18 mag 2014

Vecchio Conio

La nascita di questo blog è debitrice del tentativo di recuperare due tradizioni di pensiero economico e politico tagliate fuori dall'egemonia culturale neoliberale, e quelle che più hanno contribuito, nei decenni passati, al progresso politico e sociale. L'abbandono di queste tradizioni ha comportato l'erosione del potere d'acquisto delle classi popolari, una drastica compressione salariale, la deregolamentazione del settore giuslavoristico e lo smantellamento delle tutele del lavoro; la fine, in sostanza, di un sistema di welfare sociale sostituito da un vago e debole assistenzialismo; lo svuotamento, non di meno, delle istituzioni democratiche e dei principi costituzionali.
Da una parte, tutta la scuola marxista, il suo contributo, teorico e pratico, alle lotte sociali, alla presa di coscienza da parte dei lavoratori della natura strutturalmente e inevitabilmente conflittuale della società capitalistica, facendosi strumento del proletariato di tutto il mondo per modificare quando non rovesciare i rapporti di produzione. Così il lavoro si è trovato tutelato sul piano giuridico, oltre che su quello sindacale, grazie all'azione politica di quelle forze socialiste o comuniste che hanno portato i suoi interessi all'interno della dialettica istituzionale e parlamentare.
Dall'altra il pensiero economico keynesiano, che ha esercitato grande influenza sulle azioni dei governi europei e occidentali dal dopoguerra fino alla fine degli anni '70. Esso ha permesso politiche espansive della domanda, di sostegno ai redditi e all'occupazione e tendenzialmente votate alla riduzione delle diseguaglianze sociali. Ha permesso di piegare la logica del capitale privato, attenta ai risultati di breve termine, a un compromesso accettabile tra le classi dirigenti, il Capitale e il Lavoro, che ha consentito per alcuni decenni un'espansione economica ordinata.
Pur non mancando i tentativi di conciliare sul piano teorico queste due “anime” della società capitalistica tardo-novecentesca, come testimonia la riflessione di pensatori come Piero Sraffa o di un precursore come Michal Kalecki, è sul terreno pratico che si è vista una loro integrazione.
Proprio le politiche espansive della spesa pubblica e di direzione dello Stato della programmazione industriale hanno permesso una consistente riduzione della disoccupazione, quando non, in alcuni momenti e in alcune aree geografiche, il raggiungimento della piena occupazione preconizzata da Keynes, quindi la crescita del potere d'acquisto dei salari, e dunque il rafforzamento del potere contrattuale della classe lavoratrice. La quale sul terreno sindacale e politico ha così potuto concretizzare questa posizione con adeguati strumenti legislativi e contrattuali.
La crescita degli investimenti legata al livello occupazionale e salariale era resa possibile non tanto dalla contingenza dei mercati e delle condizioni economiche extra-politiche, come vorrebbe una certa lettura neoliberale, quanto dall'intervento del capitale pubblico e dal patto “silenzioso” sancito dalle classi dirigenti politiche con il Capitale nazionale privato e con il Lavoro.
Ovviamente questo patto è ben lungi dall'essere stato così fluido e privo di tensioni come potrebbe apparire. Senza un adeguato coordinamento del conflitto sociale e una idonea organizzazione a livello sindacale e politico della classe operaia, ben difficilmente si sarebbe potuto realizzare. Le politiche di sostegno al reddito e di tutela del lavoro, andavano di pari passo con l'avanzare delle rivendicazioni, del progredire della forza e della coscienza dei lavoratori.
Il più insoddisfatto di questa situazione era il Grande Capitale. Non tanto per un mero calcolo economico. Come ci insegna Kalecki, il capitalista spesso è disposto a sacrificare una parte del profitto pur di non scontrarsi con una forte classe operaia. La bassa disoccupazione, le tutele giuridiche, gli alti livelli salariali, addirittura l'indicizzazione di questi all'inflazione, creavano le premesse per rivolte e scioperi sempre più diffusi, oltre a minare quell'“esercito industriale di riserva” descritto da Marx, situazione che i capitalisti non vedevano certo di buon occhio. Quel compromesso, in effetti, che pur aveva dato i suoi buoni frutti e che aveva portato le società occidentali, ed europee in particolare, forse all'apice del progresso sociale e politico, si reggeva su un filo sottilissimo. I suoi limiti risiedevano nella natura stessa del modo capitalistico di produzione, che vedono il Capitale inevitabilmente contrapposto al Lavoro, come spiega la teoria marxiana del plusvalore. La sapienza tattica delle classi dirigenti politiche, quantomeno nei suoi elementi più illuminati, non poteva bastare a tenere assieme più a lungo due mondi in conflitto permanente.
Si doveva giungere a un bivio: o sarebbe prevalsa la spinta rivoluzionaria della classe lavoratrice, e quindi l'inaugurazione di un era post-capitalistica, attraverso una forma di governo di tipo socialista, oppure, avrebbero vinto gli interessi politici, oltreché meramente economici, del Capitale, con una conseguente epoca di restaurazione.
Sappiamo quale delle due strade ha prevalso. La prima alternativa era improbabile potesse verificarsi, non solo in virtù della “socialdemocratizzazione” dei partiti marxisti e dell'esaurirsi della spinta propulsiva delle lotte, ma anche a causa del contesto geo-politico internazionale che non permetteva sbocchi rivoluzionari, come fu chiaro fin da subito (forse in maniera fin troppo speculativamente disincantata) al Partito Comunista Italiano.
Certo, forse sarebbe stato possibile rinnovare quel compromesso, come si provò a fare ad esempio in Italia, con la partecipazione del PCI a un governo di coalizione. Ma quell'esperienza fu troncata troppo presto per avere un riscontro fattuale di questa ipotesi, e in modo persino violento, a dimostrazione della chiusura di quella prospettiva.
L'entrata dell'Italia nel Sistema Monetario Europeo, ne avrebbe sancito ufficialmente la fine nel paese del più grande partito comunista d'occidente, e non solo in quello. L'avvicendamento ai vertici della Banca d'Italia, e il nuovo corso inaugurato dalla linea Ciampi-Andreatta, con la ribalta di una politica economica di tipo monetarista e anti-inflazionistico, costituivano la prova più lampante della svolta favorevole al Capitale appena avvenuta.
L'eliminazione sistematica e scientifica (per via giudiziaria quando non in modo terroristico come nel caso Moro) di quella classe dirigente che aveva in un modo o nell'altro, e non senza contraddizioni, sostenuto il compromesso, fece tabula rasa di ogni velleità di opporsi al nuovo corso. Ciò che ne rimase furono gli elementi più funzionali al nuovo progetto, ovvero quelli che nei vecchi partiti erano rimasti fino ad allora nell'ombra, e che potevano ora occupare le principali cariche istituzionali senza nessun ostacolo effettivo. Stesso percorso subirono le organizzazioni sindacali, fagocitate dai nuovi ricorsi storici, incapaci di reagire, al massimo posizionate su una linea stancamente difensiva. Il risultato fu quello che oggi vediamo. Ovvero l'erosione inarrestabile dei salari, la cancellazione delle tutele giuridiche e contrattuali, la disoccupazione galoppante, il disincanto e la perdita di coscienza di classe dei lavoratori, la fine delle politiche keynesiane, e il dominio dell'“austerità” di cui oggi vediamo i malaugurati frutti.
Venuta a mancare un'opposizione sociale, oltreché politica, alla restaurazione capitalistica, anche la dialettica democratica e istituzionale non poteva non risentirne. Tutto lo spettro parlamentare doveva appiattirsi sulla visione noeliberale e sedicente “tecnica” o “post-ideologica”.
Lo svuotamento delle istituzioni democratiche fu perseguito anche sul piano formale, attraverso la cessione di sovranità degli stati nazionali a un organismo sovra-nazionale europeo totalmente privo di meccanismi di controllo democratico o persino di bilanciamento dei poteri.
La moneta unica, salutata dalle ex seconde linee di dirigenti come foriera di pace e benessere, non avrebbe fatto altro che inasprire le diseguaglianze, istituzionalizzando le annose pratiche neoliberali improntate ad un contenimento, sganciato da qualsiasi logica macroeconomica, dell'inflazione in un contesto deflazionistico, e al rigore di bilancio in un contesto di asfissia della domanda.
A tutto questo è da aggiungersi l'incapacità della sinistra (al netto del cosiddetto “centrosinistra” fraudolentemente presentato come schieramento progressista), e di quelle forze votate alla difesa degli interessi della classe lavoratrice, di leggere i rivolgimenti in corso e la portata dell'ondata restauratrice; di comprendere gli strumenti adoperati dal Grande Capitale industriale e finanziario; di intercettare il malcontento popolare e tradurlo in una proposta politica adeguata alla realtà capitalistica contemporanea.
La dimostrazione di ciò è l'incomprensione da parte della sinistra del ruolo della moneta unica. Ci si è illusi che questa potesse convivere con un diverso tipo di politica monetaria, non capendo che è stata progettata dalle élite dominanti proprio per impedire qualsiasi tipo di governo alternativo al monetarismo imperante.
Le élite capitalistiche hanno ottenuto non solo la protezione dei loro capitali grazie al tasso di cambio fisso, esigenza maturata a seguito della estrema mobilità internazionale di essi favorita dal processo di deregolamentazione dei mercati dell'Unione Europea, ma la moneta unica è stato anche un efficace strumento di controllo politico sulle masse. Con essa e con i trattati che la regolano è aumentato il tasso di disoccupazione, permettendo di ricostituire quell'“esercito industriale di riserva” funzionale al dominio capitalistico. Inoltre la rigidità del cambio (sottratto al governo degli stati che si sono visti privati di strumenti valutari per proteggere la produzione nazionale) rendendo inattuabile una svalutazione monetaria ha costretto a una deflazione salariale senza precedenti.
Diventando impossibile – in virtù dei vincoli di bilancio imposti dai trattati – dare stimolo alla domanda interna, diventando impossibile – in virtù della moneta unica sottratta al governo degli stati – deprezzare il cambio, l'unica strada praticabile diveniva quella della competizione su scala globale sul costo del lavoro, e dunque l'ingresso in una spirale di continua contrazione dei salari reali. Questi fatti, accertati dalla ricerca economica oltre che dall'evidenza empirica, sono stati inspiegabilmente tralasciati dalla sinistra (quella cosiddetta “radicale”) la quale continua a inseguire il “sogno” dell'integrazione europea, senza capire che esso è un vestito cucito su misura per le élite capitalistiche. È altresì evidente come le istituzioni europee siano prive di qualsiasi meccanismo democratico, essendo lo stesso parlamento, l'unico organo eletto a suffragio universale, privo di un reale potere legislativo e persino di veto rispetto alle decisioni della Commissione Europea. Altrettanto improbabile appare riformare queste istituzioni proprio a causa della loro completa indipendenza dagli stati e dalle leggi nazionali come da qualsiasi meccanismo di controllo democratico. Anzi, la burocrazia europea ha finito per fagocitare gli stati, rendendoli delle mere propaggini dei suoi poteri e dei suoi scopi.
Grazie a questo “golpe silenzioso” le élite hanno potuto esautorare gli stati nazionali e le carte costituzionali e accelerare il processo restaurativo senza curarsi minimamente della volontà popolare.
La sinistra incapace di avanzare una proposta politica di rottura rispetto allo status quo politico ed economico si è perduta in un astratto riformismo privo di qualsiasi aggancio alla realtà concreta. Ha finito per riproporre magari con diversi accenti, le stesse riforme degli apparati europei delle altre forze politiche, che sempre più appaiono come il pretesto per non cambiare nulla, più che la realizzazione della dichiarata volontà di cambiare tutto.
La sinistra ha abbracciato il sogno europeo forse vedendolo come surrogato dell'internazionalismo proletario ormai abbandonato; forse credendo di usarlo contro i nazionalismi. Non comprendendo, in realtà, quanto questo nuovo internazionalismo capitalistico fosse il più efficace strumento di oppressione nella società contemporanea. E che l'unico modo per difendere il lavoro a livello planetario fosse non assecondarlo, quanto combatterlo con l'arma degli stati nazionali. Solo partendo da una prospettiva nazionale è possibile portare avanti un vero internazionalismo di classe.
Quale miglior esempio della direttiva Bolkestein, che esautora le leggi e i contratti nazionali, permettendo di sfruttare il lavoratore privandolo degli strumenti di protezione disposti nel proprio paese?
Non è certo l'internazionalismo del Capitale che aprirà la strada al socialismo (uno dei pochi errori di Marx) ma soltanto la capacità delle classi popolari di usare lo strumento stato per difendersi dall'aggressione del Capitale internazionale.
Quello che occorre è ricostruire ciò che Gramsci chiamava “volontà collettiva nazional-popolare” che permetta alle classi popolari di proteggersi non solo dalle tensioni interne create dalle élite nazionali, ma anche da quelle esterne, che esercitano oggi la più potente, efficace e pervasiva forma di oppressione.
Questa lotta deve unire non solo le classi operaie nazionali, ma anche quei settori della piccola borghesia anch'essi soggetti alla selvaggia aggressione dell'internazionalismo capitalista.
In particolare la battaglia contro la moneta unica e l'Unione Europea, strumenti di tirannia contro tutti i popoli europei, i quali possono risollevarsi soltanto recuperando uno spazio di dialettica democratica all'interno dei confini nazionali. Va ricostituito una sorta di nuovo Comitato di Liberazione Nazionale che unisca tutte le anime democratiche e popolari della nazione opposte a questo nuovo fascismo europeo.
Ciò non significa, tuttavia, che vada abbandonata una prospettiva rivoluzionaria. Rinunciare alla volontà di rovesciamento dei rapporti sociali sarebbe la peggiore vittoria che si possa concedere al dominio capitalistico.
Va invece ripensato il ruolo delle classi sfruttate e la funzione dello stato-nazione.
È soltanto, infatti, con una legislazione favorevole e una politica keynesiana, come si è prima mostrato, che la classe lavoratrice può difendersi e strappare importanti vittorie.
Ma queste da sole non bastano. Abbiamo prima visto come un compromesso sociale può reggere per un certo periodo ma è destinato presto a rompersi. La conflittualità lavoro-capitale è inestricabile ed essa prima o poi presenterà il conto. Tanto più oggi, quando un nuovo patto col Capitale nazionale è difficilmente riproponibile. Occorre che allora la classe lavoratrice sappia farsi trovare preparata per affrontare questa più difficile battaglia.
Il keynesismo, sebbene spesso sottovalutato dai marxisti, può essere un mezzo per collegare un governo che opera a favore del lavoro, sia pure in un contesto capitalistico, con la transizione verso una forma di stato e di governo socialista.
Proprio infatti il maggior potere che acquisirebbe la classe operaia, e quindi la migliorata capacità di organizzarsi, a seguito delle politiche espansive della domanda (e quindi di tutela dei redditi e di piena occupazione) le darebbe quella forza anche politica perché da egemone possa diventare dominante.
Occorre qui sgombrare il campo da tutte quelle visioni utopistiche e auto-consolatorie che predicano la rivoluzione come effetto quasi automatico di una crisi del capitalismo. È vero piuttosto il contrario, e le vicende di questi anni dovrebbero confermarcelo. Il peso delle crisi capitalistiche viene scaricato quasi interamente sulle classi subalterne, le quali perciò possono soltanto indebolirsi, invece che rafforzarsi, e incapaci di reagire in modo organizzato restano in balia dei loro aggressori.
Risulta chiaro infatti come la distruzione degli strumenti giuridici di tutela del lavoro sia stata perseguita assieme all'“alleggerimento” del ruolo dello stato e della sua azione economica di stimolo alla domanda e di sostegno ai redditi medio-bassi. Questa circostanza, frutto di una chiara volontà politica delle élite, ha posto le basi per una crisi di portata storica, assurdamente attribuita alla onerosità dei debiti pubblici degli stati e invece effetto dell'indebitamento privato.
Per questo, soltanto in una fase espansiva del capitalismo (cioè quella in cui lo stato sostiene salari e occupazione) è possibile realizzare una transizione verso una forma di governo socialista. Essa sarebbe l'unica possibilità per scongiurare derive restauratrici come quella che attualmente si sta verificando. Il monito di Rosa Luxemburg “Socialismo o barbarie” è perciò ancora valido, ma sul medio e lungo periodo, quando il conflitto sociale non può più essere contenuto da un intervento keynesiano e urge passare a forme più avanzate di governo. L'unico modo per garantire una pace sociale duratura rimane quello di eliminare le vere cause del conflitto, ovvero le differenze di classe e lo sfruttamento capitalista.

8 commenti:

  1. Caro Matteo V. Sin dalle prime righe mi sono reso conto di essere in un blog di alto livello. Questo non tanto per le idee che posso condividere o meno, ma per la cognizione di causa con la quale vengono sostenute.

    Di certo ritengo, come te, che occorra superare il sistema capitalista per arrivare a un sistema di nuovo tipo in cui non esista plusvalore. Marx è stato di certo un maestro nello spiegare questa problematica, ma ritengo che solo il marxismo di interpretazione comunitarista, ossia quello di Costanzo Preve e Diego Fusaro, possa costituire una piattaforma politica alternativa adatta. Si tratta in sostanza di abolira la proprietà privata dei mezzi economici a favore di una socializzazione integrale condotta dalla figura del lavoratore cooperativo, il tutto incrociato a forme di produzioni locali quanto più possibili autocentrate.

    Nutro invece dei dubbi sul keynesismo come "taxi" ce possa condurci nella transizione tra la fase capitalista e quella rivoluzionaria. di certo occorre un nuovo ruolo dello stato, ma Keynes, per quanto poco possa conoscerlo, presenta in questo delle ombre. A suo modo è stato un monetarista, solo in modo diverso e il fatto che oggi i neokeynesiani non si definiscano monetaristi è autoreferenziale (mi riferisco ad esempio ai sostenitori della MMT). Lo sviluppo keynesiano, condotto dallo stato, è uno sviluppo ad emissione monetaria, e fin qui ci siamo, ma pur sempre a debito e non viene mai specificato chi debba essere il detentore di questo debito. Inoltre Keynes ha usato l'immagine provocatoria dei cittadini disoccupati che, piuttosto che esser lasciati con le mani in mano, dovrebbero essere pagati per scavare buche e poi riempirle, solo per far girare quattrini e far ripartire l'economia. Su questo non sono d'accordo, al netto della provocazione metaforica, in quanto se uno stato dispone di risorse per far lavorare i disoccupati allora a maggior ragione ne ha per NON farli lavorare, per esempio scontando dall'imposizione fiscale i soldi che userebbe per lavori pubblici non utili (come appunto quelli per occupare strumentalmente gli inoccupati) o finanziando con sussidi i settori che hanno bisogno, favorendo così in modo più sano una ripresa economica senza fare danni, ad esempio ambientali, con opere che non servono (oggi ve ne sono fin troppe in agenda).

    Ma quello che veramente non condivido è l'idea della moneta svalutabile, questo configura una differenza di vedute su questo tema importante, ma ne parleremo ancora.

    Complimenti e buon lavoro.

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  2. Caro Simone,
    Ti ringrazio per il tuo commento e sono felice di aver trovato un interlocutore stimolante.
    Sinceramente non conosco a fondo il pensiero di Preve,
    Faccio però fatica a vedere un sistema comunitarista e, per così dire, "autarchico", compatibile con una moderna società industriale o post-industriale.
    Per produrre qualsiasi cosa è necessario una libertà di movimento delle merci. Ad esempio, la teoria della "decrescita felice" di Serge Latouche, che si avvicina molto a un modello di società comunitarista, a mio avviso non fa i conti con il problema, centrale per una società industriale, dell'efficienza produttiva.
    Questo era un problema riconosciuto dallo stesso Marx quando sosteneva, nell'"Ideologia tedesca": "questo sviluppo delle forze produttive [...] è un presupposto pratico assolutamente necessario anche perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda".
    In sostanza, a mio modesto avviso, questo sviluppo si può avere solo con un capitalismo di stato prima e un socialismo post-capitalistico dopo. Anche se la restaurazione operata in questi anni, e il ritorno a fasi "arcaiche" del capitalismo con la difficoltà di riproporre un nuovo patto tra capitale e lavoro, renderebbe plausibile una prospettiva più "leninista" e un passaggio diretto al secondo.
    Il comunitarismo (mi riferisco soprattutto a quello della decrescita che conosco meglio) presuppone una riconfigurazione, ma anche un drastico ridimensionamento dei bisogni sociali, e nello stesso tempo della produzione.
    In altre parole, sarebbe inevitabile il ritorno a una società agricola pre-industriale, e con essa ci sarebbe il pericolo di un ritorno, come dice Marx, alla "vecchia merda".

    Personalmente penso che gli sviluppi del cosiddetto "post-keynesismo" possano essere compatibili con la teoria marxiana. Non a caso la Modern Money Theory e il Circuitismo (che si fonda per lo più sulla teoria marxiana) sono unanimemente riconosciuti come aventi notevoli punti di contatto. In quest'ultimo in particolare possono essere riscoperti gli elementi di contatto tra Keynes e Marx.
    Ovviamente Keynes rimaneva all'interno di un orizzonte capitalistico, ma io penso che debba essere utilizzato per andare oltre le sua stessa dottrina,
    Non ho la presunzione di dire qualcosa di particolarmente originale, non sono un economista e un ricercatore, il mio sforzo è solo quello di pensare a una prospettiva politica che miri a realizzare un socialismo possibile, e che non rimanga scissa, come i vecchi partiti comunisti e socialisti, tra una teoria rivoluzionaria e una prassi riformista confinata all'interno delle istituzioni sociali e politiche in cui operavano.

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  3. Parto da una delle tue ultime osservazioni "non sono un economista". Benissimo, va tutto a tuo vantaggio. L'economia infatti non è una scienza naturale ma un insieme di convenzioni che hanno effetto solo perché ci si comporta come fossero, appunto, lggi di natura. Per questo motivo è invece doveroso mutare proprio il paradigma. Il problema per noi non deve essere quello di giustificare le proprie idee in base a quanto afferma l'economia intrasistemica, semmai crear un'economia nuova in cui i vecchi economisti si scoprano analfabeti.
    Detto questo hai ragione sul comunitarismo ma è proprio lì che voglio arrivare, al netto del timore marxista sulla vecchia merda. La decrescita, che deve articolarsi prima di tutto in un accorciamento delle filiere artificialmente lunghe (e quindi calo di PIL ma non dei beni disponibili) e poi in un ridimensionamento dei consumi, e la Comunità che la sostiene non ha alcuna prtesa di efficienza produttiva. Parliamoci chiaro, io non avrei più il frigorifero, ma dovrei condividere la ghiacciaia con altre tre o quattro famiglie, magari genitori, zii e cugini, questo proprio perché le comunità di per sé, non essendoci più una polarizzazione delle produzioni industriali ad alto livello tecnologico e specializzazione, non possono assicurare la quantità e nemmeno la varietà di beni che si hanno oggi. Ma non me ne importa nulla, in quanto non è su questo che si fonda la Comunità, il bene sarebbe solo strumento di vita e non il fine. Il timore di Marx deve essere sventato riscoprendo il vecchio tipo d'uomo, lo zoon politikon aristotelico, mentre il marxismo, alla fin fine, non ha saputo uscir da una dimensione individualistica, cosa che poi ha portato alle degenerazioni della sua proposta iniziale.

    A presto!

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    1. Capisco il tuo punto di vista, ma onestamente non so quanto sia desiderabile una società di questo tipo. Non so neanche se sia sostenibile e se, infine, non conduca a un regresso culturale oltreché economico, scientifico e tecnologico e quindi a una nuova barbarie. In fondo anche le comuni storicamente esistite hanno subito delle degenerazioni abbastanza inquietanti.
      Infondo questa prospettiva si basa su un assunto: che il frigorifero e altre merci siano la soddisfazione di "bisogni indotti" come sosteneva Marcuse. Ma non mi è chiaro su quale base distinguere tra bisogni indotti e bisogni "reali". In fondo, portando all'estremo questa teoria, si potrebbe dire che gli unici bisogni reali siano soltanto quelli connessi al cibo e al sesso e dunque alla riproduzione biologica dell'individuo e della specie. Ma allora che cos'è che ci rende uomini? Dove va a finire l'aspirazione umana alla conoscenza, ad esempio, o ai cosiddetti "diritti" come il lavoro, la casa, le cure mediche, il riposo e lo svago, l'arte, e anche il desiderio di migliorare la propria condizione individuale e sociale? Anche questi in effetti sono bisogni indotti.
      Io penso che bisogna distinguere tra la proprietà delle cose e la proprietà dei mezzi di produzione. Quest'ultima deve essere collettiva, ma non bisogna escludere forme di proprietà privata e di consumo di massa, anche se, auspicherei, di un tipo diverso di consumo, non funzionale al dominio capitalistico di una classe sociale sulle altre, ma al progresso sociale, economico e culturale.

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    2. Questo è molto interessante. Condivido naturalmente la parte finale, devono essere private "la casa e le cose" per dirla con un vecchio adagio, mentre i beni economici vanno socializzati (è il punto centrale del programma del movimento in cui milito). Ma per quanto riguarda il discorso sui bisogni indotti sono sempre in difficoltà nel discuterne, non perché sia un'obiezione difficile da gestire ma perché, al contrario, troppo superata. Del resto per rivoluzionare la realtà occorre comprenderne la Totalità, e non le singole Parzialità, e per questo è necessario anche un approccio alle cose che trascenda la materia. E' quindi il livello di una Coscienza risvegliata che aiuta ad eliminare i bisogni indotti e del resto penso possiamo essere d'accordo che se da un lato una parte dei bisogno varia da una persona all'altra, è altresì vero che un furgoncino per muratori tende ad essere bisogno reale mentre la Cayenne è sempre e solo inutile.
      Curiosa la tua posizione sul discorso di civiltà, se vuoi ne parliamo. Io ho sempre pensato che il sistema attuale con la sovrapproduzione sia un ostacolo proprio all'elevazione della persona e alle sue vocazioni. Idem per la cultura. Le civiltà passate, proprio perché libere da bisogni indotti (attenzione bene: non confondiamo i bisogni indotto in termini di consumismo con la legittima aspirazione umana alla scoperta e alla conoscenza!) sono riuscite a progredire meglio e più velocemente dimostrandosi capaci di cose che oggi ci lasciano sbalorditi. E infatti oggi siamo in fase di piena decadenza di civiltà da ogni prospettiva.

      Che ne pensi?

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    3. Ma che cosa sono questi bisogni indotti? E quali sarebbero i bisogni reali? Io ipotizzo (ma sarebbero utili ricerche più approfondite) che l'origine di questi concetti risalga al dualismo autonomia/eteronomia del pensiero illuminista, in Rousseau e in Kant in particolare.
      Di conseguenza, i bisogni indotti sarebbero quelli che sorgono non dall'individuo ma sono imposti da un agente esterno.
      Ora però questo mi pare molto problematico, visto che lo stesso concetto di individuo non è un'entità astratta e preesistente all'ordine sociale, ma esso stesso una sovrastruttura e il risultato di condizionamenti di vario tipo. Di conseguenza mi sembra difficile tracciare una linea tra bisogni indotti e bisogni reali. Anche questi ultimi, in effetti, in quanto pensati come reali, sono il risultato di una "eteronomia" sociale.
      A mio avviso bisognerebbe proprio abbandonare il paradigma. Più che definire, allora, una società su una classificazione dei bisogni individuali, sarebbe utile ripensare a concetti come "sviluppo" o "progresso" da un'ottica collettiva. Quindi, invece di commisurare nuovi bisogni, che corrispondono a un'etica della rinuncia (seppure rinuncia non della soddisfazione dei bisogni ma dei bisogni stessi) si dovrebbero ripensare nuovi paradigmi di sviluppo che mettano al centro non l'interesse di una classe rispetto alle altre, ma lo sviluppo armonico dell'individuo e della società (e per far questo ovviamente bisogna abolire le classi e quindi instaurare il socialismo).

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  4. Diciamo che su questo non concordo con le tue premesse pur arrivando, alla fine, alla stessa conclusione, ossia alla necessità del socialismo. Del resto, visto che hai parlato della necessità di mutare i paradigmi, posso dire di esser certo che la rivisitazione del concetto di sviluppo in termini di armonia tra singolo e collettivo porterebbe inevitabilmente a una revisione dei bisogni, riducendoli.
    Non è vero secondo me che l'individuo è una sovrastruttra, al contrario le oligarcie sanno bene ce esso esiste quale entità astratta e da sempre la lotta dei poteri contro i popoli si configura come imposizione dell'In-dividuum quale figura sociele tipo contro lo zoon politikon aristotelico. Qui entriamo in una discussione che ho affrontato innumerevoli volte e che non mi va di approfondire ancora perché ci allontanerebbe troppo dal nostro dal discorso, basti dire che l'individuo, colui che non può più essere diviso, altro non è che il singolo amputato dei propri legami comunitari. Non avendo più accesso alle soddisfazioni e agli appagamenti interiori e immateriali tipici dello zoon politikon, l'individuo muta il proprio agire verso la società da un atteggiamento di sinergia spontanea a uno di predazione. Sottraendo agli altri cerca di soddisfare un continuo bisogno mai del tutto appagato. E' in questo modo che la circolarità di vita che caratterizzava l'uomo antico è stata sostituita dalla spirale di quello moderno ed ecco perché il capitalismo predatorio, col suo corollario di bisogni indotti (indotti non dal mercato, ma dal consumatore!!!!!) si è imposto come perfetto sistema atto a ripdodurre queste dinamiche.

    E' un piacere, alla prossima!

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    1. Hai posto diverse questioni che sarebbe difficile affrontare qui brevemente.
      Provo a fornire qualche chiave interpretativa.
      - Bisogna partire dalla produzione non dal "consumo". Il concetto stesso di "consumo" è controverso. Consumare implicherebbe usare fino al logoramento l'oggetto, mentre nel capitalismo avviene l'esatto contrario. Questo perché la merce non è prodotta per l'uso, ma per lo SCAMBIO. E' una questione che Marx affronta in maniera illuminante parlando del feticismo delle merci. A mio avviso è da qui, che bisogna partire, la chiave sta A MONTE del processo di produzione, più che a valle.
      - Dire che ci saranno più o meno bisogni in una società liberata, è una questione che non mi pare dirimente. Il punto è, semmai, se i bisogni che vi saranno potranno essere soddisfatti in modo pieno e non illusorio.
      - Sono d'accordo sull'individuo astratto del capitalismo. Il punto è: oggi abbiamo un altra tipologia di individuo? Io penso di no. L'individuo che abbiamo oggi è quello alienato, espresso dal pensiero cartesiano. In una società alienata può esistere soltanto un individuo alienato.
      Non può esistere l'individuo "che sarà", il quale appunto "sarà", e quindi "non è".

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