03 ott 2015

L’avanzata delle destre estreme e le responsabilità della sinistra liberale*


L’avanzata delle destre estreme si deve al fallimento storico (ennesimo) della sinistra liberale e degli intellettuali che ne hanno abbracciato i principi. Scoprire che l’idea, comunemente accettata negli ultimi trent’anni, secondo la quale sarebbe stato possibile garantire un livello accettabile di ricchezza a tutta la popolazione attraverso un’espansione del mercato, e quindi rimuovendo tutti gli ostacoli che ne impediscono tale espansione – ovvero l’intervento diretto dello Stato – scoprire all’improvviso che questa idea è sbagliata, ha generato dei mostri.
La sconfitta individuale e generazionale del comunismo e del socialismo occidentali nel corso del Novecento (conclusosi tragicamente con il crollo di quello orientale e con la dissoluzione dell’URSS) è stata tramutata in una sconfitta antropologica e persino biologica. Incapaci di accettare il fallimento personale (che personale poi non è, perché dovuto a ragioni storiche) gli individui che ne hanno preso parte preferirono vedervi la realizzazione di una “legge di natura”, commettendo l’errore dei conservatori più accaniti, ovvero “naturalizzare” i fatti storici, e quindi in definitiva far scomparire la storia dall’orizzonte del pensiero, come era stato teorizzato da Francis Fukuyama. La sinistra ha così finito per arrendersi alla visione liberale, capitalista, mercatocentrica e globalista, poco prima che questa si schiantasse contro l’iceberg della storia. Ha riconosciuto anche questo secondo fallimento (più grande del primo, perché strutturale, non contingente) dichiarando nella semplicità più assoluta che il miglioramento delle condizioni delle masse è precluso, ed esso deve essere sacrificato sull’altare del dio Capitale, variamente coniugato (mercato, euro, “Europa”, globalizzazione, modernizzazione, ecc.). Perdendo il capitalismo qualsiasi fascino (come nelle illusioni dei rampanti scalatori sociali piccolo-borghesi degli anni ’80) e rivelando il suo volto peggiore, quello reale, fondato sullo sfruttamento di classe e sull’esproprio delle ricchezze delle classi inferiori a vantaggio del capitale finanziario, esso può esercitare il proprio dominio culturale in soli due modi: escludendo qualsiasi alternativa ad esso, descritta come utopistica o ignorata, censurata, derisa, banalizzata; descrivendo tutto ciò che si estenda oltre le colonne d’Ercole dei propri orizzonti come il baratro, il vuoto, la miseria totale, ovvero esercitando un vero e proprio terrorismo psicologico sulle masse.
La sinistra, si diceva, ha riconosciuto questo fallimento, ma non fino al punto da ripudiare la propria conversione, non al punto da riconoscere lucidamente le cause di questo fallimento. Il capitalismo mieteva come sempre e con ancora più violenza che in passato le proprie vittime, ma permaneva il pregiudizio antimarxista che nella sinistra convertita risultava spesso ancor più feroce che nella destra da sempre ostinatamente liberale. Questa sinistra è stata l’alleato politico più prezioso del Capitale. Essa ha traghettato le masse politicizzate e sindacalizzate, ma disorientate dagli avvenimenti storici di fine secolo, entro il recinto liberale, provvedendo a tenervele rinchiuse.
Mancando, però, la comprensione chiara delle cause, dei rapporti economici e una critica del capitalismo (sostituita dalla giustificazione, più o meno mascherata da critica, dello status quo economico) mancando un partito che organizzi un’opposizione teorica e pratica, la rabbia e la frustrazione degli strati sociali devastati dalla crisi rischia ora seriamente di emigrare verso altri lidi. La rabbia sociale repressa, non inquadrata politicamente e culturalmente sprovveduta, si trasforma in rabbia etnica. Non potendo lanciarsi verso l’alto, si sfoga verso il basso, verso i gruppi dei socialmente esclusi. Il principio etnico costituisce una chiave di semplificazione laddove viene a mancare il principio di classe. Le passioni sociali più violente possono trovare uno sfiatatoio: il conflitto di classe rimosso dalle coscienze si etnicizza, trova una discriminante geografica, da tutti facilmente riconoscibile e utilizzabile.
L’avanzata delle destre estreme e xenofobe, che si registra negli ultimi anni, si deve alla repressione culturale degli ideali socialisti e anticapitalisti scaturita dalla restaurazione neoliberista e dall’inasprirsi della guerra del capitale finanziario nei confronti di tutti gli altri settori sociali (eccezion fatta per il grande capitale industriale). La sinistra è stata non un oppositore ma un alleato in questa strategia, ha abbassato i ponti levatoi e spalancato le porte per far entrare le truppe nemiche, serbandogli tutti gli onori e difendendole contro i pochi resistenti che queste incontravano sul loro cammino.
Questa sinistra dovrà rispondere davanti al tribunale della storia non soltanto per i massacri e i disastri sociali causati da un capitalismo dotato di “licenza di uccidere”, ma anche per le recrudescenze della frustrazione popolare, per l’enticizzazione del malcontento e per tutto ciò che ne deriva e ne deriverà.

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