’influenza dell’espansionismo delle potenze occidentali in Medio Oriente. A questo proposito occorre ricordare come l’immagine dell’Islam sia profondamente mutata negli ultimi decenni: da positiva, in virtù dei guerriglieri afghani che combattevano contro i sovietici, presentati in Occidente come paladini della libertà, a fortemente negativa e associata quasi sempre al terrorismo di ispirazione salafita o wahabita.
Perché questo mutamento di rappresentazione e perché questo scarto tra l’Islam reale, con tutte le sue contraddizioni e complessità, e l’Islam “mediatico”? Abbiamo già accennato al ruolo dei paesi occidentali nel determinare la diffusione del fondamentalismo e del jihadismo. Pensare, quindi, che questi ultimi siano qualcosa di prettamente ed esclusivamente musulmano sarebbe un errore grave: invece essi sono la risultante dell’incontro-scontro tra  la cultura islamica e la tendenza espansionistica degli stati occidentali. Questi si sono serviti delle correnti più radicali del mondo musulmano per contrastare i propri nemici e rinsaldare il proprio dominio, ma così facendo ne hanno provocato una crescita e una diffusione che esse fino a quel punto non avevano mai avuto. Quando questa crescita si è spinta al punto da minacciare le popolazioni occidentali i media hanno dato una rappresentazione edulcorata dell’Islam, che poi è servita a giustificare interventi militari come quello in Afghanistan. Una simile rappresentazione è stata costruita su un’informazione unilaterale e approssimativa (falsamente considerata “approfondimento”). Solo per dare un’idea di ciò si consideri la tendenza dei media a ignorare lo sforzo di molti paesi musulmani nel combattere il terrorismo – uno sforzo di gran lunga maggiore di quello degli Stati Uniti e dei suoi alleati – primo fra tutti la Siria (paese “scomodo” perché estremamente laico e perciò lontano dallo stereotipo della donna col burqua) poi l’Iran, senza dimenticare una formazione come Hezbollah, nonostante che gli Stati Uniti abbiano scandalosamente costretto l’Unione Europea, dopo insistenti pressioni, a inserirla nella lista delle organizzazioni terroristiche. I media, per di più, continuano a ignorare il prezzo che i musulmani stanno pagando a causa dei continui attentati, seguiti con assai minor attenzione rispetto a quelli che colpiscono l’Occidente.
Si sottovaluta, infine, l’impatto che gli interventi militari degli ultimi due decenni hanno avuto sul mondo musulmano. Dall’Afghanistan, all’Iraq, dalla Libia, alla Siria, non solo hanno contribuito a far crescere il sentimento anti-occidentale presso strati sempre più ampi di fedeli islamici, creando il terreno ideale per la proliferazione del fondamentalismo (che rimane comunque un fenomeno largamente minoritario anche nell’Islam odierno) ma hanno anche permesso ai gruppi terroristici di prosperare, potendo questi contare sul rifornimento di armi favorito proprio dagli interessi occidentali.
Ignorando, sottovalutando o minimizzando tutto ciò stampa e televisioni hanno scaricato tutti gli oneri sul mondo musulmano, descrivendo il terrorismo come generato esclusivamente da esso e dai suoi stessi presupposti ideologici, tacendo le responsabilità, tutt’altro che lievi, dell’Occidente nella nascita e nell’evoluzione del fenomeno.

30 set 2016

Le mode politiche*

La crisi delle ideologie e il crollo del socialismo reale hanno provocato da una parte la confluenza di settori tradizionalmente antagonisti della società (intellettuali, operai, ecc.) nella teologia liberale e individualista (che come tutte le teologie rinnega il proprio carattere ideologico e si “naturalizza”) ovvero nell’accettazione più o meno consapevole del mercato globale come unico possibile luogo di espressione dell’individualità e orizzonte di senso, quindi nel rifiuto di ogni idea di emancipazione collettiva, dall’altro il vuoto culturale è stato parzialmente riempito da mode politiche di diverso tipo. Queste mode mancano di una struttura teorica e sono per lo più istanze ingenuamente affermate incapaci di cogliere una “totalità” e quindi di svolgere una critica circostanziata ed efficace alle “fondamenta” dei rapporti sociali e a quello che Marx chiamava “modo di produzione capitalistico”. Queste mode molto spesso hanno finito anch’esse per confluire nella teologia liberale o per esserne inconsapevolmente usate.
Un esempio è l’ecologismo, che ha una diffusione “di massa” negli anni Novanta, nel corso dei quali si è avuta (soprattutto in paesi come la Germania, ma anche in Italia) l’affermazione del partito dei Verdi. La moda ecologista comunemente invalsa (cioè escludendo certe interpretazioni “di nicchia”) non è una critica della società, ma un atteggiamento etico esteso dall’uomo all’ambiente. L’ecologismo di moda non aveva lo scopo di mostrare l’aggressione capitalistica alla natura, che mercifica non solo l’uomo ma anche l’ambiente, ma richiedeva ai produttori e ai consumatori di autoemendarsi sulla base di un’istanza puramente morale (la preoccupazione per le generazioni future, per gli altri popoli, per gli altri esseri viventi, e così via a seconda delle diverse sfumature). Questo ecologismo includeva quindi, implicitamente, un giudizio assolutorio rispetto ai rapporti di produzione, alla forma merce e alle classi capitalistiche. L’ecologismo sfocia quindi in un riformismo politico moderato: la società può essere riformata con la raccolta differenziata e le energie rinnovabili senza intaccare i rapporti sociali tra le classi. Ripetiamo che qui si sta considerando l’ecologismo “popolare”, non fenomeni minoritari come l’ecologismo anticapitalista, l’ecosocialismo e via dicendo.
Il concetto di “pulizia” è molto importante per capire le mode politiche. Nel caso dell’ecologismo si tratta della pulizia dell’ambiente, attraverso comportamenti virtuosi dei singoli, nel caso invece del moralismo politico, si tratta della pulizia delle istituzioni, dei partiti, della politica e della società in generale. Anche l’ecologismo contiene un atteggiamento moralistico fondato sulla dicotomia vizio/virtù, ma ha una tendenza più pedagogica, mentre il moralismo politico assume una coloritura giustizialista che lo porta a un nichilismo sconosciuto all’ecologismo. Nella sua ossessiva ricerca di pulizia morale il moralismo finisce per identificare l’oggetto “sporco” con la sporcizia stessa, ed ecco perché in certe manifestazioni estremistiche (e tuttavia oggi abbastanza diffuse) arriva ad auspicare la distruzione dei partiti, dei parlamenti e della politica.
Il moralismo, come l’ecologismo, si concentra su un oggetto, l’inquinamento dello Stato, la corruzione delle cariche pubbliche, ma a differenza del suo parente – il quale propone un intervento pedagogico, di “conversione” dei peccatori – esso interviene in modo “chirurgico” per rimuovere la metastasi inquinata (che, come si è detto, può essere l’individuo ma anche un gruppo, un partito, ecc.). L’ecologista è un predicatore (che deve indurre i “malvagi” a pentirsi e a cambiare stile di vita) mentre il moralista politico è un inquisitore che cerca di scovare la colpa che solo una condanna potrà espiare.
Una caratteristica del moralismo politico è quella di inquisire solo certi settori della società, in particolare le cariche pubbliche, lo Stato, la politica in generale. Il pubblico per il moralista è il catalizzatore di sporcizia per eccellenza. È infatti la sede della mediazione, della dialettica delle parti, del compromesso, ma anche del conflitto e delle alleanze, quindi della contaminazione e del contagio. Entrare nel pubblico vuol dire esporsi al contagio, sporcarsi e contaminarsi. Ecco perché la politica è per sua natura sporca essendo il luogo della promiscuità. Il mercato invece è asettico, nel mercato non ci si con-fonde, gli individui rimangono distinti, ognuno chiuso nei suoi interessi. Lo scambio lascia immutati i due agenti (ma è naturalmente un’apparenza). Per questa strada può quindi inserirsi il discorso liberale traducendosi dal funzionalismo (il pubblico è inefficiente) al moralismo (il pubblico è corrotto).
Esistono due tipi di mode politiche: uno incentrato sull’oggetto, ad esempio l’inquinamento fisico o la distruzione dell’ambiente nel caso dell’ecologismo, l’inquinamento morale e la corruzione nel caso del moralismo, e un altro incentrato sul soggetto. A quest’ultimo tipo appartengono il giovanilismo e quello che chiamiamo “femminismo di carriera”. Si tratta di fenomeni che presentano diverse analogie. Entrambi preconizzano un miglioramento della società sostituendone gli individui al comando. Il giovanilismo e il femminismo di carriera sono uno degli esisti della crisi del soggetto emancipatore (il proletariato, il partito, ecc.). Tuttavia il soggetto emancipatore era anche portatore di una diversa idea di società, mentre il soggetto innovatore (quale dovrebbe essere la gioventù o il genere femminile) questa idea non la possiede. Il soggetto emancipatore era infatti pressoché omogeneo sociologicamente, politicamente e ideologicamente, mentre il soggetto innovatore è variegato, differenziato e non costituisce un gruppo con finalità identiche e univoche.
Il giovanilismo chiede un rinnovamento della società permettendo ai giovani di accedere ai vertici della scala sociale e di rimpiazzare gli anziani. Suo carattere è la retorica del nuovo; ciò che è nuovo è migliore di ciò che è vecchio, sempre e comunque, indipendentemente dalle sue qualità intrinseche, o meglio, le sue qualità intrinseche dipendono dal tempo. Quando qualcosa invecchia deve essere rapidamente sostituito. Si tratta di una “ontologizzazione” della logica dell’obsolescenza delle merci tipica del consumismo. Perché il mercato funzioni le merci devono essere scambiate e quindi gli oggetti devono invecchiare presto per essere subito rimpiazzati rendendo quindi possibili altri scambi. Il giovanilismo è l’applicazione della logica dell’obsolescenza della società dei consumi alle persone.
Il femminismo di carriera, diversamente dal giovanilismo, contiene dei residui del soggetto emancipatore. Si tratta, infatti, di un soggetto storicamente oppresso ed emarginato a cui è affidata non solo la sua propria “liberazione” ma anche quella dell’intera società. Ma, come si è detto, non esiste un progetto comune, un’idea diversa di società di cui si fa portatore. Secondo il femminismo di carriera bisogna combattere la discriminazione occupando ruoli decisionali con individui di sesso femminile, e così facendo ne beneficerebbe l’intera società, perché le donne si comporterebbero “per natura” diversamente dagli uomini. Per il femminismo di carriera una donna in un posto di comando è sempre un fatto positivo, a prescindere dalle sue caratteristiche personali o dalle sue idee, poco importa che si chiami Angela Davis o Margaret Thatcher. Questo femminismo propone di istituire delle “quote rosa” in tutti i settori della società come strategia sia per contrastare la discriminazione sia per contribuire al rinnovamento sociale. Le donne possono trovare la loro “liberazione” solo individualmente, attraverso la realizzazione professionale, il compito politico è solo quello di permetter loro una più rapida scalata sociale. Viene del tutto ignorata la mercificazione del corpo femminile, propria soprattutto della pubblicità e dello spettacolo, e la dominazione non più patriarcale ma integralmente capitalistica della donna.
Sia il giovanilismo che il femminismo di carriera concepiscono una realizzazione puramente individuale. Inoltre postulano che una sostituzione meramente fisica degli individui che occupano ruoli decisionali possa portare di per sé a una diversa conformazione della società. Una modificazione delle gerarchie può portare a modificazioni nell’organizzazione sociale solo quando le nuove leve dirigenti abbiano un progetto comune in merito a questa organizzazione. Ma i giovani e le donne non sono un gruppo omogeneo, né potrebbero mai esserlo, il loro connotato biologico non è, considerato isolatamente, una discriminante politico-sociale di valore. Di conseguenza il giovanilismo e il femminismo di carriera sono costretti a puntare tutto sul soggetto, dimenticandosi dell’oggetto, per la natura stessa di questo soggetto.
La coppia delle mode incentrate sull’oggetto (che abbiamo qui individuato nell’ecologismo e nel moralismo politico, ma potrebbero essercene altre) è opposta a quella delle mode incentrate sul soggetto. Le prime conducono a un’ideologia della presenza, le seconde dell’assenza.
Le ideologie della presenza individuano degli oggetti estranei, inquinati e inquinanti, da convertire o rimuovere, per impedire che possano corrompere anche altri oggetti. L’attività da svolgere nei confronti di questi oggetti è perciò la pulizia. Si tratta o di ripulirli dall’interno, privandoli dei caratteri nocivi, oppure di rimuoverli, ripulendo lo spazio che occupano della loro presenza. La dinamica tipica dell’ideologia della presenza è quella della sottrazione. Si individuano elementi che costituiscono una presenza dannosa che va rimossa per ripulire la società.
La dinamica che contraddistingue le ideologie dell’assenza, invece, è quella del riempimento. Se nelle mode incentrate sull’oggetto c’è un eccesso di presenza, qui si è di fronte a un vuoto che deve essere riempito e che può essere riempito solo da quel particolare soggetto (i giovani o le donne).
Entrambe queste coppie, però, hanno in comune una concezione individualistica. Bisogna intervenire sul corpo malato e sporco rimuovendo o convertendo i singoli individui, oppure bisogna permettere al soggetto innovatore di riempire i vuoti, ma questo soggetto non si mobilita collettivamente,è solo un’astrazione che unisce singoli individui con finalità disparate che agiscono per proprio conto. In sostanza si tratta di rimuovere tutti gli ostacoli che permettono agli individui descritti come “sani” (o come innovatori) di esprimersi singolarmente nel libero gioco del mercato e delle carriere personali, senza nessuno scopo comune da perseguire. Risulta quindi chiaro come su queste mode si possa innestare la teologia liberale.








*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



29 feb 2016

La sinistra italiana dall'antimperialismo al pacifismo*

Gli eventi siriani hanno svelato per l'ennesima volta l'inadeguatezza della politica del nostro paese sul piano dell'interpretazione degli accadimenti internazionali. Un'interpretazione dipendente dalla versione dei media e degli interessi atlantici.
Inizialmente il terrorismo, che è stata l'ossessione dell'Occidente dall'attentato del 2001 a New York, è stato di molto sottovalutato. Tutta l'attenzione è stata concentrata sul governo siriano, un governo fino ad allora perfino “amico” dell'Italia, elogiato pubblicamente dall'allora Presidente della Repubblica Napolitano, prima che i diktat d'oltreoceano imponessero un'inversione nelle relazioni diplomatiche.
Da quel momento il Presidente siriano Bashar al-Assad è diventato un nuovo satana mediorientale (dopo che Saddam e Gheddafi erano stati eliminati) descritto come un carnefice del suo stesso popolo, sulla base di accuse che ben presto si sarebbero rivelate inconsistenti. Tutto il quadro politico italiano, da destra a sinistra, si è levato compatto a chiedere la testa di Assad, considerato il nemico principale da abbattere. Tutto il quadro politico si è inoltre schierato con i cosiddetti “ribelli”, ovvero quei gruppi che combattono fianco a fianco con i fondamentalisti dell'Isis e di Al-Nusra. Nel frattempo questi ultimi sono cresciuti di dimensioni e di forza (o, per meglio dire, è stato loro permesso di crescere). È ormai sempre più evidente come il problema della Siria sia il terrorismo salafita e wahabita e non Assad e il suo esercito che anzi lo combattono. Questo ha costretto ai salti mortali i paesi occidentali che dicono di contrastare il terrorismo, ma nello stesso tempo fanno di tutto per rimuoverne il principale ostacolo nella regione, cioè appunto il governo siriano.
In tutto ciò qual è stata la posizione della sinistra, quella cosiddetta “radicale” che cioè dovrebbe farsi portatrice di una interpretazione alternativa degli eventi e della storia? La stessa della destra, la stessa degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, la stessa di Israele. In altre parole la politica estera della sinistra italiana, salvo rare e lodevoli eccezioni, è totalmente allineata ai dettami di Washington. Ciò non vale solo per il caso siriano. Con la Libia accadde lo stesso; si gridò contro il despota Gheddafi, che in modo del tutto dispotico si era deciso dovesse essere spodestato. “Dobbiamo impedire che Gheddafi completi la sua macelleria civile” tuonava Nichi Vendola nel 2011. Tutta questa campagna servì a giustificare l'aggressione americana e francese contro la Libia, con le conseguenze che tutti sappiamo, conseguenze prevedibili ma di cui le anime belle della sinistra italiana non sembrano essersi preoccupate. E cosa dire della campagna anti-russa, in cui i “diritti civili” vengono usati come pretesto per attaccare il principale avversario della Casa Bianca? Qual è stata la posizione della cosiddetta sinistra radicale da SEL a Rifondazione, fino a un paio di anni fa, su Putin considerato come un “dittatore omofobo” che opprime le libertà civili?
Certo ci si può aspettare che in questi anni di sudditanza del nostro paese l'establishment politico si accodi fedelmente ai suoi alleati-padroni. Ma dovrebbe sorprendere che lo stesso accada a chi si presenta come “rivoluzionario” o “radicale”.
Nella sinistra italiana è mancata del tutto la comprensione della situazione internazionale. A cosa si deve questa completa cecità? La sua origine è probabilmente molto profonda. Affonda le radici in questioni irrisolte. Quale doveva essere il rapporto con i paesi non allineati? Quale il giudizio complessivo sul blocco sovietico e sul cosiddetto “socialismo reale” che ha svolto nel secolo scorso il ruolo di fondamentale oppositore dell'impero americano?
A queste domande non si è riusciti a dare risposte coerenti. La critica del socialismo sovietico – da parte di chi, occorre ricordarlo, diceva di ispirarsi al socialismo – ha finito per allinearsi alla propaganda atlantista e anticomunista, soprattutto con il crollo del Muro di Berlino, anche se già da anni ormai il PCI aveva archiviato l'esperienza sovietica (la Rivoluzione d'Ottobre aveva esaurito la sua “spinta propulsiva” aveva detto Berlinguer già nell'81) mostrando di preferire il blocco atlantico.
Certo, il marxismo occidentale era riuscito a formulare analisi interessanti, e si ricorderà in proposito la critica marcusiana, ma è sempre mancata, nella maggior parte dei casi, la capacità evidenziare gli errori e le contraddizioni del modello sovietico senza per questo doverlo condannare in modo inappellabile e, come si suol dire, buttar l'acqua sporca con tutto il bambino.
L'esperienza sovietica, invece, pur essendo, è bene ripeterlo, emendabile sotto molti aspetti, presenta lati interessanti e acquista valore soprattutto oggi. Oltre alle conquiste nel campo dei diritti sociali – non è questa la sede per discuterne – ha infatti mostrato l'importanza dell'esistenza e della resistenza di nazioni non allineate all'imperialismo e al colonialismo occidentali, non solo sul piano dei rapporti di forza internazionali, ma anche su quello delle lotte interne, politiche e sociali, a singoli stati imperialisti e colonialisti. Dovrebbe essere chiaro, infatti, come il crollo dell'URSS abbia segnato una battuta d'arresto per il marxismo a livello mondiale, abbia contribuito alla sconfitta delle istanze sindacali e del movimento dei lavoratori in paesi dove questi erano molto avanzati (come l'Italia), alla trasformazione della sinistra maggioritaria in una coalizione di partiti pro-capitalisti e liberisti e alla costituzione di una “sinistra radicale” come estrema propaggine dell'impero, ridotta al ruolo di mera e ininfluente testimonianza.
Un fattore che si accompagna a queste circostanze è stata l'estinzione dell'antimperialismo della sinistra. Avendo ripudiato del tutto l'unico blocco capace effettivamente di contrastare la potenza statunitense, avendo rinunciato a un sostengo, sia pur critico e dialettico, ad esso, avendo accettato e salutato con gioia il disfacimento di quel blocco e interpretandolo erroneamente come l'inizio di un processo di liberazione, avendo infine ripudiato, in molti casi, anche quelle sacche di resistenza che ancora restavano (Cuba per esempio), pareva del tutto prevedibile che la sinistra finisse per ricadere nello stesso “modello di sviluppo” cui diceva di opporsi. Un volta, infatti, che si ritenga preferibile, per quanto si possa detestarlo, il sistema capitalistico occidentale a qualsiasi altro sperimentato, si ricadrà, seppure involontariamente, sotto i suoi vessilli. “La democrazia” diceva Churchill intendendo ovviamente il sistema liberal-parlamentare dei paesi capitalisti “è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora”. I sostenitori di questa “democrazia” (magari “esportabile” a suon di “bombe intelligenti”) non ci tengono tanto a farne l'apologia, quanto a screditare qualsiasi altra alternativa esistente. Nella guerra tra paesi imperialisti e antimperialisti (socialisti, ma non solo) la sinistra maggioritaria ha finito per schierarsi con i primi, e a nulla valgono tutte le ulteriori postille e precisazioni.
La categoria dell'antimperialismo fu quindi completamente abbandonata dalle forze che si definivano “radicali”. A contribuire a ciò intervenne un'altra componente della neonata “radicalità” proprio per sostituire tale categoria: il pacifismo: non era certa un fenomeno inedito, ma ora veniva assunto organicamente come modo di pensare della sinistra in sostituzione dell'antimperialismo. Ciò valse in Italia dagli anni '90 con Fausto Bertinotti alla segreteria di Rifondazione, ma fu una costante di molti altri movimenti “informali” come i no-global, ma anche il movimento contro la guerra in Iraq.
L'antimperialismo (assieme all'anticolonialismo) in fondo, era il vero discrimine sulle questioni internazionali tra la sinistra europea e un progressismo “liberal”. Con il suo rigetto e l'accettazione di un mondo unipolare quale si era venuto a creare negli anni Novanta, l'area “radicale” si trovava sprovvista di paradigmi adatti a rigettare il nuovo espansionismo statunitense, dalla Serbia all'Iraq.
Fu così che il pacifismo si affacciò sempre più come surrogato che permetteva alla sinistra di differenziarsi. Le guerre degli Stati Uniti e della NATO venivano criticate non tanto in quanto aggressione militare contro popoli e nazioni come momento culminante dell'aggressione economica, ma piuttosto come “violenza” atto da disapprovare eticamente ed emotivamente. Naturalmente non si negavano gli interessi in gioco, ma non si afferrava come la guerra fosse un fattore intrinseco, necessario e non occasionale tanto al sistema economico capitalistico quanto al contesto dei rapporti di forza che vedevano in quel momento storico gli Stati Uniti senza un rivale all'altezza. Di conseguenza, la sinistra scopertasi pacifista finiva per bollare, assieme ai suoi avversari politici, tutti quegli atti di resistenza come “terroristi” e “violenti”, mettendo sullo stesso piano l'aggressore e il resistente. Si rigettava moralmente la guerra, ma praticamente e storicamente la si sosteneva perché si biasimava qualunque resistenza possibile ad essa. Era un'opposizione, per così dire, “metafisica”, alla Guerra in quanto tale, come archetipo e simbolo di brutalità, non alla guerra specifica e alle reali ragioni che la determinano. Un'opposizione velleitaria, fatta di bandiere arcobaleno e di fiori nei cannoni che spianava la strada agli invasori; in che modo potevano resistere il popolo serbo, quello iracheno o quello palestinese? Probabilmente questi “radicali” si illudevano puerilmente di poter fermare il conflitto con una manifestazione, oppure erano rassegnati e soddisfatti del loro ruolo di pura testimonianza, quale era ormai proprio della sinistra.
Il pacifismo contribuì a fare della guerra una questione meramente etica, destoricizzandola, sganciandola dalla realtà per renderla un evento mediatico sul cui palcoscenico si scatenava il chiacchiericcio compulsivo dei talk-show. Il disorientamento attuale della sinistra ha origine da ciò. Le “primavere arabe” sono state acclamate come rivolte pacifiche contro regimi tirannci, senza rendersi conto a quali interessi rispondessero. Il colpo di stato di Majdan è apparso come ribellione dell'Ucraina all'ingerenza russa, il caos generato dalla caduta di Gheddafi come una “liberazione”, i terroristi e i filo-terroristi siriani come “ribelli” che cercano di rovesciare un governo giudicato dittatoriale perché non rispondente ai canoni occidentali. La posizione della sinistra finisce per essere scritta così direttamente alla Casa Bianca o al Pentagono, senza che essa ne abbia consapevolezza.
Smarrita la cognizione del quadro geo-politico e del contesto economico, non restano che astratti e inutili “diritti umani” istanze che si possono rivendicare sul piano puramente giuridico e morale, ma che rimangono escluse dal divenire della storia.







*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



3 ott 2015

Le vere cause dell’immigrazione: al di là di pessimismo e romanticismo*

Nella rappresentazione dell’immigrazione presso i grandi media esiste una retorica tutta incentrata sulla figura del migrante. Egli è un soggetto idealizzato, che viene fatto corrisponderealla concezione ideologica dell’osservatore e muta al mutare di quest’ultimo. Per la “destra” egli è il clandestino, il cui retroterra culturale e il cui modo di vita sarebbero incompatibili con quelli italiani. L’immigrato, secondo questa visione, o alimenta la criminalità e situazioni di illegalità, oppure è incapace di adattarsi agli usi e ai costumi locali, sopravvivendo in modo parassitario grazie a rendite garantite dallo stato. A “sinistra”, invece, esiste una visione romantica del migrante. Questi viene visto come una sorta di “buon selvaggio”che fugge da paesi incivili e arretrati, sconvolti da “dittature” o da guerre, per costruire un esistenza migliore e che, armato di qualità e di virtù superiori a quelle degli italiani, accetta qualsiasi condizione di lavoro che l’italiano colpevolmente (sempre secondo questa rappresentazione) rifiuta.
Entrambe queste rappresentazioni sono profondamente condizionate dall’ideologia di chi la esprime e dalla narrazione mediatica sensazionalista o sentimentalista (a seconda del target di pubblico al quale si rivolge). Ma in tutti e due i casi ciò che prevale è il giudizio impulsivo fondato più sull’empatia o l’antipatia personali affidata a eventi contingenti (o veicolata dai media presso l’osservatore inconsapevole) che su un’analisi razionale. Lo sguardo è concentrato sugli individui, immigrati o autoctoni, caratteristica questa assunta dalla cronaca nera, che molto spesso tende a “etnicizzarsi”.
In ogni caso ad essere visibili sono soltanto gli effetti, quale che sia il modo di interpretarli. Per i pessimisti xenofobi gli stranieri porterebbero solo disordine e criminalità e sarebbero ingiustamente privilegiati. Per i romantici xenofili essi sarebbero le fondamenta della futura società multiculturale, un’utopia cosmopolita dove tutti i popoli convivranno in armonia “mescolandosi” tra loro. La soluzione, spesso l’unica soluzione, avanzata dagli immigrazionisti è l’apertura indiscriminata delle frontiere, quando non la loro l’abolizione – utopia (o distopia) che sembra oggi potersi realizzare grazie all’Unione Europea e ai trattati intercontinentali. Già ampiamente indeboliti per ciò che riguarda i traffici di merci e i movimenti di capitali (sui quali nessuna delle due fazioni, da Salvini a Vendola, pare aver nulla da dire) i confini andrebbero dunque cancellati o ridimensionati anche per ciò che riguarda lo spostamento di esseri umani. Gli xenofobi, invece, prospettano il blocco dell’immigrazione e l’innalzamento dei ponti levatoi quale sinistra ma unica possibilità di salvezza per l’Occidente assediato. Ricetta fortemente irrealistica, visto che nessuno stato contemporaneo lo ha mai realizzato, eccetto la Germania nazista, ovviamente. Bloccare qualsiasi ingresso, sia legale che illegale, presupporrebbe un controllo totalitario della società che i governi non hanno, uno stato di polizia permanente da romanzo fantapolitico.
Ma dove è finita, in tutto questo, l’indagine sulle cause? Certo, si dice che le guerre e le carestie comportano queste ondate di migrazioni, ma non è ben chiaro come collocare questi fenomeni, quasi considerati al pari di catastrofi naturali inevitabili e alle quali non è possibile opporsi.
I romantici insistono sulla retorica dell’“accoglienza” la quale può essere un lenitivo e un atto etico individuale, ma non certo un modo di affrontare una questione sociale a livello politico. Altri, elogiano l’Odissea dei migranti come primo passo per la scalata sociale che li porterebbe alla conquista di un meritato benessere economico e integrazione nella vita lavorativa: ma in questo caso si tratta di una soluzione individuale per un problema collettivo, tra l’altro ispirata a un vago darwinismo sociale secondo il quale “i migliori” avrebbero la possibilità di affermarsi, mentre tutti gli altri resterebbero falciati dalla selezione del mercato globale, o prima ancora, dal mare.
I pessimisti ripetono ipocritamente lo slogan dell’“aiutiamoli a casa loro” senza che sia ben chiaro in cosa consisterebbe questo “aiuto” (e quando gli occidentali dicono di voler “aiutare” altri popoli la storia insegna che non c’è da fidarsi) che si sono ben guardati dal preoccuparsi di offrire quando ne hanno avuto la possibilità, come i leghisti negli anni dei governi di centrodestra. Del resto neanche il centrosinistra può rivendicare coerenza tra parole e azioni, avendo, malgrado tutta la retorica parrocchiale e lacrimevole che ha fatto, sdoganato per primo i lager per immigrati, centri di permanenza o di identificazione, a seconda delle varie diciture, rafforzati poi dai loro successori.
Ma questa retorica dell’“aiuto” esprime una mentalità di tipo colonialistico e non meno fuorviante di quella dell’“accoglienza”. Gli evoluti paesi europei magnanimamente elargirebbero parte delle loro risorse per risollevare i popoli in difficoltà. Come se il lavaggio delle coscienza della “beneficenza” possa incidere in qualche modo sulle dinamiche socio-economiche di paesi al collasso. In fondo, questa retorica dell’“aiuto” non è che la versione edulcorata di quella dell’“accoglienza”. Si tratta, in ambedue i casi, di carità e nulla più. Due modi simili per riservare agli altri popoli le briciole, mascherate da aiuto umanitario in modo da tacitare le coscienze dei popoli “civili”. Due facce della stessa medaglia che nascondono le enormi responsabilità di tutti i paesi più forti economicamente. Italia compresa. Le guerre, le carestie, le miserie, di cui soffrono le terre da cui partono i migranti che vediamo affollare le nostre coste, sono generate dal neocolonialismo e dall’imperialismo occidentali. Le multinazionali europee e nordamericane comprano materie prime a basso prezzo, ottengono dalle colonie di fatto manodopera a bassissimo costo da cui ricavare superprofitti con le vendite in patria. Il benessere di cui l’Occidente ha goduto e gode ancora oggi, è il risultato del trasferimento di ricchezze dal “sud” al “nord” del mondo.
I governi locali che hanno cercato di opporsi alla depredazione occidentale sono spesso stati rovesciati attraverso colpi di stato; che siano militari o “morbidi” non fa differenza. L’Italia in questo, con il suo colonialismo straccione, ha giocato la sua parte. Ha supportato lo smembramento della Jugoslavia e la guerra in Kosovo, a tutto vantaggio degli interessi tedeschi; ha contribuito al caos mediorientale partecipando alle spedizioni in Afghanistan e in Iraq; ha sostenuto francesi e americani nel rovesciamento del governo libico di Gheddafi. Nessuno dei maggiori partiti politici italiani allora esistenti può dire di esserne estraneo, avendo votato in Parlamento se non tutte sicuramente alcune di queste “missioni umanitarie”. Che tutto ciò avvenga sotto il vessillo della NATO, delle Nazioni Unite, o della “democrazia esportabile” a stelle e strisce è una differenza di poco conto. La sostanza è che le migrazioni sono l’esito necessario del colonialismo e dell’imperialismo di Stati Uniti, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia. Le risse verbali tra “accoglienti” e “aiutanti” sono l’indecente contorno del massacro e dello sfruttamento sistematici di interi popoli. Sono costruiti sulla pelle non solo dei migranti, ma di tutti i loro paesi, di chi può fuggire, ma anche di chi non può e di chi invece deve. L’unica maniera per aiutare i migranti non è nella forma caritatevole e ipocrita della beneficenza a casa loro o a casa nostra, ma ponendo fine alle pratiche colonialiste e imperialiste che sono le reali cause dello spostamento massiccio di esseri umani nella nostra epoca.
Lo sfruttamento, la rapina economica, le guerre sono effetti del sistema capitalistico occidentale e pertanto sono ineliminabili finché quest’ultimo continuerà ad esistere. Occorre perciò, se si vuole affrontare seriamente la questione migratoria, ripensare radicalmente il modello sociale di produzione vigente affermatosi universalmente: bisogna archiviare il pregiudizio dell’ineluttabilità del capitalismo e della società di mercato, cosa che tanto i sedicenti amanti dei migranti, quanto i presunti difensori della patria si guardano bene dal fare.

9 feb 2015

La verità sull'Occidente*

Stiamo attraversando quello che Oswald Spengler aveva profeticamente definito nel 1917 Il tramonto dell'Occidente. A livello internazionale oggi (più che allora) assistiamo all'emergere di nuovi paesi, i cosiddetti BRICS, che sembrano destinati a sancire la fine dell'egemonia assoluta delle nazioni euro-atlantiche. La Russia e la Cina sono potenze economiche e militari che non solo difendono la propria sovranità ma contrastano sempre più efficacemente le mire espansionistiche degli Stati Uniti e i loro tentativi di destabilizzare le regioni adiacenti.
Se intendiamo designare con questa espressione, “Occidente”, la parte nord-ovest del pianeta, culturalmente e politicamente affine, ovvero l'Europa e il Nord America, bisogna riconoscere che gli ideali di umanità e rispetto promossi dall'umanesimo europeo e predicati dal cristianesimo sono stati completamente disattesi nei fatti. L'illuminismo e la triade della Rivoluzione francese, hanno rappresentato una maschera dietro la quale nascondere le proprie meschinità. Il progresso sociale, politico ed economico raggiunto negli ultimi due secoli ha riguardato solo il 10% della popolazione mondiale, mentre il restante 90 si trova a dover affrontare fame, povertà, guerra e malattie, per lo più causate proprio da quella minoranza privilegiata.
Nel corso del Novecento, e in particolare dal dopoguerra, lo sviluppo economico ha permesso una crescita del benessere delle popolazioni occidentali mai vista prima. Ma a quale prezzo? Lo stile di vita, che i media ostentano con fierezza, è stato costruito sullo sfruttamento di altri popoli.
In effetti la stessa costituzione dell'Occidente moderno non avvenne attraverso la libertà, teorizzata e propugnata sul piano teorico, ma all'opposto, per mezzo dell'aggressione e dell'asservimento di altre civiltà e di altre culture. La Rivoluzione Francese non cancellò il colonialismo, ma anzi, permise alla Francia di consolidarsi come potenza coloniale. La stessa cosa fece la Rivoluzione Inglese. Gli Stati Uniti d'America, ovvero il più potente stato occidentale, addirittura si costituirono su un genocidio, quello dei popoli indigeni d'America, e sulla schiavitù degli africani. Ma tutte le potenze europee parteciparono alla spartizione del Continente che porta il nome di due conquistatori senza scrupoli: Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci. Oltre alle nazioni sopraccitate anche Spagna e Portogallo colonizzarono nel modo più brutale le terre oltre l'Atlantico. Il colonialismo e il neocolonialismo occidentale e l'imperialismo atlantista hanno mietuto e continuano a mietere milioni di vittime. L'Italia, non può certo chiamarsi fuori da questi crimini. La conquista dell'Etiopia e della Libia gridano ancora vendetta. E ancora oggi l'ENI causa l'inquinamento delle falde nel Delta del Niger, facendone ammalare e morire le popolazioni.
L'Occidente viene presentato come il garante della pace mondiale e dei diritti dalla sua stampa e dai suoi media. Nella realtà, esso è la causa di uno stato di guerra permanente tra le nazioni del mondo e di violazione sistematica di quei diritti che è tanto bravo a enunciare. Il crollo del blocco sovietico nel 1989 ha causato un incremento dei conflitti bellici su scala globale e la distruzione di interi paesi che prima reclamavano la loro parte di sviluppo economico. 1991, Guerra del Golfo; 1992, guerra in Bosnia; 1996, guerra in Serbia; 2001, guerra in Afghanistan; 2003, guerra in Iraq, fino ad arrivare alle guerre in corso in Ucraina o in Siria, entrambe provocate dall'intervento di Usa ed Unione Europea.
Però ci piace dare lezioni di moralità e di giustizia al mondo intero. Ci crediamo migliori dei terroristi islamisti (armati da noi stessi). Ma quante vittime hanno fatto questi ultimi? E quante sono invece le vittime del “civile” Occidente? Basti pensare, soltanto negli ultimi anni, alla strage di Odessa, ai civili siriani massacrati dall'Isis armato da Usa e Israele, oppure ai palestinesi espropriati delle loro terre da parte dello Stato ebraico protetto da Usa e Gran Bretagna.
Chiamiamo gli altri popoli barbari, incivili, illiberali, solo perché amano vivere diversamente da noi. Solo perché una donna musulmana indossa il chador ci sentiamo in diritto di tacciarla di essere schiava del marito o del padre. Ma consideriamo “libera” colei che decide di mostrare e di vendere il proprio corpo e la propria immagine. O un paese ha un ordinamento politico di tipo occidentale, ovverosia liberale, oppure pensiamo di poterlo accusare di essere un regime liberticida. Ma dov'è questa libertà che tanto diciamo di amare se non nella nostra vuota retorica? I governi “democratici” occidentali in realtà sono il riflesso degli interessi delle grandi lobby economiche. La famosa libertà di stampa è una pia illusione. La quasi totalità dei grandi media è sotto controllo del potere. Un affermato giornalista tedesco ha recentemente confessato di essere stato corrotto dalla CIA e come lui molti suoi colleghi.
Ciò che i governi e le multinazionali non vogliono che si sappia viene accuratamente nascosto dai grandi media. Ma continuiamo a definire i nostri sistemi politici “democratici”, avendo dimenticato del tutto l'etimologia di questa parola. La realtà è che ai nostri governi non interessa minimamente della “libertà” e della “democrazia”. L'unica cosa a cui tengono è la convenienza economica delle banche e delle industrie cui sono legati e le strategie geopolitiche. Se un paese si sposa con questi interessi allora è anch'esso democratico e civile. Altrimenti può essere spensieratamente definito “dittatura”.
L'imperialismo culturale col quale imponiamo il nostro modo di pensare, ovvero quello più adatto ai nostri interessi, al resto del mondo, ci induce a credere che il progresso di un paese non occidentale passi per la sua occidentalizzazione. Non è così. Al contrario, più quel paese riuscirà a liberarsi del colonialismo e delle occupazioni militari americane ed europee, più potrà migliorare la vita del suo popolo. Il più grande ostacolo all'emancipazione dei popoli asiatici, sudamericani ed africani è rappresentato proprio dall'Occidente e dalle sue mire egemoniche.
Nemmeno i settori oppositivi, che hanno svolto una importante critica nei confronti dei propri sistemi sociali, sono riusciti a emanciparsi del tutto da questo etnocentrismo. I movimenti e i governi popolari e progressisti, che hanno reclamato e a volte persino ottenuto l'indipendenza, sono sempre stati guardati con sufficienza da buona parte della sinistra occidentale, anche da quella cosiddetta “radicale”. Questa, incapace di cambiare i propri paesi, ha pensato bene di dare lezioni agli altri. Eppure, sono proprio questi altri che sono riusciti a opporsi efficacemente al capitalismo liberista occidentale. In tutto il mondo si sono affermati movimenti antimperialisti. In Medio Oriente e nel Nord Africa sono nati il panarabismo e il socialismo arabo, in America latina ha trionfato il bolivarismo e numerosi stati, dall'Argentina al Venezuela, hanno ottenuto importanti successi contro le mire egemoniche statunitensi. Ma alla sinistra occidentale questo non va bene. Essa si allinea al liberalismo neo e post-coloniale nel bollare questi interessanti laboratori di progresso sociale con l'immancabile epiteto di “dittatura”, comoda dicitura sotto la quale si archivia ciò che sfida la nostra società e oltrepassa i nostri paradigmi culturali.
In realtà, se c'è speranza per l'umanità, questa non è certo riposta in Occidente, con buona pace dei cantori (pseudo)illuministi. L'Europa dell'euro e dell'austerità, che ha creato un regime dispotico che si ostina ancora a difendere, non ha saputo produrre nulla di meglio che la pallida e sbiadita Syriza nella martoriata Grecia. Meglio che niente, se non fosse che ha prodotto un governo con un ministro delle finanze appena tornato dalle Università americane che ha ben pensato di ingaggiare una banca americana e di contrattare con gli sciacalli della UE una misera riduzione del debito, la quale non servirà certo a risollevare la nazione ellenica.

In verità, l'Europa oggi non è più in condizione di dare lezioni. Deve, semmai, riceverle. Molto umilmente bisogna cercare di comprendere le istanze emancipative (quelle concrete, non quelle solo teoriche o, peggio, “da corteo”) che hanno attraversato il mondo. Da Nasser a Sankara, da Guevara a Chavez. Nessuno di questi era occidentale. Impari l'Occidente: non dimentichi, certo, la sua imponente tradizione teorica, da Voltaire a Marx. Ma sappia rinunciare alla sciocca presunzione di avere il monopolio della libertà e della razionalità politica.


*Pubblicato anche su Pressenza Italia


Immagine tratta da:

30 set 2014

Economia e immigrazione

I paesi occidentali hanno una posizione molto ipocrita nei confronti degli extracomunitari, sia gli “immigrazionisti” che gli “anti-immigrazionisti”. Gli uni, infatti, diffondono una mistificante retorica del migrante in nome di un cosmopolitismo astratto e, di fondo, individualista, dimentico delle reali condizioni in cui queste persone sono costrette a vivere. Gli altri invece dimenticano i secoli di guerre, oppressione e colonialismo (tutt'ora in corso) che si è imposto al cosiddetto “Terzo Mondo”. Se molti paesi sono in una condizione di sottosviluppo la colpa è anche (soprattutto!) nostra (Italia compresa), che abbiamo imposto, militarmente o economicamente, gli interessi del nostro capitalismo su scala mondiale. Solo per questo gli “anti-immigrazionisti” dovrebbero avere un atteggiamento più tenero nei confronti degli immigrati.
Coloro che vogliono bloccare i flussi migratori sostengono che l'immigrazione avrebbe causato quello che viene chiamato dagli economisti “dumping salariale” cioè una corsa al ribasso dei salari nel paese di arrivo, poiché i nuovi arrivati si sarebbero accontentati di condizioni di lavoro nettamente inferiori. Un'altra tesi che viene solitamente avanzata da costoro è quella che gli extracomunitari toglierebbero posti di lavoro per gli italiani,
Entrambe queste tesi, come cercherò di dimostrare, sono errate.
Per capirlo, facciamo due diverse ipotesi di lavoro. Nella prima immaginiamo un'economia che va bene, con un alto tasso di occupazione, alti salari, crescita, ecc. Nella seconda ipotesi faremo invece il caso di un'economia che va male, quindi recessione, disoccupazione, bassi salari.



Immigrazione in un ciclo economico espansivo

Prendiamo il primo caso e immaginiamo vi affluisca una massa di manodopera esterna al sistema. Questa manodopera crea una domanda di beni e servizi. Quindi ci sarà un aumento (indipendente da fattori interni) della domanda aggregata. Siccome siamo in un'economia che va bene, vi sarà una crescita della domanda di lavoro da parte delle imprese a cui corrisponde la crescita della domanda di beni e servizi. Anche se le imprese copriranno la domanda in eccesso assumendo solo lavoratori immigrati, non si avrebbe nessun “furto” di lavoro. Perché quella accresciuta domanda di lavoro da parte delle imprese è dovuta a un'accresciuta domanda di beni e servizi che a sua volta deriva da un aumento demografico. Se non ci fosse stato quel “sovrappiù” di popolazione straniera che avesse prodotto un “sovrappiù” di domanda di beni e servizi, le imprese non avrebbero risposto con una maggiore richiesta di lavoro rispetto all'andamento ciclico del sistema. Di conseguenza, tanti occupati italiani c'erano prima e tanti occupati italiani ci sono ora (e altrettanti disoccupati). Anzi, nel caso in cui, invece, come più probabile, la domanda di lavoro da parte delle imprese dovuta all'aumento demografico fosse assorbita da lavoratori italiani, oltreché stranieri, questa situazione porterebbe a un aumento occupazionale dei lavoratori italiani rispetto all'andamento ciclico del sistema. Gli italiani dunque, in una situazione di crescita economica, beneficerebbero di un aumento occupazionale grazie all'immigrazione. Ma che effetto avranno i salari? Essi diminuiranno a seguito delle richieste più “esigue” della manodopera straniera? Abbiamo detto che siamo in un ciclo di crescita. Dunque i livelli salariali tendono ad aumentare con l'occupazione. Poiché abbiamo visto che i livelli occupazionali complessivi (di italiani più immigrati) non mutano a causa dell'immigrazione (anche se possono beneficiarne gli italiani) non si capisce perché dovrebbero mutare i livelli dei salari. Esiste, al contrario, una ragione politica, e una economica, perché essi debbano restare immutati rispetto all'immigrazione. Quella politica è che in un contesto di bassa (o nulla) disoccupazione il potere contrattuale dei lavoratori è alto. Quindi i salari tendono a essere alti. Di conseguenza, esisteranno vincoli contrattuali che inseriranno gli stessi immigrati in un meccanismo di tutele (sindacali o giuridiche) in modo che questi non potranno abbassare il costo del lavoro. Ma esiste anche una ragione economica. E cioè che in un tale contesto la domanda di lavoro è in eccesso rispetto all'offerta, perciò il prezzo del lavoro sarà alto. Poiché abbiamo visto che l'immigrazione non muta i livelli occupazionali, i salari degli immigrati non si abbasseranno, ma si manterranno allo stesso livello precedente il flusso migratorio.
Dunque, possiamo concludere, che in un'economia in crescita l'immigrazione non causa nessun danno e nessuno squilibrio né al livello dell'occupazione, né rispetto a quello dei salari. I lavoratori “autoctoni” non saranno danneggiati in alcun modo, ed anzi è probabile che se ne avvantaggino sul piano occupazionale.



Immigrazione in un ciclo economico recessivo

Ma cosa succede se, invece, l'economia non si trova in una fase di crescita, ma in una di stagnazione o recessione, con bassa occupazione e bassi salari, come è quella attuale?
Già in base al ragionamento fin qui svolto potremmo concludere che le tesi degli anti-immigrazionisti sono almeno parzialmente errate in ogni caso, poiché quest'ultimo stadio negativo dell'economia non può essere causato da flussi migratori. Abbiamo appena dimostrato, infatti, che l'immigrazione in una fase espansiva non può abbassare né i livelli occupazionali né i salari. Perciò, se da una fase espansiva, si passa a una recessiva, si dovranno cercare altre cause.
Ma, si potrà comunque pensare che l'immigrazione possa aggravare una situazione già compromessa dell'economia. Cosa avviene, occorre perciò domandarsi, se in una fase che già di per sé è recessiva, si introduce un flusso migratorio?
Proviamo ad analizzare i dati. La disoccupazione è alta e i salari in calo. L'eccesso di offerta di lavoro dovuto agli immigrati, dobbiamo chiederci, verrà si o no assorbito dalla domanda di lavoro delle imprese (come abbiamo visto avvenire in una fase di crescita)? In questo contesto recessivo le imprese tendono a non investire e quindi a non assumere. Quindi il maggiore afflusso demografico non sarebbe compensato dall'offerta di lavoro, e la disoccupazione complessiva (cioè di immigrati più italiani insieme è bene non dimenticarlo!) tenderà ad aumentare. Tuttavia, non si potrà dire che gli “autoctoni” abbiano perso il lavoro a causa degli immigrati. L'aumento della disoccupazione è soltanto dovuto a un incremento demografico, non ad un maggior numero assoluto di disoccupati italiani. La condizione di questi ultimi resterà immutata. Cosa accadrà ai salari? Si potrebbe pensare che aumentando la disoccupazione (dovuta all'afflusso demografico) essi si riducano. E senz'altro questa parrebbe una conseguenza plausibile perché il divario tra domanda e offerta di lavoro si allargherebbe e il prezzo del lavoro scenderebbe. Inoltre bisogna considerare un fattore. L'immigrato, che proviene da un contesto socio-economico diverso, può darsi che richieda un differente trattamento salariale. E quindi le imprese potrebbero, dato il ciclo a bassi investimenti, decidere di licenziare lavoratori italiani (più costosi) e assumere lavoratori extracomunitari per ridurre le spese. E anche questo sembrerebbe plausibile. Dunque, dovremmo concluderne che gli anti-immigrazionisti hanno in parte ragione, perché – seppure i flussi migratori non possono causare di per sé recessione – in una fase già recessiva possano aggravare la situazione?
In realtà si rischia di fraintendere la questione se non si individua il contesto globale della recessione, qual è quello attuale. Questo che abbiamo ipotizzato accadrebbe in quello che viene chiamato un “sistema chiuso” e sostanzialmente omogeneo. Ma cosa accade in sistemi aperti non omogenei, cioè dove si hanno diversi livelli di reddito, di occupazione e di crescita economica? Cosa accade cioè, se invece di limitarci a un unica nazione, consideriamo un intero continente, o addirittura l'intera popolazione mondiale? Accade che le condizioni di una data area condizionano quelle di un'altra. È quella che viene chiamata “globalizzazione”. Ogni azienda si trova a concorrere con quella all'altro capo del pianeta, per questo, se i salari della prima saranno più bassi della seconda, anche quest'ultima sarà costretta a ridurli, altrimenti viene tagliata fuori dal mercato. Stessa cosa per l'occupazione. Se i livelli delle retribuzioni sono più bassi in un paese diverso da quello di origine, un'azienda vi si potrà spostare, rilocalizzando comparti produttivi. In sostanza l'effetto è lo stesso che si avrebbe dall'introduzione di lavoratori stranieri in un sistema chiuso durante un ciclo recessivo. Con una fondamentale differenza: che questa condizione è permanente, perché permangono sempre forti squilibri tra le diverse aree del pianeta. Di conseguenza, anche se sparissero tutti gli immigrati, in questo contesto, le aziende non assumerebbero lavoratori italiani, ma procederebbero molto più realisticamente a delocalizzare la produzione. Ma anche qualora un'azienda decidesse di non spostarsi, e di assumere forza lavoro straniera, si troverebbe comunque a dover competere con altre aziende che possono reperire forza lavoro a un costo ancora più basso perché, come dicevamo, si tratta di aree non omogenee. Avranno anche un vantaggio decisivo: che mentre restando nel proprio paese la manodopera a basso costo è limitata dall'entità dei flussi migratori, spostandosi essa è illimitata, e questo ne ridurrà ulteriormente il costo. Perciò, in questo contesto “globalizzato”, anche in una situazione recessiva gli effetti dell'immigrazione sull'economia e sull'occupazione sono nulli, perché la competizione è comunque su scala internazionale. Siamo già in grado di capire, dunque, che gli effetti destabilizzanti non sono causati dall'afflusso di forza lavoro straniera in un dato paese, ma dall'internazionalizzazione della produzione e degli scambi.
Qualsiasi intervento che volesse limitare i flussi migratori sarebbe perciò inutile sul piano economico. Sembra, altresì, che l'attenzione posta sulla questione migratoria, distragga dal vero problema, ovvero, appunto, la “globalizzazione” dovuta alla liberalizzazione totale dei mercati, e a normative sovranazionali penalizzanti per il lavoro; come, solo per citarne una, la Direttiva Bolkenstein, che autorizza un'azienda straniera nel campo dei servizi a mantenere le regole contrattuali del paese di origine.
Solo, dunque, un intervento da parte dello stato, teso a ripristinare la propria autorità sul territorio in ambito economico, potrebbe porre un freno a una situazione che pare incontrollabile.
Si dovrebbe procedere su due piani: da una parte quello legislativo, vincolando le aziende straniere alle normative contrattuali del territorio in cui si trova. Dall'altra su quello economico, sostenendo, con una politica fiscale espansiva, la domanda interna, in modo da permettere alle aziende di poter trovare sbocco alla propria produzione entro i confini nazionali, senza l'ossessione delle esportazioni. Questo, e non il controllo delle dogane, fermerebbe la peggiore forma di immigrazione: quella degli squilibri esterni.
Inoltre, il sostegno della domanda per mezzo di una fiscalità espansiva, provocherebbe la fine della recessione, perché la domanda interna tornerebbe a crescere e si avvierebbe una nuovo ciclo positivo dell'economia. Nel quale, come si è visto, l'immigrazione non causa alcun problema.



Fondi per lo sviluppo o immigrazione?

Gli anti-immigrazionisti sostengono che invece di permettere l'arrivo di extracomunitari bisognerebbe sostenere lo sviluppo dei paesi dai quali provengono, in modo da creare le condizioni perché non siano più costretti a emigrare.
Tuttavia questa prospettiva appare di difficile applicazione. I paesi industrializzati destinano percentuali ridicole del loro PIL alle aree sottosviluppate e i politici, che devono rispondere ai cittadini che li votano, non hanno alcun interesse ad aumentarle in maniera significativa. Non è un caso che anche i politici anti-immigrazionisti che vanno predicando questa tesi non abbiano fatto nulla di concreto perché ciò avvenisse. Se destinassimo percentuali importanti del nostro PIL allo sviluppo (2-3% e anche più) è probabile che ci sarebbe una levata di scudi da parte di quegli stessi che ora lo sostengono, denunciando un presunto “spreco di soldi pubblici”.
Ma anche se si riuscisse a destinare una parte significativa della nostra ricchezza a questo fine ciò potrebbe rivelarsi controproducente, perché potrebbe rendere le economie dei paesi sottosviluppati ancora più dipendenti dalle nostre, avallando un neo-colonialismo che non ha mai portato vantaggi.
Si potrebbe pensare che per aiutare i paesi dei migranti si potrebbero istituire accordi per elevare le tutele del lavoro e i livelli salariali. Ma non si capisce in che modo questo dovrebbe avvenire. Come si fa a imporre a un paese straniero delle normative? Appare difficile pensarlo.
Per capire come aiutare le nazioni sottosviluppate bisogna comprendere quali sono le cause del loro sottosviluppo. Senza addentrarci in un complesso dibattito, diciamo solo che ciò che ha impedito un progresso industriale, economico e sociale in questi paesi è stato proprio l'intervento dell'Occidente nella loro economia e nella loro politica. Si sono imposte a queste nazioni liberalizzazioni selvagge dei loro mercati per l'interesse delle nostre multinazionali, che hanno distrutto le produzioni locali. Inoltre ogni qual volta che il ceto politico dirigente locale cercava di emanciparsi e di realizzare politiche pubbliche espansive i governi occidentali sono intervenuti a impedirglielo, finanziando guerre e colpi di stato. L'idea degli “aiuti” allo sviluppo più che un'occasione di crescita per questi paesi appaiono più come un modo per “lavarsi la coscienza” degli occidentali che hanno creato la miseria di coloro che ora pretendono aiutare. L'unico modo per “aiutarli a casa loro” è quello di smettere di esercitare pressioni politiche sui loro governi, costringere le nostre multinazionali a non finanziare conflitti locali, e istituire accordi internazionali per la protezione (invece che la liberalizzazione) dei mercati di queste aree. I fondi per lo sviluppo sono la versione “dal volto umano” del colonialismo. Pensare che da soli questi paesi non siano in grado di risollevarsi. Lo sarebbero, se noi li lasciassimo in pace rispettando il principio di autodeterminazione.
Ma quello che più ci preme in questa sede è capire se l'immigrazione possa essere o meno vantaggiosa per i paesi di origine.
Innanzitutto bisogna considerare la morfologia del territorio urbano delle aree considerate. Questo è carente di attività produttive, soprattutto industriali, e presenta una rete infrastrutturale insufficiente. In queste condizioni l'unico modo per creare un ciclo economico espansivo è l'impiego di ingenti capitali pubblici, perché i privati non investirebbero mai in settori ad alto rischio. Spesso i governi non sono in condizione di farlo, e perché ostaggio delle multinazionali straniere, e perché i conflitti continui non rendono possibile lo sviluppo, e perché patiscono una dipendenza monetaria (con una valuta a tasso fisso rispetto a un'altra valuta straniera) e non sono liberi di attuare politiche economiche espansive, e per ignoranza.
Ad aggravare la situazione è la condizione demografica. Per un paese in crescita costante la sovrappopolazione non rappresenta un grosso problema (o al più un problema temporaneo) perché
la popolazione in eccesso sarà destinata ad essere assorbita dall'incremento produttivo. Ma per un territorio con gravi carenze infrastrutturali e un apparato produttivo ai minimi termini non è così. La sovrappopolazione rappresenta in questo caso un serio problema.
Ma veniamo ora al punto che ci interessa. Quando una parte della popolazione in eccesso di questi paesi emigra senz'altro sgrava la restante di un peso. Perché crea le condizioni per un miglior rapporto popolazione/risorse. Dato che queste ultime restano più o meno costanti, o non aumentano almeno quanto la popolazione, una decrescita demografica può senz'altro alleviare gli effetti della deficienza produttiva. Essa favorisce una migliore allocazione delle risorse, permettendo una maggiore quantità di beni e servizi disponibili per abitante. Ciò non può che favorire anche gli scambi, perché i mercati saranno alleggeriti dall'eccesso di domanda e i prezzi scenderanno.
Ma esiste un altro effetto benefico sui paesi di origine dell'immigrazione. I migranti mandano parte dei loro risparmi, maturati nel paese in cui lavorano, ai propri familiari in patria. Questi ultimi si trovano così disponibilità di moneta forte in un'economia debole. Questa potrà permettere una crescita della domanda e degli investimenti. Ma non solo. Gli emigrati, dopo un certo numero di anni, spesso ritornano in patria con il denaro accumulato, e lo impiegano nella creazione di attività produttive e di occupazione, oltre che di domanda sui mercati. In altre parole l'immigrazione ha sui paesi di origine lo stesso effetto che potrebbe avere una politica fiscale espansiva. Essa, più di tante “beneficenze”, è un valido sostegno allo sviluppo.
Ma quale effetto ha invece sulle nazioni di approdo? Abbiamo visto che essa non crea svantaggi, almeno in presenza di una adeguata politica fiscale. Ma esistono dei benefici?
Quello che spesso ci si dimentica di considerare quando si tratta il tema dell'immigrazione è la questione delle pensioni che sta diventando un serio problema per i paesi industrializzati. In essi, la percentuale di popolazione produttiva tende a decrescere. Ciò è dovuto a due fattori: innanzitutto l'innalzamento della speranza di vita, grazie al benessere e alle cure mediche. A questo prolungamento della vita però corrisponde una riduzione della natalità (per ragioni che non stiamo qui a discutere, ma lo prendiamo come un dato empirico assodato). Dunque la popolazione non attiva (cioè i pensionati) è in aumento rispetto a quella attiva (chi lavora). I governi spesso rispondono a questo problema allungando l'età lavorativa, ma questo non fa che spostare in avanti il problema (se la natalità continua a decrescere e l'età a prolungarsi) o aumentando le ore lavorate degli occupati. Questo, ovviamente, incide sulla qualità della vita di questi ultimi. Bisognerebbe, piuttosto, promuovere politiche di riduzione della disoccupazione. Ma in che modo l'immigrazione si inserisce in questo contesto? Gli stranieri giungono nelle nostre città per trovare lavoro. Essi rappresentano una fascia di età produttiva, generalmente tra i 25 e i 35 anni. Dunque, il loro ingresso riequilibra il rapporto popolazione attiva/pensionati. In altre parole, i paesi industrializzati generalmente soffrono del problema opposto di quelli sottosviluppati, ovvero tendono alla sottopopolazione. L'immigrazione non fa che “travasare” l'eccesso di popolazione da aree più affollate ad aree meno affollate. Nei paesi di origine questo comporta un migliore allocazione delle risorse rispetto alla demografia del territorio. Nei paesi di approdo alleggerisce il peso della popolazione non attiva sulla parte produttiva. Dunque, in entrambi i casi, riequilibra il rapporto tra popolazione e beni e servizi prodotti.



Squilibri temporanei

Bisogna riconoscere che, anche in una situazione di crescita economica, un flusso migratorio improvviso può causare scompensi temporanei, prima che il sistema si riassesti.
Questo perché esiste un intervallo tra l'ingresso degli extracomunitari e il momento in cui essi troveranno un impiego. Nel frattempo, subendo la disoccupazione un momentaneo, anche se leggero, incremento, questo potrebbe (in caso di un significativo incremento del flusso demografico) causare una certa (più o meno percettibile) decrescita delle retribuzioni e dell'occupazione degli “autoctoni” (o un rallentamento della loro crescita). A questo problema, però, i governi possono ovviare facilmente incrementando la spesa pubblica, o riducendo le tasse, in modo da compensare questo potenziale squilibrio temporaneo destinato in ogni caso a venir riassorbito dal ciclo espansivo dell'economia.



Conclusioni

Abbiamo compreso che l'immigrazione non può causare danni economici alla società che la riceve se questa adotta politiche espansive. Anche in un contesto di politiche deflattive pro-cicliche, ma in compresenza di un'apertura dei mercati (ovvero la situazione attuale) l'immigrazione non avrà effetti, ma a causare grossi problemi sarà l'internazionalizzazione degli scambi e della produzione che provocherà disoccupazione e dumping salariale. L'unico problema si può presentare se le politiche deflattive avvengono in un sistema chiuso, cioè con mercati non internazionalizzati. In questo caso l'immigrazione corrisponderebbe a una loro parziale liberalizzazione.
A entrambi i problemi (concorrenza estera in un sistema aperto, e immigrazione in un sistema chiuso) si può porre rimedio con l'espansione fiscale, incrementando la spesa pubblica e riducendo le tasse e invertendo dunque il ciclo economico. Da una parte, infatti, stimolando la domanda interna le imprese non avranno la “spada di Damocle” della concorrenza estera, perché la loro produzione troverà sbocco sui mercati nazionali, con evidenti vantaggi in termini di occupazione e salari. Questo effetto può essere ancor più marcato con una legislazione che, nel caso servisse, proteggesse i mercati interni.
Dall'altra, l'eccesso demografico può essere assorbito da politiche pubbliche che incentivino l'impiego e la riduzione della disoccupazione.
Con adeguate politiche fiscali, perciò, l'immigrazione non provoca effetti negativi, se non leggermente in un periodo di tempo limitato, ma, anzi, può apportare benefici, sia al paese di provenienza che in quello di approdo. Nei primi riduce la sovrappopolazione e permette di ovviare all'insufficiente circolazione monetaria e alla scarsità di capitali. Nei secondi, invece, allevia la sottopopolazione, sgravando in parte le fasce produttive del peso del sostentamento della popolazione non più attiva.
Non esiste, dunque, una questione immigrazione da un punto di vista economico, in presenza di adeguate politiche pubbliche. Il problema si pone solo laddove si parte dal presupposto, errato, che il governo non possa e non debba intervenire sul ciclo economico. È vero l'opposto, p u ò e d e v e farlo. Ma ha bisogno, ovviamente, del pieno controllo sulla moneta e della Banca Centrale, per attuare i necessari interventi fiscali. Certo, un cultura di tipo neoliberale non aiuta. Non aiuta nemmeno dotarsi di una moneta unica, affidata a una Banca sovranazionale e sovrastatale, come hanno malauguratamente scelto di fare i paesi dell'eurozona. Ma in questo caso, i guai sono ben altri che quelli potenziali dell'immigrazione. Il primo passo sarebbe, quindi, quello di recuperare la piena sovranità economica. Con quest'ultima, infatti, non esiste problema economico non risolvibile per i governi.
La questione si può porre, piuttosto, su un piano socio-culturale. Un'immigrazione troppo rapida e improvvisa può creare tensioni tra gli autoctoni e nuovi arrivati. Ma occorre intervenire nel controllo dei flussi per regolarne la velocità e non, come ci si illude spesso di fare, con una legislazione restrittiva o addirittura una chiusura delle frontiere. Questa non può che provocare sacche di illegalità perché non potendo accedere legalmente si cercherà di farlo illegalmente e offrendo inoltre alla criminalità organizzata (straniera o locale) ampie opportunità di profitto, speculando sulla disperazione dei migranti. In Italia ciò è provocato in particolare da una legge che non permette (ufficialmente) ai migranti di entrare nel nostro territorio senza avere già un contratto di lavoro. Ipocritamente, perché è evidente che senza prima arrivare nel nostro paese gli extracomunitari hanno probabilità pressoché vicine allo zero di trovarvi un impiego. Allora l'unico modo sono i viaggi clandestini, gestiti da criminali senza scrupoli.
Legalizzare l'immigrazione in cerca di impiego, riconoscendo, ad esempio, un periodo di tempo per trovarlo sottrarrebbe il controllo delle tratte alle organizzazioni criminali. Lo stato, inoltre, può occuparsi di impiegare direttamente in aziende pubbliche quella parte di disoccupati (italiani o stranieri che siano) che non vengano assunti da imprese private.
Altrettanto importante è abolire quei lager istituzionalizzati chiamati centri di identificazione, dove gli immigrati attendono in condizioni inumane per un tempo illimitato. Essi non rappresentano soltanto una violazione della dignità della persona, ma sono anche un danno economico perché costringono all'inattività delle persone che potrebbero invece lavorare.


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