01 dic 2014

Perché uscire dall'euro non basta

È sicuramente un fatto positivo che il dibattito sull'euro abbia fatto il suo ingresso, anche se non propriamente trionfale, nei grandi media italiani, e che l'opinione pubblica italiana sia diventata sempre più critica nei confronti della moneta unica al punto di auspicarne l'abbandono.
È positivo che si ponga finalmente la questione della sovranità nazionale, così a lungo ignorata dalle sciocche diatribe di una politica misera e provinciale. Ma occorre, anche, mettere in guardia da facili e pericolosi corto circuiti all'interno del “movimento sovranista” (ammesso che possa essere definito movimento quella variegata e contraddittoria area cui inscrivere chi, con posizioni politiche anche molto differenti, auspica il recupero della sovranità da parte dello Stato).
Non bisogna farsi illusioni: l'uscita dall'euro non assicurerebbe automaticamente alcun beneficio al paese che decidesse di attuarla. Se non congiunta ad una politica di radicale rottura rispetto agli ultimi due decenni rischierà di tramutarsi soltanto in una aggiornata versione dell'egemonia neoliberale e del dominio assoluto del capitalismo in Europa. Insomma, l'uscita dall'euro è condizione necessaria ma non sufficiente per una decisa inversione rispetto alla politica economica attuale e alla subalternità a voleri transnazionali. Occorre perciò prendere le distanze da quei partiti, da quei movimenti e da quei soggetti che propongono il ritorno a una moneta nazionale, ma senza articolare questa proposta in un diverso modo di intendere l'intervento dello Stato nell'economia come nelle questioni internazionali. Il Movimento Cinque Stelle, almeno nella sua parte più vicina a Grillo, ha incarnato questo pericolo per un certo periodo; l'uscita dall'euro veniva proposta senza coerenza e consapevolezza, senza mettere in discussione, di fatto, in alcuni casi, le politiche di austerità e il dogma dell'avanzo primario, anche se nella base, bisogna riconoscere, non manca chi tenta il recupero delle teorie keynesiane. In ogni caso, l'infatuazione per Grillo e i suoi sembra stia ormai scemando, sostituita da una nuova infatuazione, quella per la Lega Nord di Salvini, opportunamente rispolverata. Abbandonati i vecchi cavalli di battaglia del federalismo e del regionalismo, la Lega ha deciso di presentarsi come forza di opposizione rispetto all'establishment europeo e all'unione monetaria. Tuttavia, questa presa di posizione non sembra aver mutato i vecchi propositi della Lega, ovvero quello di indebolire lo Stato centrale, favorendo le imprese del nord. Nessuna intenzione traspare, dal programma leghista, di aumentare la spesa pubblica, né di porre in atto una legislazione favorevole al lavoro o che, per lo meno, tenti di ripristinare una situazione precedente alla Riforma Treu. E del resto la Lega ha preso parte a quei governi di centrodestra che, al pari di quelli di centrosinistra, hanno attuato interventi regressivi e dannosi per le classi medio-basse, come è il caso della “Legge Biagi” o della Riforma Maroni sulle pensioni, anticipazioni di sciagurate riforme successive volte a distruggere il sistema pensionistico pubblico (ultima la Legge Fornero). Pare perciò improbabile che la Lega, che non ha mai fatto mostra di rinnegare o criticare la sua esperienza di governo, cerchi di smantellare quell'impianto di leggi che essa stessa ha promosso e di andare in direzione contraria. Piuttosto potremmo assistere a una riproposizione di quelle politiche del governo Berlusconi, per certi versi anche radicalizzate. E lo dimostra la proposta di Claudio Borghi, responsabile economico della Lega, di istituire la cosiddetta “flat tax”, ovvero un'aliquota unica sui redditi uguale per tutti. Ciò sarebbe innanzitutto una grave violazione (l'ennesima, ma non per questo meno grave) della nostra Carta Costituzionale, che sancisce a chiare lettere all'articolo 53 la progressività dei tributi. Ma, a parte questo fatto non secondario di natura giuridica, la proposta avrebbe conseguenze pericolose anche sul piano sociale ed economico. Non solo perché un intervento del genere, di chiaro impianto neoliberista e tatcheriano, inasprirebbe le diseguaglianza su cui già pesa la crisi in corso, ma anche perché non farebbe che avvantaggiare i ceti più abbienti, senza incentivare la domanda e permettere una ripresa dei consumi. È evidente che una tassazione non progressiva sul reddito va a nocumento dei ceti più poveri, i quali non avranno grandi benefici e quei pochi che avranno non saranno in grado di innescare una crescita della domanda interna. In questo modo, il riallineamento del cambio e l'alleggerimento fiscale anche per le imprese potrebbe anche produrre una crescita di PIL sul breve periodo, ma andrebbe ad avvantaggiarsi solo il settore delle esportazioni, senza ripercuotersi positivamente sui consumi interni. La mancanza di una legislazione a tutela del lavoro vedrebbe sempre una competizione al ribasso sui salari e, finita una prima fase di possibile boom dell'export, sull'occupazione. Non è certo questo il modo migliore di contrastare la disoccupazione. Una riduzione delle tasse sarebbe benefica solo se si concentrasse soprattutto sulle imposte indirette (IVA, accise, ecc.) che gravano sulle fasce più deboli, e perciò sui consumi, molto di più che su quelle più agiate. Un intervento di detassazione dei redditi può altresì risultare benefico solo se non rinuncia al principio di progressività. Ma soprattutto una defiscalizzazione deve essere accompagnata, per risultare efficace, da un significativo incremento della spesa pubblica. Solo un intervento diretto dello Stato, infatti, può invertire il ciclo economico, poiché, come è noto, in una fase di contrazione dell'economia il privato tende a non investire. Urgono investimenti pubblici volti a ridurre la disoccupazione, aumentare le retribuzioni e interrompere la crisi di domanda che è causa della recessione del nostro paese. Tutto ciò sembra trascurato dalla Lega, che propone un recupero di una valuta nazionale, ma senza inquadrarla in una più vasta visione della politica economica, la quale invece deve essere improntata, pena il fallimento di qualsiasi governo dell'economia, alle teorie keynesiane. Sebbene Borghi abbia fatto appello al principio della piena occupazione, non si capisce in che modo questo debba essere attuato in base al programma della Lega. Rischia piuttosto di risolversi in un mero slogan, una trovata di marketing elettorale di nessun valore politico reale. Viene il sospetto che la polemica antieurista e antieuropeista della Lega sia usata principalmente in funzione anti-immigrazione, per scaricare le tensioni e la rabbia popolare sugli extracomunitari innescando una guerra tra gli ultimi della scala sociale, siano essi italiani o stranieri, ed impedendo quindi che questo malcontento possa rivolgersi alle cause e alle élite responsabili del presente stato di cose.
Manca la consapevolezza, nell'area sovranista, dello scenario complessivo, nazionale e internazionale; è più che evidente, o per lo meno dovrebbe esserlo, che un ritorno alla lira, che però non metta in discussione i trattati europei, il Patto di Stabilità, il Fiscal Compact, e via dicendo, condannerebbe qualsiasi governo al fallimento. Non solo perché esporrebbe il nostro paese ai ricatti dei mercati finanziari, che abbiamo già visto produrre tristi conseguenze con la crisi (pianificata) dello spread (che fu all'origine di un colpo di stato in piena regola) ma anche perché vanificherebbe le potenzialità della moneta di Stato, ponendo i vincoli di bilancio un forte freno a qualsiasi politica anticiclica. Non a caso i paesi che meno hanno sofferto la crisi, come Germania e Gran Bretagna, sono quelli che meno hanno rispettato tali vincoli e i più colpiti (i cosiddetti PIIGS) quelli che più vi hanno tenuto fede. Il rigetto dell'euro non può pertanto essere disgiunto dal rigetto dell'Unione Europea, quest'organismo antidemocratico che priva gli stati della loro sovranità.
Un'altra caratteristica comune a molti sovranisti è quella di voler spesso ridurre la sovranità a una questione meramente monetaria, quando invece essa è solo il risultato di una complessità di fattori e di poteri attribuiti allo stato. La moneta è sicuramente uno di questi, ma non l'unico. Non bisogna sottovalutare la necessità di un ordinamento legislativo che permetta al Governo centrale e al Parlamento di amministrare la società. In questo senso non è certo di aiuto la deriva federalista che ha caratterizzato il nostro paese, la quale ha esautorato lo Stato di molti dei suoi poteri inasprendo tra l'altro i divari tra le diverse aree della Penisola, come è avvenuto con la Sanità regionalizzata. Ma un analogo discorso può valere per le autonomie di istituzioni che dovrebbero essere poste sotto il controllo dell'organo esecutivo, come la Scuola e l'Università, e che invece sono lasciate al loro destino, allo scopo probabile di aprire la strada a future privatizzazioni. Proprio le privatizzazioni sono una delle cause della perdita di sovranità del nostro paese, il quale ha visto uno sconvolgente liberismo travolgere i patrimoni nazionali e distruggere le cosiddette “partecipate”. Lo Stato è servito ai capitalisti solo per sanare le perdite, scaricate sulla collettività, in modo tale che l'investitore privato potesse godere dei profitti, spesso senza fare investimenti o anzi disinvestendo. Per cui, la sovranità non può non passare per una (ri)nazionalizzazione di importanti comparti produttivi, quelli privatizzati (trasporto ferroviario, energia, autostrade, servizi, ecc.) come quelli travolti da un ondata di licenziamenti, tagli delle retribuzioni e delocalizzazioni (si pensi all'industria automobilistica).
Per finire, ma non meno importante, il recupero della sovranità non può prescindere da una matura coscienza geopolitica. L'Italia dovrebbe rompere subito l'alleanza-sudditanza nei confronti degli Stati Uniti, uscendo dalla NATO e chiudendo le basi militari americane, ponendo così fine a un'occupazione ormai pluridecennale. Senza una saggia politica di alleanze nessun paese è libero da ingerenze esterne. E l'Italia non potrebbe certo cercare nuovi alleati ospitando sul proprio territorio basi militari statunitensi. Come potrebbe, infatti, un forte alleato non allineato all'egemonia americana (che sia la Russia o la Cina o altri dei cosiddetti BRICS) fidarsi di un governo che è costretto a fornire supporto alle operazioni belliche nordamericane, spesso osteggiate da quei paesi? Senza libertà da vincoli militari esterni nessun paese può istituire una rete vantaggiosa di rapporti internazionali ed essere quindi veramente indipendente. La sovranità, dunque, va conquistata non solo sul piano monetario, ma anche su quello economico, legislativo, militare e, non meno degno di riguardo, culturale, perché l'egemonia di un pensiero neoliberale e atlantista è una piaga che ormai affligge il nostro paese da lungo tempo. Il venir meno di uno, o più, di questi fattori, può compromettere seriamente la riuscita di un progetto di riconquista della sovranità. Hanno chiaro tutto ciò i sovranisti e quanti criticano astrattamente “l'Europa”? Purtroppo ci sono buone ragioni per dubitarne.


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