31 mag 2017

Carità di Stato*

Lo hanno chiamato “Reddito di inclusione” il contributo del governo per le famiglie al di sotto della soglia di povertà assoluta, che dovrà sostituire il precedente “Sostegno per l’inclusione attiva”. Al di là del lessico, si tratta di qualche leggero ritocco che lascia inalterata la sostanza.
Rimane la concezione dell’assistenza pubblica come “carità di Stato” che ha sostituito lo Stato sociale. Si tratta di un contributo che potrà servire soltanto, nel migliore dei casi, ad alleviare la condizione di sofferenza di una parte ristretta di popolazione, senza però mutare di una virgola gli equilibri economici.
Già il nome tradisce una falsa coscienza dei suoi propugnatori, infatti l’“inclusione” che viene proclamata come scopo del sussidio, il quale dovrebbe mirare al reinserimento nel lavoro, non si dà poi concretamente; sono del tutto assenti politiche per il lavoro, per la riduzione della disoccupazione e per l’aumento dei salari. Se permangono le condizioni che determinano uno dei livelli di disoccupazione più alti di tutta la storia dell’Italia repubblicana non si capisce in che modo il contributo dovrebbe “includere” i poveri a cui sarebbe destinato.
Per di più, nel frattempo, il governo intende tagliare la spesa: quindi da un lato si dà denaro ai poveri, dall’altro glielo si toglie attraverso la contrazione dei servizi pubblici. È il solito gioco a somma zero (se non addirittura in positivo per il bilancio pubblico e in negativo per l’economia, in ossequio alle norme del Patto di Stabilità e del Fiscal Compact) che sposta fondi da una parte all’altra.
Il “Reddito di inclusione” è solo una delle tante varianti di integrazione del reddito. Questa si basa su tre impliciti assunti, ovvero: a) che permarrà sempre un certo livello di disoccupazione, b) che ci sarà sempre una fascia di popolazione con un reddito insufficiente e c) che la povertà e la disoccupazione saranno, per questa fascia di popolazione, caratteri cronici.
Poiché i suddetti tre punti sono considerati “naturali” e imprescindibili, lo Stato deve rinunciare a contrastarli, limitandosi ad attutirne gli effetti. È più o meno lo stesso concetto alla base dei cosiddetti “ammortizzatori sociali” del social-liberismo: invece che garantire la sicurezza e condizioni minime per i lavoratori lo Stato può solo “ammortizzare” i danni provocati dal mercato sregolato. Si osservi che ciascuno dei precedenti tre punti corrisponde a un preciso interesse delle classi capitalistiche, cui lo Stato dichiara implicitamente di non opporsi e anzi di dare pieno spazio: per quanto riguarda a), infatti, come sapeva bene Marx, il capitale ha bisogno di un “esercito industriale di riserva”, una massa enorme di disoccupati cui attingere all’occorrenza. Inoltre un alto livello di disoccupazione rende i lavoratori deboli contrattualmente di fronte alle richieste dei capitalisti. Infine b) e c) corrispondono a rapporti economici totalmente sbilanciati a favore del profitto in assenza di tutele giuridiche per i lavoratori e le fasce più deboli e quindi di costrizioni per il capitale. In altre parole, l’integrazione del reddito è l’accettazione dei rapporti capitalistici, in particolare nella loro versione neoliberista.
Un altro esempio di integrazione del reddito è la Legge Hartz tedesca, voluta dai socialdemocratici e applicata anche dai conservatori. Essa prevede l’obbligo per il sussidiato di accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione, pena la perdita del sussidio. In questo caso la variante tedesca determina anche, oltre che la sanzione di dati rapporti capitalistici a favore del capitale, l’arretramento delle condizioni salariali, poiché mina ulteriormente il potere negoziale dei lavoratori: l’imprenditore è libero di rifiutare di assumere il prestatore di lavoro, ma quest’ultimo è costretto ad accettare qualsiasi impiego; il lavoratore è sempre esposto alla costrizione del bisogno, ma in questo caso si aggiunge una nuova costrizione, cioè il ricatto dello Stato.
Questo punto della legge Hartz, bisogna notare, è ripreso in numerose formulazioni del Reddito di Cittadinanza, che è la variante più famosa e punto principale del programma economico del Movimento Cinque Stelle (ma non solo). Il Reddito di Cittadinanza è un sussidio che dovrebbe estendersi o a tutti, oppure, un po’ meno irrealisticamente, a tutti i disoccupati. Tuttavia nella sua essenza non muta e prevede sempre l’accettazione del quadro economico dato. Non è un caso se il dibattito pubblico sull’integrazione del reddito, soprattutto sul Reddito di Cittadinanza, è diventato centrale solo in una fase storica in cui il capitale è in una condizione di massima forza e il lavoro in una di massima debolezza.
Può sembrare strano, oggi che anche la sinistra ha assunto l’integrazione de reddito, in tutte le sue varie forme, come il faro del proprio orientamento programmatico sull’economia e sul lavoro, ma Friedrich Von Hayek, il massimo teorico del neoliberismo, ne parlava già e ne auspicava l’introduzione, non per scopi filantropici (che in realtà, come si è visto, nascondono una falsa coscienza)  ma perché “i poveri non raggiungano un grado di disperazione tale da rappresentare un pericolo fisico per le classi ricche”. Quello che spinge Hayek a proporre un sussidio di povertà è una concezione integralmente di classe. Non si tratta di eliminare la povertà, cui Hayek, come qualsiasi liberista (che sia col suffisso liberal- o social-) non è interessato, ma di impedire che i poveri sprofondino in una condizione tale da alimentare un malcontento sociale foriero di instabilità politica, quando non addirittura di una rivoluzione o un “pericolo fisico” per le classi dominanti.
E qui veniamo all’ultimo scopo dell’integrazione del reddito, che è, come gli altri tre, di classe, ma a differenza di essi principalmente politico: il controllo delle classi subalterne e la difesa delle condizioni politiche di conservazione del capitalismo.
Da quanto detto emerge come l’integrazione del reddito, in tutte le sue forme, non miri affatto a ridurre la disoccupazione o la povertà come dichiara, ma serva soltanto a sancire rapporti economici capitalistici in una condizione di forza per il capitale, sia dal punto di vista economico che politico. Che più o meno tutte le grandi formazioni politiche italiane lo abbiano incluso nel loro programma dovrebbe essere un dato molto indicativo.















*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



La sinistra in Italia e la questione nazionale*

A sinistra c’è l’ennesimo assembramento, le ennesime ricollocazioni, scissioni e unificazioni, nuovi nomi e nuove liste. Si tratta di un sottobosco estremamente fluido, in continua mutazione. Si direbbe che nessuno sia in grado di portare avanti un raggruppamento per più di un quinquennio, forse perché si tratta di costruzioni improvvisate che non si fondano su un’analisi articolata del presente e su una filosofia politica, ma su accordi tattici, appelli all’unificazione di una sinistra generica e astratta, “post-ideologica”, ovvero che respinge tutte le ideologie tranne quella del mercato globale, assunta in maniera quasi inconsapevole.
Con gli ultimi recenti rivolgimenti, destinati probabilmente a non durare, nel migliore dei casi, più di qualche anno, è nato il “Campo Progressista” di Giuliano Pisapia, poi c’è stata la costituente di Sinistra Italiana, infine il congresso di Rifondazione comunista segnato dalla fine della segreteria di Paolo Ferrero (oltre che dalla consueta emorragia di iscritti).
Le tante mutazioni, in realtà più nominali che sostanziali, non sono la risoluzione della crisi, ma sono esse stesse dentro la crisi della sinistra che dura ormai da tre decenni. È un crisi non solo italiana, ma che in Italia si avverte con particolare virulenza. Tutte queste “rifondazioni” segnalano proprio l’incapacità della sinistra di interpretare la fase storica attuale e di elaborare un progetto di società alternativo rispetto al capitalismo postmoderno e quindi una corretta strategia di opposizione a esso. La crisi in corso deriva proprio da questa difficoltà.
Dove la sinistra ha mostrato le sue più gravi lacune è nella concettualizzazione del rapporto tra differenti comunità territoriali. Questa è una conseguenza dell’ostracizzazione del marxismo rigoroso sul piano teorico, in favore di quello che Guido Viale definisce “sinistrese”, un miscuglio caotico di linguaggi diversi. La deturpazione del marxismo ha provocato la sostituzione del cosmopolitismo all’internazionalismo (spesso confuso col primo). Questa sostituzione ha indotto la sinistra alla demonizzazione della nazione. Si tratta di un fenomeno inedito e tradizionalmente estraneo alla sinistra. Il marxismo non ha mai disgiunto la lotta di classe dalla lotta per la liberazione nazionale, anzi, le ha sempre concepite come strettamente legate tra loro. Si potrebbero citare diversi passi in cui Lenin considera il perseguimento dell’autodeterminazione delle nazioni come una necessità nella lotta contro le potenze imperialiste. Arriva addirittura a esaltare il sentimento di orgoglio nazionale per la “Grande Russia”, ovviamente su una condizione di equità con tutte le altre nazioni. Per non parlare di altri “mostri sacri” come Ho Chi Min o Che Guevara (tutti ricorderanno il motto “Patria o muerte!” dei rivoluzionari cubani). La nazione è sempre stata un’idea di sinistra, per quello che la sinistra è stata in Europa, ovvero prima democratico-repubblicana e poi socialista (i comunardi, i sostenitori della Comune di Parigi del 1871, cantavano “l’Internazionale” sulle note della Marsigliese). Spesso viene citata a sproposito la frase di Marx “gli operai non hanno patria”, dimenticando però di aggiungere il seguito: “Poiché la prima cosa che il proletario deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, è anch'esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia”.
L’identificazione della nazione con un’ideologia di destra o di estrema destra si è avuta con l’equiparazione al fascismo, considerando l’istanza nazionale, erroneamente, come caratteristica del fascismo. In realtà ciò che connota il fascismo è altro, una determinazione imperialista o “suprematista”, che è cosa diversa dal nazionalismo. L’errore discende da una mancata comprensione del fascismo come fenomeno storico, ovvero dall’approccio post-moderno e deleuziano che descrive il fascismo astrattamente e da un punto di vista meramente ideologico, contrariamente all’approccio marxista, che invece concepisce il fascismo come esito degli interessi capitalistici in una data situazione politico-sociale. Fascista è, secondo il “sinistrese” di oggi, chiunque “costruisce muri” e ammette una gerarchia nell’organizzazione politica. In questo modo, ad esempio, il crollo del Muro di Berlino viene visto come una liberazione dei popoli soggiogati da stati totalitari, anche se questo ha significato l’invasione totale del mercato, il liberismo e il completamento del processo di mondializzazione.
Avendo perduto l’internazionalismo e avendo identificato la nazione col fascismo, la sinistra si è gettata nelle braccia del cosmopolitismo, che è invece proprio del liberalismo e del neoliberismo. Il cosmopolitismo vuole sradicare persone e comunità, renderli individui-consumatori apolidi che viaggiano continuamente per il mondo in cerca di un impiego, secondo quanto esige il mercato globale. In questo modo la sinistra non si è opposta, quando non addirittura ha favorito, la perdita di sovranità degli stati, il soggiogamento dei popoli da parte di entità sovranazionali e della tirannia capitalistico-finanziaria. Ha visto con favore la moneta unica europea e la costruzione dell’Unione Europea, non capendo quanto esse fossero uno strumento delle élite capitalistiche, e questo perché ha sostituito all’analisi tipicamente marxiana e marxista – che lega ideologie a moventi politico-economici – la visione postmoderna che, seppure proclama la fine delle ideologie, è radicalmente ideologizzante, cioè oscura le cause “strutturali”, come direbbe Marx, ed evidenzia soltanto la cortina ideologica. Per quanto l’errore sia stato grave, e ormai palese, la sinistra non è riuscita (fatte salvo apprezzabili eccezioni) a divincolarsi da questo cosmopolitismo da cui continua a essere influenzata. È rimasta vittima di quello che si potrebbe definire “il paradosso di Tsipras”.
Il partito di Syriza, infatti, aveva avanzato un programma che si potrebbe chiamare“progressista” e “socialista-democratico” con il quale ha vinto le elezioni. Questo programma però non prevedeva di mettere in discussione l’euro e l’Unione Europea, di cui si auspicava un’improbabile riforma. Una volta che il programma sociale si è rivelato irrealizzabile all’interno dell’Unione Europea (come del resto era chiaro già prima a ogni osservatore obiettivo) il governo greco e il suo partito hanno preferito rinunciare al programma piuttosto che considerare l’uscita dalla UE e la rinazionalizzazione della moneta, finendo così per applicare le richieste della Troika.
La sinistra italiana è vittima dello stesso paradosso. Dichiara la sua opposizione al liberismo, ma il suo pregiudizio anti-nazionale le impedisce di proporre un programma realistico. Questo pregiudizio anti-nazionale, si direbbe, è stato portato troppo avanti e si è troppo radicato per poter essere ora abbandonato. Il problema, però, è ormai ineludibile. È difficile negare come l’euro e i Trattati siano uno strumento dell’oligarchia per destrutturare lo stato sociale e operare una “restaurazione”. Così si avanzano ipotesi improbabili, come una riforma dei Trattati che è di fatto impossibile (chi è che convince 27 governi doversi?) oppure la “disobbedienza”, senza capire o voler capire che uno Stato che non dispone della propria moneta non è in grado di opporre un rifiuto ai diktat di Bruxelles.
La sinistra, o quel che ne rimane, se vuole salvarsi da un’estinzione altrimenti inevitabile, deve cambiare il proprio punto di vista, recuperare l’approccio marxiano (che non vuol dire ripetere mnemonicamente gli scritti di Marx, ma adottarne il metodo) nella spiegazione dei fenomeni sociali e troncare col pregiudizio anti-nazionale. In altri paesi esistono esempi in questo senso, il Partito Comunista Portoghese si è già avviato su questa strada, l’unica strada percorribile.













*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



06 mag 2017

Quale femminismo?

L’8 marzo scorso si è tenuto lo “sciopero generale delle donne”, la manifestazione internazionale delle femministe, in Italia vi hanno aderito diversi sindacati, con lo scopo di contrastare la violenza contro le donne e altre forme di discriminazione. Questa manifestazione ne richiama altre e si colloca sull’onda di una serie di iniziative per i diritti delle donne in Italia come all’estero (si ricorderà, negli Stati uniti, la marcia contro Trump).
Negli ultimi anni il femminismo ha ricevuto molta attenzione da parte dei media, così come alcuni suoi temi sono stati pubblicamente dibattuti e, in alcuni casi, hanno dettato anche l’agenda politica.
La domanda che ci porremo in questa sede è: il femminismo, oggi, è ancora un interprete affidabile non soltanto delle esigenze delle donne, ma anche delle questioni sociali più urgenti, come aspira ad essere?

Femminismo e questione sociale
Si tratta di un rapporto coltivato assiduamente, in passato, dal femminismo di matrice marxista. Tuttavia l’epoca attuale ha visto le femministe sempre più allontanarsi dalle questioni che allora venivano definite “di classe”. In altre parole, a un certo momento della storia, è fuoriuscito da più ampi movimenti di emancipazione delle classi sfruttate e ha finito per legittimare, implicitamente quando non apertamente, il modo di produzione e la struttura economica.
Dagli anni Settanta un filone del movimento femminista decise di rifiutare il marxismo e il socialismo, all’interno dei quali si era sviluppato; questa scelta, si deve al separatismo e in Italia è stata teorizzata soprattutto da Carla Lonzi, determinando gli esiti attuali.
Se il femminismo rompeva col socialismo accadeva, nel frattempo, una mutazione della società: il trionfo “definitivo” del capitalismo (non perché fosse realmente tale, come nulla è nella storia, ma perché come tale si rappresentava) e la rinuncia alle istanze anticapitaliste. Mentre questo avveniva, culminando con la caduta del Muro di Berlino, il femminismo aveva già distinto se stesso dalla lotta contro il Capitale e aveva designato come proprio nemico esclusivo il Patriarcato. Il problema è che ciò veniva affermato proprio in una fase di declino del Patriarcato e di una nuova “rivoluzione capitalistica”, quella del dominio oligarchico non mediato e del mercato globale, una rivoluzione che trovava per la prima volta pieno compimento dopo aver abbattuto tutti gli ostacoli politici, ideologici e culturali.
In questa “rivoluzione”, le formazioni ideologiche capitalistiche mutavano. Il capitalismo si sbarazzava (o perlomeno cominciava a farlo e oggi vediamo come questo processo sia giunto a compimento) di certi suoi strumenti repressivi, in particolare della inibizione e della castrazione del corpo e del desiderio sessuale. Se, infatti, nella fase precedente aveva bisogno di trattenere almeno in parte energie potenzialmente sovversive e di reprimere le pulsioni per includere gli individui nell’irregimentazione produttiva (magari permettendo, per altra via, uno “sfogo” controllato delle pulsioni represse) nella fase postmoderna esso deve, invece, modellare l’individuo consumatore, quindi svincolarlo dal corpo sociale e lasciare libero sfogo alle pulsioni; anzi, deve eccitare, provocare, amplificare e manipolare i desideri. Il Patriarcato, che in passato era servito a riprodurre le strutture sociali capitalistiche, diventa ora, perciò, strumento inservibile, di cui disfarsi.
Ecco, dunque, che il Capitale trova, a questo scopo, un utile alleato nel femminismo separatista e “post-ideologico”, che gli consente, per di più, di incanalare la protesta a proprio favore.
Le femministe hanno finito per far proprie istanze propriamente pro-capitalistiche, ne è un esempio la rivendicata aspirazione delle donne a ricoprire i massimi gradi della gerarchia sociale. Se il capitalismo a uno stadio di “arretratezza” escludeva le donne, prima come produttrici e poi come consumatrici, il suo nuovo movimento tende sempre più a includerle. Il femminismo si è allineato a questa tendenza generale, considerandola fattore di emancipazione per le donne nella lotta contro il Patriarcato. Tuttavia, non è più in grado di cogliere – proprio perché si è ormai distaccato dai mezzi ideologici adeguati – il carattere di classe di questa “emancipazione”. Mentre si celebra la “liberazione” delle donne dalle catene della castrazione maschilista, lo sfruttamento delle donne, come degli uomini, delle classi inferiori si inasprisce, venendo a mancare tutte le protezioni sociali.
Il femminismo assume un profilo “progressivo” solo di fronte a configurazioni arcaiche del potere (quelle repressive e castranti) ma accetta nella sostanza e supporta la restaurazione postmoderna (de-inibita e sessualizzante). E ciò si deve al fatto che il femminismo si è troppo concentrato nel contrasto e nell’analisi dei mezzi del potere, che, in quanto mezzi, possono essere sostituiti, ma non sulla critica della struttura del potere. Il potere, infatti, non si esercita soltanto negativamente, ma anche in positivo: “un dispositivo molto diverso dalla legge, anche se poggia localmente su procedure d’interdizione, assicura, attraverso una rete di meccanismi connessi gli uni agli altri, la proliferazione di piaceri specifici e la moltiplicazione di sessualità disparate”*.
Le femministe, nelle loro rivendicazioni, affermano “Scioperiamo contro l’immaginario misogino sessista, razzista, che discrimina lesbiche, gay e trans”. Nulla viene detto, però, sulla principale discriminazione della nostra epoca, ovvero quella di classe che distingue le persone in base al loro accesso alle merci. Una “assenza rivelatrice”, che dice quanto il femminismo, come del resto molti movimenti di protesta, sia oggi compromesso col sistema sociale di sfruttamento.

La mediatizzazione del femminismo
Le femministe combattono il Patriarcato, e non si può negare quanto quest’ultimo abbia oppresso e talvolta tutt’ora ancora opprime, nonostante sia in declino irreversibile, le donne.
Ma esiste una nuova forma di oppressione che, come si è detto, non reprime e non castra il corpo femminile, ma lo manipola e lo espone. Questo accade nella comunicazione, e non riguarda “il linguaggio sessista”, la vocale finale maschile al posto di quella femminile, ma qualcosa di molto più potente e colonizzante. Ed è l’esposizione del corpo della donna la sua iper-sessualizzazione e la sua mercificazione. La pubblicità tratta il corpo della donna come “merce universale”, ovvero un particolare tipo di merce che rende appetibile qualsiasi altra merce. Se si vuole vendere una merce le si attribuiscono caratteri sessuali femminili.
Il capitalismo consumista manipola il corpo della donna per renderlo universalmente fruibile (altro che “il corpo è mio e lo gestisco io”!) esso deve essere sempre mostrato e deve sempre sedurre e attirare, provocare ed eccitare. Il corpo della donna deve essere sempre, costantemente, desiderato e deve quindi farsi desiderare. Le femministe non sembrano essere consapevoli di ciò, anzi, esse hanno spesso contribuito a rendere il corpo e l’immagine della donna sempre più fruibile per la società dei consumi, sempre più merce universale, partecipando al processo di mediatizzazione della figura femminile.
“Agiamo” scrivono le promotrici della manifestazione “con ogni media e in ogni media per comunicare le nostre parole, i nostri volti, i nostri corpi ribelli, non stereotipati e ricchi di inauditi desideri”. Inneggiano alla mostra del corpo e all’eccitazione dei desideri di cui si serve il potere postmoderno, un potere manipolatore seppure non patriarcale. In numerose proteste le troviamo in atti provocatori a incitare e mostrare, a scandalizzare, quando lo scandalo (che per essendo inflazionato deve spostare l’asticella della provocazione sempre più in alto) serve proprio a eccitare il desiderio della donna e per la donna venditrice di se stessa.

Riformulare il femminismo
È inutile farsi illusioni, il femminismo non può operare oggi con le stesse strategie di ieri. Bisognerebbe innanzitutto prendere atto che la corrente del femminismo oggi prevalente non si è rivelata fruttuosa. Ha partecipato di una tendenza già dominante, quella di rendere la donna consumatrice e oggetto di consumo, e ha esaurito il suo carattere dissidente.
Se il femminismo intende, oggi, farsi interprete della questione femminile, per come può oggi essere intesa, non può esimersi dalla critica della struttura economica e dai processi di esclusione non soltanto dei sessi – come conseguenza delle incrostazioni del passato – ma anche delle classi. Deve altresì rimodulare la sua strategia, esigendo non la mostra, l’esposizione e l’esibizione di sé, “diritto” già ampiamente concesso, quando non vero e proprio obbligo e metodo di inclusione della donna nei processi di riproduzione dell’ordine sociale. Hanno bisogno, le donne, di “rilassare” la propria immagine, desessualizzarsi, celarsi, sfuggire all’esibizione del corpo. Solo in questo modo potranno sganciarsi dal sistema di sfruttamento pubblicitario e rivendicare un’autentica emancipazione.




*Michel Foucault, La volontà di sapere – Storia della sessualità 1, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 48




Marx risponde a Briatore*

Con la legge di bilancio è stata approvata la cosiddetta "flat tax", l’imposta fissa per i grandi patrimoni per attrarre ricchi nel nostro paese. A quale scopo? Per comprendere il modo di pensare che ispira questa norma bisogna ascoltare le parole di Flavio Briatore, il quale ha commentato “Finalmente una legge che serve a fare arrivare in Italia un po' di gente ricca. Farà girare soldi e lavoro”. Il milionario aggiunge sprezzantemente: “in Italia di poveri ce ne sono già abbastanza e a quanto mi risulta non hanno mai creato lavoro”. Ovviamente egli non è certo un giudice imparziale sul tema, tuttavia non ha fatto che esprimere in modo forse un po’ più urtante ciò che viene spacciato dagli opinionisti dei quotidiani e dai media come verità indiscutibile. L’idea, cioè, che il capitalista “crei lavoro”. È un’idea che ha avuto particolare successo in Italia dall’inizio della carriera politica di Berlusconi, i cui sostenitori, per giustificarla, solevano dire: “ha creato milioni di posti di lavoro” in contrapposizione a una “casta” politica descritta come parassitaria. Questa idea era alla base anche delle privatizzazioni dei governi di centrosinistra e della precarizzazione del lavoro, che avrebbe dovuto, a loro dire, indurre ad assumere e attrarre i capitali esteri. Eppure, nonostante tutte queste norme a favore dei “creatori di lavoro”, la disoccupazione in questi anni è aumentata, registrando il suo massimo storico per quella giovanile.
Certo, pensare al lavoro come a un “posto”, quasi si trattasse di una poltroncina di un teatro, non aiuta un corretto modo di intenderlo. Induce a credere, quasi inconsciamente, che il lavoro sia un luogo fisico, che quindi possa essere “costruito” come una cosa: eppure il lavoro non è una cosa, ma una attività umana, ovvero una relazione tra cose; però non una relazione qualsiasi, bensì tale da essere predisposta secondo scopi umani. È una differenza ontologica non secondaria. Perché se il lavoro è una relazione e non una cosa la sua esistenza dipende da un certo contesto preordinato e da un certo interagire tra gli individui prolungato nel tempo. Se uno di questi fattori muta o scompare è possibile che il lavoro come attività cessi di esistere, mentre le cose una volta create continuano ad esserci indipendentemente da tutto il resto (a meno che un agente esterno deliberatamente non le distrugga).
Se dovessimo considerare una concezione del lavoro che possa piacere a Briatore e ai suoi simili, quella liberale, il lavoro è il risultato dell’incontro di due variabili: la domanda (quella dell’imprenditore) e l’offerta (quella del lavoratore). L’imprenditore mette a disposizione del lavoratore i mezzi per produrre e gli corrisponde un salario, in cambio terrà per sé una parte del ricavato (profitto). Come si può facilmente notare non c’è in questa concezione, la più favorevole a quelli come Briatore, niente che possa far pensare al capitalista come a un “creatore” di lavoro. Per la stessa ragione per cui l’acquirente di un paio di scarpe o di un chilo di pane non è il creatore delle scarpe o del pane. Dal punto di vista fisico e materiale, in base a questa interpretazione, il creatore del lavoro è il lavoratore stesso. Ma volendo estendere la definizione di “creare” a un significato più sociologico, si potrebbe dire che il lavoro sia il risultato dell’incontro di domanda e offerta. Ma anche in questo caso l’imprenditore non crea alcunché, il lavoro è l’intersezione di due interessi diversi e convergenti.
Questo secondo l’idea non di chi scrive ma dei liberali. Qualcuno potrebbe obiettare che il lavoratore non potrebbe lavorare senza che il capitalista gli metta a disposizione i mezzi di produzione e un salario per vivere (o per sopravvivere). Ciò è in parte vero, ma non ancora dimostra che sia il capitalista a creare lavoro. Infatti non bisogna confondere la predisposizione delle condizioni per la creazione con la creazione stessa: l’allevatore fa ingrassare l’animale, il macellaio seleziona il taglio, ma è soltanto il cuoco a creare il piatto di bistecca alla fiorentina. Senza la preparazione dell’allevatore e del macellaio quest’ultimo non avrebbe potuto, certo, creare il suo piatto; ma resta il fatto che è lui, e non gli altri, ad averlo creato.
Tuttavia, potrebbe insistere il nostro critico, seppure egli non è il creatore autentico, resta il fatto che la sua opera è indispensabile per la creazione stessa, dato che egli mette a disposizione del lavoratore gli strumenti per lavorare. Quindi l’espressione “creare lavoro” potrebbe essere intesa come “creare le condizioni per il lavoro”.
Ma quali sono queste condizioni? I mezzi di produzione e il salario. Cioè, in sostanza, il capitale. A questo punto però, se si vuole essere onesti, bisogna portare l’indagine fino in fondo e domandarsi da dove provenga il capitale. A tale domanda rispose già, nel modo più completo ed elegante, Karl Marx. Marx distingue tra capitale costante, costituito dai mezzi di produzione, e il capitale variabile, cioè i salari. Dato che il capitale costante è, per definizione, costante, l’unico modo per espandere il profitto o plusvalore è ridurre l’incidenza del capitale variabile, cioè, in sintesi, far lavorare più ore il lavoratore o, il che è lo stesso, abbassargli il salario. Al lavoro necessario per produrre il proprio salario, infatti, il lavoratore dovrà aggiungere un pluslavoro per retribuire il capitalista.
Sono i lavoratori stessi a produrre il capitale. Del resto, da cosa sono prodotti i mezzi di produzione se non da altri lavoratori, siano essi tecnici e ingegneri o manodopera? In fin dei conti si può pensare al lavoro senza il capitale, ma non si può pensare al capitale senza il lavoro. Ribaltando la frase di Briatore, perciò, si può dire che non sono i ricchi a creare lavoro, ma è il lavoro a creare i ricchi.
E allora perché una tale errata convinzione è così diffusa nella nostra società? A questa domanda risponde sempre Marx ricordandoci che le idee dominanti sono le idee della classe dominante, alla quale appartiene Briatore. La classe dominante ha tutto l’interesse a pensarsi e a farsi pensare come indispensabile e benefica. Essa deve in qualche modo giustificare le immense ricchezze che ha concentrato ed è per questo che asserisce – attraverso i media che possiede – che di una tale concentrazione c’è bisogno per il bene di tutti.
E allora ecco che invece di dire che il capitalista si appropria del lavoro, si dirà che egli lo crea! Invece di dire che il lavoratore retribuisce i suoi profitti si dirà che egli retribuisce il lavoratore! Invece di dire che non crea nessuna ricchezza ma la sposta soltanto nelle proprie mani, si dirà che egli la produce!
E così i politici ridurranno loro le tasse, perché così, dicono, ci saranno più investimenti, privatizzeranno perché così, assicurano, ci sarà più efficienza, aboliranno le tutele dei lavoratori perché così, promettono, ci sarà più lavoro. E gli elettori ci crederanno, temendo che se non si facesse tutto ciò sarebbe il disastro.
“Bisogna attrarre i capitali esteri”: è questa la più comune formulazione della frase di Briatore. Fare dell’Italia un paradiso per ricchi di tutto il mondo non renderà l’Italia ricca; Non è migliorando le finanze già eccellenti dell’1% che si migliorano le condizioni di vita dei suoi cittadini. Esiste solo un mezzo che può essere adatto allo scopo e quel mezzo è lo Stato, lo “spettro” più temuto. Non a caso sentiamo ripetere, da quelli stessi che invocano la venuta dei capitalisti di ogni dove, che di esso ci si deve sbarazzare.
















*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



Immagine tratta da: https://socialhistory.org/en/news/marx-engels-papers-completely-available-online

30 mar 2017

Egemonia e dissenso: quali prospettive?*

La sconfitta di Renzi al referendum costituzionale avrebbe dovuto indurre a una riflessione non soltanto il segretario del PD e la sua cerchia, ma tutto quanto il ceto dirigente italiano che ha tenuto il governo politico in questi anni, anche se un governo più simbolico che reale, svuotato delle sue effettive prerogative, diventato un mero esecutore della strategia delle oligarchie e della tirannia di mercato.
Questa sconfitta, e le conseguenti dimissioni di Renzi da Presidente del Consiglio, segnalano due fatti di cui non si può non prendere atto: a) l’incapacità attuale della strategia neoliberale e dei suoi deboli referenti politici di attrarre consenso e b) il fallimento storico del Partito Democratico e dell’idea sulla quale è stato fondato.


  1. L’illusione e il disincanto: il tramonto dell’egemonia culturale attiva

L’esaurimento dello slancio delle lotte sociali del Novecento, che hanno raggiunto l’apice del loro successo nel corso degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, trascinata dall’avanzata del “blocco socialista” (col quale si vuole qui intendere tutto l’insieme di partiti, sindacati e movimenti di ispirazione marxiano-keynesiana, comunisti, socialisti, socialdemocratici, laburisti) aveva visto il ritorno del liberalismo e la restaurazione capitalista. In appena tre decenni, le tutele sociali sono state rapidamente cancellate, i mercati ampiamente liberalizzati, gli stati-nazione indeboliti, proprio grazie alla partecipazione del nuovo ceto dirigente erede di quello socialista.
Questo processo di restaurazione liberale è stato possibile grazie alla crisi ideologica del blocco socialista, cui il crollo dell’Unione Sovietica ha dato il colpo di grazia. Il capitalismo è apparso come l’unico universo possibile e il neoliberalismo è riuscito a instaurare un’egemonia culturale come forse mai prima di allora. La novità era che questa egemonia non riguardava soltanto le classi dominanti, ma anche quelle dominate, che hanno creduto nella promessa di emancipazione individuale del liberalismo post-moderno. Questa egemonia ha potuto esercitarsi grosso modo incontrastata per un trentennio. Qui però occorre integrare la proficua categoria gramsciana; bisogna infatti distinguere tra un’egemonia culturale attiva e un’egemonia culturale passiva. Con la prima si intende la persuasione ideologica consapevole e la conscia rappresentazione di una certa idea di società sottesa da tale ideologia. Con la seconda invece ci si vuole riferire all’introiezione inconsapevole delle forme ideologiche e alla loro riproduzione inconscia e automatica nel sistema sociale. Per molto tempo le due categorie sono, in linea di massima, coincise. Ciò è accaduto anche con la restaurazione neoliberale degli anni Ottanta, Novanta e Duemila. Ma all’inizio di questo decennio vi è stata una divaricazione. L’egemonia attiva è entrata in crisi e sta andando via via dissipandosi, mentre è rimasta in vigore inalterata quella passiva. Ciò ha significato che le masse hanno cominciato a rifiutare la formulazione esplicita dell’ideologia neoliberale, ma continuano a subire le forme di integrazione implicite che essa propone nei comportamenti individuali e collettivi. Questa inedita divaricazione ha provocato conseguenze altrettanto inedite; a livello politico, infatti, l’ideologia neoliberale non riesce più a produrre consenso, non riesce più a sedurre come in epoca reaganiana (il neoliberismo seduce, il progetto socialista affascina). Quel ceto dirigente, quindi, che si è fatto interprete politico della strategia neoliberale, è entrato in una crisi di consenso profonda che non sembra trovare sbocchi: si pensi alla situazione del partito socialista francese, o di entrambi i partiti statunitensi (costretti a integrare figure “esterne”, come Sanders da una parte e Trump dall’altra) oppure del PD in Italia affetto da cronica emorragia di iscritti. Tuttavia, a questa crisi della proposta politica neoliberale, non ha fatto seguito una capacità di elaborare una efficace strategia contrapposta delle altre forze. In questo modo le oligarchie hanno perduto il consenso politico, ma senza che il loro dominio di classe fosse scalfito. Se manca il consenso, il dissenso non riesce a organizzarsi e a proporre una contrapposta idea di società, arenandosi in rivendicazioni del tutto secondarie e sterili, finendo per disperdersi in mille rivoli. È il cosiddetto “populismo”, come quello di formazioni quali Podemos in Spagna o il Movimento Cinque Stelle in Italia. Essi hanno inconsapevolmente introiettato l’ideologia neoliberale che impedisce loro di trovare una valida struttura organizzativa e un progetto politico adeguato. Senza addentrarci in un argomento che meriterebbe una trattazione separata, basterà citare a titolo esemplificativo il caso greco. Qui, il ceto politico referente dell’oligarchia è entrato in crisi, rimpiazzato dal partito di Syriza che ha raccolto la protesta delle classi greche impoverite ed esasperate, ma non è riuscito a tradurla in un progetto politico realistico, a causa del pregiudizio anti-sovranista e della accettazione acritica dell’euro e dell’Unione Europea.


  1. Il Partito Democratico: un peccato originale

La crisi di consenso ha riguardato tutti i partiti d’Occidente promotori della globalizzazione e della mercatizzazione della società, coloro che, al netto delle varie e secondarie differenze nazionali, hanno svolto il ruolo di portare le classi popolari ad accettare l’ideologia neoliberale, in altre parole, quel ceto politico che ha cercato di produrre egemonia culturale attiva in favore delle oligarchie capitalistiche. In Italia questo compito è stato assunto da vari partiti e formazioni, in particolare quelli creatisi con l’epilogo traumatico della Prima Repubblica; ma con la fine del decennio scorso e l’inizio di quello attuale, un nuovo partito ha monopolizzato un tale compito, il Partito Democratico.
Il Partito Democratico nasceva su una tesi: le ideologie sono morte; tradotto: le ideologie alternative al capitalismo e al liberalismo sono morte e può esistere l’unica ideologia dell’assenza di ideologie, cioè dell’ineluttabilità del processo capitalistico di adeguamento delle strutture sociali al mercato globale. Il Partito Democratico doveva quindi unificare quel ceto politico italiano che più coerentemente si era proposto come referente accreditato delle oligarchie neoliberali. In questo modo, secondo i fondatori, sarebbe stato possibile raccogliere il consenso delle classi dominate, che rischiava di disperdersi a causa delle divisioni politiche (anche se non ideologiche) di quel ceto dirigente. Sembrava dovesse funzionare, ma i fondatori non avevano fatto i conti con la Storia. Proprio allora, infatti, l’egemonia culturale attiva, che il PD come altri partiti in Europa, si incaricava di produrre, veniva a mancare. Il Partito Democratico faceva il suo esordio proprio quando i suoi omologhi occidentali (i socialisti francesi, i socialdemocratici tedeschi, oppure i laburisti blairiani britannici) subivano un tracollo di consensi. Un tracollo che si sarebbe rivelato non puramente contingente, ma strutturale, perché era lo stesso modello dell’egemonia attiva che si era deteriorato.


Essendo costruito su questa tesi, ormai superata, il PD è un partito che attraversa un lungo, ininterrotto e strutturale calo di consensi, come si nota se si guardano i voti assoluti ottenuti alle varie elezioni e l’incapacità di attrarre le classi popolari disilluse. Esso continua a gestire il potere politico (formale) per una sorta di inerzia delle procedure rappresentative e per quella disorganizzazione del dissenso di cui si diceva. Tuttavia la sua egemonia delle istituzioni rappresentative (che non è mai stata egemonia culturale) è sempre precaria, appesa a un filo. Tutti i segretari avvicendatisi hanno, finora, fallito il loro compito. Da Veltroni sconfitto da Berlusconi a Renzi mai eletto, passando per Bersani.
Il ceto politico del PD, tuttavia, non riesce ancora a comprendere questa nuova fase storica nella quale si è entrati e a ciò si deve la sua incapacità di analisi. Si accampano, allora, ragioni collaterali, eventi scarsamente influenti per spiegare la sconfitta.
Renzi, nel corso di un’intervista a Repubblica, alla domanda su quali siano stati i suoi errori, ha risposto: “avrei dovuto metterci più cuore, più valori, più ideali. Insomma, meno efficienza e più qualità”. Non ha messo in discussione il programma politico del suo governo, che ha anzi difeso, ma il modo di comunicarlo. Renzi crede ancora nel progetto di egemonia attiva, crede che sia ancora possibile coinvolgere attivamente le masse nella strategia neoliberista che esse subiscono. Ciò è stato vero per un certo tempo, ma oggi rischia di rivelarsi clamorosamente anacronistico.
Del resto, la cecità del ceto politico neoliberale è la stessa di quello intellettuale. Ad esempio, molti hanno creduto di attribuire la vittoria di Trump a una differenza di comunicazione rispetto alla Clinton, al linguaggio semplice, diretto e “populista” del miliardario. Ciò può essere in parte vero, ma è soltanto una causa collaterale e secondaria. La vera ragione della vittoria di Trump non è in una comunicazione efficace, ma nella disillusione delle classi impoverite, degli Stati Uniti, come di tutto l’Occidente (come dimostrano la “Brexit” e l’avanzata delle formazioni populiste) rispetto all’ideologia neoliberale e alla sua promessa di liberazione dell’individuo dalle strutture oppressive dello stato e della burocrazia. Le classi popolari hanno sperimentato sulla loro pelle le contraddizioni del neoliberismo e hanno pagato e stanno pagando un prezzo altissimo. È quantomeno dubbio che una efficace campagna pubblicitaria possa far dimenticare l’austerità, la disoccupazione, la crisi economica e la sfiducia nel ceto politico che i dominati hanno davanti agli occhi tutti i giorni, pur non essendo capaci di comprenderlo con lucidità intellettuale, ma percependolo in quella famosa “durezza del vivere” sperimentata quotidianamente. Che si possa riottenere il consenso delle masse disilluse con una campagna pubblicitaria, senza cambiare di una virgola la strategia politica, restando quindi nella dimensione neoliberale, segnala che mentre le masse si disilludono (senza però riacquistare la capacità di riaffascinarsi) il ceto politico si illude.
Il ceto politico neoliberale, sembra, ad oggi, uno spettatore impotente e balbettante; la questione centrale, attualmente, non è la possibilità da parte dell’oligarchia di esercitare un’egemonia attiva, ma la capacità o l’incapacità del dissenso di organizzarsi. Sarà possibile che l’integrazione capitalistica prosegua incontrastata rinunciando al consenso e avvalendosi soltanto dell’egemonia culturale passiva, quindi dei modelli di consumo, dell’individualismo, della sfiducia in un progetto alternativo di società e dell’afasia del dissenso? E il dissenso, da parte sua, per quanto potrà essere orientato verso partiti populisti destrutturati incapaci di formulare un progetto politico anticapitalista senza che presto maturi un disincanto anche nei loro confronti? E sarà possibile ripensare a una politica, marxianamente, come “movimento che abolisce lo stato di cose presente” e progetto di rifondazione sociale? Queste sono, oggi, le domande alle quali solo la Storia saprà rispondere.















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La sinistra postmoderna è nata morta*

“Unire la sinistra” è il vecchio appello da Seconda Repubblica caduto in disgrazia, che talvolta qualcuno tenta di riportare in auge. Adesso è la volta di Giuliano Pisapia che propone un cartello elettorale dai contorni vaghi e sfumati, il “Campo progressista”, l’ennesima riedizione delle tante “sinistre unite” fallite. Già prima Bertinotti e poi Ferrero e Vendola provarono a inventarsi nuovi marchi da apporre all’aggregazione multiforme che chiamavano “sinistra”. Tutti questi schieramenti hanno fatto la stessa triste fine.
L’ostracismo contro le ideologie, in particolare contro la teoria marxista, diede vita a una creatura deforme, la sinistra postmoderna, una fazione eterogenea, senza contorni definiti, priva di una tradizione politica – considerata un pesante fardello di cui disfarsi – con un’organizzazione evanescente e senza una solida struttura di partito. Tenuta assieme dal generico appellativo di “sinistra”, non ha un fine universale, un ideale di rifondazione della società, ma tanti piccoli scopi particolari da perseguire all’interno della struttura sociale vigente che non viene mai criticata. Per questo assumono un ruolo primario i diritti civili, mentre vengono trascurati, fin quasi a dimenticarli, quelli sociali, sacrificabili sull’altare delle “alleanze progressiste”. I diritti civili, infatti, possono essere perseguiti all’interno dei rapporti sociali esistenti, senza la necessità di giungere a uno scontro con le classi dominanti, con le quali, anzi, ci si allea.
Non a caso Pisapia intende proporre questa “unificazione” per poi allearsi col PD, per “tirarlo” a sinistra. Uno schema tipico della Seconda Repubblica, e a livello globale del mondo appena dopo la caduta del Muro di Berlino; il conflitto tra socialismo e capitalismo doveva essere surrogato dal dualismo destra/sinistra, nel quale entrambi appartenevano non al “campo progressista” o a quello conservatore, ma all’orizzonte capitalista da “fine della storia”, visto come irreversibile e accettato acriticamente da ambedue gli schieramenti teoricamente contrapposti.
Ma ormai anche lo schema destra/sinistra è entrato in crisi, per essersi manifestato per quello che è: una maschera. La “destra” e la “sinistra” della Seconda Repubblica non corrispondono alla “destra” e alla “sinistra” della Prima, le quali non erano soggetti giuridici e politici, ma indicazioni “geografiche” che dovevano essere opportunamente connotate da aggettivi (socialista, liberale, comunista, democristiano, ecc.). Lo schema destra/sinistra postnovecentesco è entrato in crisi in seguito al progressivo distacco popolare, non essendo possibile scorgervi un’alternativa reale al capitalismo neoliberale e quindi rivelandosi in farsa, puro spettacolo.
Ad esso non è ancora subentrata una rappresentazione politica adeguata, ma va delineandosi un nuovo conflitto tra il globalismo liberista e le resistenze nazionali, statali e antioligarchiche le quali però presentano diverse contraddizioni e sono ancora in embrione.
Compito della politica, oggi, è dare voce a queste ultime, non attraverso l’uso demagogico e “populistico” proprio di alcuni capi partito, ma interrogandole, chiarificandole, criticandole e traducendole in una teoria, una prassi strategica e un progetto di società.
La proposta di Pisapia, invece, ignora tutto questo e si limita a rispolverare uno schema vecchio e superato, tutto interno alla risonanza mediatica, incapace di fare i conti con le recenti tendenze sociali. Il vero scopo (che egli ne sia consapevole o meno) è quello di ricondurre il dissenso entro il recinto controllato dalle oligarchie. Ed è questo infatti il vero significato del “progressismo” postmoderno: a sinistra del PD, ma col PD, ovvero, la periferia del capitalismo.














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27 feb 2017

Uomini e robot nella società contemporanea*

Nel corso di un recente discorso, il Presidente Mattarella ha fatto riferimento al cosiddetto “Modello 4.0”, intendendo l’introduzione di nuovo tecnologie nell’economia per rendere più veloce ed efficiente la produzione. Il Capo dello Stato ha detto che un simile modello potrebbe creare “forme di dualismo nella nostra società”. Ha sottolineato, pur riconoscendone i benefici, che “Mentre, da un lato, vi sarà un impatto positivo sulla produttività del lavoro, con un ampliamento anche di opportunità per i lavori più qualificati, dall'altro lato è del tutto verosimile doversi attendere un effetto riduttivo sulla occupazione totale, per la probabile diminuzione di posti di lavoro ripetitivo a vantaggio della robotica. Il saldo netto tra posti di lavoro perduti e posti di lavoro creati non è una variabile indifferente”.
La questione di cui si occupa Mattarella non è inedita, e interessa tutte le società moderne. La meccanizzazione e computerizzazione della produzione hanno ridotto le ore di lavoro necessarie per unità di prodotto, questo però non ha determinato, in passato, perlomeno nelle società europee, forti squilibri e cali occupazionali. Anzi, nel corso degli anni Settanta l’introduzione delle tecnologie si è accompagnata a un aumento dell’occupazione e dei redditi da lavoro. Questo fondamentalmente per due ragioni.
Innanzitutto perché questo processo è avvenuto in un contesto politico-economico nel quale gli stati e le aziende esigevano un aumento del capitale investito e un incremento generalizzato dei consumi. Inoltre, si è avuto entro una cornice legislativa di forte tutela dei ceti medio-bassi e dei lavoratori.
Occorre sottolinearlo, perché i mutamenti tecnologici e lo sviluppo della tecnica, per quanto repentini, non provocano necessariamente disagi e “dualismi”. Questi si verificano solo entro un certo tipo di scenario politico, economico, giuridico e anche culturale, nel quale non vi è spazio per i due fattori di cui si è detto: ovvero investimenti (sostenuti spesso dalla mano pubblica) e tutele del lavoro.
È evidente che nell'assetto attuale un simile scenario sia del tutto venuto meno, sostituito dalla deregolamentazione dei mercati e dall'abolizione delle tutele. Le imprese tendono a disinvestire, non a investire e gli stati non fanno nulla per opporsi a questa tendenza e ansi spesso la agevolano. Inoltre gli sviluppi della tecnica sono giunti al punto da far prevedere in tempi relativamente brevi la scomparsa di interi settori della manodopera e aree di impiego del lavoro umano sostituiti da processi produttivi interamente meccanizzati. Il lavoro sembra spostarsi sempre più dalla manodopera alle attività tecnico-intellettuali, e anche per queste ultime si può prevedere una riduzione del monte ore necessarie.
Sembrerebbe quindi inevitabile la crescita di una massa enorme di disoccupati esclusi dal lavoro e sostituiti dalle macchine, con tutte le ricadute sociale che ciò può comportare.
In realtà, una simile eventualità non è affatto una necessità “intrinseca” dell'evoluzione dei mezzi produttivi. La tecnica non è mai una componente “neutra” e una variabile indipendente, essa opera sempre in combinazione con altre, che ne determinano gli effetti.
In un contesto di liberalizzazione totale dei mercati e dei capitali, di deregolamentazione, di cancellazione delle tutele e di implosione del controllo statale sull'economia le conseguenze della meccanizzazione e digitalizzazione sembrano andare nella direzione paventata dai pessimisti.
Considerare, però, un simile scenario come inevitabile, ha gli stessi effetti di una “profezia autoavverante”, la sottovalutazione del potenziale delle altre componenti (politica, economia, diritto, cultura, tensioni sociali, ecc.) conduce a sopravvalutare quello della tecnica. Ciò vale sia per i profeti “pessimisti” che vedono la tecnica come una potenza distruttrice autonoma da tutto il resto, sia per gli “ottimisti” che invece ne auspicano la continua evoluzione come fatto intrinsecamente benefico.
Si può invece comprendere il ruolo della tecnica nella nostra società, in rapporto al lavoro, come ad altri aspetti, solo se lo si considera come interdipendente e sempre combinato con altri. La disoccupazione “tecnologica”, non è in realtà il risultato del semplice progresso della conoscenza scientifica e dall'applicazione su larga scala di mezzi efficienti. È, invece, la conseguenza dell'interazione del progresso tecnico con lo scenario sociale complessivo. Più che essere gli assetti sociali determinati dalla tecnica, è anche e soprattutto quest'ultima a essere orientata dai primi. Questo significa che l'incontrollabilità della tecnica è una forma di superstizione che deriva dall'inconsapevolezza del ruolo giocato dalle altre componenti. Se queste ultime ultime sono considerate, magari implicitamente e acriticamente, come date una volta per tutte, è chiaro che la tecnica emerge come potenza inarrestabile e insensata.
Questo errore emerge anche nel discorso di Mattarella, il quale vuole mettere in guardia dalle “logiche protezionistiche del proprio mercato” e dalla “illusoria difesa dei propri apparati produttivi”, quasi che la rinuncia alla “sollecitazione della concorrenza” sia impensabile e inconcepibile.
Prima si afferma l'immutabilità dell'unico mondo possibile dell'economia globalizzata, e poi si presentano come problematici i risvolti del progresso tecnico, ignorando, e ostinandosi a ignorare, che questi ultimi non sussistono nel nulla, ma operano in una cornice che si è già definita come inalterabile e indiscutibile. La politica, al contrario, dovrebbe adoperare un approccio “laico”, ai problemi sociali, che cioè sia libero da dogmi e assunti acritici, quali quelli della religione del libero mercato.













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