30 mar 2017

Egemonia e dissenso: quali prospettive?*

La sconfitta di Renzi al referendum costituzionale avrebbe dovuto indurre a una riflessione non soltanto il segretario del PD e la sua cerchia, ma tutto quanto il ceto dirigente italiano che ha tenuto il governo politico in questi anni, anche se un governo più simbolico che reale, svuotato delle sue effettive prerogative, diventato un mero esecutore della strategia delle oligarchie e della tirannia di mercato.
Questa sconfitta, e le conseguenti dimissioni di Renzi da Presidente del Consiglio, segnalano due fatti di cui non si può non prendere atto: a) l’incapacità attuale della strategia neoliberale e dei suoi deboli referenti politici di attrarre consenso e b) il fallimento storico del Partito Democratico e dell’idea sulla quale è stato fondato.


  1. L’illusione e il disincanto: il tramonto dell’egemonia culturale attiva

L’esaurimento dello slancio delle lotte sociali del Novecento, che hanno raggiunto l’apice del loro successo nel corso degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, trascinata dall’avanzata del “blocco socialista” (col quale si vuole qui intendere tutto l’insieme di partiti, sindacati e movimenti di ispirazione marxiano-keynesiana, comunisti, socialisti, socialdemocratici, laburisti) aveva visto il ritorno del liberalismo e la restaurazione capitalista. In appena tre decenni, le tutele sociali sono state rapidamente cancellate, i mercati ampiamente liberalizzati, gli stati-nazione indeboliti, proprio grazie alla partecipazione del nuovo ceto dirigente erede di quello socialista.
Questo processo di restaurazione liberale è stato possibile grazie alla crisi ideologica del blocco socialista, cui il crollo dell’Unione Sovietica ha dato il colpo di grazia. Il capitalismo è apparso come l’unico universo possibile e il neoliberalismo è riuscito a instaurare un’egemonia culturale come forse mai prima di allora. La novità era che questa egemonia non riguardava soltanto le classi dominanti, ma anche quelle dominate, che hanno creduto nella promessa di emancipazione individuale del liberalismo post-moderno. Questa egemonia ha potuto esercitarsi grosso modo incontrastata per un trentennio. Qui però occorre integrare la proficua categoria gramsciana; bisogna infatti distinguere tra un’egemonia culturale attiva e un’egemonia culturale passiva. Con la prima si intende la persuasione ideologica consapevole e la conscia rappresentazione di una certa idea di società sottesa da tale ideologia. Con la seconda invece ci si vuole riferire all’introiezione inconsapevole delle forme ideologiche e alla loro riproduzione inconscia e automatica nel sistema sociale. Per molto tempo le due categorie sono, in linea di massima, coincise. Ciò è accaduto anche con la restaurazione neoliberale degli anni Ottanta, Novanta e Duemila. Ma all’inizio di questo decennio vi è stata una divaricazione. L’egemonia attiva è entrata in crisi e sta andando via via dissipandosi, mentre è rimasta in vigore inalterata quella passiva. Ciò ha significato che le masse hanno cominciato a rifiutare la formulazione esplicita dell’ideologia neoliberale, ma continuano a subire le forme di integrazione implicite che essa propone nei comportamenti individuali e collettivi. Questa inedita divaricazione ha provocato conseguenze altrettanto inedite; a livello politico, infatti, l’ideologia neoliberale non riesce più a produrre consenso, non riesce più a sedurre come in epoca reaganiana (il neoliberismo seduce, il progetto socialista affascina). Quel ceto dirigente, quindi, che si è fatto interprete politico della strategia neoliberale, è entrato in una crisi di consenso profonda che non sembra trovare sbocchi: si pensi alla situazione del partito socialista francese, o di entrambi i partiti statunitensi (costretti a integrare figure “esterne”, come Sanders da una parte e Trump dall’altra) oppure del PD in Italia affetto da cronica emorragia di iscritti. Tuttavia, a questa crisi della proposta politica neoliberale, non ha fatto seguito una capacità di elaborare una efficace strategia contrapposta delle altre forze. In questo modo le oligarchie hanno perduto il consenso politico, ma senza che il loro dominio di classe fosse scalfito. Se manca il consenso, il dissenso non riesce a organizzarsi e a proporre una contrapposta idea di società, arenandosi in rivendicazioni del tutto secondarie e sterili, finendo per disperdersi in mille rivoli. È il cosiddetto “populismo”, come quello di formazioni quali Podemos in Spagna o il Movimento Cinque Stelle in Italia. Essi hanno inconsapevolmente introiettato l’ideologia neoliberale che impedisce loro di trovare una valida struttura organizzativa e un progetto politico adeguato. Senza addentrarci in un argomento che meriterebbe una trattazione separata, basterà citare a titolo esemplificativo il caso greco. Qui, il ceto politico referente dell’oligarchia è entrato in crisi, rimpiazzato dal partito di Syriza che ha raccolto la protesta delle classi greche impoverite ed esasperate, ma non è riuscito a tradurla in un progetto politico realistico, a causa del pregiudizio anti-sovranista e della accettazione acritica dell’euro e dell’Unione Europea.


  1. Il Partito Democratico: un peccato originale

La crisi di consenso ha riguardato tutti i partiti d’Occidente promotori della globalizzazione e della mercatizzazione della società, coloro che, al netto delle varie e secondarie differenze nazionali, hanno svolto il ruolo di portare le classi popolari ad accettare l’ideologia neoliberale, in altre parole, quel ceto politico che ha cercato di produrre egemonia culturale attiva in favore delle oligarchie capitalistiche. In Italia questo compito è stato assunto da vari partiti e formazioni, in particolare quelli creatisi con l’epilogo traumatico della Prima Repubblica; ma con la fine del decennio scorso e l’inizio di quello attuale, un nuovo partito ha monopolizzato un tale compito, il Partito Democratico.
Il Partito Democratico nasceva su una tesi: le ideologie sono morte; tradotto: le ideologie alternative al capitalismo e al liberalismo sono morte e può esistere l’unica ideologia dell’assenza di ideologie, cioè dell’ineluttabilità del processo capitalistico di adeguamento delle strutture sociali al mercato globale. Il Partito Democratico doveva quindi unificare quel ceto politico italiano che più coerentemente si era proposto come referente accreditato delle oligarchie neoliberali. In questo modo, secondo i fondatori, sarebbe stato possibile raccogliere il consenso delle classi dominate, che rischiava di disperdersi a causa delle divisioni politiche (anche se non ideologiche) di quel ceto dirigente. Sembrava dovesse funzionare, ma i fondatori non avevano fatto i conti con la Storia. Proprio allora, infatti, l’egemonia culturale attiva, che il PD come altri partiti in Europa, si incaricava di produrre, veniva a mancare. Il Partito Democratico faceva il suo esordio proprio quando i suoi omologhi occidentali (i socialisti francesi, i socialdemocratici tedeschi, oppure i laburisti blairiani britannici) subivano un tracollo di consensi. Un tracollo che si sarebbe rivelato non puramente contingente, ma strutturale, perché era lo stesso modello dell’egemonia attiva che si era deteriorato.


Essendo costruito su questa tesi, ormai superata, il PD è un partito che attraversa un lungo, ininterrotto e strutturale calo di consensi, come si nota se si guardano i voti assoluti ottenuti alle varie elezioni e l’incapacità di attrarre le classi popolari disilluse. Esso continua a gestire il potere politico (formale) per una sorta di inerzia delle procedure rappresentative e per quella disorganizzazione del dissenso di cui si diceva. Tuttavia la sua egemonia delle istituzioni rappresentative (che non è mai stata egemonia culturale) è sempre precaria, appesa a un filo. Tutti i segretari avvicendatisi hanno, finora, fallito il loro compito. Da Veltroni sconfitto da Berlusconi a Renzi mai eletto, passando per Bersani.
Il ceto politico del PD, tuttavia, non riesce ancora a comprendere questa nuova fase storica nella quale si è entrati e a ciò si deve la sua incapacità di analisi. Si accampano, allora, ragioni collaterali, eventi scarsamente influenti per spiegare la sconfitta.
Renzi, nel corso di un’intervista a Repubblica, alla domanda su quali siano stati i suoi errori, ha risposto: “avrei dovuto metterci più cuore, più valori, più ideali. Insomma, meno efficienza e più qualità”. Non ha messo in discussione il programma politico del suo governo, che ha anzi difeso, ma il modo di comunicarlo. Renzi crede ancora nel progetto di egemonia attiva, crede che sia ancora possibile coinvolgere attivamente le masse nella strategia neoliberista che esse subiscono. Ciò è stato vero per un certo tempo, ma oggi rischia di rivelarsi clamorosamente anacronistico.
Del resto, la cecità del ceto politico neoliberale è la stessa di quello intellettuale. Ad esempio, molti hanno creduto di attribuire la vittoria di Trump a una differenza di comunicazione rispetto alla Clinton, al linguaggio semplice, diretto e “populista” del miliardario. Ciò può essere in parte vero, ma è soltanto una causa collaterale e secondaria. La vera ragione della vittoria di Trump non è in una comunicazione efficace, ma nella disillusione delle classi impoverite, degli Stati Uniti, come di tutto l’Occidente (come dimostrano la “Brexit” e l’avanzata delle formazioni populiste) rispetto all’ideologia neoliberale e alla sua promessa di liberazione dell’individuo dalle strutture oppressive dello stato e della burocrazia. Le classi popolari hanno sperimentato sulla loro pelle le contraddizioni del neoliberismo e hanno pagato e stanno pagando un prezzo altissimo. È quantomeno dubbio che una efficace campagna pubblicitaria possa far dimenticare l’austerità, la disoccupazione, la crisi economica e la sfiducia nel ceto politico che i dominati hanno davanti agli occhi tutti i giorni, pur non essendo capaci di comprenderlo con lucidità intellettuale, ma percependolo in quella famosa “durezza del vivere” sperimentata quotidianamente. Che si possa riottenere il consenso delle masse disilluse con una campagna pubblicitaria, senza cambiare di una virgola la strategia politica, restando quindi nella dimensione neoliberale, segnala che mentre le masse si disilludono (senza però riacquistare la capacità di riaffascinarsi) il ceto politico si illude.
Il ceto politico neoliberale, sembra, ad oggi, uno spettatore impotente e balbettante; la questione centrale, attualmente, non è la possibilità da parte dell’oligarchia di esercitare un’egemonia attiva, ma la capacità o l’incapacità del dissenso di organizzarsi. Sarà possibile che l’integrazione capitalistica prosegua incontrastata rinunciando al consenso e avvalendosi soltanto dell’egemonia culturale passiva, quindi dei modelli di consumo, dell’individualismo, della sfiducia in un progetto alternativo di società e dell’afasia del dissenso? E il dissenso, da parte sua, per quanto potrà essere orientato verso partiti populisti destrutturati incapaci di formulare un progetto politico anticapitalista senza che presto maturi un disincanto anche nei loro confronti? E sarà possibile ripensare a una politica, marxianamente, come “movimento che abolisce lo stato di cose presente” e progetto di rifondazione sociale? Queste sono, oggi, le domande alle quali solo la Storia saprà rispondere.















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La sinistra postmoderna è nata morta*

“Unire la sinistra” è il vecchio appello da Seconda Repubblica caduto in disgrazia, che talvolta qualcuno tenta di riportare in auge. Adesso è la volta di Giuliano Pisapia che propone un cartello elettorale dai contorni vaghi e sfumati, il “Campo progressista”, l’ennesima riedizione delle tante “sinistre unite” fallite. Già prima Bertinotti e poi Ferrero e Vendola provarono a inventarsi nuovi marchi da apporre all’aggregazione multiforme che chiamavano “sinistra”. Tutti questi schieramenti hanno fatto la stessa triste fine.
L’ostracismo contro le ideologie, in particolare contro la teoria marxista, diede vita a una creatura deforme, la sinistra postmoderna, una fazione eterogenea, senza contorni definiti, priva di una tradizione politica – considerata un pesante fardello di cui disfarsi – con un’organizzazione evanescente e senza una solida struttura di partito. Tenuta assieme dal generico appellativo di “sinistra”, non ha un fine universale, un ideale di rifondazione della società, ma tanti piccoli scopi particolari da perseguire all’interno della struttura sociale vigente che non viene mai criticata. Per questo assumono un ruolo primario i diritti civili, mentre vengono trascurati, fin quasi a dimenticarli, quelli sociali, sacrificabili sull’altare delle “alleanze progressiste”. I diritti civili, infatti, possono essere perseguiti all’interno dei rapporti sociali esistenti, senza la necessità di giungere a uno scontro con le classi dominanti, con le quali, anzi, ci si allea.
Non a caso Pisapia intende proporre questa “unificazione” per poi allearsi col PD, per “tirarlo” a sinistra. Uno schema tipico della Seconda Repubblica, e a livello globale del mondo appena dopo la caduta del Muro di Berlino; il conflitto tra socialismo e capitalismo doveva essere surrogato dal dualismo destra/sinistra, nel quale entrambi appartenevano non al “campo progressista” o a quello conservatore, ma all’orizzonte capitalista da “fine della storia”, visto come irreversibile e accettato acriticamente da ambedue gli schieramenti teoricamente contrapposti.
Ma ormai anche lo schema destra/sinistra è entrato in crisi, per essersi manifestato per quello che è: una maschera. La “destra” e la “sinistra” della Seconda Repubblica non corrispondono alla “destra” e alla “sinistra” della Prima, le quali non erano soggetti giuridici e politici, ma indicazioni “geografiche” che dovevano essere opportunamente connotate da aggettivi (socialista, liberale, comunista, democristiano, ecc.). Lo schema destra/sinistra postnovecentesco è entrato in crisi in seguito al progressivo distacco popolare, non essendo possibile scorgervi un’alternativa reale al capitalismo neoliberale e quindi rivelandosi in farsa, puro spettacolo.
Ad esso non è ancora subentrata una rappresentazione politica adeguata, ma va delineandosi un nuovo conflitto tra il globalismo liberista e le resistenze nazionali, statali e antioligarchiche le quali però presentano diverse contraddizioni e sono ancora in embrione.
Compito della politica, oggi, è dare voce a queste ultime, non attraverso l’uso demagogico e “populistico” proprio di alcuni capi partito, ma interrogandole, chiarificandole, criticandole e traducendole in una teoria, una prassi strategica e un progetto di società.
La proposta di Pisapia, invece, ignora tutto questo e si limita a rispolverare uno schema vecchio e superato, tutto interno alla risonanza mediatica, incapace di fare i conti con le recenti tendenze sociali. Il vero scopo (che egli ne sia consapevole o meno) è quello di ricondurre il dissenso entro il recinto controllato dalle oligarchie. Ed è questo infatti il vero significato del “progressismo” postmoderno: a sinistra del PD, ma col PD, ovvero, la periferia del capitalismo.














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27 feb 2017

Uomini e robot nella società contemporanea*

Nel corso di un recente discorso, il Presidente Mattarella ha fatto riferimento al cosiddetto “Modello 4.0”, intendendo l’introduzione di nuovo tecnologie nell’economia per rendere più veloce ed efficiente la produzione. Il Capo dello Stato ha detto che un simile modello potrebbe creare “forme di dualismo nella nostra società”. Ha sottolineato, pur riconoscendone i benefici, che “Mentre, da un lato, vi sarà un impatto positivo sulla produttività del lavoro, con un ampliamento anche di opportunità per i lavori più qualificati, dall'altro lato è del tutto verosimile doversi attendere un effetto riduttivo sulla occupazione totale, per la probabile diminuzione di posti di lavoro ripetitivo a vantaggio della robotica. Il saldo netto tra posti di lavoro perduti e posti di lavoro creati non è una variabile indifferente”.
La questione di cui si occupa Mattarella non è inedita, e interessa tutte le società moderne. La meccanizzazione e computerizzazione della produzione hanno ridotto le ore di lavoro necessarie per unità di prodotto, questo però non ha determinato, in passato, perlomeno nelle società europee, forti squilibri e cali occupazionali. Anzi, nel corso degli anni Settanta l’introduzione delle tecnologie si è accompagnata a un aumento dell’occupazione e dei redditi da lavoro. Questo fondamentalmente per due ragioni.
Innanzitutto perché questo processo è avvenuto in un contesto politico-economico nel quale gli stati e le aziende esigevano un aumento del capitale investito e un incremento generalizzato dei consumi. Inoltre, si è avuto entro una cornice legislativa di forte tutela dei ceti medio-bassi e dei lavoratori.
Occorre sottolinearlo, perché i mutamenti tecnologici e lo sviluppo della tecnica, per quanto repentini, non provocano necessariamente disagi e “dualismi”. Questi si verificano solo entro un certo tipo di scenario politico, economico, giuridico e anche culturale, nel quale non vi è spazio per i due fattori di cui si è detto: ovvero investimenti (sostenuti spesso dalla mano pubblica) e tutele del lavoro.
È evidente che nell'assetto attuale un simile scenario sia del tutto venuto meno, sostituito dalla deregolamentazione dei mercati e dall'abolizione delle tutele. Le imprese tendono a disinvestire, non a investire e gli stati non fanno nulla per opporsi a questa tendenza e ansi spesso la agevolano. Inoltre gli sviluppi della tecnica sono giunti al punto da far prevedere in tempi relativamente brevi la scomparsa di interi settori della manodopera e aree di impiego del lavoro umano sostituiti da processi produttivi interamente meccanizzati. Il lavoro sembra spostarsi sempre più dalla manodopera alle attività tecnico-intellettuali, e anche per queste ultime si può prevedere una riduzione del monte ore necessarie.
Sembrerebbe quindi inevitabile la crescita di una massa enorme di disoccupati esclusi dal lavoro e sostituiti dalle macchine, con tutte le ricadute sociale che ciò può comportare.
In realtà, una simile eventualità non è affatto una necessità “intrinseca” dell'evoluzione dei mezzi produttivi. La tecnica non è mai una componente “neutra” e una variabile indipendente, essa opera sempre in combinazione con altre, che ne determinano gli effetti.
In un contesto di liberalizzazione totale dei mercati e dei capitali, di deregolamentazione, di cancellazione delle tutele e di implosione del controllo statale sull'economia le conseguenze della meccanizzazione e digitalizzazione sembrano andare nella direzione paventata dai pessimisti.
Considerare, però, un simile scenario come inevitabile, ha gli stessi effetti di una “profezia autoavverante”, la sottovalutazione del potenziale delle altre componenti (politica, economia, diritto, cultura, tensioni sociali, ecc.) conduce a sopravvalutare quello della tecnica. Ciò vale sia per i profeti “pessimisti” che vedono la tecnica come una potenza distruttrice autonoma da tutto il resto, sia per gli “ottimisti” che invece ne auspicano la continua evoluzione come fatto intrinsecamente benefico.
Si può invece comprendere il ruolo della tecnica nella nostra società, in rapporto al lavoro, come ad altri aspetti, solo se lo si considera come interdipendente e sempre combinato con altri. La disoccupazione “tecnologica”, non è in realtà il risultato del semplice progresso della conoscenza scientifica e dall'applicazione su larga scala di mezzi efficienti. È, invece, la conseguenza dell'interazione del progresso tecnico con lo scenario sociale complessivo. Più che essere gli assetti sociali determinati dalla tecnica, è anche e soprattutto quest'ultima a essere orientata dai primi. Questo significa che l'incontrollabilità della tecnica è una forma di superstizione che deriva dall'inconsapevolezza del ruolo giocato dalle altre componenti. Se queste ultime ultime sono considerate, magari implicitamente e acriticamente, come date una volta per tutte, è chiaro che la tecnica emerge come potenza inarrestabile e insensata.
Questo errore emerge anche nel discorso di Mattarella, il quale vuole mettere in guardia dalle “logiche protezionistiche del proprio mercato” e dalla “illusoria difesa dei propri apparati produttivi”, quasi che la rinuncia alla “sollecitazione della concorrenza” sia impensabile e inconcepibile.
Prima si afferma l'immutabilità dell'unico mondo possibile dell'economia globalizzata, e poi si presentano come problematici i risvolti del progresso tecnico, ignorando, e ostinandosi a ignorare, che questi ultimi non sussistono nel nulla, ma operano in una cornice che si è già definita come inalterabile e indiscutibile. La politica, al contrario, dovrebbe adoperare un approccio “laico”, ai problemi sociali, che cioè sia libero da dogmi e assunti acritici, quali quelli della religione del libero mercato.













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Immagine tratta da: http://www.ansamed.info/motori/notizie/rubriche/industriamercato/2012/08/02/Renault-piu-25-produzione-motori-Brasile_7282651.html

Renzi e Grillo: l’affinità oltre l’apparenza*

Sono i due antagonisti che si contendono i palcoscenici mediatici, in realtà Renzi e Grillo sono molto più simili di quanto a prima vista possa sembrare.
Entrambi hanno in comune la lontananza e l’avversità alla politica come origine della loro ascesa: l’uno si è infatti affermato al di fuori delle procedure del suo stesso partito e ricercando l’appoggio della finanza. L’altro è un comico, abituato a riempire i teatri con spettacoli di cabaret “impegnato”. Tutti e due sono accomunati dal rifiuto della politica, perlomeno nella sua accezione più piena e tradizionale, e dalla padronanza degli strumenti comunicativi.
Renzi deve la sua ascesa alla retorica della “rottamazione”, con la quale egli si è presentato come liquidatore della “vecchia politica”, ovvero di una concezione “forte” dell’agire politico, intesa come strategia codificata fondata su un apparato dottrinario. Alla “vecchia politica”, che è poi la politica in senso proprio, Renzi ha inteso sostituire la gestione del consenso passivo delle masse attraverso i media, liquidando quello che rimaneva della tradizione della sinistra italiana della Prima Repubblica, prima di lui ancora in parte presente, anche se solo a livello simbolico. Dalla politica come progettazione della società su basi razionali, si è passati alla post-politica come “contenimento” del malcontento generato dalla delega delle funzioni amministrative al mercato. Certo, Renzi non è l’unico a farsi promotore della post-politica – egli è semmai un prodotto – ma è il punto terminale di un processo avviato ufficialmente nel 1991 con lo scioglimento del PCI in Italia e con il crollo dell’URSS sul piano internazionale.
Anche l’ascesa di Grillo si deve alla sua contestazione della politica, una contestazione molto simile a quella di Renzi, non fosse per l’accentuazione degli aspetti più radicali (ad esempio la proposta di abolizione dei partiti). Anche Grillo e il “grillismo”, come l’ex sindaco di Firenze, rifiutano le ideologie e la dialettica di partito. La differenza è che mentre quest’ultimo aveva una tradizione alle spalle con cui fare i conti, e ha potuto rappresentarsi come il “curatore fallimentare” di questa tradizione, Grillo e i suoi seguaci non avevano nessuna storia politica. Essi nascono dal rifiuto della “società civile” per la politica considerata corrotta per definizione. Costituiscono perciò la contraddizione tra questo rifiuto (che però non può tradursi in un ripiegamento intimistico come in altre epoche, dato il carattere fortemente esibizionista della postmodernità) e l’impulso a “fare”, che in realtà è un impulso alla comunicazione amplificata, qual è quella tipica di internet. Questa protesta non dialetizzata (e – solo apparentemente – “spontanea”) perché espressa in un contesto dove mancano strutture di mediazione, non può che manifestarsi in una ribellione nichilistica contro gli apparati politici (non accorgendosi che in realtà ormai sono solo gusci vuoti) volta alla distruzione senza progettualità. Anzi, essa è proprio la distruzione di ogni progettualità. Unica costante del discorso dei Cinque Stelle è la rivendicazione di una “onestà” personale contrapposta alla “disonestà” del “sistema”. L’autoreferenzialità è proprio una caratteristica saliente della post-politica. Per il resto soltanto singhiozzi e balbettii persino contraddittori.
Sia in Renzi che in Grillo manca una critica della società, quindi anche qualsiasi proposta di rifondazione della stessa; ed è inevitabile, dato che essi hanno tagliato tutti i ponti col passato. Non può esserci critica, infatti, senza anamnesi.
Il loro ruolo è appunto quello di impedire la rinascita di un filone critico, gestire la protesta “spontanea” e incanalarla su obiettivi del tutto secondari. La rabbia collettiva viene diretta contro la politica, la cui è assenza è in verità proprio la causa dell’insoddisfazione generale.
Si può dire che se l'ex segretario del Pd è il momento affermativo della post-politica, il fondatore dei Cinque Stelle è quello negativo, ma entrambi rappresentano la rinuncia alla politica e l’accettazione del mercato quale unico regolatore – o deregolatore, per meglio dire – della società.












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Immagine tratta da: http://www.europaquotidiano.it/2014/05/06/scontro-a-due-renzi-picchia-su-grillo-e-cresce-nei-sondaggi/

31 gen 2017

Dall'entusiasmo edonistico al disincanto rinunciatario*

Un recente sondaggio dell'Agenzia SWG rileva un dato molto interessante. Il 32% degli italiani si definisce anticapitalista, mentre solo un quarto degli intervistati si dice pro-capitalista. Inoltre il 36% si dichiara per “un modello post-capitalista basato su un economia più armonica, solidale e condivisa”, il 26 a favore di “un modello comunitario basato su forme di impresa meno incentrate sul profitto” e soltanto il 23 si dice favorevole a un modello capitalistico; ma anche tra questi il 13 vorrebbe un maggior controllo dell'economia da parte dello Stato. È un risultato sorprendente considerato il contesto nel quale è maturato.
Questa sfiducia nel sistema economico dominante, mai così egemonico dal punto di vista politico e culturale, prolifera nella pressoché totale assenza di una proposta alternativa, con i vari partiti di opposizione occupati in questioni più o meno irrilevanti (le unioni civili quelli “di sinistra”, i campi nomadi e i centri di accoglienza quelli “di destra”, i vitalizi quelli “né di destra né di sinistra”). In ogni caso mai nessun attore politico osa mettere in discussione l'economia nel suo complesso o accenna una qualche critica al capitalismo, cosa invece piuttosto comune fino a trenta o quarant'anni fa.
Lo scenario può apparire per molti versi paradossale. In una fase di massima debolezza economica del capitalismo dal dopoguerra a oggi, si ha una situazione di massima forza dal punto di vista politico. Ovvero, nonostante una crisi senza precedenti in Italia e in Europa, e per intensità e per durata, mai si è stati così lontani come oggi dalla possibilità di un rovesciamento dei rapporti economici e del modo di produzione in vigore. Nello stesso tempo però non c'è un consenso alla base di questa egemonia: non è la sanzione del successo degli apparati di propaganda del potere, se con ciò si intende la persuasione collettiva della bontà del sistema. Questo ci dice due cose: innanzitutto è l'ulteriore conferma che tra fattori economici ed esiti politici non c'è un rapporto meccanico di necessità. Una disfunzione economica del sistema può tradursi in funzione politica, e viceversa. Se si guarda alla caduta dello storico avversario del capitalismo occidentale, ovvero l'Unione sovietica si scopre un andamento inverso: a una stabilità e funzionalità sul piano economico è corrisposta una crisi politica, che in seguito (ma solo in seguito!) è andata a intaccare anche la sfera materiale della produzione. La crisi economica non apre necessariamente nuovi spazi per le forze di dissenso (dissenso ovviamente “sistemico”) come a lungo ha creduto un anticapitalismo ingenuo. Ma la grande novità di questi tempi è che non è il consenso ideologico a consolidare l'egemonia. Questo, lungi dall'essere cresciuto, si è costantemente ridotto negli ultimi vent'anni. Risulta evidente il fallimento del capitalismo sul piano delle promesse di affrancamento dell'individuo. Il mito del successo individuale, che fino agli anni Ottanta poteva ancora sedurre, nonostante l'opposizione culturale allora ben presente, ha oggi perduto mordente. Non che l'individualismo non sia ancora, e forse persino meglio, radicato nella società. Ma non porta più con sé quell'ottimismo, quella spinta vitale, quella fede quasi religiosa nell'individualità desocializzata. È invece un individualismo del “si salvi chi può”, accompagnato dalla rassegnazione, dallo sconforto, dalla depressione. La competizione spietata non avviene più tanto, per le classi medie, all'insegna dell'ambizione personale, ma della paura. È il terrore dell'esclusione sociale e della perdita il vero motore, non la fiducia in un avvenire migliore attraverso l'affermazione individuale.
La mutazione del paradigma può essere rappresentata da due figure che hanno segnato il consolidamento politico del capitalismo negli anni Ottanta. Da una parte il Presidente americano Ronald Reagan, dall'altro il Primo Ministro britannico Margaret Tahtcher. Entrambi sono dei sostenitori dell'economia neoliberista, entrambi propugnano uno “Stato minimo” e un mercato deregolamentato, entrambi esaltano l'iniziativa individuale e screditano la cooperazione sociale, ma c'è una differenza. Mentre Reagan è il cantore dell'edonismo capitalista che esala il suo ultimo respiro, il “colpo di coda” dell'individualismo ottimista, spensierato e spietato, che ha il suo punto di riferimento nei giovani arrivisti agenti di borsa di Wall Steet, la Thatcher è invece a pieno titolo profeta del nuovo capitalismo postmoderno, che fa della rassegnazione e dell'accettazione passiva il proprio perno ideologico. Non a caso lo slogan della campagna elettorale di Reagn era “Make America Great Again”, “Rendere l'America di nuovo grande”, mentre il motto del Capo di Governo inglese è espresso dall'acronimo TINA, “There Is No Alternative”, non esiste alternativa al liberal-capitalismo, piaccia o non piaccia. Non si tratta più di convincere circa presunti benefici del perseguire una piena restaurazione neoliberale, ma di affermare che sia l'unica possibile, che non sia data altra scelta. Il consenso, ammesso che consenso debba e possa esserci, è un consenso passivo, che nutre poche illusioni riguardo al modello di società esistente, ma che lo considera come ineluttabile, alla stregua di una catastrofe naturale cui non c'è rimedio ma a cui bisogna adattarsi.
In Italia questo “passaggio di consegne” può essere individuato nel periodo che va dall'ascesa di Silvio Berlusconi alla nomina di Mario Monti. Il Berlusconi del primo periodo, l'imprenditore televisivo e l'esordiente politico atipico (da distinguere da quello degli anni Duemila) è un entusiasta fautore delle liberalizzazioni e della “libertà” dagli apparati burocratici e dallo Stato, che promette un risveglio gioioso dal grigiore dei burocrati, è il Berlusconi delle reti commerciali e del “milione di posti di lavoro”, con la sua personalità esuberante ed egocentrica; Monti, al contrario, arriva quando si è già consumato il fallimento di un simile paradigma cui egli dà il colpo di grazia: non promette amenità, ma “sacrifici”, non benessere, ma “austerità” e “rigore”, non più lavoro bensì impieghi peggiori eppure inevitabili; “i giovani devono abituarsi all'idea che non avranno un posto fisso per tutta la vitafurono le sue parole. Significativo è anche il modo in cui queste due differenti figure sono giunte ai vertici del governo. L'imprenditore milanese attraverso una campagna elettorale condotta con le armi del marketing e del venditore astuto, arrivando a gestire il consenso in modo quasi plebiscitario, l'economista bocconiano, invece, per mezzo di una nomina “dall'alto” delle istituzioni europee e della finanza, senza riscuotere successo alle elezioni.
Anche quelle forze che vorrebbero proporre un'alternativa al modello socio-economico dominante, hanno finito per cadere nella rete della rassegnazione e del consenso passivo. O si sono adagiate in una nicchia culturale, nutrendo la retorica del “meno peggiore” (Meglio Prodi che Berlusconi, più recentemente negli Stati Uniti meglio Clinton che Trump, come ha sostenuto il candidato “socialista” Sanders) o non sono state in grado di perseguire, con la coerenza estrema richiesta in questi casi, i principi che si erano dati, come è il caso della parabola di Syriza in Grecia che ha finito per giustificare la tirannia finanziaria della Troika dopo averla per anni osteggiata.
L'obiettivo delle forze anticapitaliste, che hanno un potenziale notevole come testimonia il sondaggio, non può essere quello di scegliere tra due profili quasi identici, i quali dichiarano a gran voce una contrapposizione radicale sulle minuzie, ma che presuppongono un tacito accordo sulle questioni fondamentali, evitando di mettere in discussione il liberal-capitalismo, né quello di limitarsi alla denuncia degli orrori e delle promesse non mantenute di quest'ultimo, di cui ormai forse neppure i suoi più irriducibili propugnatori si curano, ma di tornare a ciò che hanno smesso di fare, ripensare a un nuovo tipo di società e mostrarne la concreta realizzabilità. Ribaltando l'argomento del capitalismo postmoderno che, irridente, elude il confronto ideologico e bolla come utopistici i progetti antiliberisti e anticapitalistici di rifondazione della società, bisogna palesare l'elemento superstizioso nella credenza dell'ineluttabilità “naturalistica” di un prodotto umano e sostenere il realismo di un progetto politico che non si rassegna al dato e che invece di concepire l'agire umano come un risultato esclusivo delle forze economiche impersonali, sottolinea come anche queste ultime siano la risultante del primo, e perciò tutt'altro che immutabili.











*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



La politica dell'inutile*

L'euforia delle elezioni amministrative appena concluse, che più che una prassi democratica sono in verità un evento mediatico, trattate quasi come una gara sportiva, ha invertito il mezzo e il fine. Le elezioni non sono più uno strumento (tra l'altro molto sopravvalutato) che permette al popolo di decidere del proprio destino, ma un avvenimento che di per sé segna le “tendenze”, che piacciono tanto ai sondaggisti. Exit-poll, proiezioni, sondaggi e tutte le indagini statistiche che stabiliscono cosa l'elettore voterebbe prima ancora che lo faccia, indicano la mediatizzazione di un rito istituzionale, nel quale previsione e condizionamento si confondono.
L'anticipazione del futuro è tipica della nostra epoca, bisogna sapere cosa accadrà prima ancora che accada e rendere il futuro un momento del presente, mentre sia l'uno che l'altro sono sottratti alla volontà individuale.
La politica è ormai un programma di un palinsesto televisivo, nulla di più. Al di fuori dell'iperreale, quale incidenza ha veramente sulla società? Se la vita di ogni persona è affidata del tutto al mercato, essa ha ben poche chance di essere qualcosa di più del marketing elettorale fatto da statistiche, sondaggi e slogan, che insegue i “gusti” degli elettori-consumatori, opportunamente orientati e pre-selezionati dal mercato stesso. La politica è la pianificazione collettiva dell'esistenza sociale. L'economia capitalistica postmoderna, invece, esclude qualsiasi pianificazione che non sia quella orientata alla vendita e alla massimizzazione dei profitti. Si può prevedere ciò che sarà, ma dovrà stabilirlo non il politico, non l'elettore, ma il mercato, questo tiranno assoluto che viene paradossalmente definito “libero”. Al “popolo sovrano”, celebrato da leggi e costituzioni, non resta che decidere sul superfluo, scegliere tra ciò che non conta e non avrà effetti di rilievo, perché tutto il resto è già stato deciso senza consultarlo.
I protagonisti di queste elezioni, il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle, così come gli attori non protagonisti e le semplici comparse di questa farsa, si sono perfettamente adattati all'ininfluenza cui l'economia ha condannato la politica. La loro capacità è stata quella di ricavare uno spazio in questo nulla. Il PD si è assunto il compito di liquidare qualsiasi barlume di critica del capitalismo. Questo compito è stato portato a termine con successo. Proprio questo successo lo ha condotto alla crisi, una prima, iniziata con Bersani e conclusasi con l'ascesa di Renzi, e probabilmente una seconda che sta cominciando ora. Il suo compito ormai si è esaurito, l'accettazione del “cambiamento”, ovvero del passaggio dallo stato sociale al neoliberismo più estremo, si è ormai quasi conclusa, di qui la difficoltà per esso di trovare nuovo slancio. L'intervento di Renzi è per lo più una postilla in questo processo, un mutamento del lessico che elide gli ultimi retaggi del passato. Ma portare sempre oltre questa “rottamazione” diventa via via più difficile una volta che tutti i tabù sono stati infranti e non resta più niente della “vecchia politica” pianificatrice da distruggere e dileggiare con furia iconoclasta. I lavoratori si possono licenziare e buttare via come le merci che devono produrre a ritmo crescente, l'anarchia del mercato è entrata in qualsiasi settore, la lingua si è anglicizzata e mediatizzata. Resta ben poco, ormai, da rottamare. Semmai il problema diventa quello di mantenere un simile stato di cose una volta morta l'illusione dell'Eden capitalistico che tanto successo riscosse negli anni Ottanta e Novanta. Il prodotto inevitabile della disillusione è la frustrazione e l'insoddisfazione. Nonostante l'incapacità dell'individuo di oggi di tradurre politicamente e in un contesto pubblico questa insoddisfazione esiste sempre il rischio che possa tracimare oltre la soglia consentita. Il problema allora diventa quello di orientare e manipolare non tanto il consenso, di cui il potere odierno ha ben poca necessità, ma il dissenso. E a questo problema risponde in modo più avanzato il Movimento Cinque Stelle. Fin dalla sua comparsa, e anzi proprio per costituzione, fa a meno del “convincere” e del “credere”, presupposti irrinunciabili della Prima Repubblica, cui persino il più cinico politicante non poteva fare del tutto a meno. Il Movimento Cinque Stelle non ha bisogno di persuadere nessuno, non ha alcun progetto da spiegare, al contrario, esso assorbe ciò che trova già pronto, senza nemmeno preoccuparsi della coerenza interna. Chi vi aderisce non deve credere in nulla; l'atto costitutivo dei Cinque Stelle nasce proprio dalla rinuncia alle ideologie. La protesta è perciò disinnescata già in partenza. Essa è più l'espressione di un malcontento immediato e irriflessivo che una minaccia per l'ordine corrente. Il furore viene orientato verso ciò che è immediatamente individuabile e nello stesso tempo scarsamente rilevante. È proprio questo suo essere “minaccia innocua” per usare un ossimoro, che rende il Movimento Cinque Stelle tanto mediaticamente visibile quanto politicamente inefficace. Questo composto di accettazione dell'esistente e protesta inoffensiva ne spiega la vittoria e l'esito delle ultime e forse delle future elezioni.











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30 dic 2016

Controstoria dei radicali*

Il Partito Radicale, come si sa, gode di grande considerazione presso la stampa, in particolare tra quella cosiddetta “moderata” (con evidente cortocircuito lessicale). È stimato, in particolare per i suoi dirigenti storici, lo scomparso Marco Pannella ed Emma Bonino, anche da molti di coloro che non ne condividono tutte le posizioni ma lo considerano come un fattore fondamentale dell'ammodernamento dei costumi italiani. Si pensa ai radicali come la forza trainante della secolarizzazione dell'Italia a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, in particolare con le lotte in favore del divorzio e dell'aborto. In realtà la loro influenza in questo senso è di molto sopravvalutata. Il divorzio fu reso legale da una legge del 1974 promossa da liberali e socialisti, e successivamente convalidata in seguito al referendum abrogativo. Per il no, e quindi a favore del divorzio, si schierarono non soltanto i radicali, ma anche i socialisti, i comunisti, i repubblicani, i liberali e i socialdemocratici più una parte dell'area cattolica. Il maggior contributo, dunque, si deve ai primi due, che potevano portare il maggior numero di consensi, senza dubbio molti di più di quelli dei radicali. Sostennero il sì, invece, soltanto la DC e il MSI. Per quanto riguarda l'aborto, la cui regolamentazione si deve alla famosa legge 194 del 1978, i radicali promossero un referendum nel 1981 per modificare la legge in senso meno restrittivo, perdendolo. Per l'altro quesito promosso dal Movimento per la Vita, che invece chiedeva maggiori restrizioni, anche in questo caso uno schieramento variegato si oppose alla modifica. L'importanza dei radicali nel processo di secolarizzazione è quindi di molto sopravvalutata, a causa di letture che li considerano i fautori quasi solitari di battaglie per i diritti civili in un'Italia bigotta. La realtà è che ci fu un fronte comune e pressoché trasversale, ad esclusione delle forze più conservatrici, di cui i radicali non erano che una parte e per di più minoritaria.
La politica di Pannella e del suo partito è stata improntata a una scaltrezza spregiudicata e a un abile uso dei media, anche con azioni clamorose (scioperi della fame, della sete, ecc., oggi in realtà decisamente inflazionati). Si aggregarono alla sinistra negli anni Sessanta e Settanta, sfruttando la scia dei movimenti di protesta, negli anni Novanta si allearono con Berlusconi, ottenendo in questo modo un'ampia visibilità che gli avrebbe permesso di raggiungere il loro massimo storico alle elezioni europee del '99. Un altro mutamento è quello che li portò da fautori del pacifismo che richiedevano persino l'abolizione degli eserciti e rigorosamente anti-interventisti (contro la guerra in Vietnam e la NATO) ad appoggiare le guerre americane. Nel 1992 la Guerra del Golfo ne segnò una svolta verso posizioni interventiste. Nel 2006 Emma Bonino dichiarava, a proposito dell'occupazione dell'Afghanistan (cui il nostro paese partecipava): “Questa è una missione delle Nazioni Unite, in cui un governo eletto democraticamente ci chiede di restare e anzi di fare di più. Lo stesso chiede la società civile. Quali sono allora le motivazioni per cui dovremmo andarcene? Solo quelle ideologiche? Io credo che un Paese che vuole crescere sulla scena internazionale deve prendersi la responsabilità di non abbandonare a metà strada una nazione che sta cambiando”.
La politica camaleontica sulle alleanze e le questioni estere, si affianca a certe costanti: il liberismo economico, l'opposizione alla cosiddetta “partitocrazia”, il cosmopolitismo. Nel 1994 i radicali promossero una serie di referendum. Chiesero in particolare l'abrogazione della legge che disciplinava il commercio, la liberalizzazione degli orari degli esercizi e la privatizzazione della RAI. Furono anche da sempre fermamente contrari al finanziamento ai partiti, per abolire il quale si fecero promotori di due referendum, il primo lo persero nel 1978, il secondo lo vinsero, nel 1993, sull'onda di Tangentopoli. Hanno sostenuto da sempre il superamento delle nazioni; in un documento del 1960 chiedevano “la federazione europea da perseguirsi immediatamente attraverso elezioni dirette” anticipando così l'europeismo di alcuni decenni dopo. Nel 1989 cambiarono nome in “Partito Radicale Transnazionale”, per sottolineare il loro carattere anti-nazionale.
I radicali presentano il profilo esatto di un partito liberale classico. Rispetto al PLI, da cui nacquero attraverso scissione, si distinguono per l'attivismo, il dinamismo e la spregiudicatezza nelle alleanze. Sarebbe sbagliato concepirli meramente come una forza impegnata per i diritti civili. È grazie alle campagne per questi ultimi e alla capacità di inserirsi nei movimenti di protesta degli anni Sessanta e Settanta che spesso a sinistra si ha di loro un giudizio positivo. In realtà il pacifismo di quell'epoca non fu mai antimperialismo, e per questo poté rovesciarsi nel suo contrario, cioè il sostegno alle offensive statunitensi degli anni Novanta e Duemila. Seppero sfruttare il sentimento antipolitico che montava con Tangentopoli: ma più che dal populismo ingenuo tipico del periodo successivo, erano ispirati dal tentativo di indebolire la politica di fronte all'economia.
Per quanto questo partito sia ormai vicino all'estinzione e abbia esaurito quasi del tutto la sua capacità attrattiva, ha anticipato alcune tendenze che si sarebbero manifestate nella società italiana. Soprattutto, una nuova forma di attivismo che avrebbe segnato lo scarto tra la sinistra postmoderna e quella moderna: l'oblio della questione sociale e l'assenza di una critica dell'ordine socio-economico, l'allineamento all'egemonia degli Stati Uniti e l'insistenza esclusiva sui diritti civili pur in presenza di una restaurazione liberal-capitalistica che veniva accettata integralmente.











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