27 feb 2017

Uomini e robot nella società contemporanea*

Nel corso di un recente discorso, il Presidente Mattarella ha fatto riferimento al cosiddetto “Modello 4.0”, intendendo l’introduzione di nuovo tecnologie nell’economia per rendere più veloce ed efficiente la produzione. Il Capo dello Stato ha detto che un simile modello potrebbe creare “forme di dualismo nella nostra società”. Ha sottolineato, pur riconoscendone i benefici, che “Mentre, da un lato, vi sarà un impatto positivo sulla produttività del lavoro, con un ampliamento anche di opportunità per i lavori più qualificati, dall'altro lato è del tutto verosimile doversi attendere un effetto riduttivo sulla occupazione totale, per la probabile diminuzione di posti di lavoro ripetitivo a vantaggio della robotica. Il saldo netto tra posti di lavoro perduti e posti di lavoro creati non è una variabile indifferente”.
La questione di cui si occupa Mattarella non è inedita, e interessa tutte le società moderne. La meccanizzazione e computerizzazione della produzione hanno ridotto le ore di lavoro necessarie per unità di prodotto, questo però non ha determinato, in passato, perlomeno nelle società europee, forti squilibri e cali occupazionali. Anzi, nel corso degli anni Settanta l’introduzione delle tecnologie si è accompagnata a un aumento dell’occupazione e dei redditi da lavoro. Questo fondamentalmente per due ragioni.
Innanzitutto perché questo processo è avvenuto in un contesto politico-economico nel quale gli stati e le aziende esigevano un aumento del capitale investito e un incremento generalizzato dei consumi. Inoltre, si è avuto entro una cornice legislativa di forte tutela dei ceti medio-bassi e dei lavoratori.
Occorre sottolinearlo, perché i mutamenti tecnologici e lo sviluppo della tecnica, per quanto repentini, non provocano necessariamente disagi e “dualismi”. Questi si verificano solo entro un certo tipo di scenario politico, economico, giuridico e anche culturale, nel quale non vi è spazio per i due fattori di cui si è detto: ovvero investimenti (sostenuti spesso dalla mano pubblica) e tutele del lavoro.
È evidente che nell'assetto attuale un simile scenario sia del tutto venuto meno, sostituito dalla deregolamentazione dei mercati e dall'abolizione delle tutele. Le imprese tendono a disinvestire, non a investire e gli stati non fanno nulla per opporsi a questa tendenza e ansi spesso la agevolano. Inoltre gli sviluppi della tecnica sono giunti al punto da far prevedere in tempi relativamente brevi la scomparsa di interi settori della manodopera e aree di impiego del lavoro umano sostituiti da processi produttivi interamente meccanizzati. Il lavoro sembra spostarsi sempre più dalla manodopera alle attività tecnico-intellettuali, e anche per queste ultime si può prevedere una riduzione del monte ore necessarie.
Sembrerebbe quindi inevitabile la crescita di una massa enorme di disoccupati esclusi dal lavoro e sostituiti dalle macchine, con tutte le ricadute sociale che ciò può comportare.
In realtà, una simile eventualità non è affatto una necessità “intrinseca” dell'evoluzione dei mezzi produttivi. La tecnica non è mai una componente “neutra” e una variabile indipendente, essa opera sempre in combinazione con altre, che ne determinano gli effetti.
In un contesto di liberalizzazione totale dei mercati e dei capitali, di deregolamentazione, di cancellazione delle tutele e di implosione del controllo statale sull'economia le conseguenze della meccanizzazione e digitalizzazione sembrano andare nella direzione paventata dai pessimisti.
Considerare, però, un simile scenario come inevitabile, ha gli stessi effetti di una “profezia autoavverante”, la sottovalutazione del potenziale delle altre componenti (politica, economia, diritto, cultura, tensioni sociali, ecc.) conduce a sopravvalutare quello della tecnica. Ciò vale sia per i profeti “pessimisti” che vedono la tecnica come una potenza distruttrice autonoma da tutto il resto, sia per gli “ottimisti” che invece ne auspicano la continua evoluzione come fatto intrinsecamente benefico.
Si può invece comprendere il ruolo della tecnica nella nostra società, in rapporto al lavoro, come ad altri aspetti, solo se lo si considera come interdipendente e sempre combinato con altri. La disoccupazione “tecnologica”, non è in realtà il risultato del semplice progresso della conoscenza scientifica e dall'applicazione su larga scala di mezzi efficienti. È, invece, la conseguenza dell'interazione del progresso tecnico con lo scenario sociale complessivo. Più che essere gli assetti sociali determinati dalla tecnica, è anche e soprattutto quest'ultima a essere orientata dai primi. Questo significa che l'incontrollabilità della tecnica è una forma di superstizione che deriva dall'inconsapevolezza del ruolo giocato dalle altre componenti. Se queste ultime ultime sono considerate, magari implicitamente e acriticamente, come date una volta per tutte, è chiaro che la tecnica emerge come potenza inarrestabile e insensata.
Questo errore emerge anche nel discorso di Mattarella, il quale vuole mettere in guardia dalle “logiche protezionistiche del proprio mercato” e dalla “illusoria difesa dei propri apparati produttivi”, quasi che la rinuncia alla “sollecitazione della concorrenza” sia impensabile e inconcepibile.
Prima si afferma l'immutabilità dell'unico mondo possibile dell'economia globalizzata, e poi si presentano come problematici i risvolti del progresso tecnico, ignorando, e ostinandosi a ignorare, che questi ultimi non sussistono nel nulla, ma operano in una cornice che si è già definita come inalterabile e indiscutibile. La politica, al contrario, dovrebbe adoperare un approccio “laico”, ai problemi sociali, che cioè sia libero da dogmi e assunti acritici, quali quelli della religione del libero mercato.













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Renzi e Grillo: l’affinità oltre l’apparenza*

Sono i due antagonisti che si contendono i palcoscenici mediatici, in realtà Renzi e Grillo sono molto più simili di quanto a prima vista possa sembrare.
Entrambi hanno in comune la lontananza e l’avversità alla politica come origine della loro ascesa: l’uno si è infatti affermato al di fuori delle procedure del suo stesso partito e ricercando l’appoggio della finanza. L’altro è un comico, abituato a riempire i teatri con spettacoli di cabaret “impegnato”. Tutti e due sono accomunati dal rifiuto della politica, perlomeno nella sua accezione più piena e tradizionale, e dalla padronanza degli strumenti comunicativi.
Renzi deve la sua ascesa alla retorica della “rottamazione”, con la quale egli si è presentato come liquidatore della “vecchia politica”, ovvero di una concezione “forte” dell’agire politico, intesa come strategia codificata fondata su un apparato dottrinario. Alla “vecchia politica”, che è poi la politica in senso proprio, Renzi ha inteso sostituire la gestione del consenso passivo delle masse attraverso i media, liquidando quello che rimaneva della tradizione della sinistra italiana della Prima Repubblica, prima di lui ancora in parte presente, anche se solo a livello simbolico. Dalla politica come progettazione della società su basi razionali, si è passati alla post-politica come “contenimento” del malcontento generato dalla delega delle funzioni amministrative al mercato. Certo, Renzi non è l’unico a farsi promotore della post-politica – egli è semmai un prodotto – ma è il punto terminale di un processo avviato ufficialmente nel 1991 con lo scioglimento del PCI in Italia e con il crollo dell’URSS sul piano internazionale.
Anche l’ascesa di Grillo si deve alla sua contestazione della politica, una contestazione molto simile a quella di Renzi, non fosse per l’accentuazione degli aspetti più radicali (ad esempio la proposta di abolizione dei partiti). Anche Grillo e il “grillismo”, come l’ex sindaco di Firenze, rifiutano le ideologie e la dialettica di partito. La differenza è che mentre quest’ultimo aveva una tradizione alle spalle con cui fare i conti, e ha potuto rappresentarsi come il “curatore fallimentare” di questa tradizione, Grillo e i suoi seguaci non avevano nessuna storia politica. Essi nascono dal rifiuto della “società civile” per la politica considerata corrotta per definizione. Costituiscono perciò la contraddizione tra questo rifiuto (che però non può tradursi in un ripiegamento intimistico come in altre epoche, dato il carattere fortemente esibizionista della postmodernità) e l’impulso a “fare”, che in realtà è un impulso alla comunicazione amplificata, qual è quella tipica di internet. Questa protesta non dialetizzata (e – solo apparentemente – “spontanea”) perché espressa in un contesto dove mancano strutture di mediazione, non può che manifestarsi in una ribellione nichilistica contro gli apparati politici (non accorgendosi che in realtà ormai sono solo gusci vuoti) volta alla distruzione senza progettualità. Anzi, essa è proprio la distruzione di ogni progettualità. Unica costante del discorso dei Cinque Stelle è la rivendicazione di una “onestà” personale contrapposta alla “disonestà” del “sistema”. L’autoreferenzialità è proprio una caratteristica saliente della post-politica. Per il resto soltanto singhiozzi e balbettii persino contraddittori.
Sia in Renzi che in Grillo manca una critica della società, quindi anche qualsiasi proposta di rifondazione della stessa; ed è inevitabile, dato che essi hanno tagliato tutti i ponti col passato. Non può esserci critica, infatti, senza anamnesi.
Il loro ruolo è appunto quello di impedire la rinascita di un filone critico, gestire la protesta “spontanea” e incanalarla su obiettivi del tutto secondari. La rabbia collettiva viene diretta contro la politica, la cui è assenza è in verità proprio la causa dell’insoddisfazione generale.
Si può dire che se l'ex segretario del Pd è il momento affermativo della post-politica, il fondatore dei Cinque Stelle è quello negativo, ma entrambi rappresentano la rinuncia alla politica e l’accettazione del mercato quale unico regolatore – o deregolatore, per meglio dire – della società.












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31 gen 2017

Dall'entusiasmo edonistico al disincanto rinunciatario*

Un recente sondaggio dell'Agenzia SWG rileva un dato molto interessante. Il 32% degli italiani si definisce anticapitalista, mentre solo un quarto degli intervistati si dice pro-capitalista. Inoltre il 36% si dichiara per “un modello post-capitalista basato su un economia più armonica, solidale e condivisa”, il 26 a favore di “un modello comunitario basato su forme di impresa meno incentrate sul profitto” e soltanto il 23 si dice favorevole a un modello capitalistico; ma anche tra questi il 13 vorrebbe un maggior controllo dell'economia da parte dello Stato. È un risultato sorprendente considerato il contesto nel quale è maturato.
Questa sfiducia nel sistema economico dominante, mai così egemonico dal punto di vista politico e culturale, prolifera nella pressoché totale assenza di una proposta alternativa, con i vari partiti di opposizione occupati in questioni più o meno irrilevanti (le unioni civili quelli “di sinistra”, i campi nomadi e i centri di accoglienza quelli “di destra”, i vitalizi quelli “né di destra né di sinistra”). In ogni caso mai nessun attore politico osa mettere in discussione l'economia nel suo complesso o accenna una qualche critica al capitalismo, cosa invece piuttosto comune fino a trenta o quarant'anni fa.
Lo scenario può apparire per molti versi paradossale. In una fase di massima debolezza economica del capitalismo dal dopoguerra a oggi, si ha una situazione di massima forza dal punto di vista politico. Ovvero, nonostante una crisi senza precedenti in Italia e in Europa, e per intensità e per durata, mai si è stati così lontani come oggi dalla possibilità di un rovesciamento dei rapporti economici e del modo di produzione in vigore. Nello stesso tempo però non c'è un consenso alla base di questa egemonia: non è la sanzione del successo degli apparati di propaganda del potere, se con ciò si intende la persuasione collettiva della bontà del sistema. Questo ci dice due cose: innanzitutto è l'ulteriore conferma che tra fattori economici ed esiti politici non c'è un rapporto meccanico di necessità. Una disfunzione economica del sistema può tradursi in funzione politica, e viceversa. Se si guarda alla caduta dello storico avversario del capitalismo occidentale, ovvero l'Unione sovietica si scopre un andamento inverso: a una stabilità e funzionalità sul piano economico è corrisposta una crisi politica, che in seguito (ma solo in seguito!) è andata a intaccare anche la sfera materiale della produzione. La crisi economica non apre necessariamente nuovi spazi per le forze di dissenso (dissenso ovviamente “sistemico”) come a lungo ha creduto un anticapitalismo ingenuo. Ma la grande novità di questi tempi è che non è il consenso ideologico a consolidare l'egemonia. Questo, lungi dall'essere cresciuto, si è costantemente ridotto negli ultimi vent'anni. Risulta evidente il fallimento del capitalismo sul piano delle promesse di affrancamento dell'individuo. Il mito del successo individuale, che fino agli anni Ottanta poteva ancora sedurre, nonostante l'opposizione culturale allora ben presente, ha oggi perduto mordente. Non che l'individualismo non sia ancora, e forse persino meglio, radicato nella società. Ma non porta più con sé quell'ottimismo, quella spinta vitale, quella fede quasi religiosa nell'individualità desocializzata. È invece un individualismo del “si salvi chi può”, accompagnato dalla rassegnazione, dallo sconforto, dalla depressione. La competizione spietata non avviene più tanto, per le classi medie, all'insegna dell'ambizione personale, ma della paura. È il terrore dell'esclusione sociale e della perdita il vero motore, non la fiducia in un avvenire migliore attraverso l'affermazione individuale.
La mutazione del paradigma può essere rappresentata da due figure che hanno segnato il consolidamento politico del capitalismo negli anni Ottanta. Da una parte il Presidente americano Ronald Reagan, dall'altro il Primo Ministro britannico Margaret Tahtcher. Entrambi sono dei sostenitori dell'economia neoliberista, entrambi propugnano uno “Stato minimo” e un mercato deregolamentato, entrambi esaltano l'iniziativa individuale e screditano la cooperazione sociale, ma c'è una differenza. Mentre Reagan è il cantore dell'edonismo capitalista che esala il suo ultimo respiro, il “colpo di coda” dell'individualismo ottimista, spensierato e spietato, che ha il suo punto di riferimento nei giovani arrivisti agenti di borsa di Wall Steet, la Thatcher è invece a pieno titolo profeta del nuovo capitalismo postmoderno, che fa della rassegnazione e dell'accettazione passiva il proprio perno ideologico. Non a caso lo slogan della campagna elettorale di Reagn era “Make America Great Again”, “Rendere l'America di nuovo grande”, mentre il motto del Capo di Governo inglese è espresso dall'acronimo TINA, “There Is No Alternative”, non esiste alternativa al liberal-capitalismo, piaccia o non piaccia. Non si tratta più di convincere circa presunti benefici del perseguire una piena restaurazione neoliberale, ma di affermare che sia l'unica possibile, che non sia data altra scelta. Il consenso, ammesso che consenso debba e possa esserci, è un consenso passivo, che nutre poche illusioni riguardo al modello di società esistente, ma che lo considera come ineluttabile, alla stregua di una catastrofe naturale cui non c'è rimedio ma a cui bisogna adattarsi.
In Italia questo “passaggio di consegne” può essere individuato nel periodo che va dall'ascesa di Silvio Berlusconi alla nomina di Mario Monti. Il Berlusconi del primo periodo, l'imprenditore televisivo e l'esordiente politico atipico (da distinguere da quello degli anni Duemila) è un entusiasta fautore delle liberalizzazioni e della “libertà” dagli apparati burocratici e dallo Stato, che promette un risveglio gioioso dal grigiore dei burocrati, è il Berlusconi delle reti commerciali e del “milione di posti di lavoro”, con la sua personalità esuberante ed egocentrica; Monti, al contrario, arriva quando si è già consumato il fallimento di un simile paradigma cui egli dà il colpo di grazia: non promette amenità, ma “sacrifici”, non benessere, ma “austerità” e “rigore”, non più lavoro bensì impieghi peggiori eppure inevitabili; “i giovani devono abituarsi all'idea che non avranno un posto fisso per tutta la vitafurono le sue parole. Significativo è anche il modo in cui queste due differenti figure sono giunte ai vertici del governo. L'imprenditore milanese attraverso una campagna elettorale condotta con le armi del marketing e del venditore astuto, arrivando a gestire il consenso in modo quasi plebiscitario, l'economista bocconiano, invece, per mezzo di una nomina “dall'alto” delle istituzioni europee e della finanza, senza riscuotere successo alle elezioni.
Anche quelle forze che vorrebbero proporre un'alternativa al modello socio-economico dominante, hanno finito per cadere nella rete della rassegnazione e del consenso passivo. O si sono adagiate in una nicchia culturale, nutrendo la retorica del “meno peggiore” (Meglio Prodi che Berlusconi, più recentemente negli Stati Uniti meglio Clinton che Trump, come ha sostenuto il candidato “socialista” Sanders) o non sono state in grado di perseguire, con la coerenza estrema richiesta in questi casi, i principi che si erano dati, come è il caso della parabola di Syriza in Grecia che ha finito per giustificare la tirannia finanziaria della Troika dopo averla per anni osteggiata.
L'obiettivo delle forze anticapitaliste, che hanno un potenziale notevole come testimonia il sondaggio, non può essere quello di scegliere tra due profili quasi identici, i quali dichiarano a gran voce una contrapposizione radicale sulle minuzie, ma che presuppongono un tacito accordo sulle questioni fondamentali, evitando di mettere in discussione il liberal-capitalismo, né quello di limitarsi alla denuncia degli orrori e delle promesse non mantenute di quest'ultimo, di cui ormai forse neppure i suoi più irriducibili propugnatori si curano, ma di tornare a ciò che hanno smesso di fare, ripensare a un nuovo tipo di società e mostrarne la concreta realizzabilità. Ribaltando l'argomento del capitalismo postmoderno che, irridente, elude il confronto ideologico e bolla come utopistici i progetti antiliberisti e anticapitalistici di rifondazione della società, bisogna palesare l'elemento superstizioso nella credenza dell'ineluttabilità “naturalistica” di un prodotto umano e sostenere il realismo di un progetto politico che non si rassegna al dato e che invece di concepire l'agire umano come un risultato esclusivo delle forze economiche impersonali, sottolinea come anche queste ultime siano la risultante del primo, e perciò tutt'altro che immutabili.











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La politica dell'inutile*

L'euforia delle elezioni amministrative appena concluse, che più che una prassi democratica sono in verità un evento mediatico, trattate quasi come una gara sportiva, ha invertito il mezzo e il fine. Le elezioni non sono più uno strumento (tra l'altro molto sopravvalutato) che permette al popolo di decidere del proprio destino, ma un avvenimento che di per sé segna le “tendenze”, che piacciono tanto ai sondaggisti. Exit-poll, proiezioni, sondaggi e tutte le indagini statistiche che stabiliscono cosa l'elettore voterebbe prima ancora che lo faccia, indicano la mediatizzazione di un rito istituzionale, nel quale previsione e condizionamento si confondono.
L'anticipazione del futuro è tipica della nostra epoca, bisogna sapere cosa accadrà prima ancora che accada e rendere il futuro un momento del presente, mentre sia l'uno che l'altro sono sottratti alla volontà individuale.
La politica è ormai un programma di un palinsesto televisivo, nulla di più. Al di fuori dell'iperreale, quale incidenza ha veramente sulla società? Se la vita di ogni persona è affidata del tutto al mercato, essa ha ben poche chance di essere qualcosa di più del marketing elettorale fatto da statistiche, sondaggi e slogan, che insegue i “gusti” degli elettori-consumatori, opportunamente orientati e pre-selezionati dal mercato stesso. La politica è la pianificazione collettiva dell'esistenza sociale. L'economia capitalistica postmoderna, invece, esclude qualsiasi pianificazione che non sia quella orientata alla vendita e alla massimizzazione dei profitti. Si può prevedere ciò che sarà, ma dovrà stabilirlo non il politico, non l'elettore, ma il mercato, questo tiranno assoluto che viene paradossalmente definito “libero”. Al “popolo sovrano”, celebrato da leggi e costituzioni, non resta che decidere sul superfluo, scegliere tra ciò che non conta e non avrà effetti di rilievo, perché tutto il resto è già stato deciso senza consultarlo.
I protagonisti di queste elezioni, il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle, così come gli attori non protagonisti e le semplici comparse di questa farsa, si sono perfettamente adattati all'ininfluenza cui l'economia ha condannato la politica. La loro capacità è stata quella di ricavare uno spazio in questo nulla. Il PD si è assunto il compito di liquidare qualsiasi barlume di critica del capitalismo. Questo compito è stato portato a termine con successo. Proprio questo successo lo ha condotto alla crisi, una prima, iniziata con Bersani e conclusasi con l'ascesa di Renzi, e probabilmente una seconda che sta cominciando ora. Il suo compito ormai si è esaurito, l'accettazione del “cambiamento”, ovvero del passaggio dallo stato sociale al neoliberismo più estremo, si è ormai quasi conclusa, di qui la difficoltà per esso di trovare nuovo slancio. L'intervento di Renzi è per lo più una postilla in questo processo, un mutamento del lessico che elide gli ultimi retaggi del passato. Ma portare sempre oltre questa “rottamazione” diventa via via più difficile una volta che tutti i tabù sono stati infranti e non resta più niente della “vecchia politica” pianificatrice da distruggere e dileggiare con furia iconoclasta. I lavoratori si possono licenziare e buttare via come le merci che devono produrre a ritmo crescente, l'anarchia del mercato è entrata in qualsiasi settore, la lingua si è anglicizzata e mediatizzata. Resta ben poco, ormai, da rottamare. Semmai il problema diventa quello di mantenere un simile stato di cose una volta morta l'illusione dell'Eden capitalistico che tanto successo riscosse negli anni Ottanta e Novanta. Il prodotto inevitabile della disillusione è la frustrazione e l'insoddisfazione. Nonostante l'incapacità dell'individuo di oggi di tradurre politicamente e in un contesto pubblico questa insoddisfazione esiste sempre il rischio che possa tracimare oltre la soglia consentita. Il problema allora diventa quello di orientare e manipolare non tanto il consenso, di cui il potere odierno ha ben poca necessità, ma il dissenso. E a questo problema risponde in modo più avanzato il Movimento Cinque Stelle. Fin dalla sua comparsa, e anzi proprio per costituzione, fa a meno del “convincere” e del “credere”, presupposti irrinunciabili della Prima Repubblica, cui persino il più cinico politicante non poteva fare del tutto a meno. Il Movimento Cinque Stelle non ha bisogno di persuadere nessuno, non ha alcun progetto da spiegare, al contrario, esso assorbe ciò che trova già pronto, senza nemmeno preoccuparsi della coerenza interna. Chi vi aderisce non deve credere in nulla; l'atto costitutivo dei Cinque Stelle nasce proprio dalla rinuncia alle ideologie. La protesta è perciò disinnescata già in partenza. Essa è più l'espressione di un malcontento immediato e irriflessivo che una minaccia per l'ordine corrente. Il furore viene orientato verso ciò che è immediatamente individuabile e nello stesso tempo scarsamente rilevante. È proprio questo suo essere “minaccia innocua” per usare un ossimoro, che rende il Movimento Cinque Stelle tanto mediaticamente visibile quanto politicamente inefficace. Questo composto di accettazione dell'esistente e protesta inoffensiva ne spiega la vittoria e l'esito delle ultime e forse delle future elezioni.











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30 dic 2016

Controstoria dei radicali*

Il Partito Radicale, come si sa, gode di grande considerazione presso la stampa, in particolare tra quella cosiddetta “moderata” (con evidente cortocircuito lessicale). È stimato, in particolare per i suoi dirigenti storici, lo scomparso Marco Pannella ed Emma Bonino, anche da molti di coloro che non ne condividono tutte le posizioni ma lo considerano come un fattore fondamentale dell'ammodernamento dei costumi italiani. Si pensa ai radicali come la forza trainante della secolarizzazione dell'Italia a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, in particolare con le lotte in favore del divorzio e dell'aborto. In realtà la loro influenza in questo senso è di molto sopravvalutata. Il divorzio fu reso legale da una legge del 1974 promossa da liberali e socialisti, e successivamente convalidata in seguito al referendum abrogativo. Per il no, e quindi a favore del divorzio, si schierarono non soltanto i radicali, ma anche i socialisti, i comunisti, i repubblicani, i liberali e i socialdemocratici più una parte dell'area cattolica. Il maggior contributo, dunque, si deve ai primi due, che potevano portare il maggior numero di consensi, senza dubbio molti di più di quelli dei radicali. Sostennero il sì, invece, soltanto la DC e il MSI. Per quanto riguarda l'aborto, la cui regolamentazione si deve alla famosa legge 194 del 1978, i radicali promossero un referendum nel 1981 per modificare la legge in senso meno restrittivo, perdendolo. Per l'altro quesito promosso dal Movimento per la Vita, che invece chiedeva maggiori restrizioni, anche in questo caso uno schieramento variegato si oppose alla modifica. L'importanza dei radicali nel processo di secolarizzazione è quindi di molto sopravvalutata, a causa di letture che li considerano i fautori quasi solitari di battaglie per i diritti civili in un'Italia bigotta. La realtà è che ci fu un fronte comune e pressoché trasversale, ad esclusione delle forze più conservatrici, di cui i radicali non erano che una parte e per di più minoritaria.
La politica di Pannella e del suo partito è stata improntata a una scaltrezza spregiudicata e a un abile uso dei media, anche con azioni clamorose (scioperi della fame, della sete, ecc., oggi in realtà decisamente inflazionati). Si aggregarono alla sinistra negli anni Sessanta e Settanta, sfruttando la scia dei movimenti di protesta, negli anni Novanta si allearono con Berlusconi, ottenendo in questo modo un'ampia visibilità che gli avrebbe permesso di raggiungere il loro massimo storico alle elezioni europee del '99. Un altro mutamento è quello che li portò da fautori del pacifismo che richiedevano persino l'abolizione degli eserciti e rigorosamente anti-interventisti (contro la guerra in Vietnam e la NATO) ad appoggiare le guerre americane. Nel 1992 la Guerra del Golfo ne segnò una svolta verso posizioni interventiste. Nel 2006 Emma Bonino dichiarava, a proposito dell'occupazione dell'Afghanistan (cui il nostro paese partecipava): “Questa è una missione delle Nazioni Unite, in cui un governo eletto democraticamente ci chiede di restare e anzi di fare di più. Lo stesso chiede la società civile. Quali sono allora le motivazioni per cui dovremmo andarcene? Solo quelle ideologiche? Io credo che un Paese che vuole crescere sulla scena internazionale deve prendersi la responsabilità di non abbandonare a metà strada una nazione che sta cambiando”.
La politica camaleontica sulle alleanze e le questioni estere, si affianca a certe costanti: il liberismo economico, l'opposizione alla cosiddetta “partitocrazia”, il cosmopolitismo. Nel 1994 i radicali promossero una serie di referendum. Chiesero in particolare l'abrogazione della legge che disciplinava il commercio, la liberalizzazione degli orari degli esercizi e la privatizzazione della RAI. Furono anche da sempre fermamente contrari al finanziamento ai partiti, per abolire il quale si fecero promotori di due referendum, il primo lo persero nel 1978, il secondo lo vinsero, nel 1993, sull'onda di Tangentopoli. Hanno sostenuto da sempre il superamento delle nazioni; in un documento del 1960 chiedevano “la federazione europea da perseguirsi immediatamente attraverso elezioni dirette” anticipando così l'europeismo di alcuni decenni dopo. Nel 1989 cambiarono nome in “Partito Radicale Transnazionale”, per sottolineare il loro carattere anti-nazionale.
I radicali presentano il profilo esatto di un partito liberale classico. Rispetto al PLI, da cui nacquero attraverso scissione, si distinguono per l'attivismo, il dinamismo e la spregiudicatezza nelle alleanze. Sarebbe sbagliato concepirli meramente come una forza impegnata per i diritti civili. È grazie alle campagne per questi ultimi e alla capacità di inserirsi nei movimenti di protesta degli anni Sessanta e Settanta che spesso a sinistra si ha di loro un giudizio positivo. In realtà il pacifismo di quell'epoca non fu mai antimperialismo, e per questo poté rovesciarsi nel suo contrario, cioè il sostegno alle offensive statunitensi degli anni Novanta e Duemila. Seppero sfruttare il sentimento antipolitico che montava con Tangentopoli: ma più che dal populismo ingenuo tipico del periodo successivo, erano ispirati dal tentativo di indebolire la politica di fronte all'economia.
Per quanto questo partito sia ormai vicino all'estinzione e abbia esaurito quasi del tutto la sua capacità attrattiva, ha anticipato alcune tendenze che si sarebbero manifestate nella società italiana. Soprattutto, una nuova forma di attivismo che avrebbe segnato lo scarto tra la sinistra postmoderna e quella moderna: l'oblio della questione sociale e l'assenza di una critica dell'ordine socio-economico, l'allineamento all'egemonia degli Stati Uniti e l'insistenza esclusiva sui diritti civili pur in presenza di una restaurazione liberal-capitalistica che veniva accettata integralmente.











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Dal PCI berlingueriano al PD renziano. Nel segno della continuità*

Tanto la nostalgia quanto la demonizzazione del passato sono atteggiamenti inadatti a comprenderlo. Se con la prima, infatti, si rischia di mitizzare un periodo trascorso, caricandolo di un valore che storicamente non gli è proprio, con l'altra si proiettano le ansie e le paure tipiche del presente nel passato allo scopo di scongiurarle. In entrambi i casi si tratta di un processo di transfert, più che di una lucida analisi storica, che confonde i caratteri propri di un'epoca con quelli di un'altra. Il problema non è da poco. Lo sguardo retrospettivo non è mai neutro; esso non solo è commisto alle determinazioni ideologiche del soggetto che lo compie, fosse anche il più lucido osservatore, ma spesso è contaminato dai sentimenti che gli sono propri e che sono tipici di quella data epoca dalla quale egli si volta indietro a guardare. Ciò vale in particolar modo per quel passato più prossimo, quello, cioè, che si fa ancora fatica a distinguere dal presente e che in esso trascolora. Questo passato così contiguo interroga direttamente l'attualità, in un modo così chiaro e diretto che spesso è facile confondere l'una con l'altro.
Il trascorso della sinistra italiana appartiene a quei temi che, spesso, per il modo in cui vengono trattati, rivelano più sui soggetti che sugli oggetti della trattazione. Il Partito Comunista Italiano, in particolare quello del periodo che va dalla segreteria di Berlinguer al suo scioglimento e di cui qui ci occupiamo, è per molti versi ancora un oggetto sconosciuto. Ritardo della sinistra in Italia che non è mai riuscita ad adattarsi alla mutata cornice storica, se non troppo tardi, o momento della massima espressione e del massimo traguardo di questa sinistra, inopinatamente interrotto per gli errori grossolani dei suoi ultimi dirigenti; oppure: è stato giustamente interrotto, ma non si è riusciti a porre le basi per qualcosa che ne conservasse il motivo progressista a causa della nascita del PD, il quale ha bloccato qualsiasi tentativo in tal senso; o ancora, la nascita del PD era anch'essa necessaria, la sua conduzione da parte dei suoi capi del tutto sbagliata.
Queste sono, più o meno, le convinzioni più diffuse in merito. Diverse, ma tutte accomunate tra loro dall'idea che la storia italiana degli ultimi decenni (e, forse, nell'opinione dei loro sostenitori, la storia in generale) proceda a balzi e singhiozzi, sia fatta di rotture e virate improvvise, e dipenda in sostanza quasi esclusivamente dalle decisioni di singoli. “Svolta” è, non a caso, una parola che ricorre spesso quando si tenta di raccontare questi avvenimenti. Ma non si afferra che anche queste “svolte” hanno dietro di sé un processo preparatorio fatto di tante altre piccole "svolte" meno visibili.
La storia della sinistra italiana da Berlinguer a Renzi, per quanta differenza possa esserci tra questi due punti estremi se considerati isolatamente, è una transizione continua e graduale, che segue due direttive principali, sempre quelle per tutto questo periodo, e che non contempla brusche sterzate.
Queste due direttive sono: accreditamento presso le potenze straniere e i poteri economici; slittamento dalla questione sociale alla questione morale. A ben vedere queste due direttive possono essere comprese in una sola: fuga dal conflitto o, qualora questo sia inevitabile, sua attenuazione. La seconda direttiva può essere sussunta sotto la prima, la moralizzazione della politica è funzionale proprio alla sanzione della tregua, una tregua da perseguire a tutti i costi – e che infine è divenuta un'alleanza – con i poteri ostili.
A seguito del colpo di stato in Cile, con il quale il generale Pinochet rovesciò il governo di Allende, Berlinguer espose la tesi secondo cui i comunisti non avrebbero potuto governare da soli, ma avrebbero dovuto ricercare l'accordo con le altre “forze democratiche”. Ciò in ragione del fatto che nell'area atlantica non era possibile per i partiti socialisti e comunisti governare senza subire forti pressioni e tensioni destabilizzanti che avrebbero portato a una situazione simile a quella cilena.
La strategia berlingueriana era pertanto fin dall'inizio improntata alla ricerca dell'accordo “con il nemico”, e all'abbandono di una prospettiva rivoluzionaria (che il PCI, nei fatti, aveva abbandonato da tempo, ma che ora veniva teorizzata, seppure non esclusa del tutto o rimandata ad altri momenti).
Berlinguer cercava di ottenere dagli americani il riconoscimento di interlocutore affidabile. Escludendo la possibilità di una transizione socialista in Italia, e quindi accettando come inalterabili gli assetti internazionali e l'egemonia atlantica sull'Europa occidentale (l'eurocomunismo avrebbe dovuto servire proprio a questo scopo) pensava di rassicurare gli americani e di permettere in questo modo l'esordio del PCI al governo. Tre anni più tardi, infatti, nel 1976, Berlinguer riconobbe la NATO come “scudo” protettivo e fattore di stabilità rendendo ancor più espliciti i suoi intenti.
In questo modo sperava di preparare il compromesso con l'avversario interno, la Democrazia Cristiana. Sia l'opposizione politica che quella sociale del PCI fu pertanto attenuata. Ciò però avvenne in una fase di avanzamento del movimento operaio. Il “contenimento” delle lotte sindacali che in quella fase pareva accettabile, si sarebbe rivelato fatale quando, nel decennio successivo, sarebbe cominciata la restaurazione sociale. Stati Uniti sul fronte estero, DC su quello interno e capitale industriale su quello sociale erano i tre interlocutori-avversari con i quali il PCI di Berlinguer cercava l'attenuazione del conflitto, per poter approdare stabilmente al governo. La strategia di Berlinguer, come sappiamo, fallì su tutta la linea. Gli americani non si fidarono mai del PCI, il compromesso storico non si concretizzò, i comunisti rimasero esclusi dal governo e da lì a poco si sarebbe assistito alla controffensiva padronale che sarebbe infine culminata in una piena restaurazione neoliberale. Ciò nonostante essa rimase praticamente invariata negli anni successivi.
Ciò che Berlinguer aveva (suo malgrado) dimostrato è che gli americani (come i poteri economici) non avrebbero mai accettato un partito comunista al governo in Italia, per quante garanzie si potesse dar loro. La vera svolta sarebbe avvenuta solo nel caso in cui si fosse abbandonata la strategia berlingueriana, cosa che non avvenne. Al contrario, essa fu portata alle estreme conseguenza. Se l'esistenza di un partito comunista conduceva alla scontro diretto bisognava cambiare il partito e rinunciare al comunismo. Il mezzo finisce per distruggere il fine: l'occasione si presentò con il crollo dell'URSS.
Nonostante l'evidente fallimento, Berlinguer non mutò la sua strategia. La sua idea, rimasta invariata, era quella di creare le condizioni per permettere al PCI di accedere al governo, a qualunque costo, rimuovendo tutti gli ostacoli che si frapponevano davanti a questo obiettivo. La conquista del potere politico avrebbe ripagato tutti i sacrifici e avrebbe inaugurato un'era di progresso e di migliorie sociali. Questo era il senso della spostamento dalla questione sociale alla questione morale operato da Berlinguer: i partiti occupavano lo Stato e se ne spartivano il controllo; questa occupazione non solo era un fatto deprecabile, ma impediva il rinnovamento del Paese, perché qualsiasi programma di riforma sarebbe stato ostacolato da questa situazione. Pertanto diventava prioritario e urgente affrontare il cuore della questione morale, cioè il rapporto tra i partiti e lo stato, la classe politica e la società civile. La questione sociale, veniva retrocessa o rimandata. Essa non avrebbe potuto essere affrontata con successo se non avesse trovato prima soluzione la questione morale, allo stesso modo in cui il PCI non avrebbe potuto compiere la sua scalata al governo senza l'appoggio o quanto meno la non interferenza dei poteri interni e internazionali.
Siamo nel 1981 e già sono abbozzati – e forse qualcosa di più che abbozzati – tutti i caratteri della sinistra post-comunista: atlantismo e moralismo, cioè accettazione degli assetti internazionali e del dominio NATO (che avrebbe significato partecipazione alle guerre imperialiste) e moralizzazione della politica, che tradotto dal lessico berlingueriano significa ridimensionamento e contenimento del ruolo della politica e dei partiti, ma sostanziale accettazione dell'egemonia del capitale, “lotta alla corruzione” al posto della lotta contro le iniquità sociali. Il PDS di Occhetto ereditò integralmente queste caratteristiche, potendo contare in più su una maggiore libertà di azione, essendosi sbarazzato dell'ingombrante appellativo di “comunista”.
Innanzitutto, infatti, il neonato partito accettava acriticamente la cornice internazionale, la fine dell'Unione Sovietica e il dominio mondiale degli Stati Uniti, e anzi lo celebrava come fine del giogo dei popoli dell'est e della divisione tra Oriente e Occidente. Il crollo del Muro di Berlino veniva riprodotto in piccolo, per così dire, in Italia. La liquidazione del comunismo sanciva la conciliazione della sinistra (almeno della parte maggioritaria di essa) con i poteri economici e con i centristi, dando avvio alle coalizioni di centrosinistra.
L'indagine di “Mani Pulite” rappresentò un'opportunità unica per il PDS. Essa fece piazza pulita dei suoi avversari politici più temibili. La questione morale in questa contingenza, pertanto, fu lo strumento con cui il PDS poteva porsi come guida moralizzatrice dell'Italia e proposta di rinnovamento. Questa opportunità non venne colta a causa di un incidente di percorso: Berlusconi.
Ma la strategia berlingueriana rimase immutata. Anzi, la questione morale, dagli anni dei DS dalemiani, riceveva una nuova coloritura e trovava nuovo vigore; poteva contare su un profilo politico più netto, cioè sull'opposizione al berlusconismo. Il moralismo dell'antiberlusconismo – a cui il libertinismo berlusoniano era perfettamente simmetrico e funzionale – svolse lo stesso ruolo di sempre: la subordinazione della giustizia sociale (quando non la sua totale rimozione) al contrasto alla corruzione e all'immoralità. La corruzione è sempre intesa, si badi bene – in pieno stile berlingueriano – come ingerenza della politica sulla società, come un eccesso di politica che causa connivenze e nepotismo, la quale deve essere ridimensionata, e mai, ma proprio mai, come corruzione dei privati e come mercificazione della vita pubblica quale dinamica congenita al capitalismo. In altri termini, la politica doveva lasciar spazio alla “società civile”, ovvero al mercato, al “libero gioco” della concorrenza. È seguendo questa direttiva che i DS dalemiani furono i più convinti sostenitori delle privatizzazioni, come neanche la destra sarebbe mai stata.
Il moralismo ebbe in questa fase una funzione importante nel sostegno all'europeismo. L'Unione Europea appariva come garanzia contro “gli sprechi” e le ingerenze della classe politica italiana corrotta, ovvero l'espansione della spesa pubblica che aveva consentito la crescita dei redditi, e un limite alla gestione dei bilanci pubblici.
Per quanto riguarda l'atlantismo D'Alema ne è stato uno dei più fedeli interpreti, egli sostituì Prodi che era ancora troppo tiepido nel suo americanismo (e troppo multilaterale) in un momento in cui non erano ammesse esitazioni: il bombardamento della Serbia.
La fondazione del PD vide questo scenario sostanzialmente inalterato. Anzi, i caratteri del berlinguerismo vennero ulteriormente accentuati. L'alleanza con gli ex democristiani diventava una fusione, l'americanismo veniva spinto quasi fino a livelli parodistici, con l'imitazione dello slogan di Obama durante la campagna elettorale di Veltroni. La gestione di Bersani apparve divisa tra il coerente prosieguo della direttiva berlingueriana, il composto di moralismo e atlantismo, e il tentativo di conservare una vaga simbologia di sinistra e un richiamo a un'anima “sociale”, peraltro inesistente: operazione impossibile dopo la fondazione del PD, che aveva precisamente il proposito di liquidare definitivamente queste componenti, e che infatti fallì.
Ma il vero liquidatore sarà soltanto Renzi. La liquidazione di sé è un processo intrapreso proprio da Berlinguer, con la sostituzione dell'atlantismo passivo (che diventerà poi attivo) all'antimperialismo e del moralismo al socialismo e in generale della convivenza al conflitto. Renzi non ne è che l'ultimo esecutore e neanche uno dei più importanti. Se il compito di Berlinguer era di operare la sostituzione nella sostanza della linea d'azione del PCI lasciando inalterata la simbologia, quello di Renzi è di lasciare inalterata la sostanza del PD (ormai già definitivamente acquisita) e cambiare la simbologia, cioè quel che rimane del progressismo sociale e dei valori passati cui fa subentrare un entusiasmo cieco nel mercato e un'ossessione del “nuovo”, da intendere come continua mutazione apparente ma sempre seguendo la direttiva tradizionale.
L'accordo e la compiacenza con i poteri economici e finanziari in particolare sono un connotato tipico di Renzi che egli non si preoccupa di nascondere. Anche qui abbiamo una radicalizzazione della strategia berlingueriana dell'accettazione del contesto economico e internazionale e del tentativo di aggredire la politica. La rapida ascesa di Renzi è avvenuta all'insegna della cosiddetta “rottamazione”, che è un'ulteriore declinazione della questione morale. Si tratta di rottamare la “vecchia politica” che non è più, come ai tempi di Berlinguer, quella che “assedia” la società civile, dalla quale è stata cacciata del tutto, ma quella che cerca di conservare una simbologia antica, seppure estremamente diluita, e che ripropone le procedure politiche classiche, cioè la mediazione e la dialettica. A questa “vecchia politica” da rottamare deve subentrarne una “nuova” del tutto nichilista, priva di ogni nostalgia, che persegue a tutti i costi la “modernizzazione”, cioè l'adattamento della società al mercato, e che ripudia le mediazioni tipiche della forma partito considerate come inutili perdite di tempo, avvalendosi dei media in maniera spregiudicata.
Il PDS di Occhetto, i DS di D'Alema, il Pd di Veltroni, quello di Bersani e infine quello di Renzi, non sono delle svolte, delle improvvise mutazioni genetiche, ma delle tappe di un processo che prosegue secondo la stessa linea del PCI di Berlinguer. Esse sono state la manifestazione, più chiara ed evidente che in altri momenti, dei risultati raggiunti da questa strategia. Tanto è sbagliato, quindi, l'atteggiamento di chi ricorda mestamente l'epoca berlingueriana come “l'età dell'oro” contrapponendola alla decadenza attuale, quanto quello di chi individua in Renzi un innovatore, l'autore di una rottura senza precedenti. Sarebbe invece più utile e sensato cercare di scovare nel passato i germogli delle tendenze attuali. In questo caso si scoprirebbe che quella pretesa discontinuità è soltanto frutto dell'immaginazione dell'osservatore contemporaneo.










*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente



30 nov 2016

Contro la meritocrazia*

Quello della meritocrazia è un mito del capitalismo che diventa uno slogan politico buono per tutti i partiti. Ne ha fatto un vessillo la stampa con i suoi giornalisti di punta che periodicamente lanciano campagne per chiedere “più merito”; gli economisti ne esaltano le presunte virtù salvifiche per l'economia e i politici ne promettono ad ogni comizio. Ne è stato promotore Renzi che ha ripetuto queste due parole, “merito” e “meritocrazia”, in modo quasi ossessivo nel corso della sua ascesa politica.
L'istanza della meritocrazia è semplice: gli incarichi direttivi siano affidati ai più capaci! Siano premiati i migliori! La scuola selezioni gli allievi più meritevoli! Si faccia questo e tutto andrà per il meglio!
La parola meritocrazia è in realtà sinonimo di un'altra, che i suoi alfieri preferiscono non usare: aristocrazia. Aristocrazia significa proprio “governo dei migliori” e indica una società in cui il potere è affidato agli individui considerati più validi. Un'aristocrazia non deve essere per forza ereditaria, come anche lo è stata in passato, ma può essere anche elettiva, o, infine, meritocratica, cioè selezionante sulla base di alcuni sistemi di valutazione. La meritocrazia è la forma moderna di aristocrazia. Forse l'unica differenza tra quella attuale e quella antica è che mentre quest'ultima premiava di più il coraggio e le virtù morali, la meritocrazia ha un'accezione quasi esclusivamente tecnica, mira cioè a valutare le abilità professionali degli individui e il loro rendimento indipendentemente dal loro profilo psicologico.
Nella definizione di meritocrazia (o di aristocrazia) è già contenuta la domanda cui è difficile (se non addirittura impossibile) dare una risposta valida: chi sono i migliori? Quali caratteristiche devono essere premiate? Per alcuni potrebbe essere il coraggio, per altri l'onestà, per altri ancora l'intelligenza o magari l'affidabilità. Dato che si tratta di caratteri personali molto diversi non possono essere paragonati e misurati in modo oggettivo. È preferibile un uomo intelligente ma vile, o uno sciocco ma coraggioso? È preferibile un dirigente estremamente preparato nel suo campo ma egoista o uno poco preparato ma altruista? È difficile trarre una regola generale. Ma anche presupponendo che si possano isolare una o poche qualità sulla base delle quali si sceglie di valutare i vari candidati, è tutt'altro che semplice trovare un metodo certo a questo scopo. Probabilmente le nozioni teoriche acquisite possono essere misurabili, ma come fare per l'intelligenza? Solo questa, infatti, permette di applicare queste nozioni ai casi pratici con profitto. A cosa serve, ad esempio, un avvocato che conosce tutto il codice a memoria, ma non sa tenere un'arringa?
Il sistema di misurazione dell'intelligenza più accreditato è il Q. I. I fautori della meritocrazia si avvalgono di esso per selezionare tra allievi o candidati. Questo criterio però valuta solo una parte dell'intelligenza, quella di tipo logico e matematico. Ma cosa dire di tutte le altre facoltà intellettive? L'abilità nelle relazioni umane, le capacità comunicative, l'intuito nel comprendere stati d'animo propri e altrui, la fantasia (che non ha a che fare tanto con la pura logica matematica, ma con la logica associativa) sono tutte particolari forme di intelligenza che il Q. I. non è in grado di valutare. Eppure esse sono necessarie per svolgere molti compiti nella quotidianità. Ogni individuo le possiede, seppure a diversi gradi. In realtà la mente umana non funziona a compartimenti stagni, ma queste diverse facoltà si intersecano tra di loro e al momento di esprimersi diventano quasi indistinguibili. Uno scienziato, ad esempio, deve poter contare anche su una buona dose di fantasia, se vuole trovare soluzioni efficaci ai problemi e fare nuove scoperte. Ma un pittore, che è associato all'immaginazione artistica, deve conoscere le regole della prospettiva, che riguardano la logica “classica”. La separazione tra le varie facoltà è astratta e un prodotto dell'evoluzione culturale, non qualcosa di “naturale”. Di conseguenza, il Q. I. non solo fallisce nel valutare l'intelligenza considerata nel suo complesso, ma potrebbe persino nella misurazione di quella parte specifica che gli è più congeniale, perché anche questa si avvale di tutte le altre.
Se quindi è impossibile valutare oggettivamente l'intelligenza (figuriamoci altre qualità come la lealtà, il coraggio, la bontà ecc.) le fondamenta stesse della meritocrazia sono alquanto instabili.
Sarebbe sicuramente più onesto, da parte dei sostenitori della meritocrazia, ammettere che ciò che essi vogliono premiare è un particolare tipo di merito, in genere quello che ha a che fare con capacità tecniche e professionali. Sfortunatamente per loro (e fortunatamente per il genere umano) un metodo certo e obbiettivo per farlo non esiste e non potrà mai esistere, perché quasi tutte le attività richiedono un'interazione di diverse qualità. Ma anche se esistesse, questo metodo dovrebbe considerare una certa facoltà a scapito di tutte le altre. Anche ammesso, quindi, e non concesso, che la valutazione di questa facoltà possa essere oggettiva, non lo sarebbe affatto la preferenza accordata a essa rispetto a tutte le altre. Questa preferenza scaturisce da un pregiudizio e da una motivazione ideologica, invece che da una presunta imparzialità. L'intento che si cela dietro l'ideologia artistocratico-meritocratica è quello di promuovere una data idea di società e di respingerne altre. Gli individui selezionati non sono perciò “i migliori” o “i meritevoli” (parole che, di per sé, non hanno alcun significato) ma quelli giudicati più idonei a realizzare una certa organizzazione sociale. La meritocrazia promuove un produttivismo esasperato e sottopone tutti i bisogni umani alla tirannia dell'economia e del mercato. Il fine deve essere quello di produrre più ricchezza, concepita soltanto in termini di beni commerciabili e di denaro – quindi tutto quello che non è misurabile dal denaro viene giudicato privo di valore: gli affetti, l'empatia umana, ecc. Gli individui devono essere appetibili per gli acquirenti (le imprese) e come le merci devono possedere certi requisiti che ne determinano il valore. Chi non si accorda con le necessità della produzione e del mercato viene escluso, e su di esso peserà, come se non bastasse, il marchio infamante di “inetto”.
I dettami della meritocrazia sono stati applicati con grande solerzia nell'educazione, proprio lì dove hanno fatto più danni. Negli Stati Uniti è usato il sistema del Q. I., dei cui gravi difetti si è già detto. In Italia, per fortuna, esso non si è affermato, e tuttavia sentiamo ripetere dal Ministro Giannini, come da molti suoi predecessori, che ci vuole “più merito” nella sistema scolastico. Le direttive del Ministero, da diversi anni ormai, tendono a “collegare scuola e impresa”, snaturando completamente il nostro sistema educativo, instillando l'idea che la scuola debba servire non a permettere lo sviluppo di ogni persona secondo le sue attitudini e le sue scelte in armonia con la società, ma a “formare” nuovi tecnici e dirigenti per le imprese; i pedagogisti ormai hanno smesso di parlare di “conoscenza” come uno dei fini principali della scuola e ripetono ossessivamente la parola “competenze”, o il suo corrispettivo inglese, “skills”. La scuola, per la pedagogia meritocratica, deve produrre le competenze che servono al produttore-consumatore per adattarsi al mercato globalizzato.
Questo genere di organizzazione sociale più che premiare il merito incoraggia il conformismo, la furbizia, il cinismo, l'individualismo, l'avidità, il disincanto. Questo, in definitiva, è il merito che gli illuminati sostenitori della meritocrazia si affannano a elogiare e la cui promozione il governo ha fissato come proprio obiettivo prioritario.
Ci piace concludere con le parole del sociologo inglese Michael Young:

La società senza classi sarà quella che avrà in sé e agirà secondo una pluralità di valori. Giacché se noi valutassimo le persone non solo per la loro intelligenza e cultura, per la loro occupazione e il loro potere, ma anche per la loro bontà e il loro coraggio, per la loro fantasia e sensibilità, la loro amorevolezza e generosità, le classi non potrebbero più esistere. Chi si sentirebbe più di sostenere che lo scienziato è superiore al facchino che ha ammirevoli qualità di padre, che il funzionario statale straordinariamente capace a guadagnar premi è superiore al camionista straordinariamente capace a far crescere rose? La società senza classi sarà anche la società tollerante, in cui le differenze individuali verranno attivamente incoraggiate e non solo passivamente tollerate, in cui finalmente verrà dato il suo pieno significato alla dignità dell'uomo. [...] Il bambino, ogni bambino, è un individuo prezioso, e non soltanto un potenziale funzionario della società. Le scuole non devono essere vincolate alla struttura occupazionale, non debbono limitarsi a fornire individui idonei a svolgere le mansioni considerate importanti in un particolare momento, ma debbono dedicarsi a incoraggiare lo sviluppo di tutte le qualità umane, siano o non siano queste del tipo richiesto da un mondo scientifico. Alle arti e alle abilità manuali deve essere dato altrettanto risalto che alla scienza e alla tecnologia. (M. Young, L'avvento della meritocrazia, Edizioni di Comunità, Roma, 2014, pp. 194-195).









*Pubblicato anche sull'Intellettuale dissidente